Gemelle imperfette recensione

Titolo: Mischling
Autrice: Affinity Konar
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemelle imperfette
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Elisa Banfi

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

Stipati, sballotatti. Dimenticati perché non sono più esseri umani quelli o almeno, tra poco, non lo saranno più.

La musica li accoglie alla discesa dal treno e li inganna. Gli uomini col fucile li separano, forse garantendogli una doccia per ristorarsi dal lungo viaggio. Un uomo in camice bianco, un medico, promette d’aver cura dei gemelli perché la loro simmetria è preziosa.

Ma la stazione a cui il treno si è appena fermato è piena di abominevoli inganni, di false promesse che troppo facilmente si trasformano in subdole cattiverie e in violenza «ingegnosa e calcolata», perché il nome del posto è Auschwitz.

Pearl e Stasha, le due gemelle, si separano da una madre che spera di affidarle a una sorte migliore e da un nonno, ex professore universitario, il quale ha insegnato loro passatempi che – lui non lo sa e non lo saprà mai forse – salveranno l’anima delle due nipoti.

Si separano per finire mangiate dagli animali di Auschwitz, perché all’interno del lager c’è una realtà poco conosciuta: c’è uno zoo, gestito da uno “zio” con una siringa in una mano e caramelle nell’altra.

Il nome di questo mostro troppo reale che sventra madri e tortura bambini per i suoi atroci esperimenti di eugenetica è Josef Mengele.

E Pearl e Stasha, i cui movimenti e pensieri erano sempre stati allineati, si ritrovano desincronizzate,  spezzate, sole. Perdono se stesse e perdono anche l’altra versione di sé.

E allora, forse, l’unica cosa che resta da fare è assecondare Mengele, conquistarne la fiducia e poi… e poi finalmente vendicarsi di tutto il male cinico e calcolato subito.

Ma possono due bambine dare seguito a questi propositi di vendetta? Possono resistere spezzate e sopravvivere da sole agli orrori del campo di sterminio?

Affrontare questo genere di letture, per una serie di motivi, non è mai semplice. Ritrovarsi nero su bianco la violenza assurda ma scientemente organizzata che certi uomini hanno orrendamente raggiunto è destabilizzante.

Potrebbero sembrare solo storie, chiacchiere che trattano di violenze così abominevoli da essere al di fuori di ogni umana immaginazione; eppure diventano un onnipresente tarlo che, nella nostra sbigottita mente, ci ricorda che invece è successo e potrebbe succedere ancora (non dimentichiamo mai che in certe parti del mondo i campi di lavoro esistono).

Detto questo la recente letteratura dedicata all’Olocausto ha spesso conosciuto – purtroppo – alti e bassi e mi è – purtroppo – capitato di incappare più di una volta in testi che cercavano dispersamente di occhieggiare al lettore, cercando di inculcargli un’empatia costruita, il cui risultato però era solo un – purtroppo – imbarazzante pastrocchio.

Con “Gemelle imperfette” nulla di tutto questo. Era molto tempo che non mi capitava una lettura così immersiva.

Si tratta di una storia – ispirata a eventi realmente accaduti – terribile, ma l’autrice ha questo tocco delicato, questo modo di mostrare la sofferenza senza scadere nel morboso davvero meraviglioso.

Non so se è corretto definire la scrittura delicata, ma Affinity Konar ha un tratto così elegante da rendere le parole dolci come un tocco vellutato.

Questa sua dolcezza non cancella comunque dolore e sofferenza. La violenza è una costante di Auschwitz e la Konar riesce a parlarne con quel miscuglio di agonia e necessità di oblio comuni in una persona che troppo ha sofferto.

Il direttore degli orrori, Mengele, non è solo un pazzo sadico calcolatore; è un ingranaggio di un regime che ha disteso i suoi tentacoli purulenti ovunque, corrompendo nel profondo le persone (anche se la difesa dell'”eseguivamo solo gli ordini” è valida fino a un certo punto).

