La profezia di mezzanotte recensione

la-profezia-di-mezzanotteTitolo: The Hawkweed Prophecy
Autrice: Irena Brignull
Genere: Ragazzi
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La profezia di mezzanotte
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Alessandra Maestrini

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

La strega Raven Hawkweed ha lanciato un subdolo incantesimo: due neonate, nate nello stesso secondo della stessa ora, si scambieranno il posto, la madre, le famiglie. All’insaputa di tutti, tranne che della strega stessa.
Ma c’è una spiegazione a questa perfidia: una vecchia profezia predisse, infatti, che la figlia di Raven o quella di Charlock, sua sorella minore, sarebbe diventata regina. Ma Charlock, fino a quel momento, ha sempre partorito maschi e, nella congrega di cui fanno parte, non c’è posto per i maschi. Il guaio arriva nel momento in cui Charlock annuncia di essere nuovamente incita… ma stavolta di una femmina. E ché la figlia di Raven, Sorrel, non è quindi destinata a compire la profezia? Che si tratti della figlia ancora non nata di Charlock?
Questo non è possibile. Sua figlia è destinata alla grandezza e Raven è disposta a tutto per far sì che la ottenga.

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Ovvio risultato dell’incantesi/maledizione di Raven è che le due ragazze si ritrovano in una vita che non è la loro: Poppy Hopper fa esplodere finestre e allarmi antincendio (e gli insegnanti pare diano la colpa a lei anche se non presente al momento del misfatto – o se è obiettivamente sovrannaturale considerarla colpevole – con la conseguenza che la ragazza frulla le scuole come una trottola impazzita); Ember Hawkweed, bionda e caruccia, si sente ovviamente come un elefante in una cristalleria nel villaggio delle streghe/hippy/gitane scure di capelli e poco pulite.

Lo scambio di culle, il vivere con una famiglia diversa da quella di origine, ma che ugualmente ama il nuovo nato come un membro effettivo è sicuramente una questione complessa, densa di sfaccettature, emozioni. Qui, tramite una serie di escamotage nemmeno troppo elaborati, si taglia la testa al toro rendendo pazza una delle due madri, inserendoci violazione di “codici” e destini ed eliminando così il problema alla radice. A questo punto, la secessione che avverrà nelle due famiglie sarà sostanzialmente indolore.

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È un peccato perché la storia avrebbe potuto affrontare maggiormente e con più maturità una situazione del genere, confrontandosi con le difficoltà delle ragazze di scoprisi in un certo qual modo sorelle, d’aver vissuto una vita non loro, con delle persone che non sono i loro veri genitori ma che le hanno amate proprio come figlie. Invece qui è tutto gettato insieme molto alla rinfusa, senza troppa attenzione. In poche frasi viene risulto il “guaio”, eliminati gli “oppositori”, scontro con il destino ineluttabile e via.

La trama saltella tra trovate scontate, passaggi prevebidili e un’evidente goffaggine nel legare il tutto insieme.

L’amicizia tra Poppy e Ember parte molto bene. L’imbarazzo delle due ragazze nel rapportarsi con il loro mondo e il vedere nel mondo dell’altra una possibilie alternativa a tutti gli imbarazzi e le offese è un aspetto inizialmente curato, ma poi inciampa lungo il percorso più volte. Prima con lo scambio di tomi magici che porta a uno studio matto e disperatissimo (portando in secondo piano gli incontri delle due ragazze nel loro luogo segreto), poi con l’arrivo del giovin barbone che sconvolge gli animi delle fanciulle fuori contesto nei rispetti ambienti. Insomma, questa amicizia che le due ragazze sentono come eterna, voluta dal destino, fondamentale per entrambe, scivola inesorabilmente – e rapidissimamente – in secondo piano a favore di interessi evidentemente maggiori creando un’evidente incoerenza nei personaggi.

Stessa incoerenza la ritroviamo anche nel giovane barbone Leo che ruba i cuori di tutte, ma il suo – pare – appartiene solo a Poppy.

