La crisi dell’editoria in Italia

I numeri sono, ahimè, noti e, ogni anno, calano a picco verso il basso: non si legge più, chi legge un libro al mese è una specie di übermensch (super-uomo), le case degli italiani sono nella maggior parte dei casi spoglie di libri.
In qualunque modo li si voglia leggere, questi dati evidenziano una sola verità: la crisi dell’editoria in Italia.

E, se a salvare la disastrosa situazione pare restino solo i bambini e gli anziani indefessi lettori, il tunnel  della crisi sembra così profondo e buio da essere impossibile vederne la fine.

Già in passato, l’AIE (Associazione Italiana Editori) evidenziava una situazione precaria in cui il mercato del libro avrebbe visto la sua drastica discesa nel giro di pochi anni con segni negativi a puntellare quasi ogni voce del mercato editoriale italiano.
Ed effettivamente così è stato: molte piccole e medie case editrici hanno chiuso, altre hanno cercato di reinventarsi e ci sono riuscite… altre meno; i grandi gruppi hanno cercato la sopravvivenza nell’unione (non c’è bisogno che riporti il caso Mondazzoli) .

Tuttavia, chi è riuscito a barcamenarsi fino a oggi può sorridere intravedendo finalmente una luce in fondo al tunnel. Secondo una recente rapporto dell’AIE, infatti, il mercato dei libri torna a essere in – piccola – crescita:

«Se si considera come comprendente il “perimetro del mercato” l’usato, il remainders, il non book (cioè i prodotti non strettamente librari venduti in libreria ma in cui sempre più spesso gli editori si cimentano con linee produttive dedicate, e che costituiscono parte importante e crescente per l’equilibrio economico) la crescita raggiunge il +0,5% sul 2014, pari a 2,680miliardi. Se si osservano solo i canali trade e per i soli libri nuovi, il valore cresce al +0,7%.»
[Fonte: “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia. Un consolidato 2015 e uno sguardo sul primo semestre 2016” a cura dell’Ufficio Studi AIE]

Tuttavia, il numero dei lettori/non-lettori pare assestarsi più o meno sulle stesse cifre. E allora?

Allora, in primo luogo vorrei riportare le considerazioni che Pietro Biancardi, editore di Iperborea, fece un paio di anni fa in un’intervista di Linkiesta:

«[…] si deve stare attenti a distinguere i dati sulla lettura da quelli sull’acquisto di libri, che non sono esattamente la stessa cosa. Sull’acquisto di libri il calo è generalizzato, ma come lettura, per esempio, la fascia dei lettori forti si mantiene stabile. Questo per esempio è un dato positivo, perché dimostra come il calo delle vendite non sia un dato strutturale che dimostra che la stagione del libro stia tramontando, ma che sia piuttosto un dato congiunturale, ovvero che, semplicemente, i lettori spendono meno perché hanno meno soldi o hanno la percezione di avere meno soldi. Quindi, banalmente, un lettore forte prima andava in libreria e comprava dieci libri, ora ne compra cinque, e magari gli altri cinque li prende in prestito in biblioteca. Quindi, se ha cambiato effettivamente al ribasso le sue abitudini di acquisto, non ha cambiato le sue abitudini di consumo. Risparmia, ma continua a leggere a tassi non troppo diversi da prima. Questo comporta che, per editori che hanno saputo costruirsi una nicchia di riferimento, che fanno libri di qualità e che hanno le energie per costruire una cultura del libro intorno ai propri titoli, le cose non sono così tragiche. Diverso è il caso di chi invece non ha un catalogo forte, ma che punta molto sui fenomeni editoriali, sui lettori deboli o occasionali.»

Se il numero di lettori – crisi o no; acquisti o prestiti; cartaceo o digitale – resta più o meno costante, per la qualità dei libri il discorso è diverso… molto diverso e mi sento di dire anche peggiore.

Traduzioni raffazzonate, svarioni nella correzione ortografica e grammaticale, fascette ammiccanti per ammaliare lo sventurato lettore.

E… il fenomeno degli ultimi anni: il proliferare di astri del web che nulla ci incastrano con i libri.

