L’ipotesi del male recensione

l'ipotesi del maleTitolo: L’ipotesi del male
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2013

Preceduto da:
– Il Suggeritore

È una carneficina. Un’intera famiglia distrutta in una sola notte. Da un solo uomo.

E l’assurdità della situazione non finisce qui, perché quest’uomo vuole anche farsi riconoscere, obbligando l’unico sopravvissuto della famiglia, il piccolo Jes, a chiamare la polizia.

Quindi, sparisce.

Ma la polizia sa chi è. Roger Valin.

Un nome già noto, non perché di un criminale… ma perché di una vittima. Un volto che al Limbo, la sezione che si occupa dei casi di sparizione, conoscono da diciassette anni. E, dalla descrizione che il bimbo fornisce, sembra non essere minimamente cambiato in questi anni di scomparsa: stesso taglio di capelli, anche se un po’ più bianchi, stesso volto scavato e stessi identici vestiti della foto che al Limbo sono riusciti a reperire.

Che sta succedendo? E perché quest’uomo, sparito e dimenticato dal mondo, adesso ritorna? Perché ha ucciso un’intera famiglia, lasciando come testimone il piccolo Jes?

Interrogativi ai quali, Mila Vasquez dovrà rispondere a caro prezzo.

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I personaggi sono tanti, ma l’unico su cui si concentra l’azione è Mila (gli altri sono più che altro nomi che si susseguono e classici clichè: come la mega “capa” – tosta, sexy, bellissima e con uno spiccato gusto per i bagni nello Chanel N.5).

Sempre con questo suo problema con le emozioni (Mila è assolutamente incapace di empatia e ha rapporti solo con la paura e il dolore)… anche in questo capitolo, non ci schiodiamo e non andiamo molto avanti rispetto a quelle che erano le “pecurialità” di questo personaggio ne Il Suggeritore.

Mila è anche brava, qui come non mai; era brava ne Il Suggeritore, perché non dovrebbe esserlo anche qui? Però, le sue intuizioni sanno davvero troppo di divinazione.

Voglio dire: apparentemente, anche Sherlock Holmes – cui Mila non è paragonabile – pareva un indovino. Cosa che, in realtà, non era, perché le sue “intuizioni” erano il frutto asettico di un’attenta analisi e ponderata logica. E, quando rivelavi il “trucco”, tutto era così palese e perfettamente logico.

Qui, be’, qui rimaniamo bloccati alla “fase intuitiva”, istinto femminile, folgorazione sulla via di Damasco… chiamiamolo come preferiamo, ma è davvero esagerato. Ovviamente – e immancabilmente -, l’idea, la sensazione, la rivelazione divina di Mila si rivela fondata. O

ra, non è difficile per il lettore capire dove andrà a parare la situazione, complice gli accenti che vengono posti nelle scene a particolari apparentemente inutili, ma per Mila? E va bene una, due, tre volte… ma, ben presto, è un escamotage che stufa: un’indagine non può proseguire solo per le intuizioni mistiche di un unico personaggio (che va avanti da solo perché non può/vuole chiamare i colleghi; dimentica/è impossibilitato ad usare la pistola/il cellulare).

Se non è Mila a ricevere la folgorazione, allora è Berish; anche lui, però, impossibilitato a servirsi dell’aiuto dei colleghi – eccezion fatta per Mila – perché non può/vuole.

E veniamo allora a Simon Berish, il reietto, l’antropologo nonché controparte maschile di Mila in questo secondo capitolo dopo Il Suggeritore (dove ne aveva un’altra di controparte). Figura quella di Berish, da un lato un poco curiosa (che cosa mai avrà fatto di così terribile per inimicarsi l’intero corpo di polizia senza che Mila, che sono anni che lavora come poliziotta, ne abbia mai sentito un vaghissimo accenno?); dall’altro, insulsa e contraddittoria e, Dio, quanto è bravo anche lui con le intuizioni mistiche (i superiori non gli passano più casi, nessuno vuole più lavorare con lui, ma – non si capisce bene come – arriva fino all’interrogatorio di un sospettato… insomma, una fase delicatissima messa improvvisamente e inspiegabilmente nelle mani di uno di cui tutti diffidano?

Da qui, Berish si crea una nicchia in un mondo che non lo vuole e non lo considera più nemmeno. E anche il motivo per cui è considerato un reietto… boh… non ci sono nemmeno prove… e, nota personale, il suo “rivoluzionario” modo di condurre gli “interrogatori” con psicologia spiccia è assolutamente non credibile).

Ovviamente, tra i due c’è simpatiiiiiiiia (come diceva l’Olmo di Fabio De Luigi).

Non so, mentre leggevo ho avuto questa spiacevole sensazione come di dejà-vu: l’assassino che lascia briciole di pane ai poliziotti per condurli attraverso un macabro tour dell’orrore e per sfidarli/indottrinarli; dita scarnificate, case piene di cianfrusaglie… insomma, si cerca – o quantomeno questa è stata la mia sensazione – di occhieggiare alle cacce al criminale americane, mancando però di quel pathos e di quell’escalation nello srotolamento della storia.

Insomma, evoluzioni tra i personaggi scontate; passaggi narrativi prevedibili; fastidiose ripetizioni. Durante la narrazione, si mette l’accento su alcuni aspetti, alcuni personaggi, alcuni elementi con la conseguenza che, quando questi si rivelano o si presentano in quello che dovrebbe essere un colpo di scena, la sorpresa è sparita nel sospetto – o meglio certezza – che le cose sarebbe andate esattamente in quel modo (altrimenti perché concentrasi su quell’inutile particolare?).

