Né di Adamo né di Eva recensione

Né di Adamo né di Eva recensione
Titolo: Ni d’Ève ni d’Adam
Autrice: Amélie Nothomb
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2007
Titolo in Italia: Né di Adamo né di Eva
Anno di pubblicazione ITA: 2008
Trad. di: Monica Capuani

Amélie è finalmente arrivata in Giappone. Qui è nata e qui, dopo circa qundici anni di separazione, decide di far ritorno auspicabilmente per sempre. Sorge, tuttavia, un primo problema: come guadagnarsi la pagnotta e campare del lontano Giappone? Soluzione: dare lezioni di francese (Amélie, infatti, è belga). Mette così un annuncio e l’attimo dopo è a fare da “insegnante” a un giovane, bello e ben messo (anche economicamente), giapponese di nome Rinri. Incontrerà i suoi amici, pasferrano piacevoli serate insieme e, alla fine, la freccia già conficcata dal dispettoso cupido avrà il suo effetto. Comincerà così la relazione tra i due simili in un certo qual modo per quanto lui condivida l'”occidentalità” della ragazza e lei, di contro, ne apprezzi l'”asiaticità”.

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La storia d’amore tra un giapponese che odia le sue connazionali e una belga che ama il Giappone (anche perché qui è nata) a velocità 2x. Infatti, nel giro di pochissime pagine: si conoscono, fanno tre brevi lezioni (?) di francese e poi, bam!, finiscono a letto insieme e parlano d’amore (lui; lei pare un po’ più restia). Complice l’appartamento di una collega, la storia d’amore tra i due dilaga. E, tuttavia, io non mi sono ritrovata per nulla “coinvolta” questa loro passione.

Grazie a un linguaggio talvolta simpatico e ironico, Amélie ci racconta un po’ il suo Giappone, con le sue stranezze, i suoi controsensi, le sue bellezze e tradizioni (non tanto approfonditamente quanto si possa immaginare comunque). Diciamo che questa vicenda dello “scontro” tra civilità resta molto sullo sfondo, considerando la conclusione della  vicenda; ma ripropone qualche episodio simpatico (come la valigetta “per ogni occasione” dei giapponesi e la stanza per custodirle).

Ora, devo ammettere che qualche accenno autocelebrativo (ok, più di “qualche” dato che nel romanzo c’è più di un esempio) mi hanno un po’ infastidito a lungo andare. Dalle mie parti si dice “chi si loda, s’imbroda”, ma pare che la protagonista in questione non conosca questo detto. Tuttavia, ritagliati via questi pezzetti nei quali Amélie sembra affetta da una sorta di superiorità mistica/epica/messianica (o zoroastrania… e non ho capito se il riferimento a Zarathustra è legato all’innalzarsi verso le stelle), spesso a discapito degli americani, e senza considerare le parti in cui è preda di “grida estatiche” o vittima di comportamenti davvero sciocchi e infantili, la storia scorre abbastanza bene pur avendo quei finali che a me lasciano perplessa. Quelli, cioè, in cui la protagonista non riesce ad accettare le sue fortune, ma, ehi, tutti i trascorsi resteranno per sempre nel suo cuore.

A costo di ripetermi: a mio modesto parere, la figura della protagonista (non ho capito quanto ci sia si autobiografico) è un po’ un incrocio tra una ragazzina dodicenne personaggio di un anime scolatico (infantile e stupidità per la maggior parte delle sue reazioni al mondo) e una donna ventenne (cioè della sua età) che crede d’aver già capito tutto della vita, incapace di impegnarsi e prendersi le proprie responsabilità, ma in grado di darsi grandissime arie di superiorità.

Poi c’è il lui della situazione, Rinri. Anche lui è un personaggio che non ho ben compreso, strambo incrocio tra una simpatica massaia, un ingenuo incapace di vedere la realtà della situazione (finale) e un normale ragazzo giapponese che ama lo svago in qualunque sua forma e avverte il peso dell’impegno, dell’onore e del dovere (ginsto per la cronaca: alla fine, io patteggio per lui!).
Gli altri personaggi – eccezion fatta per i nonni di Rinri, simpatici e folli al punto giusto da risultare comunque credibili (= dopo una vita di convenzioni e frustrazioni, i vecchi giapponesi sbroccano) sono giusto delle comparse più o meno parlanti.

Ovviamente, la storia è incentrata su Amélie, il punto di vista seguito è il suo e l’io narrante ci “accompagna” in questa parentesi (non so quanto) amorosa della vita della protagonista. Alla fine fine, si tratta del classico romanzo francese: lui, lei, un inspiegabile mal di vivere, dolori immotivati e decisioni poco coraggiose.

Interessante, sebbene faccia da fondale, resta il confronto con le “particolarità” giapponesi, i loro modi e usi un po’ strani e le loro (grandissime) contraddizioni (certo, chi siamo noi per parlare…). Figure come il maestro di cerimonia della conversazione sono, per noi occidentali, entità assurde e quasi comiche, ma non in Giappone dove quasi ogni cosa viene presa con molta serietà.

Insomma, a parte questo seppur accennato “scontro” tra civiltà, resta poco altro di interessante. Non ho capito se il libro è una sorta di mega-lettera di scuse (se si tratta di un romanzo autobiografico); perché, in caso contrario, la storia narrata ha davvero poco spessore.

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