Il blocco in cui Mengele eseguiva i suoi esperimenti [Fonte: Wikipedia.it]

È valida questa difesa, in parte almeno, per gli internati e per coloro che coadiuvano Mengele come Zvi Dinger e la dottoressa Miri (sebbene la coscienza di entrambi resterà sempre vincolata agli orrori del campo).

Ma il male di Auschwitz resta legato anche a coloro che gli è sfuggito con altrettanti sacrifici.

Nelle gemelle, nel loro rapporto scomposto dalla violenza e dalla malvagità, vediamo questo male. Sono loro stesse a raccontarcelo passandosi l’incarico di narratrici durante la storia.

Ma l’evoluzione e la sopportazione umana consentiranno al Paziente di tornare finalmente Feliks; a due ragazzi rotti di diventare insieme Orso e Sciacallo; a Stasha di perdere la sua immortalità posticcia; a Pearl di vivere finalmente libera seppur spezzata.

Personaggi così vibranti di umana convinzione da apparire vivi agli occhi del lettore.

Insomma, la maggior parte sono personaggi di finzione, ma la loro cartacea esistenza si mescola con la storia e i ricordi di veri internati. In particolare, nella vita dei gemelli è impossibile non vedervi i ricordi e l’impegno di Eva Mozes Kor e sua sorella Miriam, il cui coraggio ha consentito al mondo di conoscere gli orrori dello zoo.

Era un po’ di tempo che non incappavo in una lettura così: che coinvolge portandoti quasi alle lacrime; che forma personaggi spezzati ma in costante evoluzione; che alterna sofferenza e speranza e, addirittura, perdono; che ti porta ad agonizzare con i personaggi e a sorridere con loro; e che alla fine lascia quasi senza fiato.


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Sottovento e sopravvento recensione

Titolo: Sottovento e sopravvento
Autore: Guido Mina di Sospiro
Genere: Romanzo esistenziale
Anno di pubblicazione: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Christopher – lupo di mare irlandese, una gobetta sulla schiena occultata dal capello fluente, scarsa pulizia e trasudante l’irresistibile fascino degli uomini d’avventura – viene “ingaggiato”, ma per meglio dire “ricattato”, dal Boss, un narcotrafficante colombiano con una predilezione per il marmo bianco.

Suo compito sarà quello di recuperargli un tesoro i-n-e-s-t-i-m-a-b-i-l-e frutto dell’affondamento di ben sedici galeoni straripanti oro e pietre preziose.

Detto così potrebbe sembrare facile, ma se da secoli il tesoro di sedici galeoni riposa indisturbato un motivo ci sarà. Ed è presto detto.

I preziosi si troverebbero, infatti, nel Mar dei Caraibi sulle Negrillos, la cui posizione però non è ben chiara. Le isole spariscono da ogni riferimento cartografico dal 1867 e nemmeno le recenti tecnologie aiutano nella ricerca. Insomma, come se non fossero mai esistite o se il mare le avesse inspiegabilmente inghiottite lasciando i dintorni intatti.

Dall’altra parte c’è Ruth – americana – che, di recente, ha scoperto d’essere Marisol e che, quindi, intraprenderà un viaggio a Cuba per conoscere le sue origini.

Per una serie di sfortunati eventi, i due si ritroveranno insieme in mare per conto del Boss di cui sopra alla ricerca delle Negrillos e del loro inestimabile tesoro.

Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica e questa ricerca li condurrà a scoperte e rivelazioni molto più complesse di un “semplice” tesoro.

Cosa potrebbe accadere a due anime lasciate alla deriva, a due anime opposte e alla spasmodica ricerca di qualcosa?

Lui, Christopher, con il suo senso dell’avventura e la sua passione per il mare, i tesori e la libertà. Lei, Ruth/Marisol, categorica nelle sue certezze come nella sua impossibilità di superare i dubbi, alla ricerca di un passato da cui poter far ripartire il suo presente.

