Bambini in fuga

Il nuovo romanzo di Mirella Serri, Bambini in fuga I giovanissimi ebrei braccati da nazisti e fondamentalisti islamici e gli eroi italiani che li salvarono.

Attenta osservatrice degli eventi storici del Novecento, Mirella Serri ha abituato il suo pubblico a storie di incredibile profondità e valore, e torna ora a dare un contributo fondamentale alla conoscenza e alla comprensione della nostra epoca. Il nuovo saggio Bambini in fuga ricostruisce, infatti, l’avventurosa vicenda e le peregrinazioni attraverso l’Europa di un gruppo di giovanissimi ebrei dai 6 ai 17 anni che, dopo aver perso i genitori nei campi di concentramento tedeschi, attraversano la Germania e la Slovenia e riescono ad arrivare a Nonantola, paese in provincia di Modena. Qui, a dispetto del fascismo e delle campagne razziali, l’intera popolazione si mobilita per aiutarli, offrendo loro ospitalità e protezione per un anno intero. Un medico e un parroco di Nonantola diventeranno così i primi italiani annoverati fra i “Giusti tra le nazioni”.

Bambini in fuga non è solo la vicenda delle prede, ma anche quella dei cacciatori: all’inseguimento degli orfani vi sono Adolf Eichmann, Adolf Hitler e pure il Gran Muftī, Amīn al-Husaynī, che dopo aver lasciato Gerusalemme è approdato a Berlino. Padre del radicalismo e dell’estremismo islamico, Amīn al-Husaynī ha ricevuto dal Führer l’incarico di limitare l’emigrazione ebraica dall’Europa. Per precludere ai profughi l’ultima via di scampo, Amīn al-Husaynī dà vita anche a una divisione di SS musulmane nei Balcani, ma il suo progetto non conseguirà il successo sperato e non riuscirà a coinvolgere i giovani islamici della penisola balcanica.

Quella dei ragazzi di Nonantola e dei loro salvatori è dunque una storia di eroi dimenticati o trascurati, una storia di ribellione corale alle dittature, una storia tutta italiana e al tempo stesso universale di generosità e di profonda umanità, in una lotta contro il male che si rivela, con altri volti e altri nomi, drammaticamente attuale.

L’autrice

Mirella Serri insegna letteratura e giornalismo all’Università la Sapienza di Roma. Collabora a La Stampa, a Ttl e a Sette-Corriere della Sera. Tra i suoi libri: Carlo Dossi e il racconto (Bulzoni), Storie di spie. Saggi sul Novecento in letteratura (Edisud), Il breve viaggio. Giaime Pintor nella Weimar nazista (Marsilio), I redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948 (Corbaccio, 2005), I profeti disarmati. 1945-1948. La guerra tra le due sinistre (Corbaccio, 2008). Ha curato Doppio diario. 1936-1943 (Einaudi) di Giaime Pintor e ha partecipato ai volumi collettivi Donne del Risorgimento e Donne nella Grande Guerra (entrambi per Il Mulino). Con Longanesi ha pubblicato nel 2012 Sorvegliati speciali. Gli intellettuali spiati dai gendarmi (1945-1980), Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri eroi scomodi della Resistenza (2014) e Gli invisibili. La storia segreta dei prigionieri illustri di Hitler in Italia (2015).

Titolo: Bambini in fuga
Autrice: Mirella Serri
Genere: Saggio
Casa editrice: Longanesi
Pagine: 256
ISBN: 9788830447486
Prezzo ed. cartacea: 17,60€


Disponibile dal 14 aprile 2017!


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Obisidio il terzo volume degli Illuminae Files

Marzo 2018: è questa data in cui vedremo finalmente l’uscita di Obsidio, il capitolo finale degli Illuminae Files.

In Italia, ancora non ci sono annunci in merito (ma deve ancora essere pubblicato Gemina in italiano, quindi…).

La storia, intreccio tra fantascienza, romance e un particolare modo di raccontare, ha avuto inizio nel 2015 con Illuminae in cui iniziamo a muovere i primi passi in questo nuovo mondo pieno di navi spaziali, società minerarie che non vanno molto per il sottile e una specie di governo planetario.

