La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo recensione

la-moglie-delluomo-che-viaggiava-nel-tempoTitolo: The Time Traverl’s Wife
Autrice: Audrey Niffengger
Anno di pubblicazione: 2003
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Anno di pubblicazione ITA: 2005
Trad. di: Katia Bagnoli

Henry la incontra per la prima a ventotto anni. In biblioteca. Lei ha bisogno solo di alcune indicazioni su di un libro, ma, dopo averlo visto, sembra dimenticarsene. Esplode dalla gioia e lo invita a cena, perché lei Clare, vent’anni, la ragazza che Henry ha appena conosciuto, lo stava aspettando da ben due anni.

Come è possibile?

Lei dice di conoscerlo sin da quando era piccola; d’avere un diario con tutte le date in cui si sarebbero incontrarti – indicazioni che è stato Henry stesso a fornirgli.
Impossibile?
Non tanto per un tipo come Henry, affetto da cronoalterazione, un parolone il cui significato è semplice: Henry può viaggiare nel tempo.
Quindi, ecco… quella che ha appena conosciuto è sua moglie!

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Ok, ok… confesso: non c’entrano nulla, questo libro è stato scritto quattro anni prima rispetto alla – nuova – serie televisiva, ma io non ci potevo non vedere il Dottore e Amelia Pound (the girl who waited) e River Song (the Doctor’s wife). Lo so, lo so: è stata una deformazione sciocca che mi ha fatto vedere l’intero romanzo in un’ottica diversa (diciamo pure che, senza nemmeno aver cominciato a conoscerli, sentivo già una spiccata affinità con i personaggi).

Tutto questo per dire che se dovessi cadere in qualche scivolone di valutazione, il motivo è presto detto.

Veniamo, quindi, a noi.

Henry è il nostro uomo, il nostro viaggiatore del tempo. Ma qui non abbiamo Tardis né Vortex; qui il viaggiare nel tempo è un’anomalia (no, vabbè, parlo proprio come una whovians…), una specie di malattia. Non controlli il tuo passaggio nelle epoche: non sai quando avverà, non sai per quanto tempo durerà e non sai in quale tempo arriverai. Sai solo che… te lo devi aspettare… prima o poi.

Insomma, si tratta di una patologia con un nome specifico: cronoalterazione.

In uno di questi “salti” (perché, insomma, il viaggio è una cosa più pianificata e Henry non ha il tempo di programmare nulla), incontra Clare, quella che diventerà sua moglie, ma che al momento è solo una ragazzina di sei anni. Lei non lo conosce – non ancora – ma lui sì e di lei sa tutto (persino come prende il caffè). E tuttavia verrà un tempo in cui sarà Clare a conoscere lui, ma lui non conoscerà ancora lei. E ci sarà un tempo in cui un Henry trentenne insegnarà al piccolo se stesso a borseggiare o un tempo in cui due quindicenni, due Henry, si divertiranno assieme.

Intricato?

Eheh, questi sono i viaggi nel tempo. Disse qualcuno una volta: «People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint – it’s more like a big ball of wibbly wobbly… time-y wimey… stuff.» [«La gente pensa che il tempo sia una mera progressione da causa a effetto, ma *in realtà* da un punto di vista non lineare, non soggettivo, è più come una grossa palla di traballante traballosa… temporaleggiante… cosa»].

Qui, però, il tempo non si cambia. Ogni cosa è già scritta e ogni momento – presente, passato o futuro  – è importante, fondamentale e, sì, anche unico nonostante si riviva una, due, tre, cento volte.

Insomma, è una storia che va letta con attenzione, perché gli sbalzi temporali non sono solo per Henry, che frastornato e nudo deve affrontare un nuovo tempo, ma anche per il lettore che deve rabberciare la storia seguendo due punti di vista diversi disseminati in diverse epoche temporali.

Quindi, soffermandoci un attimo su questo cambio di narratore, direi che è ben fatto (si poteva far meglio, è vero, ma il risultato globale è accettabile). La differenza tra Henry e Clare narratore si avverte più in certi passaggi; meno in altri. In alcuni paragrafi, dopo aver preso confidenza con lo stile dei personaggi, non si fa difficoltà a capire chi sta parlando; in altri, tuttavia, le indicazioni all’inizio aiutano a individuare il narratore.

Sempre con riguardo al passaggio di narratore in narratore, ho appezzato molto la differenza tra Clare bambina e Clare donna (Henry è più un corpo unico nella narrazione: scelta coerente considerando che per lui il tempo si muove in maniera diversa). Per fare un esempio: la Clare di sei anni racconta e racconta, la punteggiatura è scarsa come se si trattasse di un discorso fatto di getto con un unico respiro (un po’ come quando un bambino, entusiasta di qualcosa, ha foga nel raccontarla a un adulto), si sofferma su particolari inutili; mentre la Clare più matura è più posata, capace di descrivere gli avvenimenti con più calma e precisione.

L’intreccio, quindi, si regge essenzialmente sui due poli di questa storia d’amore sui generis con Henry e Clare in veste di moderni Ulisse e Penelope.

Gli altri personaggi ci sono e non ci sono. Il comparto affettivo di Henry è sicuramente più curato rispetto a quello di Clare; e del vasto gruppo di amici se ne contano solo un paio a cui viene prestata più attenzione e qualche scena in più rispetto agli altri. Tuttavia, non si può parlare di un approfondimento vero e proprio, perché l’obiettivo del narratore è sempre fissato su questa strana coppia temporale. Infatti, la loro storia, per certi aspetti, è già passata, ma un’altra parte è ancora in costruzione (e questo dislivello di esperienze e percezioni e ricordi passati, presenti e futuri tra i due protagonisti è sicuramente un aspetto molto affascinante).

Sotto certi aspetti, tuttavia, mi aspettavo una trama più complessa, intrecciata saldamente a balzi e paradossi temporali come se tutto fosse in continua mutazione (invece, qui la vicenda è un po’ statica e predestinata). Apprezzo, come ho già scritto, l’idea di partenza (cosa che mi ha fatto propendere per un voto più generoso), ma mi resta qualche dubbio sulla realizzazione. La scelta di avere un passato e un futuro saldamente intrecciati lascia poco spazio alla suspance con la conseguenza che la parte centrale del libro è abbastanza stagnante. Forse, si sarebbero ottenuti maggiori risultati eliminando qualche scena inutile, che non aggiunge davvero nulla alla narrazione, e riducendo così il numero di pagine.

Ciò non toglie, comunque, una conclusione toccante e un messaggio profondo: vivere ogni istante come se fosse unico (dall’altra parte, però, forse un po’ pessimistico: non importa ciò che fai, perché il tuo destino è già tutto scritto).

Ah! Un piccolo consiglio: non leggere la quarta di copertina oppure leggine solo le prime sei/sette righe, perché dopo c’è uno spoiler bello grosso che ti leva una buona parte della tensione nella seconda metà del romanzo. Solitamente, come sai, è difficile che io legga le quarte, ma qui mi son detta: eh, via, sono a metà del libro… guardiamo come viene riassunto qui il romanzo (dannata curiosità!). Ovvio che la mia sia stata una scelta sbagliatissima (pensare che, se avessi aspettato qualche pagina, non sarebbe successo nulla…).

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