L’elemento esistenziale, la crescita, l’acquisizione di una maggiore e diversa consapevolezza sono i fili che muovono questi due individui letterari, della cui esistenza si occupa il libro.

Si parte, quindi, con una vita normale, un gruppetto di personaggi – amici e familiari -, ma li si perdono tutti per strada per ritrovarsi in uno spazio quasi onirico in cui contano solo lei e lui, gli opposti che si uniscono.

Nell’isola sperduta, finalmente trovata con notevoli sacrifici e dove i confini dell’anima spariscono, il tempo si dilata e si confonde; il divino c’è ma non c’è, interviene ma ritrae la mano.

Non a caso, la linea temporale degli eventi sfugge spesso al lettore e agli stessi protagonisti che si ritrovano catapultati in un mondo ai confini della realtà.

Di Sospiro stesso conferma nella “nostra” chiacchierata: «[…] non scrivo sequenzialmente, scrivo di qua e di là e poi “unisco i puntini con delle righette”. Questo libro si presta particolarmente a questo modo di scrivere, perché è molto frazionato» (qui puoi leggere l'”Intervista” completa).

Difatti, la prima parte – quella di “conoscenza” con i protagonisti – potrebbe essere letta come un racconto a sé stante; lo stesso con la seconda (e successive), dedicata all’introspezione.

Non è l’azione o la storia a determinare l’assetto di questo libro, ma i suoi due personaggi e le loro scoperte personali. Introspezione e superamento di sé potrebbero essere le parole chiave per descrivere questo libro.

Per questo consiglierei la lettura di questo romanzo soprattutto a chi è pronto a mettersi in gioco con concetti filosofici, metafisici ed esistenziali conditi con un pizzico di alchimia e religione.


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Senza nome recensione

Titolo: No nome
Autore: Wilkie Collins
Genere: Romanzo (Sensational fiction)
Anno di pubblicazione: 1862
Titolo in Italia: Senza nome
Anno di pubblicazione ITA: 1999 (?*)
Trad. di: Adriana Altavilla

Combe-Raven, bellissima residenza dell’alta borghesia inglese. La abitano un padre affettuoso, una madre premurosa, due figlie bellissime e intelligenti e una governante fedelissima e dal pugno di ferro.

E le cose, in verità, non potrebbero andare meglio: l famiglia gode di tranquillità negli affetti e stabilità economica; Lady Vanstone aspetta un altro bimbo; la figlia più giovane, Magdalen, si sposerà a breve con Frank il pupillo di suo padre Mr Vanstone.

Cosa potrebbe andare storto? Be’, in verità la dea bendata sembra aver voltato bruscamente le spalle ai Vanstone e tutto precipita in un battito di ciglia.

Mr Vanstone muore in un incidente ferroviario; sua moglie, e il loro piccolo nascituro, lo seguiranno a breve per il dolore e lo shock della perdita.

Ma ancora non è finita. I due signori Vanstone – per una serie di vicissitudini che verrano fuori nel corso della narrazione – non erano sposati. Hanno, quindi, “vissuto nel peccato” e ora questo peccato si abbatte come un macigno sulle giovani e inermi figlie.

Il patrimonio di famiglia passerà a un fratello del padre, meschino e avaro, il quale deciderà di tenersi tutto per sé riservando alle povere ragazze, e solo dietro loro esplicita richiesta, cento sterline (delle 80.000£ che compongono il patrimonio del loro defunto padre… insomma, proprio un samaritano caritatevole questo zio!).

Le due ragazze, senza nome e senza denaro, dovranno far i conti con una vita priva degli affetti più cari e già colpita da una grande ingiustizia.

Tuttavia, Magdalen non pare pronta ad accettare passivamente questo nuovo destino è ben presto ordirà il suo piano di vendetta.