Il seguito Gemina, arrivato nel 2016, sebbene pecchi per qualche rilassamento nelle scelte narrative, ci ha comunque intrippato (niente spoiler promesso!) con diverse trovate fantascientifiche.

Quindi, Obsidio promette bene e spero davvero che riesca a soddisfare le mie – alte – aspettative.

[Attenzione: se non hai letto i due capitoli della saga, continuando a leggere rischi degli spoiler belli grossi]

From bestselling author duo Amie Kaufman and Jay Kristoff comes the exciting finale in the trilogy that broke the mold and has been called “stylistically mesmerizing” and “out-of-this-world-awesome.”

Kady, Ezra, Hanna, and Nik narrowly escaped with their lives from the attacks on Heimdall station and now find themselves crammed with 2,000 refugees on the container ship, Mao. With the jump station destroyed and their resources scarce, the only option is to return to Kerenza—but who knows what they’ll find seven months after the invasion? Meanwhile, Kady’s cousin, Asha, survived the initial BeiTech assault and has joined Kerenza’s ragtag underground resistance. When Rhys—an old flame from Asha’s past—reappears on Kerenza, the two find themselves on opposite sides of the conflict. With time running out, a final battle will be waged on land and in space, heros will fall, and hearts will be broken.

In parole povere, questa è la presentazione del nuovo capitolo: Kady, Ezra, Hanna e Nik sono riusciti a sopravvivere all’attacco alla stazione orbitante Heimdall e adesso, assieme ad altri 2.000 rifugiati, sono a bordo della nave container Mao. Con la stazione orbitante distrutta e le loro scarse risorse, l’unica opzione che gli resta è quella di tornare su Kerenza, senza ovviamente sapere cosa sia successo lì dopo sette mesi dall’invasione.

Tuttavia, pare che Asha, la cugina di Kady, sia sopravvissuta all’assalto della BeiTech e si sia unita a una specie di resistenza. Quando Rhys – una vecchia fiamma che ritorna dal passato di Asha – ricompare su Kerenza i due si ritrovano nelle due parti opposto di questo conflitto.


 

La casa sull’isola

Il romanzo d’esordio di Catherine Banner, La casa sull’isola.

1914, isola di Castellamare, Sicilia. In una notte d’inverno, due bambini nascono in due case distanti solo qualche centinaio di metri. Il primo è figlio di Amedeo, il medico condotto dell’isola, e di sua moglie Pina. Anche il secondo è figlio di Amedeo, ma la madre è la sua amante, Carmela, moglie del sindaco di Castellamare. Insidioso, lo scandalo si propaga nell’isola e distrugge la reputazione di Amedeo, che è costretto a lasciare il suo incarico e si ritrova a gestire un bar-pasticceria all’interno di una vecchia casa. La terrazza del bar diventa per lui – e per gli abitanti di Castellamare – un luogo da cui osservare e commentare un mondo che cambia vorticosamente e che porta sull’isola la tragedia di due guerre mondiali, lo slancio della ricostruzione, le tensioni sociali e politiche degli anni Settanta, la sfacciata abbondanza degli anni Ottanta e le luci e le ombre del nuovo millennio. Sebbene a Castellamare tutto sembri immutabile, i figli e i nipoti di Amedeo non soltanto vivranno tutti questi cambiamenti, ma v’intrecceranno anche le loro storie di amicizia e d’amore, di morte e di speranza. Perché la Grande Storia è sempre fatta di piccole storie. E s’illumina di una luce nuova se c’è qualcuno disposto a raccontarle. Magari da una casa su un’isola…

L’autrice

Catherine Banner è nata a Cambridge, in Inghilterra. Laureata in Letteratura inglese, ha lavorato come insegnante per alcuni anni. Sposata con un italiano, vive a Torino. La casa sull’isola è il suo primo romanzo.

Titolo: La casa sull’isola
Autrice: Catherine Banner
Genere: Romanzo
Casa editrice: Tre60
Trad. di: Laura Di Rocco
Pagine: 432
Prezzo ed. cartacea: 16,80€
Prezzo ed. digitale: 8,99€


Disponibile dal 18 aprile 2017!


