Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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