Il cappello di Mr Briggs recensione

il-cappello-di-mr-briggs-recensione-tbbTitolo: Mr. Briggs’s Hat. A sensational account of Britain’s first railway murder
Autrice: Kate Colquhoun
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Saggio
Titolo ventilatore Italia: Il cappello di Mr Briggs ovvero il mistero della carrozza 69
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Ada Arduini

Londra, 1864. Il treno è terribile in ritardo (per la cronaca, si tratta di quattro minuti… per i nostri standard rientriamo ancora abbondantemente nella fascia ancora “in orario”), ma al momento è fermo alla stazione di Hackney.
Amis, il capotreno, è pronto per fischiare la partenza, ma dagli scompartimenti di prima classe giungono dei grossi grattacapi. Un uomo, in compagnia del socio, ha cercato di accomodarsi nella carrozza n. 69. Ne è uscito con le dita e il retro dei pantaloni impiastricciati di sangue. Dalla carrozza vicina, alcune signore lamentano di essere state a loro volta schizzate di sangue dal finestrino aperto.
… L’aplomb inglese è sempre un po’ inquietante…
Insomma, Amis entra nello scompartimento (ogni vagone è isolato dagli altri, come una micro-stanza per sole quattro persone) e, a parte strisciate di sangue sui sedili imbottiti, i cuscini, le pareti e il pavimento, trova solo un cappello, un bastone da passeggio con l’impugnatura in avorio e una borsa nera.

Poco distante, in una zona non edificata e paludosa alle porte della City, sui binari viene ritrovato un uomo in condizioni critiche. Di lì a poco, purtroppo, muore a causa delle ferite riportate. Pare che fosse proprio lui l’occupante della carrozza n. 69 e pare che non solo sia stato aggredito, ma sia stato spinto giù lungo i binari. C’è un problema, però. La vittima, identificata come Mr Briggs, distinto banchiere, non ha mai indossato il cappello ritrovato nella carrozza. E allora a chi appartiene quell’accessorio? Che sia stato dimenticato proprio dall’assassino?

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Confesso: grazie al libro Omicidio a Road Hill House, ho avuto un ritorno di fiamma per i gialli ambientati in epoca vittoriana (sì, ho avuto il bisogno di rientrare nelle atmosfere che ho imparato ad amare grazie ad Arthur Conan Doyle).
E, dopo la sensazional novel di Mary Elisabeth Braddon Il segreto di Lady Audley, citata più volte anche all’interno di questo libro, e dopo il libro di Colin Dexter La fanciulla è morta, torno ai saggi.

Sì, perché anche qui – come nel già richiamato Omicidio a Road Hill House – si tratta di una specie di reportage, talvolta un poco romanzato, del primo caso di omicidio su di un treno inglese.

Quindi, primo problema affrontato nel libro: un omicidio – un altro… – in epoca vittoriana per la neonata figura dell’investigatore di Scotland Yard.
E, secondo: un omicidio violento avvenuto sul vanto di ogni britannico: la loro rete ferroviaria e, di conseguenza, anche il loro progresso tecnologico.

Le carrozze dell’epoca, infatti, possedevano una conformazione particolare che non prevedeva il collegamento e la comunicazione tra ognuna di queste fra sé e con il capotreno (non avevano corridoio centrale e non prevedevano la possibilità di spostarsi di carrozza in carrozza).
La conseguenza era che, ad esempio, incendi scoppiavano nelle carrozze senza che il capotreno ne fosse a conoscenza e senza i passeggeri potessero avvertirlo in alcun modo (quindi, il treno non si fermava) e rispettabili cittadini venivano infastiditi, molestati e derubati nel segreto del vagone-treno.

Ma non solo. In questi crimini che, agli occhi della pubblica opinione divennero dei veri e propri intrighi, giocavano un loro ruolo anche la politica; le convinzioni più o meno personali dell’investigatore di turno; i pregiudizi e, in questo caso specifico, anche i difficili rapporti tra Stati Uniti e i vecchi padroni britannici o tra Gran Bretagna e Prussia (considerata l’invasione prussiana della Danimarca con cui la famiglia reale era imparentata).

Invece dell’ormai affezionato Jack Wicher, troviamo un altro investigatore della nuova sezione dedicata di Scotland Yard: Richard Tanner.
Entrambi nomi noti nel mondo investigativo inglese in era vittoriana, rappresentano la figura romantica dell’investigatore: corretto (persino con il sospettato), onesto, ligio al dovere e infaticabile.
Tuttavia, non infallibile.

