Non ci credere recensione

non ci credere recensioneTitolo originale: Trust no one
Autore: Paul Cleave
Genere: Thriller psicologico
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Non ci credere
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad.: Davide Luca Musso

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

Jerry sta confessando. Sta confessato un qualcosa di atroce, eppure lo sta facendo. Non perché deve espiare, no… solo perché lo fa stare meglio. È così parla, parla. Parla di Susan con la z, di come si sia sentito attratto da lei, di come si sia introdotto in casa sua, nel cuore della notte, con un coltello in pugno e di come quello stesso coltello sia poi scivolato a fondo sempre più a fondo nella gola di Susan con la z.

Ma i suoi interlocutori non sembrano per nulla scandalizzati da questa sua confessione di un omicidio; il primo di una lunga serie, per la verità. Anzi, lo sanno già. La donna gli porge un libro… un libro strano. «“La prima frase recita: “Suzan con la z gli avrebbe cambiato la vita”».

Com’è possibile? Hanno già scritto un libro sul suo efferato omicidio?

No, la verità è che Jerry non è un furioso omicida. È solo un uomo costretto, a soli quarantanove anni, dalla cattiveria dell’Alzheimer in una casa di riposo, da cui quella mattina si è allontanato preda di una grande confusione. Non distingue più cosa è reale e cosa non lo è. E quella che gli ha passato il libro non è una donna qualunque, ma sua figlia.
Questo è il suo presente. Nel passato di Jerry ci sono invece tanti momenti piacevoli, tanti successi, tanti libri scritti (sotto lo pseudonimo di Henry Cutter) e tanti personaggi a cui lui ha dato una storia da raccontare e una voce con cui farlo. Tuttavia adesso, nella mente di Jerry, c’è confusione, caos. Per cercare di fare un po’ di chiarezza, Jerry comincia anche un diario che racconta la sua personale discesa agli inferi. Eppure… eppure qualcosa si nasconde nella mente di Jerry. Dei segreti inconfessabili che faranno dubitare di tutto e di tutti… perfino di se stessi.

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Il sipario si apre su di una scena quasi tragica: una malattia che consuma un uomo, trasformandolo nel nemico di se stesso. Nemmeno Jerry, lì per lì, riesce ad assumere correttamente quella notizia che gli piove addosso. Poi, però, arriva il diario della follia, il personale diario – di bordo – che Jerry tiene con se stesso e qui il tono si fa ironico, canzonatorio e molto frizzante, nonostante la malattia non rallenti il suo incombere.

La narrazione si divide, quindi, tra un narratore che registra in terza persona gli eventi che stanno accadendo e il protagonista Jerry che s’inserisce nella struttura creando intrecci tra passato e presente.
Attraversiamo insieme a Jerry quel delicato passaggio che lo porterà sempre più a fondo nelle follie e nelle cattiverie della malattia, fino a non ricordarsi delle persone cui ha voluto bene, fino a farsele nemiche e odiarle per cose che queste nemmeno hanno pensato di fare.

Ho trovato l‘idea di base originale: cosa accadrebbe se un grande e famoso scrittore di thriller s’ammalasse di Alzheimer e confondesse la realtà con la finzione da lui creata? Cosa accadrebbe se la malattia si spingesse così a fondo da separare le due identità di Jerry l’uomo e Jerry lo scrittore di thriller (Henry Cutter)? A chi dare ragione? Chi dice la verità? Di chi fidarsi?
L’inizio è molto scoppiettate: i loop di Jerry, la sua condizione mentale, ma anche i suoi – brevi – periodi di lucidità sono credibili e i dubbi su cosa sia reale e cosa non lo sia assalgono non solo il protagonista, ma anche il lettore che ne segue le vicenda attraverso il suo punto di vista.

Tuttavia, nella seconda parte, la situazione degenera un po’ e le “licenze” che l’autore si prende forzano un po’ la narrazione. Mi spiego meglio: arriva un punto della vicenda in cui l’Alzheimer si trasforma in una specie di amnesia selettiva. Per ore/giorni, Jerry continua a ricordare i concitati avvenimenti che si stanno susseguendo a ritmo incalzante, è consapevole della sua malattia e di quello che gli sta accadendo, anche se gli sfugge ancora qualche particolare. È reattivo e consapevole nonostante, nelle settimane precedenti, la malattia lo riducesse a un vegetale per la maggior parte del tempo. Il modo con cui gli altri – i poliziotti, il personale della casa di riposo (?) – lo trattano ricorda più l’atteggiamento che si ha verso un ritardato  mentale piuttosto che verso un malato di Alzheimer.
Inoltre, è un po’ inverosimile la parte conclusiva, dal momento che è abbastanza incredibile che

Attenzione, spoiler!

1) due assassini psicopatici entrino in contatto con Jerry e
2) decidano, chi per un motivo – il gusto di farlo – chi per un altro – la necessità di scrivere quello che si conosce per diventare un grande scrittore di thriller – di approfittarsi della malattia di Jerry usandolo come capro espiatorio mentre loro spargono vittime in giro senza commettere nemmeno il più piccolo errore.

Per quanto riguarda la caratterizzazione dei personaggi, Jerry è sicuramente quello meglio realizzato, nonostante le leggere discrepanze finali che si riscontrano nell’incombere della sua malattia. I secondari sono ben tratteggiati, anche se, dal momento che la narrazione procede seguendo il punto di vista di Jerry, non molto approfonditi.

Gli ambienti – la casa di riposo, la casa di Jerry… – hanno sufficienti dettagli per essere immaginati. Le descrizioni non sono invadenti e non rallentano la narrazione, ma l’arricchiscono.

Infine, il linguaggio è scorrevole, frizzante, spesso intervallato da battute o da punte di sarcasmo.

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