«Niente a questo mondo rimane nascosto per sempre.
L’oro che è rimasto sotterrato per secoli nel terreno, a un certo punto spunta in superficie.
La sabbia è traditrice e mostra i piedi che l’hanno calpestata;
l’acqua restituisce alla superficie del corpo che era annegato.
Persino il fuoco lascia traccia, sottoforma di cenere, della sostanza che ha consumato.
L’odio evade dalla prigione segreta del pensiero attraverso la porta degli occhi
e l’amore scopre il Giuda che lo tradisse grazie a un bacio.
Ovunque si guardi, la legge inevitabile della liberazione è una delle leggi della natura:
un segreto che rimane tale è un miracolo a cui il mondo non ancora avuto la fortuna di assistere.»

Proprio come in un british drama, Senza nome inizia con una carrellata sulla quotidianità.

La casa si sveglia e i suoi abitanti si preparano alle loro giornate mentre il sole inizia il suo cammino in cielo. Così – ovviamente per primi perché sono loro i primi a mettere in moto la macchina familiare – ecco i domestici: la cuoca, le cameriere e i camerieri. Poi ecco che arrivano anche gli effettivi membri del nucleo familiare.

Al solito, Collins ci delizia con questi caratteri magnifici e in continua evoluzione, dove nessuno è bianco o nero (salvo rarissime eccezioni), ma l’animo umano è ricco di infiniti frammenti come un caleidoscopio.

Magdalen, un po’ titubante nell’animo ma determinata nella sua vendetta (tanto da accettare di azzerare se stessa pur di ottenerla), si riscuote – o almeno cerca – da un futuro che non le appartiene; sbaglia e impara, ma la fortuna sembra contraria a chi cerca l’escamotage nella vita (Ah, caro Collins, fosse così davvero…). Di contro Norah, la sorella maggiore, esempio di rettitudine e determinazione, accetta ciò che il fato le ha proposto senza abbattersi, senza meditare vendette, ma rimboccandosi le maniche e cercando di ricevere il meglio da una situazione disperata.

Così come avevo amato il Conte Fosco de “La donna in bianco“, anche qui ho adorato il capitano Wragge, vero esempio di malandrino dal cuore tenero. Vanesio, maleducato e terribilmente venale, il capitano subisce una trasformazione profonda che, alla fine del romanzo, lo porterà a diventare un imprenditore rinnovato con una vena furbesca che – probabilmente – mai lo abbandonerà.

E, a proposito di sciocchi, un piccolo accenno non posso non farlo a Francis (Frank) Clare Jr., il protetto dei Vanstone di cui scrivevo all’inizio. Frank è davvero una piaga per l’umanità – e gli sto facendo un complimento -, un’ameba di persona buona solo a rubare l’aria agli altri.
Ma anche la sua inutilità ha un certo scopo nella narrazione di Collins: dimostrare che spesso sono proprio gli sciocchi, i vittimisti e gli indolenti a ottenere le migliori occasioni dalla vita.

Tuttavia qui, a differenza di quello che avviene con “La donna in bianco“, i personaggi scadono un poco di più nelle macchiette (come la figura, tenera ma dodda, di Mrs Wragge) e in schemi già noti (come il menefreghismo e la totale mancanza di spina dorsale di Mr Noel Vanstone che ricorda molto quella di Mr Hascombe). E quelli che lasciano un’impronta al lettore sono davvero pochi (per me è stato solo il capitano Wragge… simile, per le sue macchinazioni e la sua scaltrezza, al Conte Fosco).

Nonostante la narrazione, per certi versi molto simile – sebbene a parti invertite – a “La donna in bianco“, colpisca con le continue peripezie e gli incastri degni di uno sceneggiatore dispettoso (sennò non sarebbe una sensazional fiction!), in questo caso la lettura mi è risultata un poco più uggiosa.

Forse – ripeto – era la sensazione di déjàvu, ma sicuramente le troppe pagine (che si perdono in qualche inutilità), i troppi (davvero troppi) intoppi nelle peripezie dei protagonisti, le tante considerazioni sorvolabili e le elucubrazioni dei personaggi ripetute con una certa insistenza non agevolano la lettura.