Sul primo punto, è evidente che presentare testi anche buoni, ma con scarsa (in certi casi, scarsissima) cura  nella traduzione, nella correzione, nell’impaginazione, ect. porti inevitabilmente un allontanamento del lettore che, al prossimo acquisto con quella determinata casa editrice/autore/autrice, ci penserà sopra due volte… magari anche tre e, magari, alla fine opterà per altre soluzioni.

Va da sé, infatti, che se la casa editrice/ect. in primis non è interessata a dare forma e consistenza ai suoi stessi progetti, perché un lettore ci dovrebbe perdere tempo?

Di contro, e così è per molte case editrici fortunatamente, la cura per i dettagli e le piccole attenzioni premiano a lungo andare e, se qualche volta le cose non vanno come dovrebbero, il lettore, ormai fidelizzato, è più disposto a chiudere un occhio.

E se l’assetto formale indispone quasi subito ma stufa davvero dopo qualche tentativo non andato a buon fine, lo stesso non si può dire per quello contenutistico.

È il caso, ad esempio, delle fascette che promettono miracoli, ma che fanno da cornice a un libro mediocre o addirittura pessimo.
Al lettore – ma, in generale, a nessuno – piace essere preso in giro.

Dopo la prima fregatura, si guarderà bene dall’acquistare titoli di quello stesso autore.
Anzi… se i bidoni cominciano ad accumularsi e a ripresentarsi con frequenza sospetta tra le proposte di una casa editrice, il lettore inizierà a guardare con un certo sospetto anche gli altri libri di quella casa editrice… arrivando, in un probabile domani, ad abbandonare per sempre quell’editore.

Ma è un altro caso che tenta molte case editrici – anche se, meno male!, c’è ancora qualcuno che resiste: quello delle personalità del web che nulla hanno da spartire con il mondo dei libri. Il loro fioretto? Raccontare i loro vent’anni di vita in cento/duecento pagine e il segreto del loro successo (bonus: considerazioni di varia natura).

Certo, comprendo perfettamente che queste siano vendite assicurate e ottenute con il minimo sforzo pubblicitario/economico/altro, perché una fetta dei followers più fedeli acquisterà sicuramente il libro.

Ma si tratta di vendite destinate a sparire… nel lungo periodo (e, in effetti, non boccio a priori questo “genere”… semplicemente penso che vada gestito con maggior accortezza senza cioè inondare il mercato e monopolizzare le scelte editoriali di una casa editrice):

  • in primo luogo, perché non è detto che i “followers fedeli” siano anche lettori… se poi, come spesso accade, l’ambito in cui si muove il personaggio di turno difficilmente si incastra nel mondo libri & co.
    Questa tipologia di “libri”, cioè, non coinvolge tutta una larghissima fetta di persone che leggono più libri e magari arrivano a “fidarsi” di una casa editrice o di un/a determinato/a autore/autrice (quindi potenzialmente fanno più acquisti)… anzi, potrebbe rivelarsi controproducente andando, in un certo qual modo, a “indisporre” quei lettori che cercano libri (avventura, sentimenti, thriller, ect.);
  • in secondo luogo, perché – sempre con riferimento a personaggi estranei al mondo dei libri – esauriti gli argomenti del libro appena nato si esaurisce anche la loro potenzialità come “scrittore” (certamente dal cassetto non tirano fuori un giallo o un romanzo di fantascienza… poi, per carità, mai dire mai!).

Invece di immettere in un mercato già saturo libri che – potenzialmente – durano una sola stagione, ci dovrebbe essere l’impegno di tutti gli operatori editoriali a selezionare anche libri che durino nel tempo e autori/autrici che – potenzialmente – siano in grado di sfornare altre idee (non necessariamente al ritmo di Stephen King).

Di contro, non è giusto risparmiare una tiratina d’orecchie nemmeno a quei lettori che si fanno condurre dalle mode, dalle pubblicità martellanti e dalle fascette ammiccanti o che acquistano solo dalle major dando per scontato che il resto sia fuffa.


Riferimenti

Per scrivere questa considerazione sul mondo dei libri in Italia, mi sono servita di inchieste e rapporti che, oltre a fornire utili dati per questa mia analisi, mi hanno anche fornito ottimi spunti di riflessione.

E, last but not least, grazie a tutte le persone che mi hanno ascoltata, anche virtualmente, in queste mie elucubrazioni editoriali e mi hanno incoraggiata a scrivere.

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