SPOILER

La conclusione scardinerà questa – e altre – certezze, portando un finale molto amaro in cui la nostra Poppy accetta con mesta rassegnazione il suo infausto e solitario destino – niente uomini, niente amore, fai la regina delle streghe di un clan che fino a due minuti prima ti era sconosciuto e vai avanti così – e quell’altra Ember, che teoricamente ha vissuto una vita immaginando che quel destino fosse il suo, se la spassa sorridente con Leo, senza pensieri per il passato e l’amica-mezza-sorella che si è lasciata alle spalle, senza preoccupazioni per la sorte della cugina-addormentata-abaeterno o della madre Charlock, alla quale teoricamente la ragazza si dice affezionatissima.

Non che gli adulti facciano una figura più coerente dei giovani. Raven, da grande strega del nord, si rivela essere solo una donnetta piccata e rancorosa, incape di guardare alle scorrettezze da lei commesse, ma pronta ad argersi a censore quando viene ripagata con la stessa moneta (anzi, per la verità, una moneta molto meno pesante). Charlock è la classica acqua cheta che rovina i ponti. E non parliamo dei genitori – adottivi – di Poppy: una è pazza e accusa quella che non riconosce come figlia propria di essere il diavolo; quell’altro se ne lava completamente le mani, facendo credere che l’ultimo spostamento di dimora sia causa della ragazza…

Micro spoiler

… e non dei suoi pruriti.

Insomma, il problema non sono le scelte dei personaggi – buoni o cattivi che siano -, quanto il processo che li conduce lì. Nessuno di loro è giustificato e comprensibile nel suo agire. La narrazione dice una cosa, presenta un determinato modo di essere del personaggio e, in conseguenza di ciò, gli fa anche dire determinate cose, ma poi tre pagine dopo tutto cambia senza alcuna spiegazione.

Pare quasi che al narratore onnisciente non interessi dare una coerenza logica ai suoi personaggi quanto che la storia vada in quella direzione e basta.

E, purtroppo, la storia risente di questa impostazione che poco si cura di dare coerenza narrativa. Molti passaggi sono scontati; molti eventi semplicistici e mal condotti (ad esempio, tutte le streghe avvertono quando una grande magia viene lanciata e sono anche in grado di individuare da chi è stata lanciata; tuttavia, quando la strega Raven lancia il primo incantesimo che dà il via a tutto… nessuno delle altre streghe del circolo se ne accorge?) piazzati lì solo per risolvere la storia. Mi spiace dirlo, ma il risultato finale mi pare molto raffazzonato e traballante.

La conclusione porta a evidenti postulati: accettazione passiva del proprio destino – per la serie: inutile combattere per cambiare le cose -, sola sei e sola sostanzialmente rimani, gli amici alla fine faranno a meno di te o comunque ti dimenticheranno in fretta.

Quando leggo narrativa per ragazzi sono propensa a non dare molto peso alla eventuale semplicità della trama o delle dinamiche tra i personaggi, perché credo che ciò a cui dovrebbe puntare questo genere lettarario è il messaggio al lettore. Un messaggio che deve contenere qualche traccia di istruzione, educazione, rivalsa, fiducia in se stessi, coraggio, etc.

Be’, qui, se ho ben interpretato, il messaggio è: 1) non fidarti di nessuno, nemmeno dei tuoi stessi genitori perché pretermetteranno al tuo bene il loro interesse e 2) sei sostituibile.

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L’amica geniale recensione

lamica-geniale-recensione-tbbTitolo: L’amica geniale
Autrice: Elena Ferrante
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2011

Raffaella, alias Lina (alias Lila, ma solo per la narratrice Elena), sessantasei anni, è scomparsa. Solo dopo due settimane, il prodigo e molto preoccupato figlio Rino si è messo alla sua ricerca: che vuoi, lei faceva così, sempre dentro e fuori; spariva per dei giorni.
Avviate le ricerche e chiamata la polizia, ancora nessuna traccia di Raffaella/Lina/Lila. Elena, l’amica d’infanzia, però, qualcosa immagina e fa cercare a Rino “tracce” (vestiti e scarpe per cominciare) in casa della madre. E la scoperta che fa è sbalorditiva: nulla. Non resta più nulla di Raffaella: nè vestiti nè foto nè certificati nè computer. Nulla. Raffaella si è dissolta.
Ma Elena non può lasciarla andare e così decide che, in questa battaglia non l’avrà vinta l’amica: non sparirà, perché Elena ne condenserà il ricordo nelle sue pagine.