Perché uno dei problemi principali sono proprio le indagini, spesso parziali e rapide; l’attendibilità dei testimoni; la volubilità delle giurie, martellate con continue illazioni e facili sentenze da riviste e giornali; i toni spesso di teatrino che assumeva un processo; la mancanza di un riesame; i diritti negati al sospettato (si pensi solo che l’imputato non poteva rendere dichiarazioni e poteva dar voce alla sua posizione solo attraverso il suo avvocato durante gli interrogatori dei testimoni; l’accusa non era obbligata a condividere con la difesa le proprie scoperte).

Gli investigatori devono destreggiarsi tra testimonianze fallate dalla memoria o dettate dall’avidità (nel caso specifico, era, infatti, prevista una notevole ricompensa), mitomani e detective da salotto. Ed è impossibile sotto un martellamento così costante, non formarsi una propria opinione e seguirla ciecamente, sebbene in buona fede, ignorando così tutte le prove contrarie.

Ciò che doveva essere evidente, infatti, era l’altissimo grado di efficenza raggiunto dalla giustizia inglese. E dimostrare tale efficienza spesso andava a discapito di molto altro… anche della vita.

Ciò che mi affascina maggiormente è vedere come questi delitti divennero particolarmente coinvolgenti all’epoca perché scardinarono un punto fisso delle certezze vittoriane.
Nell’Omicidio a Road Hill House era la quotidianità, l’inviolabilità del domicilio; qui venne accresciuto un senso preesistente di disagio verso la modernità e l’avvento del progresso.

Come scrivevo poco sopra, la fitta rete ferroviaria inglese, che sbocciò nel giro di pochissimi anni conquistandosi l’orgoglio di ogni inglese, celava in sé anche numerosi pericoli. Gli incidenti ferroviari erano molto frequenti, nonostante proporzionalmente inferiori al grado tecnologico raggiunto. L’avvento della nuova rivoluzione industriale aveva portato con sé benessere e innovazione, ma anche un senso di disagio e irrequietezza; sentimenti confermati (e acuiti) dalla tragica dipartita del signor Briggs.

Insomma, mi rendo conto d’aver fatto molti parallelismi tra questo libro e Omicidio a Road Hill House. Ammetto che, se sulla copertina non fosse stato specificato il cognome della scrittrice (perché, per l’appunto, si chiamano entrambe Kate!) non avrei notato che si trattava di due autrici diverse.

I punti in comune tra i libri sono molti e non solo perché entrambi trattano, nella forma di saggio, di un omicidio di grande risonanza durante l’epoca vittoriana.
Entrambi mettono in luce numerosi altri aspetti: in primo luogo, il contorno dell’epoca, le problematiche non solo personali dei singoli testimoni o dello stesso sospettato, ma anche i notevoli risvolti nell’opinione pubblica. Il già noto problema delle giurie e della loro possibilità di essere fortemente influenzate da giornali e rotocalchi vari; la fallibilità delle testimonianze; dubbi e domande irrisolte che non possono assolutamente perdurare in un processo penale; l’abbozzo, ancora informe, di una scienza investigativa; la crescita giurisprudenziale e le tante contraddizioni di un mondo cristiano pronto a mandare a morte sulla base di un sospetto, di una folla pronta a giudicare e a bearsi della morte sul patibolo.
E, infine, la solita amara verità: arriva un punto in cui l’attenzione quasi morbosa per il carnefice supera il cordoglio e il rispetto delle vittime.

Ecco, a voler essere puntigliosi, una differenza tra i due libri c’è ed è questa: la parte centrale de Il cappello di Mr Briggs, dedicata alle tre (!) giornate di processo, è un po’ troppo dettagliata tanto da arrivare quasi a smarrirsi tra i tanti quello ha detto, quell’altro ha riportato della sfilata di testimoni e figuri vari durante il processo.
Inoltre, molto spesso, nel corso dell’intero saggio, si ripetono domande e concetti.

Quindi, i due libri sono davvero quasi identici, ma il “voto” leggermente più basso del romanzo in questione è determinato solo da una certa tendenza alla ridondanza e prolissità de Il cappello di Mr Briggs che, in ogni caso, resta un ottimo e interessantissimo saggio sull’epoca vittoria e le sue contraddizioni.

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Omicidio a Road Hill House ovvero Invenzione e rovina di un detective recensione

omicidio a road hill houseTitolo: The Suspicions of Mr. Whicher: Murder and the Undoing of a Great Victorian Detective
Autrice: Kate Summerscale
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2008
Titolo in Italia: Omicidio a Road Hill House ovvero Invenzione e rovina di un detective
Anno di pubblicazione ITA: 2008
Trad. di.: Luigi Civalleri

Il libro è ispirato a un delitto che, nel 1860, sconvolse la campagna inglese (un po’ lo stesso punto da cui prende le mosse La vita segreta e la strana morte della signorina Milne, con la differenza che, in quest’ultimo, è l’autore a fornire una conclusione alla vicenda).

