Nobody recensione

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Titolo: Das andere Kind
Autrice: Charlotte Link
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2009
Titolo in Italia: Nobody
Anno di pubblicazione ITA: 2010
Trad. di: Umberto Gandini

Gwen è una dolce ragazza, premurosa e molto affettuosa, ma particolare: lo strambo accostamento che è in grado di fare dei colori e delle mode rende davvero imbarazzante – per gli altri – il vestirsi e la spiccata timidezza le rende quasi trovare un uomo. No, leva il quasi. Trentacinque anni e Gwen non ha praticamente mai avuto una relazione.
Eppure… qualcosa sta per cambiare.
All’uscita da un corso di self-help (quelli che ti spingono a uscire dalla tua timidezza e a raffrontarti con il mondo che ti circonda), Gwen incontra Dave Tanner. Lui è bello, colto e intelligente. Insomma, che ci fa un tipo del genere con una come Gwen? Be’, a quanto pare si sposano. Gli amici più stretti di Gwen sono esterrefatti; contenti per la ragazza certo, ma molto dubbiosi sulle reali intenzioni di questo bel quarantenne, avvenente, insegnante di francese per tre sere la settimana, sbucato dal nulla.
Ma fanno bene a preoccuparsi?
Scarborough, in ogni caso, non è più la tranquilla cittadina di un tempo. Pochi mesi prima una ragazza, Amy Mills, è stata brutalmente uccisa mentre rientrava a casa dopo un turno come babysitter. C’è un assassino in città?

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Nella mia mente il nome Scarborough è da sempre legato a dolci colline verde, gente simpatica e indaffarata nelle fiere settimanali (la causa di questa mia distorsione è la popolare ballata Scarborough Fair). Ora, con il libro di Charlotte Link, questo mio bucolico quadretto si è presto spezzato.

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L’efferato omicida arriva, infatti, a fracassare la testa della giovane Amy e ad attendere che la giovane rinvenga per spaccargliela di nuovo contro il muro. Venti minuti di tortura e la polizia non sa davvero che pesci prendere: si tratta di gelosia? Si tratta di un folle che ha scelto la sua vittima a caso? Insomma, chi è colpevole?

Si comincia a turbinare come una bussola alla ricerca del nord abbastanza velocemente; nonostante il primo prologo ci metta tutto il libro per essere spiegato, la vicenda obiettivamente parte con un buono slancio.

Accanto a questo drammatico scenario, corre la vicenda principale: la storia di normalissima quotidinità di Gwen e dei suoi amici e parenti. Certo, sconvolti e, in un certo qual modo, curiosi dall’improvvissa e tragica fine della giovane Amy, ma in fondo the show must go on e ognuno di loro ha la propria vita da portare avanti (e nessuno di loro poi conosceva la sventurata ragazza personalmente).

Ora, il problema è: come si combinano insieme questi due livelli narrativi? Perché è evidente che, prima o poi, ci sarà un punto di raccordo e la narrazione tornerà a essere unica. Ma dove? Quando?
Più tardi di quello che uno sprovveduto lettore potrebbe immaginarsi.

Tutto sommato si tratta comunque di un libro abbastanza lungo, denso di avvenimenti e sottotrame. La trama corre abbastanza sinuosamente, anche se non penso di poter parlare di page-turner.

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Non è scritto in maniera eccelsa, ma certo la Link è brava a giocare con la curiosità del lettore almeno per quello che riguarda la parte dello “scopri l’assassino“. Per esempio, perché Dave Tanner vuole sposare Gwen? Per crearsi un alibi per la notte dell’uccisione di Amy? Potrebbe… ma, no, ecco che arriva qualcosa che smentisce questa ipotesi. E allora? Potrebbe essere Jessica Blankley, l’amica/cliente di famiglia, con il suo oscuro segreto e l’estrema facilità con la quale si prende a cuore le storie altrui? Mmm, forse no… Oppure… Stan Gibson, il manovale oppressivo? È uno schizzato ci sta… e se, invece, fosse solo una storia del passato?

Insomma, devo ammettere che la mia rosa di candidati all’ambito titolo di “colpevole” è andata bellamente a farsi benedire. Quindi, sotto quest’aspetto tanto di cappello alla Link per avermi fatto cadere delle nuvole.

Sotto il profilo delle sottotrame, non posso dire di essere rimasta altrettanto sorpresa. I rapporti tra i personaggi sono abbastanza prevedibili; il loro comportamento subisce, talvolta, spinte un po’ troppo al limite del divinatorio.
Il loro passato è comunque molto curato, sebbene i personaggi restino un po’ legati alla struttura del “raccontino” e non abbiano proprio una carica tale da colpire il cuore o l’immaginario del lettore.

Carino è il modo in cui i personaggi ci vengono introdotti per la prima volta, e cioè tramite il passaggio dal punto di vista di uno di loro.

Ora, un paragrafo a parte se lo merita il finale. Dopo aver ben condotto la caccia all’assassino (almeno, ripeto, io non me lo aspettavo), ecco che arriva una conclusione a dir poco insoddisfacente. In primo luogo, per i segnali dal futuro di Jessica Blankley; davanti a una profeta del genere, la stessa Sibilla Cuman di Harry Potter impallidirebbe. Altro aspetto assolutamente non altezza sono le chiacchiere con il colpevole. Minuti e minuti che si perdono in spiegazioni, recriminazioni, motivazioni (ho fatto questo perché mi sentivo/ero/sono…) con tanto di pistola puntata dritta al petto e spostamento in zona propizia per uccidere (con la conseguente perdita di minuti e il vantaggio fornito agli aiuti in arrivo).
Infine, la morte di Amy Mills:

Spoiler

Da quei brevi passaggi con il siparietto della povera e molto inutile Ena Witty, pare che il principale indiziato per la morte della giovane baby-sitter sia Stan Gibson.
Tutto bene, tutto okay.
La stessa Valerie, l’investigatrice che conduce l’indagine, ci crede molto ed è convinta della sua colpevolezza (anche se, nel corso della narrazione, si convince abbastanza spesso della colpevolezza del sospettato di turno). E poi? Il fatto di possedere delle foto e, sostanzialmente, di stalkerizzare a distanza Amy Mills non sono prove sufficienti ad accusare Stan di omicidio. Fine. Manca qui una conclusione certa della storia con la quale si è sostanzialmente aperto il libro.

Questa storia non viene ulteriormente chiarita né sappiamo come (e se) va a finire.

In compenso, conosciamo la triste sorte di Nobody e ci sorbiamo un ricapitolo su “cosa fare della mia vita” da parte di Leslie, la conoscente-di-famiglia.
Grazie, ma come finale mi pare molto sottotono rispetto al modo in cui si sono girate le carte fa i vari sospetti (aspetto che, ripeto, ho apprezzato maggiormente).

In definitiva, un libro capace di giostarsi bene nella conduzione dell’indagine; tuttavia, lento o tirato via in alcuni passaggi. Personaggi curati, ma privi di empatia con il lettore.

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