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Abbasso le classifiche dei libri!

Ormai è già da tempo che la rubrica dedicata alla classifica dei libri più venduti è scomparsa dal blog.

Il motivo era abbastanza semplice e avevo avuto modo di darti una mia personale spiegazione anche qui, quando parlammo dei bestseller in generale.

Mi ero, infatti, molto sorpresa di come i libri in classifica difficilmente corrispondessero con le letture realmente discusse dai lettori in quello stesso periodo. Anzi, tornando a ricontrollare dopo qualche tempo, i libri che rientravano in classifica (salvo ovviamente alcune eccezioni) non avevano avuto poi tutto questo ritorno a livello di commenti, valutazioni e interesse da parte del mondo dei lettori.

Oggi, quindi, vorrei tornare sull’argomento, cercando di comprendere meglio come funziona la stesura delle classifiche dei libri. E, se possibile, scongiurare dall’acquisto di un libro solo perché rientra in una classifica (per la serie: non facciamoci gabbare così facilmente!, v. anche la questione fascette).

Innanzitutto, chi si occupa di stilare queste liste di libri-più-venduti sono due società di cui avrai sicuramente già sentito parlare: GfK e Nielsen (che, nel 2015, hanno annunciato una partnership).

Raccolta dati e algoritmi vari sfornano le classifiche che poi troviamo sui maggiori quotidiani, stampa online, ect. ect.

Insomma, alla fine si ottiene un discreto ritorno in pubblicità e un’attenzione verso il libro-più-venduto quasi capillare.

Tutto bene, quindi?

Oddio, quasi

Attenzione, non metto affatto in dubbio che il libro in vetta alla classifica abbia venduto più degli altri o che l’ultimo abbia avuto più successo dei libri che non sono riusciti a rientrare in classifica. Il punto, però, è quanto? Cioè di che numeri stiamo parlando?

Considerando quello che avevamo già avuto modo di dire circa l’ottenimento dello status di bestseller, per le classifiche ci sono alcuni dati importanti da valutare e tenere a mente.

In primo luogo, il campione di riferimento. Le due società di servizi di analisi statistica ricevono le proiezioni di vendita (non le vendite effettive che saranno valutate in un secondo momento) di circa 900 punti vendita (su circa 1.400 come fa notare IlPost.it). Da questi “punti vendita di riferimento” però dobbiamo escludere quello che, negli ultimi anni, è diventato il colosso delle vendite di libri: Amazon (e con lui sono esclusi anche tutti gli altri rivenditori online).

Da escludere anche la grande distruzione (supermercati e autogrill) e tutto il comparto ebook (che sta vedendo, proprio negli ultimi anni, una grandissima impennata).

Cosa resta, quindi? Librerie indipendenti o legate a grandi gruppi come Feltrinelli, Mondadori o Giunti, ma di queste – dicevo – ne vengono prese in considerazione solo una parte (900 su 1.400).

A prescindere dal campione di riferimento, però, c’è anche un altro tasto dolente: i numeri. Perché nelle classifiche ci viene riportata la percentuale… ma in cifre grezze cosa significa?

Per darti un’idea della media che registriamo in Italia: circa i tre/quarti dei titoli pubblicati arrivano – talvolta con fatica – a tre copie vendute… in un anno.

All’estremo opposto, nell’Olimpo dei bestseller, una decina – risicata – di libri ottiene l’ambìto alloro del più-venduto. Per rientrare in questo Pantheon di cellulosa deve aver venduto almeno 50.000 copie.

Considerato questo e il fatto che le classifiche vengono aggiornate e riviste ogni settimana, quanto deve aver venduto un libro per rientrare in classifica?

…e il punto è questo: boh. Potrebbero anche bastare qualche centinaio di copie dato che una soglia minima per l’ingresso in classifica non pare esserci.

Secondo quanto riporta La Stampa, i capofila ex aequo dei best-seller di una delle passate settimane hanno venduto circa quattromila copie (4350, per la precisione) e tenendo sempre ovviamente conto che solo alcune librerie rientrano nel campione di riferimento per stilare poi la classifica.