A Road Hill House, una brutta mattina, scompare uno dei sette figli di Samuel Kent, Saville il più piccolo. Le ricerche sono affannate, concitate e disperate, ma presto si esauriscono. Il corpo del piccolo viene ritrovato infilato nella latrina esterna ad uso della servitù della famiglia; la sua gola è tagliata e sul corpicino ha un altro brutto segno. Chi è stato? Potrebbe essere un estraneo a essersi introdotto nella villa dei Kent, a essere salito al primo piano fino alla nursery dove il bimbo dormiva assieme a un’altra sorellina e alla bambinaia? Ad avvalorare questa tesi una finestra al piano terra ritrovata socchiusa da una domestica. Eppure… ci sono alcuni elementi che cozzano con questa teoria. In più, mancherebbe una copertina dalla culla del bambino; come se il suo assassino avesse avuto un moto di tenerezza, portandosi via la coperta per proteggere Saville dal freddo della notte. Anche dalla biancheria delle sorelle più grandi, nate dal primo matrimonio di Samuel Kent, mancherebbe qualcosa. E la bambinaia? E possibile che non abbia sentito nulla?

Questo losco evento fu anche uno dei primi, ad alta risonanza “mediatica”, a coinvolgere uno dei primi investigatori, Jack Wicher, entrati in funzione a Scotland Yard da pochi anni.

Ammetto che questo intreccio tra finzione e reale mi affascina e, quando un autore mi scrive d’aver consultato i testi e i documenti originali, vado subito in brodo di giuggiole.

Avevo inizialmente deciso di considerare il libro come un romanzo, ma la verità è che la sua forma è più simile al reportage che al romanzo. Il tono è asettico e impersonale, proprio come se si stesse rileggendo un lungo articolo di giornale. Quindi, attenzione: sebbene la copertina e il titolo facciano pensare ad altro, si tratta di un saggio.

Il caso fu eclatante e concentrò un’attenzione senza precedenti per tutta una serie di motivi:

  • l’età della vittima e l’efferatezza della sua uccisione;
  • le circostanze in cui la morte del piccolo Saville avvenne;
  • le molte contraddizioni in cui caddero gli abitanti della casa (famigliari e domestici);
  • un’evidente disparità di trattamento da parte della polizia locale tra i “signori” e il personale di casa e…
  • … un’altra evidente disparità di trattamento in famiglia tra i figli di primo letto e quelli di secondo (avuti con la governante dei primi… altro che Beautiful!);
  • il fortissimo sospetto che fosse avvenuto “tutto in casa” e che anche il colpevole lì doveva trovarsi;
  • l’ambiente alto borghese della famiglia;
  • l’attenzione quasi morbosa e le elucubrazioni, speculazione (ect.) della gente.

Non solo: questo fu forse il primo caso in cui cadde anche un dogma del mondo anglosassone, l‘inviolabilità del domicilio, e in cui i nuovi investigatori muovevano i loro passi in un caso intricato e pregno d’attenzione da parte del grande pubblico.

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Summerscale dispiega bene le sue carte con l’introduzione della vicenda, la descrizione della scena e la presentazione di tutti gli attori (famiglia, curiosi e investigatore). In tutto questo, ci sono anche altri elementi da considerare come le appena nate tecniche investigative, l’acquisizione di un nuovo linguaggio che restasse al passo con indizi e intuizioni. Un misto, però, di incompetenza, pudore e astio si affiancano al caso, di cui noi seguiamo ogni fase dal ritrovamento al processo, passando per errori, accuse e accusati, ostilità, ficcanaso, mitomani e prese di posizione (e di potere).

Quindi, sebbene il pretesto sia la ricostruzione dell’efferato omicidio di Road Hill House, trovano ampio spazio approfondimenti sulla neonata figura del detective, su Scotland Yard, sui pensieri e gli interessi della famiglie vittoriane.