Tuttavia, non si può tacere l’attenzione, sempre dominante nelle pagine dei romanzi di Collins, per un aspetto sociale coevo. In questo caso, la tutela della volontà dei defunti e la difficile situazione dei figli illegittimi (per la serie: le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli… un pensiero molto moderno per la Londra vittoriana).


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(*) Non sono riuscita a trovare una data di pubblicazione italiana antecedente al 1999 (curata da Fazi). Se qualcuno possedesse notizie più certe circa la prima edizione in assoluto della versione italiana di questo romanzo, è caldamente invitato a farmelo sapere (cosicché io possa eventualmente correggere). Grazie!

Il valzer degli alberi e del cielo recensione

Titolo: La Valse des arbres et du ciel
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il valzer degli alberi e del cielo
Anno di pubblicazione ITA: 2017

Trad. di: Francesco Bruno

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Io non ho altro interesse che quello di ristabilire la verità,
non di mascherarla, giustificarmi o di sminuire le mie colpe,
né di preservare il mito.
»

A diciannove anni, Marguerite ha un’idea ben precisa di quello che non sarà: non sarà schiava di un marito scelto da suo padre e non permetterà a suo padre di trattarla come merce di scambio.

Tuttavia, ci sono alcuni conti da fare e alcuni grossi problemi da superare: in primo luogo che Marguerite è una giovane donna in una antisemita, ipocrita, patriarcale, chiusa e un po’ snob Francia del 1890.

In secondo luogo, dove mai potrebbe fuggire una donna per aspirare ad avere un trattamento pari a quello di un uomo? Pare che l’America sia una terra promessa per molti… ma i problemi che sorgono qui sono di natura economica, legati anche alla difficile traversa a cui molti non sopravvivono.

Tuttavia, qualcosa è destinato a cambiare: in quell’estate del 1890, un uomo si presenterà in qualità di paziente alla porta di casa del dottor Gachet, il padre di Marguerite.

Quell’uomo è destinato a sconvolgere l’esistenza di quella ragazza e a mostrarle il mondo con occhi e colori completamente diversi. Il suo nome? Vincent Van Gogh.

La figura di Vincent Van Gogh, tanto bistratta in vita quanto amata in seguito, possiede ormai un fascino incontenibile.

Autoritratto dell’artista eseguito nel 1889, National Gallery of Art, Washington

Pazzo o genio?
Oppure è uno di quei particolari casi in cui genio e pazzia coesistono per creare meraviglie? Oppure… nessuna delle due: solo una persona magari avanti rispetto al suo tempo, con una sensibilità diversa e proprio per questo incompresa?

Qui scopriamo un Van Gogh da un punto di vista particolare, quello di Marguerite, la figlia del dottor Gachet presso cui Vincent andò per curarsi consigliato da un altro grande impressionista Pissarro.

La narrazione non solo è declinata al femminile, ma pure in prima persona – una scelta, sotto certi punti di vista, coraggiosa e difficile per un autore.

È così che Margerite Gachet si forma davanti agli occhi come se ogni pagina aggiungesse una pennellata al suo ritratto: da «ochetta diciannovenne» come lei stessa si definisce, orfana di madre, convinta che la vita abbia qualcosa di più da offrirle si trasforma in donna i cui pensieri sono costantemente rivolti al passato.

Per la precisione, però, avviene il contrario: grazie a un certo distacco opaco che il tempo lascia sempre, una Marguerite ormai anziana ci racconta la giovane Marguerite instancabile, alla costante ricerca di qualcosa, sotto certi punti di vista ribelle, ma ancora ingenua e sciocca.

Attraverso Marguerite cogliamo non solo il disagio dell’essere una donna dalle larghe prospettive e aspirazioni le cui ali vengono tarpate da ciò che la società richiede al genere femminile (essere un grazioso ornamento e procreare), ma soprattutto riscopriamo attraverso i suoi occhi l’essenza romantica e estatica con la quale l’occhio dell’impressionista impone la direzione al suo pennello, creando tele fuggenti e meravigliose (pittura che, per la cronaca, era vietata alle donne per le quali doveva essere un semplice passatempo… guai ad avere l’aspirazione di eguagliare un uomo, sperando di diventare pittrice!).