Il successo (o meno) di un libro potrà essere noto – forse – solo a fine anno o al sesto mese dalla pubblicazione (in generale quando, secondo contratto con lo/la scrittore/scrittrice viene fatto questo conteggio): dalla tiratura (cioè le copie che il distributore ha distribuito) andranno sottratte le copie effettivamente vendute e i famosi resi (cioè le copie rimaste invendute che la libreria rispedisce alla casa editrice).


Riferimenti

I misteri di Chalk Hill recensione

Titolo: Der verbotene Fluss
Autrice: Susanne Goga
Genere: Romanzo storico/Giallo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: I misteri di Chalk Hill
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Lucia Ferrantini

Fräulein Pauly si trova sul traghetto che attraversa lo stretto della Manica. Alle sue spalle – più o meno – si trova la Germania, sua terra natia, che ha deciso di abbandonare; adesso ripone le sue speranze nell’Inghilterra e in Chalk Hill, dove prenderà servizio a breve.

Charlotte Pauly è, infatti, un’institutrice con il delicato compito di istruire le signorine e prepararle per il bel mondo. A Chalk Hill, la signorina in questione ha otto anni, si chiama Emily e, sebbene dia qualche rispostina salace (per quei tempi), la sua nuova istitutrice è pronta a vedervi un’alunna diligente, educata e dalla mente pronta… troppo pronta, forse.

Non passa molto tempo dall’aver consolidato una certa quotidianità a Chalk Hill che strani rumori iniziano a provenire dai corridoi (di notte), parecchi segreti paiono nascondersi ed essere nascosti dagli abitanti della casa e poi… e poi Emily, tra urli notturni e fughe diurne, inizia a parlare con sua madre. La vede, la chiama e la cerca quando non la trova in casa.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo?, mi dirai. Be’, nulla se non fosse che la madre di Emily è morta mesi prima.

La narrazione segue – per una grossa parte – il parallelo tra due Tom (attenzione, non si tratta della stessa persona… lì per lì ho fatto un po’ di fatica a realizzarlo):

  • il primo Tom che incontriamo è Sir Andrews, moglie Ellen (la madre di Emily per intendersi e defunta pochi mesi prima), nonchè deputato. La sua storia ci arriva per tramite di Charlotte, la nostra teutonica istitutrice;
  • il secondo Tom di cognome fa Ashdown e non è Sir e per scrivere i suoi articoli di critica teatrale/quello-che-gli-pare si firma con lo pseudonimo ThAsh (per la cronaca, tutti ne tessono le lodi, la sua scrittura risolleva addirittura gli animi, ma a me gli stralci delle di lui recensioni paiono molto insulsi e non si discostano per nulla dallo stile usato nella narrazione principale).
    Anche lui ha perso la moglie (Lucy), ma qualche anno prima e, per questo e svariati altri motivi, è entrato a far parte della Società per la ricerca psichica. A differenza del primo, la storia di questo Tom ci viene raccontata attraverso il suo punto di vista.

Chiarito questo aspetto, possiamo addentrarci nella storia.

… E già si comincia male. Non per essere pignola eh, ma dalla presentazione leggo che l’autrice, appassionata di romanzi storico-sentimentali e di gialli, avrebbe qui riunito i due interessi.

Tuttavia, ci sono alcuni dettagli che storicamente fanno un po’ storcere il naso (in ordine sparso, ma ce ne sono altri che non ho segnalato… sennò faccio sempre la pedante!).

Una madre che parla alla figlia (Charlotte) di “carriera” (sì, c-a-r-r-i-e-r-a) in alternativa al matrimonio è quanto di più inverosimile si possa trovare in un romanzo che si definisce “storico”.

Ah, dimenticavo un dettaglio: siamo nel 1890 in Inghilterra. Donne e carriera sono due termini che difficilmente vengono accostati con cotanta disinvoltura. E, per carità, è vero che fu proprio nell’ottocento che si iniziato a vedere tante donne impegnate in ambito letterario e scientifico, ma certo per una madre – a meno che non fosse di mentalià mooooooolto aperta – restava comunque una certa sensazione di onta personale il fatto che una figlia – femmina – guadagnasse dei soldi propri e  intraprendesse una “carriera” che potenzialmente l’avrebbe destinata allo zitellaggio.