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Inquietanti i parallelismi con il presente. Io, che mi sorprendo della quantità di programmi televisivi/riviste/talk show che minuziosamente spezzatano la vita delle persone giudicandone colpe e vizi, mi devo ricredere: in epoca vittoriana, la faccenda non era affatto diversa… anzi, forse i malcapitati oggetto del pubblico ludibrio si “salvavano” solo perché la televisione ancora non esisteva e le notizie correvano più lentamente rispetto a oggi. Ciò non toglie, tuttavia, che subissero le stesse conseguenze di oggi: i fatti privati sbattuti e eviscerati sulla pubblica piazza; sedicenti opinionisti pronti a dire la loro e a evidenziare gli errori delle autorità; l’impossibilità di mettere il naso fuori di casa per non essere vittima di urla, improperi, offese varie e “dalli all’untore!”.

Insomma, l’attenzione morbosa c’era oggi come allora.

L’analisi su tutto questo mondo, le sue contraddizioni e le sue innovazioni, è davvero curatissima e minuziosa, anche se, a voler proprio cercare il pelo nell’uovo, in alcuni passaggi un poco ridondante.

Ho apprezzato davvero moltissimi i numerosi richiami alla letteratura dell’epoca con Dickens, Brönte e le influenze che le loro opere avevano sul pubblico dell’epoca. Di come realtà e finzione s’intreccino profondamente dando vita a malanimi verso nuovi generi letterari o altri già noti in rapida ascesa. Non solo letteratura, però: nel suo trascinarsi negli anni, questo caso ha coinvolto anche religione, psicologia (più o meno spiccia) e buon costume, richiamate nel libro tramite citazioni, passaggi e ritagli.

Insomma, tirando un po’ le fila del discorso. Non si tratta di un romanzo, quindi, ripeto, se lo leggi con nell’ottica di trovarti tra le mani un prodotto ricamato dalla finzione resterai deluso/a. Il ricamo c’è ed è anche preciso e ben fatto, ma si basa su documenti, articoli di giornali, verbali e testimonianze (anche se, nella mia versione, mancava la bibliografia finale…).
Se il tuo interesse, invece, è più legato al giallo, al mondo della Christie o di Doyle, e sei disposto/a verso un prodotto analitico, documentato e ricco di citazioni, che comprenda non solo la ricostruzioni di un omicidio, ma la ricostruzione di un determinato periodo storico, allora questo libro potrebbe interessarti molto.

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Come funzionano i romanzi recensione

come funzionano i romanziTitolo: How fiction works
Autore: James Wood
Genere: Saggi
Anno di pubblicazione: 2008
Titolo in Italia: Come funzionano i romanzi
Anno di pubblicazione: 2010

Scovare questo libro non è stato per niente facile. Il mio primo viaggio, quindi, prima ancora di leggere è cominciato con un giro convulso e infruttuoso di librerie. Uno scambio tipo:

IO: “Avete Come funzionano i romanzi di James Wood?”
LIBRARIO/A: * Sguardo sbigottito *

Da qui le domande poi potevano variare (e essere ripetute più volte nel giro di un paio di secondi) tra: chi?, dimmi il titolo, come hai detto che si chiama l’autore?, dimmi il titolo (x2), come?, cosa?, sei sicura? (quest’ultima è la mia preferita… no; io mi diverto a entrare nelle librerie e fare gli abbocchi ai librari chiedendo libri a caso. È un hobby!).

Insomma, non sto a dilungarmi troppo. Alla fine, l’ho trovato (non in libreria). E questo è il mio commento!

citazione wood 1

Il libro è una grande considerazione sulla letteratura e sul leggere in generale. Suddiviso in svariati capitoli e paragrafetti, Wood ci conduce nella sua versione del mondo di carta degli scrittori più noti (Flaubert, Elliot, Austen, Shelley, Dostoevskij…) e anche recenti (Le Carré, Saramago).

Non so perché (no, in verità, sì: è stata una libraria a dirmi che il libro era fuori catalogo perché troppo vecchio… quindi, io mi ero fatta un’idea di matusa… sbagliata) ma mi ero fissata questa idea che il romanzo fosse stato scritto attorno ai primi anni del ‘900… se non prima. Immane, quindi, la mia sorpresa quando mi sono ritrovata una condivisibile stiletta alle recensioni su Amazon! Non te la spoilero, ma condivido il commento espresso e ritengo che sia benissimo estendibile anche oltre Amazon. Mentre si fa/scrive una recensione, un commento non si può semplicemente dire/scrivere: non mi piace perché non mi piace. Il “mi piace” – legittimo – deve essere motivato. E poi, siamo d’accordo, ci possono essere mille considerazioni e interpretazioni diverse che a me fanno pensare a un capolavoro e a un altro a una ciofeca, ma si deve motivare, spiegare.

Andiamo avanti.