Non so se avendo letto Il Suggeritore e conoscendone la fine ho cominciato con un gap, dal momento che già avevo un’idea di chi potesse essere il “cattivo” in stile Pifferaio Magico (o “manipolatore di coscienze” se preferiamo); però, trattandosi del secondo di una serie di thriller, non penso che i fatti e gli “intrighi” debbano essere così evidenti e palesi (e simili al precedente) come lo sono qui.

Alla fine, diventa davvero irritante: tutto ciò che ti aspetti accade. Si cerca di uscire dal banale, ma non si fa altro che ricadere nel prevedibile.

Sono così tanti i passaggi scontati e banali e poco credibili da essere irritanti. E certe uscite in stile “coniglio dal cilindro” puzzano davvero troppo di “colpo di scena” da telenovelas (segreti che sbucano dal nulla, nascosti a tutti, ma gettati addosso al primo sconosciuto che capita).

citazione l'ipotesi del male

Mi ripetevo stile mantra: “Il Suggeritore ti è piaciuto un sacco; vai avanti, vai avanti… il finale sarà una bomba…“.
La bomba letteraria purtroppo non arriva; in compenso abbiamo un inutilissimo riepilogo della vicenda, come se non fosse stato già sufficiente l’averlo immaginato e poi l’averlo letto mentre accadeva il tutto.

Comunque, si tratta di una lettura non troppo impegnativa, non troppo ingarbugliata, non troppo coinvolgente; non imprevedibile; non appassionante; sotto molti punti di vista scontata. Alcune delle storie degli “insonni” (in particolare mi riferisco a quella di Diana e della madre) sono ben costruite, ma restano comunque una parentesi di poche pagine nella narrazione della storia principale.

Devo ammettere che la lettura mi ha pesato molto (complice forse la sfiducia improvvisa che mi ha preso… v. avanti per la spiegazione).

Si tratta di un thriller, ma qui mancano molti degli elementi del genere: l’affannosa ricerca del sospetto; personaggi – non necessariamente belli e abilissimi nel loro lavoro – capaci di artigliare il lettore al cuore; una storia con dei colpi di scena che siano tali; il ritmo alla narrazione…

Qualche perplessità me l’hanno lasciata la sfila di marche automobilistiche. Che ci sia stato un qualche accordo con le principali case automobilistiche del mondo? Ovviamente la mia è una – triste – battuta, ma è una sfilza ininterrotta di marche d’auto (per quella che è la mia conoscenza non fa nessuna differenza identificare il modello per immaginarmelo). A parte questa precisione nell’indicare il modello dell’auto, le descrizioni soffrono un po’ di asetticità con qualche frase e immagine che si fingono poetiche, ma sono solo irritanti. Si tratta, comunque, di qualche particolare buttato lì, ma nulla di particolarmente eclatante. Insomma, una descrizione ambientale molto scarna («Le pareti erano rivestite da carta da parati rosso scuro. Il pavimento era coperto da una moquette dello stesso colore ma con grandi fiori blu – scelta apposta perché i clienti non distinguessero i punti in cui si sarebbe macchiata nel corso degli anni. Un lampadario impolverato sovrastava un letto matrimoniale marrone in legno laccato. Il copriletto era di raso bordeaux e presentava alcune bruciature di sigaretta. C’ erano due comodini coi ripiani in marmo grigio. Su uno era appoggiato un apparecchio telefonico […]» [e avanti così stile elenco della spesa]).

Forse si tratta solo di un ricordo errato, comunque sbiadito, ma ricordo che la prosa di Carrisi mi era piaciuta. Mi ero detta: ecco finalmente qualcuno che conosce l’esistenza delle subordinate (cordinate, ect.) e di una punteggiatura che vada oltre il punto e la virgola (e lo dice un’amante della virgola). E, quindi, che diavolo è successo? Qui abbiamo frasi brevi, semplici semplici; tante virgole; tanti punti. Non chiedo termini aulici, per carità!, ma frasi costruite sì. E frasi che abbiano un senso e che non fingano immagini poetiche («Sollevò la cornetta e gli squilli cessarono di colpo. Se la portò all’ orecchio e ascoltò un vuoto fatto di silenzio.»; «Gli strilli delle rondini passavano e svanivano in una sconosciuta lontananza.»).

Insomma, sono molto amareggiata. Carrisi era uno dei pochissimi autori italiani che consideravo davvero valido. Questa Ipotesi del male mi lascia davvero sfiduciata e mi chiedo se ho preso una botta in testa mente leggevo Il Suggeritore o dopo aver letto L’ipotesi del male (a questo punto, non saprei se rileggere il primo per capire un po’ se devo preoccuparmi o meno).

Per carità: non tutte le ciambelle escono con il buco, così come non tutti gli scrittori  – soprattutto se abbastanza prolifici – incasellano sempre storie meravigliose tra le pagine di un libro.

Non escludo di poter rileggere in futuro Carrisi, in memoria de Il Suggeritore – salvo che un’eventuale rilettura non mi faccia ricredere. Al momento, però, sento di dovermi ritirare nel mio guscio sfiduciato e depresso. Sob…

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