Il caso Bellegueule recensione

il-caso-eddy-belleguele-recensione-tbbTitolo: En finir avec Eddy Bellegueule
Autore: Édouard Louis
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il caso Bellegueule
Anno di pubblicazione ITA: 2014
Trad. di: Alberto Cristofori

Non è semplice chiamarsi Bellegueule, bellimbusto; e ancora di più non è semplice se sei omosessuale e vivi in un paesino di provincia dove se non rutti a tavola e non hai una quasi costante ubriacatura molesta non sei sufficientemente “duro” per la zona.
Lo sfottò della gente è sempre dietro l’angolo e, quando gli viene fornito pure un cognome come pretesto e un orientamento sessuale diverso, be’ puoi dire addio alla tua tranquillità. E questo è quello che, purtroppo, deve sopportare Eddy: sputi, offese, botte e pestaggi. Lui è pure mingherlino. Insomma, tutti questi elementi combinati insieme rendono Eddy il bersaglio perfetto per tutti i deficienti.

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Altro giro, altro caso editoriale (qui 200.000 copie vendute nella sola Francia). Questa volta parliamo de “Il caso Bellegueule”. Dietro il romanzo, c’è in verità l’autobiografia del suo giovanissimo autore, ventunenne quando scrisse il libro.

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Ripercorrendo gli anni della sua infanzia fino ai primi anni di adolescenza e fuga dal disagio e degrado nel quale è sempre vissuto, Édouard Louis – ha, infatti, chiesto e ottenuto il cambio di nome – non le manda a dire a nessuno. Un’asprissima critica sferza e investe tutti i componenti della famiglia (si salvano solo i fratellini minori). E, per carità, certamente hanno le loro grosse – colossali – colpe, però è una scelta molto dura quella di mettere alla berlina una famiglia intera in visione mondiale (il libro è in corso di traduzione in ventidue paesi).

Padre alcolizzato, arrabbiato e rabbioso, ma fermamente convinto nel non alzare le mani sui suoi familiari per non essere come suo padre; madre molto poco materna, collerica, una donna del popolo.

Il tutto si muove sullo sfondo di un piccolo paese (= piccole vedute, piccole persone) dove sono gli uomini a lavorare, le donne in casa a occuparsi dei bambini o, al massimo, a lavorare come commessa; televisione sempre accesa; un’igiene non proprio perfetta; mensa dei poveri; e come  unico divertimento bere, bere e ancora bere.

Ma questa non è solo la triste storia dei Bellegueule; è la triste storia di tutti. Nel paese, le donne sono invecchiate prima del tempo; gli uomini collerici e violenti. I ragazzi mollano la scuola presto e vanno a lavorare in fabbrica; le ragazze mollano la scuola presto e sfornano figli.

In questa realtà, Eddy combatte per fingersi “duro”, per controllare le mani che danzano sempre in movimenti troppo effemminati, per costringere il suo corpo a reazioni che non gli vengono naturali.

Insomma, una testimonianza di molte delle difficoltà e delle cattiverie che un ragazzino omosessuale deve affrontare: le botte nel corridoio della scuola, lontano dalla vista di tutti e nella speranza che nessuno lo scopra mai e faccia, di conseguenza, delle scomode domande; la necessità di mostrarsi per ciò che non si è, di imporsi determinati atteggiamenti; il rimorso, il rimpianto di non essere «normale» come tutti gli altri. Nemmeno la famiglia gli risparmia qualche frecciata, qualche insulto e qualche epiteto (e qualche botta).

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Detto questo non vorrei apparire insensibile, ma farne un caso editoriale mi pare eccessivo. Non sono nessuno per poter giudicare la storia del protagonista o per poter comprendere fino in fondo le sue difficoltà e il suo grandissimo tormento. Nel rendere una storia così aspra – per l’idiozia e l’insensibilità che certa gente riesce a raggiungere – esistono, tuttavia, esempi – anche nel mondo del cinema come, ad esempio, il meraviglioso film di Jonathan Demme, Philadelphia con Tom Hanks, Denzel Washington e Antonio Banderas – che trasmettono in profondità una carica così forte di sentimenti e di emozioni da lasciarmi ogni volta annientata.

Qui, ripeto senza voler (e poter) in alcun modo esprimermi sulle vicende vissute e subite dallo scrittore, non ritengo questo libro così al di fuori dagli schemi, così fenomenale da essere un “caso editoriale”.

L’elemento più preponderante nelle pagine di Louis pare essere la rabbia e il rancore profondo, ma anche una certa superiorità che l’autore ritiene d’avere nei conforti dei familiari, degli “amici”, dei conoscenti… insomma, di tutto il mondo concentrato nel paesino. E non metto in dubbio che non sia così (soprattutto, per come li descrive lui, nei confronti di qualcuno di loro), ma se si è avuta la fortuna di studiare e di trovare delle alternative nella vita non si può certo ritenere “inferiori” quelli che questa possibilità, per un motivo o un altro, non l’hanno avuta.

Dal momento che si tratta di un’autobiografia, non vale la mia usuale “valutazione”. Ripeto, però, quello che ho scritto poco sopra: una testimonianza certamente, ma non un libro e men che meno un caso editoriale. Devo dire comunque che il linguaggio è molto strutturato per essere quello di un ventenne e presenta alcune particolarità, cioè quella di riportare stralci di discorso diretto nella narrazione (un esempio lo trovi nella prima citazione dal libro presente in articolo). Certo, non una novità, ma comunque uno strumento non sempre semplice da gestire e qui comunque sfruttato abbastanza bene.


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