Il primo patto da rispettare quando ci si avvicina a un libro? Be’, si tratta di un accordo tacito, silente che corre tra scrittore e lettore. È la finzione. Il lettore deve stare all’inganno dello scrittore, che gli occhieggia a ogni rigo, fingendo di credere che la storia raccontata sia vera. E lo scrittore deve narrare, ma con attenzione perché l’errore è sempre dietro l’angolo. Dalla scelta del punto di vista alla realizzazione dei personaggi, degli ambienti, passando attraverso i dettagli. Calibrare, aggiustare, dosare con precisione: mai abbondare troppo né trattenere avidamente particolari.

citazione wood 2

Il dettaglio garantisce, infatti, una certa dose di realismo; un’espressione particolare in un determinato momento colorisce un personaggio, ma attenzione perché dietro ogni aggiunta si nasconde un rischio! Un piccolo dettaglio potrebbe essere un pugno in un occhio se sistemato nel momento o nel punto sbagliato; e un’espressione potrebbe risultare falsata, messa lì palesemente dallo scrittore, e far così storcere il naso al lettore.

E lo scrittore si deve giostrare in questo. Deve raccontare una storia, ma non deve mai palesarsi troppo. Per questo ha vari trucchi da poter usare e la capacità di dosare questi strumenti è ciò che lo rende uno “stilista”.

Da classico, quasi formale, lo stile narrativo diventa qualcosa di più: diventa reale. Wood segna questo scambio come una sorta di pre e post Flaubert. Lui (e i suoi successori) osservano il mondo, ne tratteggiando persino i dettagli più insignificanti e abietti, guardano anche al più umile dei personaggi secondari come una tela di un grande capolavoro. Ma la finzione apparentemente casuale e il dettaglio apparente insignificante sono il frutto di uno studio attento, preciso e accurato. Loro osservano il mondo e poi, una pennellata sì e una no, lo riportano su carta con meticoloso realismo. E questo loro sforzo creativo è celato e deve esserlo se vogliamo che il lettore accondiscenda al segreto patto iniziale (creadere alla storia).

Ma chi non abbonda di dettagli non vuol dire che non sia scrittore. Ci sono infiniti modi per descrivere un personaggio, un luogo o una situazione senza necessariamente prestare attenzione allo mosca che affoga nel piatto.

I dettagli possono aiutarci a inquadrare una persona, ma solo le sue azioni, i suoi modi di fare ci consentono di comprendere appieno la profondità. Quindi, ciò che lo scrittore deve fare non è tanto descrivere un personaggio, quanto costruirlo in modo tale da renderlo credibile, vero.

A questo proposito, mi sono tornate in mente le parole di King nel suo “On Writing autobiografia di un mestiere“: non c’è modo migliore di delineare un personaggio per farlo comprendere al proprio lettore ché farlo agire. Per essere “vivo” il personaggio si deve muovere.

E qui veniamo al capitolo interamente dedicato ai personaggi. Se, su certi aspetti, posso essere d’accordo (per esempio che non conta quanto un personaggio ci sta simpatico o meno ma dovremo imparare a leggerlo solo come ce lo presenta lo scrittore e se riesce a renderlo sufficientemente vero), ho trovato alcuni richiami e analisi di determinati personaggi un po’ troppo semplicistici o, di contro, più elaborati di quanto in verità non volesse lo scrittore.

Ma in fondo anche è questo è il bello della lettura: le parole sono lì, uguali per tutti, ma le interpretazioni che di esse si fanno possono essere diametralmente opposte.

Tuttavia, ci sono alcune cose che non mi sono quadrate molto. La prima di queste è l’atteggiamento che traspare tra le righe di Wood. Spesso cade in qualche autocelebrazione e si mostra un po’ troppo bravino per i miei gusti dando interpretazioni talvolta un po’ troppo sempliciste o più complesse di quello che magari non sono realmente (e non solo con riferimento al comparto personaggi). Più che “storia delle tecniche narrative” si tratta di considerazioni più o meno interessanti, più o meno condivisibili. E, per carità, come ci tiene a precisare lui, Wood ha il vanto d’esser stato uno tra i primi a voler fare una cosa del genere… ma ecco in molte parte il soggettivismo è dietro l’angolo e si casca spesso in considerazioni personali sullo stile, il linguaggio, la resa dei personaggi sui quali un altro lettore può non necessariamente esservi d’accordo e mantenere legittimo il proprio dissenso. Se si tratta di una “[…] tecniche narrative per lettori e scrittori“, a me fa pensare a qualcosa di tecnico… le considerazioni personali dovrebbero essere ridotte al minimo… dal mio punto di vista.
Il saggio si conclude in tronco, senza conclusione, senza un ricapitolo, senza tirare le fila del discorso. Resti lì col libro un mano un po’ spiazzata… e mo’?

