Erenvir e l’anno zero recensione

Erenvir e l'Anno ZeroTitolo: Erenvir e l’anno zero
Autrice: Effe C.N. Cola
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autrice in cambio di un’onesta recensione – 

«Immagina che il mondo, così come lo conosci, venga spazzato via in un solo giorno.»

Jonathan White: un nome comune, una vita comune. Be’, questo almeno fino a quando, un bel giorno, sulla Terra non si abbatte l’Apocalisse. Terremoti sconquassano il nostro povero pianeta, lo zolfo ne ingolfa l’aria; poi fulmini e tempesta, grandine. Alla fine, eccoli: i cavalieri dell’Apocalisse in persona scendono dal cielo per portare la devastazione a noi poveri esseri umani.
Non resta altro che scappare e trovare rifugio da qualche parte.

L’alba del nuovo domani vede morte e devastazione, ma Jonathan e la sua famiglia (padre e fratellino) sono riusciti a resistere e adesso si trovano assieme a un gruppo di sopravvissuti con i quali dovranno rimparare a vivere in questo nuovo mondo.
Tuttavia, le novità cui abituarsi non finiscono qui. Jonathan è tartassato da strambe visione e sogni oscuri di un mondo futuro, lontano, ma sereno. Un mondo in cui il suo nome è cambiato: ed è Erenvir.

È qui che comincia la lotta per la sopravvivenza e la ricerca verso una nuova speranza per il genere umano. Questo difficile compito spetterà proprio a Jonathan, ma a portare questo peso non sarà da solo e, ben presto, al suo fianco comparirà un’inaspettata guida.

logo commentoLe premesse ci sono davvero tutte: un evento terrificante che impone al protagonista di crescere in fretta, un mondo tutto nuovo al quale il genere umano rimasto dovrà abituarsi, angeli, creature strane e esseri corrotti. Anche le idee sono tante, ma la narrazione richiede pulizia dai numerosi dettagli che rallentano il fluire della storia. L’azione, infatti, viene spesso diluita da continue descrizioni sullo stato d’animo d’incertezza, insicurezza e inadeguatezza provati dal protagonista, rendendo così l’intera vicenda molto lenta. Personalmente, preferisco più percepire il carattere dei personaggi guardandoli agire e ascoltandoli parlare ché non tramite lunghi passaggi di dubbi introspettivi.
Numerose sono anche le descrizioni degli ambienti, le quali avvengono a più riprese e, per questo, concorrono a bloccare il naturale scorrere dell’azione.

Qualche passaggio narrativo è, dal mio punto di vista, un po’ scontato e prevedibile; talvolta, poco plausibile (come il gruppo che si mette a far festa nelle caverne, ben sapendo che qualcuno potrebbe udirli e, di conseguenza, attaccarli… cosa che prontamente accade). Verso la fine, aumentano i passaggi pochi curati e, dal grande scontro finale, si avverte quasi una necessità di chiudere in fretta la vicenda.

Per quanto riguarda i personaggi, a parte quanto ho già avuto modo di scrivere poco sopra, i secondari non ben identificati e mancano di caratteristiche (caratteriali) proprie che li facciano spiccare e che consentano al lettore di partecipare alle loro vicende e tribolazioni (ad esempio, il grande sacrificio del “vegetariano” non è stato un evento penoso, perché non c’è stato modo – prima – di affezionarsi al personaggio).

Anche il protagonista, sebbene davvero numerosi siano gli spazi dedicati alla sua introspezione, accetta il suo compito quasi passivamente, adeguandosi alla sua condizione di “leader del nuovo mondo” in pochi passaggi. In un primo tempo, gli avvenimenti si susseguono senza che ne sia quasi consapevole; tanto che è il bastone (del dominio) a guidarlo e comandarlo.

Quando finalmente Erenvir si scarica del controllo possessivo dell’oggetto (o, quantomeno, riesce a instaurarci una convivenza pacifica), non perde tuttavia l’abitudine di adeguarsi ai comportamenti dell’angelo Belael, suo custode. Insomma, il protagonista è pur sempre un ragazzo, ma sembra quasi alla disperata ricerca di un esempio da seguire e non mi spiego bene come un gruppo di persone adulte decida di affidarsi ciecamente e senza troppe domande a un “leader” del genere, facile preda degli svenimenti (solo perché gli vengono riportate strane e confuse profezie). Sarebbe stato magari interessante scoprire i risvolti problematici legati all’accettazione di un “capo” inesperto e giovane da parte di un gruppo di adulti, alcuni dei quali ben capaci di combattere e prendere decisioni.

Linguaggio semplice e adeguato allo stile narrativo. Tuttavia, manca un po’ di rifinitura. In alcuni passaggi, c’è un po’ di confusione con la consecutio temporum e troppi avverbi di modo. Ora: io amo gli avverbi di modo, ma mi rendo conto che, nella narrazione, è bene limitarli, evitando di metterne troppi e troppo vicini, perché appesantiscono la frase e il procedere della vicenda.

Mi spiace davvero non essere riuscita a farmi coinvolgere da questo libro. Mi rammarico sempre quando ciò accade e, in particolare, quando si ha a che fare con autori gentili e disponibili, che giustamente credono nella loro opera.
Detto questo, mi sembra giusto riportare la mia impressione sincera e, se la lettura ti incuriosisce, ti invito a leggere comunque qualche estratto di questo libro.

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