Altra caratterista ottocentesca è il rapporto che oggi potremo definire “distante” tra genitori e figli. Difficile che una madre provvedesse alla toiletta nel neonato o all’educazione dei figli più grandicelli; ancor meno i padri. Quindi, nulla di sconvolgente che la cura dei bambini e la loro educazione fosse completamente affidata a figure diverse da quelle genitoriali.

Un po’ contraddittorio risulta, quindi, il ragionamento della nostra protagonista che si meraviglia, più di una volta, di come la madre, Lady Ellen, seguisse con apprensione e molte attenzioni la fragile salute della figlia Emily, considerando quasi eccessivo questo rapporto madre-figlia (anzi, ponendo in questo modo l’accento su questo aspetto, porta il lettore a immaginarsi il motivo di questo quasi morboso attaccamento). Di contro, però, ribadisce – anche qui più volte – che pure il comportamento del padre, più distaccato e – diciamolo francamente – più aderente alla realtà storica di riferimento, sia strano e alquanto sospetto. Allo stesso modo un po’ troppo fuori dal tempo che Charlotte si sorprenda che un matrimonio alto-borghese fosse programmato dalle famiglie e, quindi, potenzialmente infelice.

Tuttavia, la nostra istitutrice tedesca non è poi una cima e dalle sedicenti affermazioni iniziali in cui la stessa si dice essere una donna seria e affezionata alla piccola Emily, in verità, nel corso della narrazione, Charlotte si rivela essere un personaggio molto sciocco (di cui l’affermazione «Cominciano i giochi!» riferita al tentativo di comprendere la situazione di grave malessere e disagio della pupilla non è altro che la punta dell’iceberg delle molte contraddizioni presenti nella storia).

Ma, in generale, c’è la sensazione che qualcosa di molto anacronistico si covi in ogni frase del libro.

Ho letto numerosi romanzi ottocenteschi, non storici cioè ma scritti da dei contemporanei, e molti atteggiamenti, modi di fare e uscite varie dei personaggi oltre a essere davvero troppo moderne, in ottica storica potrebbero anche risultare impudenti e soprattutto molto maleducate.

È vero, certo, che le istitutrici non erano né carne né pesce (nel senso che non facevano parte della servitù, ma non potevano nemmeno permettersi certe libertà con i padroni di casa), ma le gerarchie, soprattutto in Inghilterra, erano molto rigide e ossequiosamente rispettate… da tutti.

Qui ognuno si concede piccole “ribellioni” assolutamente intollerabili, modi di fare troppo confidenziali e considerazioni troppo all’avanguardia.

I dialoghi sono spesso troppo colloquiali e usano terminologie e modi di espressione e costruzione della frase molto moderni. Per la maggior parte, si tratta poi di dialoghi fini a se stessi, riempitivi.

Si prosegue molto lentamente nella storia mentre la nostra Charlotte si alza, fa colazione, si veste, si mette/toglie giacche/capi d’abbigliamento in generale, beve tè, ci subissa di chiacchiere inutili ed elucubrazioni ripetitive, legge ma non ci riesce mai fino in fondo a causa dei tanti pensieri (lo stesso dicasi delle lezioni che è pagata per tenere), intercetta frammenti di conversazione, mangia ancora e osserva estasiata il paesaggio.

Gli altri personaggi sono più o meno sulla stessa linea: mangiano, aprono e chiudono porte, ricamano, lanciano commenti sferzanti pensando di non essere sentiti, bevono tè, si perdono in scambi di battute inutili, ect.

Insomma, si tratta di un elenco monotono e ridondante che troppe volte annacqua inutilmente la narrazione.

A parte il sano movimento di mandibola, i personaggi sono piatti e c’è qualche contraddizione nel loro comportamento e nei loro modi fare che impedisce al lettore di calarsi meglio nella vicenda.

Lo stile di scrittura poi non aiuta né ad apprezzare le uscite e battute “sarcastiche” dei personaggi (che li fanno tanto sbellicare) né le meccaniche della storia.