Escluse queste parti diciamo pittoresche, quando si parla più strettamente di tecniche narrative (come lo stile libero indiretto, l’uso dell’ironia celata o meno, la costruzione della frase con una certa musicalità che spesso nelle traduzioni è impossibile rendere, la scelta del linguaggio, ect.) non posso che essere d’accordo. Sicuramente, sono queste le parti (più tecniche) che possono interessare di più uno scrittore o un lettore che vuol provare a fare il professionista o avere una conoscenza più tecnica appunto dei meccanismi dietro la finzione.

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Maria Antonietta una vita involontariamente eroica recensione

Maria Antonietta una vita involontariamente eroicaTitolo: Marie Antoinette Bildnis eines mittleren Charakters
Autore: Stefan Zweig
Anno di pubblicazione: 1932
Genere: Biografico
Titolo in Italia: Maria Antonietta Una vita involontariamente eroica
Anno di pubblicazione ITA: 1932
Trad. di: Lavinia Mazzucchetti

Quando ero piccola, lo ricordo ancora con un poco di nostalgia, all’esame di quinta elementare portai la Rivoluzione francese, questo grande caos travolgente che ingarbuglia un regno per creare la base dei moderni sistemi giuridici.

Okay, all’epoca ero più affascinata dall’idea del popolo che si ribella, che – con fermezza e dopo anni e anni di oppressioni – grida per farsi ascoltare dai potenti chiusi nei loro castelli dorati, ma ancora non comprendevo bene i fili che tirano le masse e la verità del Manzoni circa la famosa “folla“, massa informe e senz’anima, difficile da controllare.  Insomma, è logico che la figura di Maria Antonietta, regina bambina frivola e viziata e tuttavia donna che la storia ha incasellato per sempre tra i nomi delle regine più famose, mi ha sempre affascinato.

Così erano anni in verità che orbitavo impazzita attorno alla – famosissima – biografia di Zweig, ma temevo davvero una cocente delusione. La figura di Maria Antonietta viene da anni di discredito e mistificazioni, ma di contro, non appena la monarchia venne restaurata, si cercò anche di produrre una visione positiva della regina asburgica. Tuttavia, la sua persona è sempre stata in bilico tra coloro che la ritenevano una stupida oca e chi, invece, una grande martire. In verità, io credo, non è nessuna delle due. È sicuramente una donna a cui la vita ha arriso… per un certo periodo. Ed è anche una donna che, davanti a una delle avversità più grandi (una rivoluzione!), non si è comunque arresa.

Nell’introduzione, Zwieg si sofferma a specificare proprio questo aspetti, quindi… siamo partiti d’amore e d’accordo.
E questo “rapporto” a distanza con il biografo è proseguito alla grande. In primo luogo, ammetto di non essere una grande amante dei saggi o, comunque, di quella parte di saggistica che vomita cifre, dati e statistiche. Ecco, qui, pur non scadendo nel romanzetto rosa che tutti ormai paiono aspettarsi da una biografia su Maria Antonietta (grazie Sofia Coppola per il tuo film banalotto), in un incontro tra prosa bella e scorrevole e linguaggio ottimo (elaborato, ma affatto pesante), Zweig ci conduce in questo mondo di luci e ombre, di frivolezze e intrighi, di sciocchezze e genialità, di interessi contrastanti e decisioni procrastinate.

Certo, si tratta di una biografia redatta nel lontano 1932, quindi mancano alcune “rivelazioni” che nel libro restano solo delle belle speranze romantiche (mi riferisco in particolare alle leggende circa la fortuita fuga di Luigi XVII, il figlio di Maria Antonietta e Luigi XVI; purtroppo, recentemente smentite da quattro/cinque esami del DNA, i quali hanno consegnato alla storia la verità su di un bambinetto di dieci anni, dimenticato perché ormai inutile, morto tra atroci privazioni, stenti e malanni in una buia e umida prigione).

Insomma, la sensazione è quella di aver tra le mani un lavoro completo e complesso che mai pende per una o per altra parte, ma ascrive a ognuno dei protagonisti di questa grande epopea francese (ma, in verità, mondiale) errori, debolezze, incertezze e tentennamenti. La ricostruzione è dura, poichè molto scritti sono stati dati alle fiamme; molti sono frutto della propaganda (sia repubblicana che monarchiaca); molti sono il risultato di fantasie, di ricordi offuscati, ma Zweig si muove in questa informe massa di informazioni come un ballerino esperto.