Insomma, attraverso lo sguardo di Marguerite, scopriamo un Vincent un po’ lunatico, testa fra le nuvole, talvolta un po’ brusco e scorbutico, dal carattere sensibile e incline al fascino dell’alcol, ma tutto sommato normale. Certo, fuori dai canoni standard di educazione e rispetto pubblico (che, in verità, celano solo ipocrisia), vittima di scatti d’ira particolarmente furenti ed eccessivi, ma tutto sommato normale.

Di contro, il dottor Gachet, il medico degli impressionisti, fa una figura più cacina: pieno di sé, borioso, tirannico… la sua storica amicizia con il gruppo degli impressionisti, il suo dilettarsi con la pittura e le stampe (espose le proprie opere sotto lo pseudonimo di Van Ryssel) qui si trasformano in mera venalità, cupidigia. E culminano con la vendita di quadri impressionisti fasulli (sebbene sia storicamente vero che la famiglia Gachet donò numerose opere degli impressionisti ai musei).

La narrazione, dal linguaggio molto semplice e per questo estremamente scorrevole (sebbene adagiato su standard poco impegnativi), procede in maniera singolare e, accanto ai pensieri e alla vita di Marguerite, scorrono anche estratti, considerazioni o date che non solo aiutano a contestualizzare la vicenda permettendo al lettore di calarsi maggiormente nell’ambientazione, ma creano anche un peculiare parallelismo tra i personaggi e la storia.

Anche la ricostruzione (basata su una fantasiosa interpretazione degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life) di quei produttivi mesi a Auvers-sur-Oise è interessante e ben si incastra nella costruzione della storia.

Tuttavia, i personaggi soffrono un po’ di unidimensionalità; le loro vicende non trasportano il lettore; manca – o almeno io non l’ho avvertita – un certo sentimento, una certa passione nel raccontare.

 


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Gli anni della leggerezza recensione

Titolo: The light years
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Anno di pubblicazione: 1988
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Gli anni della leggerezza
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Manuela Francescon

Seguito da: 
– Il tempo dell’attesa;
– Confusione;
Allontanarsi;
– All change [ancora inedito in Italia].

Inghilterra. 1937-1938. Gli Cazalet sono una famiglia dell’alta borghesia inglese; sono numerosi, più o meno uniti e hanno una fiorente attività di famiglia.

Questa estate, come ogni estate, si riuniranno a Home Place, la dimora di campagna di famiglia nella quale vivono abitualmente il Generale e la Duchessa e la di loro figlia, Rachel.

Ben presto li raggiungeranno anche gli altri figli (Hugh, che dalla guerra è tornato pieno di tic e senza una mano; Edward, viscido tombeur de femmes; e Rupert, romantico pittore fallito); ognuno con il suo carico di mogli e figli, problemi e dubbi, sogni e speranze.

La casa va preparata; le stanze sistemate e assegnate; la cucina è già in subbuglio per provvedere alle esigenze di più di venti persone in arrivo (domestici e affiliati compresi).

E tuttavia queste due estati saranno diverse: sono gli anni della leggerezza sì, ma il mondo sta per cambiare, le nubi si addensano all’orizzonte e anche la famiglia dovrà affrontare i suoi mostri.

Il fraseggio è davvero ben fatto; le parole scorrono come se si avesse nelle orecchie le voce di una donna benevolmente pettegola, molto dotta e talvolta ironica, che ci racconta con abbondanza di particolari la vita, spiata, dei vicini agiati.

E, un po’, il problema ma anche la sua mirabilità sta proprio qui: che pare di leggere una trascrizione. Tutto è registrato con minuziosa dovizia (certe volte, troppa…): dai piccoli movimenti del viso alle grandi insicurezze dell’animo come se fosse lo script curato e ben fatto da un pedante sceneggiatore.