Mi ha ricordato un po’ un tema delle medie: quell’uso della lingua che inizia ad avere segni di maturità, ma a cui sfuggono ancora i misteri dell’intreccio fraseologico e una certa elaborazione nello stile e nell’accostamento delle parole.

E questa, per la verità, è la sensazione che mi ha tarlato per tutta la lettura: immaturo (nel senso di ancora acerbo). C’è una certa goffaggine nel portare avanti la storia e un certo imbarazzo nel dare maggiore spessore ai personaggi e senso ai loro dialoghi.

La storia deve molto a Jane Eyre: sia l’impianto generale che alcuni singoli episodi ricalcano il noto romanzo della Brönte.

Ed è evidente che la signora Goga ha un debito di riconoscenza parecchio importante con Charlotte Brönte (che, a onor del vero, lei stessa richiama nei “titoli di coda“;e anche i nomi di due personaggi – Charlotte ed Emily – potrebbero nascondere un altro omaggio… magari anche in Wilkins si nasconde un riconoscimento a Wilkie Collins?); ma anche con Giro di vite di Henry James dove ritroviamo la campagna, i bambini (che lì, però, sono due) e le apparizioni di fantasmi.

I riferimenti ai libri famosi poi si sprecano (Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen; Uno studio in rosso e Il segno dei quattro di Arthur Conan Doyle; Frankenstein di Mary Shelley). Se da una parte sono richiami assolutamente apprezzabili, dall’altra parte però affossano il romanzo della Goga se un lettore pensa, anche solo per un attimo, agli intrecci proposti dagli autori citati. Non che uno ne debba fare il paragone, ma se l’autrice cita tali mostri sacri, mi fa ben sperare che quanto meno pure lei se ne intenda un pochettino.

Invece…

… Lasciamo stare che la storia richiami molto Jane Eyre (ma qui lo ammette l’autrice stessa) e Giro di vite, perché certamente gli autori contemporanei continuano a ispirarsi molto ai classici passati (per citare un esempio che ho fatto poco tempo fa: Ladra di Sarah Waters).

Insomma, le idee ormai si sono esaurite… la fantasia umana si è spinta ormai quasi in ogni dove (streghe e fatine, divinità furiose, eroi e poteri magici vari, viaggi nello spazio, guerre tra dinastie, mostri nei tombini, ect.), quindi ciò che conta oggi è anche il saper aggiustare/personalizzare quelle idee per creare una storia godibile.
E, insomma, qui questo aspetto manca. Anche il mistero che si nasconderebbe a Chalk Hill è davvero poco “misterioso”, anzi… purtroppo è parecchio prevedibile e immaginabile molto rapidamente.

Le parti che dovrebbero essere concitate sono prive di pathos narrativo; le altre, come scrivevo sopra, ripetono gli stessi monotoni schemi.

Ho proseguito la mia lettura principalmente per capire come le storie molto simili dei due Tom, di cui scrivevo all’inizio, si incastrassero l’una con l’altra, ma non pensare che questa alternanza sia così preponderante nella narrazione. Il grosso dell’attenzione è, infatti, riservato a Charlotte.

In ogni caso, non è che si debba andare molto in là per comprendere come questi due fili narrativi s’intreccino alfine… e, attorno a pagina cento (su trecento circa), ero di nuovo bloccata.

Comunque, ho deciso di proseguire nella lettura – sebbene debba ammettere d’aver saltellato tra i paragrafi alla ricerca di quelli importanti per la storia – con la speranza di essere smentita.

Un po’ mi sono fermata, ho letto altro, poi ho ripreso… poi mi sono fermata di nuovo. Ma, dal momento che mi ero piccata di scrivere una recensione concludente, ho deciso di terminare la lettura… nel bene e nel male.

E questo che hai appena letto è il risultato.

Poi, per carità, la lettura è una delle cose più soggettive che esistono e sono convinta che, se il libro della Goga è stato tradotto ed è arrivato fino a noi, avrà sicuramente le sue potenzialità. Io, purtroppo, non sono stata in grado di cogliere.


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