Per cui, partiamo con la piccola Toinette, per il momento solo una figlia della grande Maria Teresa, il cui destino verrà tuttavia rapidamente deciso da ambasciatori, messi, carte e importanti accordi internazionali. La ritroviamo in Francia, in questa corte raggiante e dorata, dove, dai tempi del Re Sole (Luigi XIV), la nobiltà si aggira tra intrighi e riverenze e sgomita per reggere il regale pitale. E poi il fascino e la frivolezza delle notti di Versailles; le macchinazioni di una corte piena di civettuoli, vanitosi e arrivisti; la cupidigia di alcuni; la miopia di altri. Il gioco della corte diverte la Delfina e poi la Regina, dimentica degli aspri ma terribilmente profetici – nonché giusti – moniti dell’augusta Maria Teresa. Tutto, persino il gioco d’azzardo, è concesso alla regina che, per folle crudeltà del destino, da amata delfina diverrà l’odiosa tigre asburgica, l’orgogliosa, la grande bagascia.
Insomma, dagli specchi, dai giardini e dai meravigliosi corridoi di Versailles al buco, oscuro e umido, della Conciergerie.

Questa curva discendente, che poi porterà la donna alla morte, è inversamente proporzionale alla crescita del suo spirito. Da superficiale, vanesia e vanitosa giovane donna, Maria Antonietta riscopre in sé una strana forza, un forte orgoglio, una sveglia intelligenza e una grande forza d’animo… forse atavici in lei o forse frutto delle tempeste che le si abbattevano in volto. E tuttavia non si tratta solo della storia di una donna, della sua crescita umana.… no, o almeno, non solo. Perché la storia ci mette lo zampino (una rivoluzione… anzi, LA rivoluzione); il destino si diverte beffamente (non so quanti tentavi di fuga hanno miseramente fallito… quello di Varrenes è solo il più eclatante); i giochi politici smuovono pedine insospettabili e interessi opposti. Tutto questo (e molto altro) consegna definitivamente la figura di Maria Antonietta, ora regina martire ora «sfacciata bagascia», all’immortalità della storia. Dice bene Zweig – e mi avvolgo delle sue parole, perché come lo dice lui io non sarei mai capace:

«Per i primi trent’anni, nei trentotto della sua esistenza, questa donna percorre una via insignificante, seppure in una sfera inconsueta; mai supera nel bene o nel male la misura mediana, anima tiepida, carattere mediocre e, dal punto di vista storico, da principio soltanto personaggio di comparsa. Se la Rivoluzione non fosse scoppiata nel suo mondo sereno e spensierato, questa figlia d’Asburgo avrebbe tranquillamente continuato a vivere come cento milioni di donne di tutti i tempi: avrebbe ballato, chiacchierato, amato, riso, fatto del lusso, delle visite, elargito elemosine, avrebbe messo al mondo dei figli, e si sarebbe alla fine distesa tranquillamente nel suo letto per morire prima di avere partecipato comunque allo spirito del suo tempo. Le avrebbero, perché regina, eretto un solenne catafalco, dedicato il lutto di corte, ma poi sarebbe svanita dalla memoria dell’umanità, al pari di tutte le innumerevoli altre principesse, le Marie Adelaide e Adelaide Marie, le Anne Caterine e Caterine Anne, i cui epitaffi dormono, non letti, nelle fredde pagine dell’almanacco di Gotha. Mai uomo alcuno avrebbe sentito il desiderio d’interrogare la sua anima spenta, nessuno avrebbe saputo chi fosse in realtà; non solo, ma – e questo è l’essenziale – lei medesima, Maria Antonietta, regina di Francia, senza le prove della sorte, mai avrebbe appreso e saputo la sua vera grandezza.» Estratto da Zweig, Stefan, “Maria Antonietta. Una vita involontariamente eroica”, ed. Castelvecchi, traduzione di Lavinia Mazzucchetti.

E comunque non è necessario essere amanti della storia per leggere e apprezzare questo libro. Davvero caldamente consigliato.


Possa il mio sangue servire recensione

novità libri aprile 2015 - possa il mio sangue servireTitolo: Possa il mio sangue servire
Autore: Aldo Cazzullo
Genere: Saggio
Anno di pubblicazione: 2015

«Cazzullo si è assunto
un compito diverso dalla
celebrazione:  far chiarezza
sui luoghi comuni che ci hanno tormentato 
in tutti questi decenni.»
Furio Colombo

Quando tratto di saggi, la mia non si può definire una vera e propria “recensione“, tanto che, alla fine, mi astengo dalla “valutazione”. Diciamo che il mio è più un pensiero.

