Il racconto dell’ancella recensione

il racconto dell'ancella recensioneTitolo: The Handmaid’s Tale
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Il racconto dell’ancella
Anno di pubblicazione ITA: 1988
Trad. di: Camillo Pennati

Una donna vestita in una specie di abito monacale rosso, con guanti, velo e ombrello dello stesso scarlatto colore, si aggira in una casa non sua. Tutte le donne della casa la trattano con un certo riserbo; alcune con diffidenza; altre con esplicito astio.

Ma chi è questa donna e dove si trova?

Lei è Difred (lo scopriremo solo dopo e, comunque, non si tratta del suo vero nome, ma di una sorta di patronimico). La casa è quella del Comandante (uno importante e la sua importanza è data anche dal fatto che Difred sia lì).

Le donne della casa ne devono imparare a sopportare la presenza; soprattutto, la Moglie del Comandante deve imparare a condurci una convivenza pacifica di silenziosa sopportazione, perché il loro luogo d’incontro non sono solo i corridoi e le stanze comuni della casa, ma la camera da letto matrimoniale.

Già, ma non pensate male. Difred non è una concubina, non deve dare piacere al padrone della casa, ma solo un figlio. Avete presente la Bibbia? Quel passaggio della Genesi in cui Rachele non può avere figli e le viene la geniale idea di farli concepire alla serva?
Ecco, qualcuno ha pensato bene che quello poteva diventare il modello per una nuova società dove le donne ancora fertili sono poche, le nascite pericolose e il corpo della donna un mero utero da sfruttare.

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Non mi aspettavo fosse un distopico. Quando ho cominciato (forse anche la mia precedente conoscenza con la Atwood ha contribuito a questo malinteso) ero convinta si trattasse di un giallo, ma se si legge la prima citazione a inizio libro e ci si aggiunge un pizzico delle prime pagine, si capisce già che questo mondo distopico avrà a che fare con sette religiose e Bibbia interpretata con spietata precisione.

citazione il racconto dell'ancella

Infatti, eccoci nella – non saprei come definirla – società di Galaad. Per una serie di sfortunati eventi, che noi apprendiamo solo dopo e solo tramite ricostruzioni “storiche”, il precedente (diciamo il nostro tempo) è diventato obsoleto, dannoso, decadente: l’amore mercificato, la donna puro strumento di piacere, i sentimenti veri nascosti o scomparsi. Ora, io non vorrei allarmare nessuno, ma ci siamo già pericolosamente vicini. Il libro è stato scritto nel lontano 1985, e, nonostante il monito dell’autrice, mi sembra che stiamo continuando a scendere lungo una pericolosa china.

Comunque non posso non pensare al re dei distopici, 1984. L’impostazione è la stessa: un colpo di mano; un manipolo di “Comandanti” che governa di altri; popolazione con mansioni inferiori, segregata e oppressa dal regime o, ancor più facilmente, estradata al fronte quando scomoda, inutilizzabile, troppo ribelle; distorsione delle notizie; scorte razionate; mercato nero e un manipolo clandestino a cui il mondo presente non piace.

La particolarità sta qui nel fatto che la follia del regime segue i dettami della Bibbia (il capofamiglia/patriarca, la moglie devota, letture sacre e concubi… anzi, le politicamente corrette schiave dell’utero), trincerandosi dietro un alto grado di moralità, cura per le donne e attenzione ai loro bisogni. Anche se poi, pur disprezzando la dissoluzione della precedente società, le più alte sfere ci ricadono senza troppe preoccupazioni.

Il clima di sospetto, oppressione, terrore, paura, repressione, ect., c’è tutto. E anche se non si perde tempo in pedanti descrizioni sull’organizzazione della biblica società, se ne distinguono comunque i protagonisti principali e i loro colori: i Comandanti, le Moglie (azzurro), le Ancelle (rosso), le Marte, gli Occhi, i Custodi (verde)… e si arriva a immaginare bene quanto non rivelato.

Tutto questo per dire che, dal punto di vista ambiente/clima/mondo la finzione è ben realizzata. Lo stesso dicasi per i tantissimi spunti di riflessione che la Atwood mette in campo: la mercificazione del corpo della donna; la dissoluzione dei costumi; i controsensi e le devianze; sbagliano loro o sbagliamo noi?; quale tipo di libertà è giusto: troppa? Troppo poca?

Rimango, tuttavia, perplessa dallo stile narrativo. Si tratta più che altro di una sensazione personale, ma mi è sembrato sempre di guardare con un certo distacco, nonostante si tratti di un racconto in prima persona. Non so se questa scelta è voluta, considerando che Difred vive apaticamente la sua storia come se non fosse nemmeno lei a subire quelle umiliazioni, tuttavia

SPOILER

quando lei inizia a raccontarla, si trova in salvo (teoricamente) e si può pensare che abbia raggiunto quel distacco e – magari – quel senso di rivalsa utili a dare corpo e coinvolgimento alla sua narrazione.

Altro aspetto di cui resto poco convinta sono i personaggi. È come se ognuno di loro rappresentasse un’emozione o un determinato stato d’animo (i Comandati: il senso di potere; le Mogli: l’invidia; le Marte: l’anonimato; i Custodi: il silenzio; le Ancelle: l’ubbidienza…). In fondo, fanno ciò che la società richiede loro; eppure, ognuno di loro – o almeno le Mogli, i Comandanti e le Ancelle – hanno sfaccettature che stentano a emergere. E comprendo che il racconto sia in prima persona, quindi sia difficile “scandagliare” il vicino, ma ci sono azioni di cui avrebbero potuto rendersi “responsabili”. Insomma, un discorso contorto per dire che anche qui ho avuto una sensazione di incompletezza.
Difred, sebbene per qualcuno irritante, è interessante proprio per la sua apatia. Non è un’eroina; ma una persona qualunque. Quello che fa è solo raccontare una storia. Non la sua di storia, perché lei non la vive, si fa semplicemente trascinare; lei racconta la storia di qualcuno che ha dovuto impersonare, facendo buon viso a cattivo gioco.

Quindi, concludendo. Nulla da dire circa il messaggio profondo, critico, sfaccettato e ancora terribilmente attuale che manda questo libro. Anche l’idea di servirsi di un passaggio così conosciuto della Bibbia, ma forse mai attentamente pesato nelle sue implicazioni femminili, è lodevole.
Quello che non riesco a identificare e inquadrare – e ancora sono qui che tentenno mentre scrivo la recensione – sono lo stile narrativo impersonale e quello di scrittura molto semplice. È come se mi mancasse qualcosa di definito; mentre leggevo ho sempre avuto questa sensazione di incompleto, di sfuggente. Non saprei, in verità, come definirla, ma mi ha impedito di immergermi completamente nella lettura.

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