Dark Places Nei luoghi oscuri recensione

recensione dark places nei luoghi oscuriTitolo originale: Dark Places
Autrice: Gillian Flynn
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2009
Titolo in Italia: Nei luoghi oscuri
Anno di pubblicazione ITA: 2010

1985. Una sciagurata notte e Libby, una bambina di sette anni. La sua vita è stata segnata. Pochi minuti… solo pochi minuti che hanno cambiato il suo futuro per sempre.

La sua famiglia è stata brutalmente uccisa. Una delle due sorelline strangolata; l’altra colpita a morte con una grossa scure. Sua madre pugnalata e poi freddata con un colpo di pistola. Lei? Lei è l’unica testimone.

E il colpevole di tutte queste atrocità? Suo fratello Ben.

Adesso. Ventiquattro anni dopo, Libby è ormai adulta e, pur cercando in ogni modo di dimenticare quella notte e non cadere nei luoghi oscuri in cui quell’incubo familiare la trascina ogni volta, ne conserva e ne “sfrutta” ancora il ricordo. Infatti, in questi anni, è “campata” grazie alle gentili donazioni di perfetti sconosciuti pieni di compassione e generosità che si sono interessati alla sua triste storia. Ha scritto anche un libro su come superare le difficoltà della vita ed andare avanti.

Nonostante questo, però, il suo fondo è agli sgoccioli… anzi, diciamo pure che i soldi sono finiti. E adesso? Un lavoro è escluso. Barcamenarsi tra un carattere diffidente e cinico, la cleptomania, gli istinti suicidi e un orario lavorativo da rispettare ogni mattina non è proprio possibile. E allora?

Allora, forse, le si è appena presentata un’occasione, una speranza per continuare a sopravvivere senza troppi sforzi, come ha sempre fatto in questi anni.

Forse il Kill Club potrebbe fare al caso suo. I suoi membri hanno, però, uno strano hobby: si interessano di omicidi crudeli, efferati. Storie raccapriccianti sulle quali i componenti di questo strano gruppo discutono, analizzano prove e documenti e si confrontano per ore.

Adesso stanno cercando di “tirar dentro” Libby. Perché? Bè, tra le varie cose, sembra vogliano farle cambiare idea su suo fratello: quello che lei ha visto è sbagliato.

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Per quanto riguarda la narrazione, ho particolarmente apprezzato il ritmo serrato e il costante scambio di punti di vista sia dei personaggi sia nei rapidi passaggi tra passato/presente. Sapiente gioco di battute ironiche e anche ciniche, luoghi oscuri, personaggi ambigui, pregiudizi e serie di sfortunati eventi. Narrazione incalzante (insomma, la classica curiosità di vedere “come va a finire” c’è e i dubbi – è lui o non è lui? – vengono instillati nel lettore).

Ok, esco allo scoperto: a me le storie di GIllian Flynn piacciono… c’è poco da fare. Posso ammettere, sì, che qualche punto nella trama è quasi paradossale, portato ai limiti estremi, spiegazzato fino ai confini razionali della realtà, ma sempre assolutamente probabile e dannatamente possibile.
Mi piace anche la cura nella caratterizzazione dei personaggi; il modo in cui l’autrice si cala, di volta in volta, nel diverso punto di vista (mutando, di conseguenza, anche la percezione di uno stesso identico fatto). Dare interpretazioni diverse sullo stesso evento è un elemento che davvero adoro (in ogni libro che leggo… quando presente e se ben realizzato) e qui, non c’è che dire, l’autrice sa gestirlo davvero molto bene e portarlo alle sue estreme (e anche terribili) conseguenze.

Noto, comunque, una certa costanza della Flynn nel concentrarsi su figure femminili “famose” nell’infanzia. In “L’amore bugiardo“, Amy è famosa “grazie” ai genitori che avevano usato il suo nome per una serie di romanzi formativi per ragazzi e genitori, intitolata “La mitica Amy”. Qui, Libby è altrettanto (tristemente) famosa per aver perso tutta la famiglia in atroci circostanze.
Si tratta sempre di personaggi cinici e orgogliosi, scaltri e, sì, anche avidi. Insomma, non siamo di fronte ai classici (e sempre in voga) protagonisti-eroi ispirati al bene e volti alla comprensione, alla generosità, all’altruismo. Sono caratteri sfaccettati: non completamente “buoni”, ma nemmeno completamente “malvagi” (con le dovute eccezioni ovviamente). Insomma, come si dice: ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio e nessuno è perfetto.

La stessa cura e attenzione nella differenziazione e caratterizzazione dei personaggi l’ho ritrovata anche nelle descrizioni degli ambienti. Si respira aria campagnola, si vive il clima di una piccola cittadina rurale, si assaporano i pettegolezzi che corrono come un treno attraverso i fili del telefono.
Qualche imprecisione nella traduzione, ma niente di insormontabile.

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