Quindi… Cominciamo col “pensiero”.

Innanzitutto, il libro è una sorta di ri-costruzione, di ri-analisi di un pezzo molto recente (e molto discusso) della storia italiana: la Resistenza.

Cazzullo si prende l’onere di ri-raccontare questa parte di storia senza romanticismi, idealismi, bugie di potere e “storpiamenti” comodi (ad esempio: non tutti i partigiani erano comunisti e non tutto l’Esercito era composto da vili traditori, anzi…).

Per ogni capitolo, una storia (non necessariamente di un personaggio noto o di una figura di spicco, ma anche di gente comune o di coloro il cui ricordo, per convienze di partito, è stato offuscato), un evento, un massacro, una strage.
L’incipit, che dà anche il titolo al libro intero, è la lettera che Franco Balbis, nel 1944, scrive ai genitori; sta andando a morire per l’Italia… per l’Italia in cui lui crede così tanto da sacrificarle la vita:

«Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero.
Prego i miei di non voler portare il lutto per la mia morte; quando si è dato un figlio alla Patria, comunque esso venga offerto, non lo si deve ricordare col segno della sventura.
Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e onore, mi presento davanti al plotone d’esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta.»

Qualcuno avrà notato che ho latitato nella lettura di questo libro e il motivo è proprio qui sopra. Mi sono dovuta interrompere e per molto tempo, perché non ho avuto il coraggio di leggere oltre tutte quelle storie, tutte quelle morti e quei sacrifici in nome di un ideale, di una Patria nella quale, poi, purtroppo, loro stessi non si riconoscerebbero oggi (v. Spoon River su Facebook, ultimo capitolo che raccoglie testimonianze di “gente comune” scritte da amici, parenti e conoscenti).

Le tante lettere riportate in fondo a ogni capitolo hanno in comune alcuni elementi (come evidenzia chiaramente lo stesso Cazzullo): l’amore per la Patria, il dispiacere per i familiari che restano, le raccomandazioni ai figli per concentrarsi nello studio che li rende liberi e utili alla Patria stessa.

Se si riesce a superare il concetto che tutti questi uomini e tutte queste donne sono morti per un ideale, i sopravvissuti hanno sempre vissuto con l’orrore delle torture sulle spalle (alcuni si sono anche uccisi) e i loro aguzzini hanno fatto la bella vita in qualche paese dell’America del sud o in Stati europei conniventi (la stessa Italia, in alcuni casi, non ha condannato), be’, è un libro che si può leggere agilmente in meno tempo di quanto non ho fatto io.

Insomma, non è una lettura semplice: la realtà è lì, nuda e cruda, contenuta nelle tante lettere scritte pochi istanti prima di dire addio alla vita (e il libro potrebbe essere un’ottima spinta per approfondire alcune storie meno note).
E non è facile, no, non è facile per niente leggere tutte quelle vite spezzate, tutte quelle storie interrotte a metà o da poco cominciate.

Tra le tante storie riportate, un elemento le accomuna tutte: il fatto che, in un determinato momento anche se per ragioni simili ma differenti, un uomo o una donna si sono alzati. Hanno detto basta e hanno deciso di andare controcorrente, rischiando la pelle. Invece, oggi andiamo avanti come caproni e ci accontentiamo di quello che ci raccontano senza nemmeno un po’ di analisi critica (e spesso dimenticando anche i precedenti).

Una lista continua di nomi, ognuno dei quali si conficca nel cuore come uno spillo. E, tuttavia, a questi nomi si aggiungono i nomi di coloro che per rancore e vendetta si sono macchiati delle stesse colpe dei loro aguzzini, violando l’onore dei veri partigiani e il senso della vera Resistenza.

Tante sono le insegne, i monumenti, gli edifici pubblici e le vie “intitolati a…”, le placche e le medaglie (molte attribuite postume) che “decorano” la nostra Italia. Sono un onore sì, ma sono anche tanto dolore, tanta amarezza, tanta sofferenza. Ed è bene che ci siano, che siano lì come monito, ma ognuno di noi dovrebbe anche ricordarsi del perché sono lì.

Sono tanti i monumenti ignorati, le placche e le insegne dimenticate… forse dovrebbero tutti essere “degradabili” come il monumento alle partigiane nel parco di Villa Spada a Bologna in modo che il ricordo debba restare vivo.

Al solito, scrivo sempre troppo. Quindi, vediamo di tirare le conclusioni.
È un libro da leggere? Sì.
La butto lì, ma potrebbe essere un’idea inserire libri come questo nelle antologie di italiano, invece degli estratti di Twilight…