Il silenzio recensione

il silenzio recensione 1Titolo: Il silenzio – Racconto di uno sbirro antimafia
Autore: Gianni Palagonia
Genere: Poliziesco
Anno di pubblicazione: 2007

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

«In Sicilia non si ammazza più,
e questo è il termometro per capire
che le cose per la mafia vanno bene.
Tutti pensano che dopo qualche arresto eccellente
la mafia sia stata sconfitta.
Ma lo sanno anche i bambini che
quando c’è troppo silenzio
è perché gli affari tirano.»
Estratto da Il Silenzio – racconto di
uno sbirro antimafia, Gianni Palagonia,
ed. CentoAutori,  2016

Gianni è un bambino quando decide il suo futuro con la convinzione di un grande: «aiutare la gente, ma anche vendicarla dai torti subiti». Un passo alla volta, un’ingiustizia dopo l’altra e una crescente sensazione di impotenza mettono il piccolo Gianni davanti all’assurdità del mondo; ma la sua certezza non si infrange. Anzi, il suo desiderio di far qualcosa, cresce e cresce sempre più forte e deciso.
Tutto ha inizio grazie a una guardia giurata. Il suo compito? Controllare una banca; dall’alba fino al tramonto, mitra al braccio e pistola nel fodero.
Gianni lo guarda con ammirazione; è il suo eroe. Con il suo armamentario, difendere i deboli dai prepotenti diventa un gioco da ragazzi. Ed è proprio questo che Gianni vuole fare.
Però… però anche gli eroi, purtroppo, devono far i conti con la realtà…

logo commentoIl libro è suddiviso per episodi (manca, quindi, un vero e proprio intreccio della vicenda) e segue l’evolversi della vita del protagonista dall’infanzia fino alla “fase” adulta. Non è una biografia, ma una raccolta in cui l’autore altro non fa che dar voce alle tante – tantissime – persone cui la mafia la voce l’ha tolta.
Una sorta reportage, quindi, ma, in alcuni passaggi, anche lo sfogo di una persona che crede in quello che ha fatto con convinzione e senza illusioni. Palagonia si rende perfettamente conto della realtà e sa guardarla con disincanto, ma non senza una piccola punta di speranza.

Omicidio, estorsione, usura, spaccio… e poi informatori, pentiti che vivono una vita da nababbi a spese dello Stato… e ancora: tradimenti, boss e donne della mafia. Un mondo a parte quello dei mafiosi; con le sue regole e il suo codice.
Quella che le forze dell’ordine devono affrontare è una lotta spesso impari, snervante, continua. Nonostante un senso di impotenza talvolta insuperabile e un’amarezza che costringe l’animo, Gianni e tutti gli altri poliziotti come lui vanno avanti imperituri nella loro lotta.

Devo ammettere che, come per il mio precedente “incontro” con i libri di Palagonia (L’Aquila e la Piovra), gli eventi sono tanti e ognuno introduce un tema e, di conseguenza, una riflessione sull’Italia moderna davvero molto interessante e importante. Ci sarebbero, per questo, tanti passi che avrei voluto riportare; tante descrizioni, tante situazioni… ma non è ahimè possibile, quindi ecco qualche breve appunto.

Palagonia lancia tante piccole bombe scomode, ma purtroppo contenenti un triste fondo di verità. Giornalisti, avvocati, magistrati, politici, poliziotti stessi: il marcio è ovunque. Lo è sempre stato e lo sarà sempre. Dovremo guardarci da questi loschi individui, ma, la verità, è che troppo spesso, in questa nostra povera Italia, sono loro a comandare o comunque a sopravvivere a discapito degli onesti.
La signora Vitale, la proprietaria di un bar, protagonista di alcuni episodi del del libro, è uno dei personaggi che più mi ha colpito. La sua storia è terribilmente amara e, purtroppo, non è stata l’unica o l’ultima… nemmeno adesso che le lire sono scomparse da parecchi anni…
Le sue parole sono dure, ma tremendamente vere. Il suo animo è avvilito, ma la sua forza non vacilla. Vede il futuro con distacco, ma sa bene ciò che vuole e non trema nelle sue convinzioni.
Non tutti i personaggi “bucano” l’animo come la signora Vitale, ma ognuno di loro ha una storia da raccontare o una strada imboccata male o un passato da nascondere o un futuro purtroppo cancellato.

Di fianco ai civili, abbiamo anche il mondo della polizia. Per alcuni vocazione, per altri dovere e per altri ancora solo un modo per guadagnarsi lo stipendio magari arrotondando qualcosa facendo il doppio gioco per i malavitosi. Per alcuni, il lavoro diventa quasi una questione personale e ci si immergono così profondamente da rubare tempo prezioso alla propria famiglia.
Insomma, la loro lotta è quotidiana e non certo priva di colpi sia da parte dei criminali che da quella dei poliziotti. Certo, alcune delle operazioni narrate non si avvalgono certo di meccaniche o mezzi proprio ortodossi per ottenere informazioni e, quindi, arrestare delinquenti… non posso condividere, ma chi se la sente di giudicare e condannare considerando che in gioco c’è la vita?
Se è vero, almeno in parte, che il fine giustifica i mezzi, questo non vuol comunque dire che non ci debbano essere limiti: ci sono dei confini oltre i quali è bene non andare. E, in alcuni episodi, come la scelta di non incolpare un criminale, già noto e pregiudicato, scelto a caso nel mucchio di foto – e che, quindi, con la sparatoria in questione non aveva proprio nulla a che vedere -, si sottolinea come sì determinati confini esistono e si fanno sentire.

Quindi, l’autore riesce a trasmettere la sensazione di un ambiente corrotto, marcio (non solo quello catanese o siciliano, ma dell’Italia tutta) in cui vivono però anche persone oneste e volenterose.

Infine, una considerazione. Conosciamo tutti i nomi dei criminali più potenti e violenti, ma nessuno ricorda i nomi di chi, con grande sacrificio e impegno, li ha assicurati alla giustizia. E questa è una delle cose più tristi… ma, ahimè, vere.
Palagonia ha cambiato il suo nome; c’è chi, più di recente, il cognome non lo cambia nemmeno né se ne vergogna e, anzi, se ne serve per ottenere pubblicità su grandi emittenti in prima serata. Si vede che il crimine paga… sempre, perché, in fondo, «A chi interessa il lamento di un poliziotto?».

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