Il fabbricante di giocattoli recensione

il-fabbricante-di-giocattoliTitolo: The Toymaker
Autore: Liam Pieper
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il fabbricante di giocattoli
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Permettetemi di raccontarvi una storia». Quella di Adam e di suo nonno Arkady, sopravvissuto al più conosciuto campo di sterminio tedesco: Auschwitz.
Emigrato in Australia alla ricerca di un po’ di stabilità, Arkady fonda la Mitty & Sarah, una fabbrica di giocattoli. “Mitty” è l’abbreviazione di una parola ebraica che significa “una buona azione per Dio”; mentre “Sarah” è il nome del primo giocattolo, una bambola, creata da Arkady. Sì, perché Arkady, all’interno del campo di sterminio, creava giocattoli, sottraendo scorte ai tedeschi con grandissimo rischio, solo per strappare un sorriso ai bambini rinchiusi ad Auschwitz.
Quello che era solo un sogno, oggi è una realtà passata nelle mani di Adam, il nipote di Arkady. Tuttavia… be’, Adam non pare aver proprio recepito gli insegnamenti e i valori del nonno: tradisce costantemente la moglie (non che anche lei sia una santa)… e, di recente, tra le sue scappatelle si annovera anche quella con una quattordicenne.
Il matrimonio di Adam e Tess, quindi, non è indirizzato verso una buona china, ma anche la Mitty & Sarah si ritroverà molto presto ad affrontare una bella tempesta: qualcuno sta rubando all’azienda e, a quanto pare, lo fa da anni.

logo commentoIl libro si divide su due piani: quello presente di Adam (in cui Arkady è oramai anziano) e quello passato di Arkady, giovane carico di speranze e di buona volontà distrutte dai nazisti.
All’inizio ci accoglie Adam con il suo linguaggio molto colorito ricco da parolacce usate come intercalare, un po’ volgarotto e superficiale e il suo davvero scarso rispetto per gli altri. La differenza con il pacato e gentile nonno Arkady, chiuso nel campo di sterminio e costretto a sopportare atrocità e a commetterle pure pur di sopravvivere, non potrebbe essere più evidente.
Da questa iniziale centralità sul nipote lassista, il punto di vista si sposta fino a seguire per quasi tutto il resto del libro, Tess, l’ipocrita controparte femminile di Adam. Classica bohémien squattrinata e dai grandi ideali (non so se qui si sente una certa eco della biografia dello stesso autore), Tess giunge al matrimonio con il facoltoso – e un po’ viziato – Adam a causa/grazie a una gravidanza non programmata.
Entrambi i coniugi si pongono come censori dell’altrui comportamento, dicendosi il primo interessato alle esigenze dei bambini (quando se ne porta a letto una appena quattordicenne) per la resa della sua azienda e la seconda ci tiene a precisare di non essere un’arrampicatrice sociale (sebbene il solo motivo del matrimonio con il danaroso marito è stata la gravidanza… e il motivo per cui continua a restare con lui sono sostanzialmente la disponibilità economica di famiglia… e l’azienda).

Insomma, il messaggio di apertura di Pieper pare quasi essere: attenzione, abbiamo completamente perso il senso dell’orientamento. Al giorno d’oggi si dà importanza solo all’apparire perfetti; non si presta attenzione a nulla a meno che non possa tornarci, in qualche modo, utile; e stiamo perdendo completamente ogni valore.

Le parentesi che ci riportano all’atroce passato di Arkady paiono quasi ammonirci mentre ci mostrano come un uomo, in mezzo a follie e orrori, tenta disperatamente di mantenere la sua umanità e come oggi, invece, nulla abbia più valore… nemmeno noi stessi e la nostra coerenza.

La conclusione mi spinge a pensare che il messaggio di Pieper per il suo romanzo fosse proprio quello di far comprendere che apparire non vuol dire essere e che, molto spesso, l’apparenza inganna.

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Sebbene abbia apprezzato l’intento del libro e la rivelazione finale, tuttavia resto perplessa dal modo in cui la narrazione è stata condotta.
Il tono e il modo in cui vengono esposti i fatti è asettico, distante. Manca uno stile alla narrazione, un ritmo che coinvolga il lettore.

La narrazione – a prescindere dal personaggio che si sta seguendo – procede interrompendosi spesso in favore di lunghi ricordi che la frammentano.
I flashback mi piacciono – molto -, ma non quando il passato spezzetta l’azione creando una specie di commistione non ben definita. Mi piacciono i ricordi, mi piace scoprire il passato dei personaggi, ma mi piace che questi momenti sia ben definiti nella narrazione e non spezzino troppo l’azione con continui rimandi. In qualche passaggio, poi, si usano tempi verbali diversi per descrivere la stessa sequenza di eventi, con la conseguenza che lo strato temporale sfugge talvolta alla sfera della chiarezza.

Personaggi e ambienti sono riportati ugualmente con una certa distanza, in uno stile asciutto che porta a vedere la vicenda con un certo distacco da parte del lettore.

Insomma, la storia avrebbe davvero molte basi da sfruttare, ma viene condotta in modo atono, impendendo al lettore – almeno per quel che mi riguarda – di appassionarsi alla vicenda, di sentirla propria o di poter vivere gli eventi al fianco dei personaggi.

Quest’ultimi, come accennavo poco sopra, sono solo tre: Adam, sua moglie Tess e il nonno Arkady. È un pregio che l’impianto di un intero libro riesca a reggersi su una rosa così ristretta di personaggi abbastanza strutturati. Il passato dei personaggi ricorre spesso all’interno della narrazione, creando un background abbastanza definito. Sicuramente, il personaggio maggiormente riuscito nonché quello centrale all’intera storia è Arkady. E, tuttavia, anche qui mi è difficile non rilevare che si presentano sempre con un certo distacco, con una certa freddezza agli occhi del lettore.
Gli altri personaggi, sebbene ognuno emerga con un tratto della personalità distinto dagli altri, restano comunque sullo sfondo.

In conclusione, si tratta di un libro interessante che, tuttavia, non sfrutta al massimo tutte le sue potenzialità. La lettura è agevole – anche se il linguaggio non è molto complesso o strutturato.
La strana scelta di condurre gli eventi in questo modo un poco distaccato e, talvolta, confuso non mi ha permesso però di restare coinvolta nella vicenda.

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