L’incubo della guerra è alle spalle (ma, sebbene nessuno sospetti ancora nulla, un’altra guerra è proprio sull’uscio); i chiacchiericci sulla Simpson e sull’ex Edoardo VIII sono ancora sulla bocca di tutti; e la difficile e spesso contraddittoria coesistenza tra i principi vittoriani e l’inizio della modernità sociale si mostra in tutto il suo umano splendore.

Questo mondo che vien da fuori già pieno di opposti deve confrontarsi con i rapporti interni alla famiglia, alla coppia e ai vari nuclei genitori-figli. C’è chi dà battaglia a colpi di «reciproca dedizione» e chi, invece, usa l’arma del tradimento; si creano amicizie e alleanze, ma l’estate dopo gli equilibri sono tutti da rifare; si maturano esperienze, si prendono batoste, si subiscono e si infliggono tradimenti. Insomma, normale amministrazione nella vita di tutti i giorni di una famiglia numerosa e più o meno unita.

Quindi, gli (“i” penso, però, sia l’articolo corretto) Cazalet.

William (anche il Generale) e la Duchessa (il cui vero nome è semplicemente Kitty, ma i cui modi impediscono di chiamarla diversamente dal titolo attribuitole). Poi Rupert, il fratello simpatico, ma un po’ sognatore; Edward, quello attraente e… ok, niente spoiler; Hugh, quelle gentile e premuroso; e Rachel, l’unica sorella e unica non sposata della famiglia… ma con un bell’amore segreto da custodire.

A loro vanno aggiunti le rispettive mogli, i figli (minimo due massimo quattro) e tutto lo stuolo di domestici, cameriere, tate e istitutrici, amici e vari.

E ognuno di loro – famiglia e famigli – è ingenuo, scaltro, permaloso, curioso, intelligente, pauroso, maturo o immaturo, serio, diligente, prepotente, permaloso, sognatore, innamorato, bello o brutto… insomma, ce n’è per tutti i gusti e la figura finale del singolo personaggio ha pregi e difetti, fisse e tic, paure e preoccupazioni, simpatie e antipatie.

Conoscendo – molto a grandi linee – la biografia dell’autrice (recentemente disponibile in libreria quella di Artemis Cooper) non se ne può non riconoscerne qualche elemento nei suoi personaggi (il desiderio di diventare attrice, le molestie da parte del padre, sporadiche avventure extra-matrimoniali, l’ostacolo della guerra). E l’inserire nei propri personaggi di finzione piccoli elementi reali – personali o altrui –  è un aspetto che apprezzo molto.

La panoramica che ci regala l’autrice ci consente di sbirciare sia ai piani bassi, quelli dei domestici, sia a quelli alti della borghesia con una telecamera che punta finanche i più piccoli impercettibili movimenti di mano.

Non posso non ammettere che sia scritto molto bene e che i personaggi, pur essendo numerosi, siano vari e strutturati con tutti i crismi, sfaccettati e complessi tanto che, dalla descrizione di un loro gesto apparentemente senza importanza, il lettore è in grado di comprendere lo stato d’animo del personaggio in questione (certo, magari all’inizio va fatto un po’ di sforzo per inquadrare ognuno di loro).

Tuttavia, persiste una certa monotonia, forse questi sono proprio gli anni della leggerezza, la quale mi ha impedito di godere appieno la lettura.

Una saga familiare interessante e di piacevole lettura, ma lenta… mortalmente lenta. Le prime cento/centocinquanta pagine se ne vanno solo per la presentazione dei personaggi. Il resto, pur riportando alcuni eventi degni di nota all’interno della famiglia e presentando gli equilibri (e squilibri) dei personaggi, si perde spesso in descrizioni molto minuziose di gesti e azioni rallentando spesso la spinta narrativa.

Il risultato complessivo è, comunque, godibile e ammetto d’essermi affezionata agli Cazalet… ad alcuni almeno.


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