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Ormai, lo sai, mi muovo sempre con un certo ritardo: un po’ resto diffidente dai libri che ottengono grande attenzione iniziale non per meriti (in questo caso, il libro è balzato agli onori delle cronache italiane anche in un tam-tam di Indovina chi? è l’autrice o l’autore… o gli autori…) e un po’ perché preferisco scegliere cosa leggere senza farmi trascinare dalle mode del momento.

In ogni caso, alla fine – è evidente -, ho ceduto… con qualche anno di ritardo. Quindi, parliamo un po’ di questo romanzo.

Il mio primo pensiero, con tanto di strabuzzamento occhi, è stato: oddio! Segno che la lunga lista di personaggi mi ha spaventato subito (la prima certezza esistenziale nella mia lettura è stata: non ricorderò mai chi è chi). E invece… Obiettivamente, i personaggi sono tanti e di qualcuno devo ammettere di aver avuto bisogno di un attimo per fare mente locale, ma vengono introdotti al lettore in punta di piedi tanto da non restare sconvolti più di tanto dal loro numero. Alla fin fine, già nella loro presentazione (anche se non in quella di tutti) c’è un modo di fare, una storia, una diceria, un’azione compiuta o da compiere che lo caratterizza rendendoci l’identificazione più immediata e semplice (es.: quello che, da piccolo, tirava i sassi; quella che pulisce le scale assieme alla madre pazza; quello che è scappato con i genitori “per colpa” della pazza; quelli belli e camorristi; ect.).

E, visto che in questa recensione sono partita a parlare dei personaggi, soffermiamoci un momento in più su questi.

Raffaella è il perno di tutto… e di tutti. Da ragazzetta sporca, cattiva, dinoccolata e sveglia diventa, di colpo, donna con una mente scaltra, un’attrattiva pericolosa e, tuttavia, non del tutto conscia di sé e di chi le sta intorno.
Da sempre affamata di conoscenza, sempre vorace di notizie, informazioni, dati, sempre in lotta, sempre in movimento come se nulla le bastasse, la sua figura è persava da questa fame vorace. Una fame, comunque, destinata a spengersi nello scontro con la realtà del quartietere.
Il suo essere centro di fascino quasi mistico, da una parte, pare un peso talvolta troppo gravoso, ma dall’altra non può non essere fonte di superbia, inorgoglimento.
Insomma, sicuramente, un personaggio strutturato, controverso e particolare.

E come l’ape viene attratta dal fiore e dal suo delicato profumo, così Elena, la nostra narratrice, ma tutto il rione per la verità, è attratta dalla forza, dalla particolarità e dal fascino pericoloso di Raffaella/Lila. Il rapporto di amore/odio/competizione che si crea tra le due è un miracolo letterario, perché dubito che nella realtà tutte le cattivierie di Lila sarebbero state prese così diplomaticamente. Magari – nella realtà – le cose sarebbero andate diversamente, il rapporto si sarebbe incrinato e l’amicizia avrebbe visto una fine precoce. Qui, tuttavia, caso letterario vuole che le due siano quasi in simbiosi da essere l’una l’ombra dell’altra in un misto di fiducia, affetto e, be’, forse un pizzichino di altro (ma, se deciderò di leggere i restanti libri, darò una conferma più avanti). Nonostante questo loro procedere in parallelo, alla fine si assiste a una progressiva inversione dei ruoli e delle dipendenze interne del duo tanto che diventa quasi dubbio dire chi delle due sia effettivamente “L’amica geniale”: la preminenza iniziale e la genialità innata di Lila cede via via il passo a Elena, che, potendo continuare a studiare e ad applicarsi, accresce i suoi orizzonti – e la sua genialità – fino a sentirsi quasi un pesce fuori d’acqua nello stesso rione in cui è nata e cresciuta.

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I fatti – all’inizio – vengono esposti con un ritmo molto particolare, a tratti simile al flusso di coscienza. Infatti, Elena li riporta in ordine cronologico, ma poi la spinta dei pensieri e dei ricordi sembra più forte e si va avanti o indietro nel tempo per poi riprendere il discorso cronologicamente prima o dopo rispetto a dove lo si era interrotto. Potrebbe apparire caotico e, in effetti, è un libro che va letto – almeno nella sua parte iniziale – con attenzione e sarebbe meglio leggere un capitolo intero, senza interrompere la lettura al paragrafo. Questo perché, in un certo senso, i capitoli sono come dei micro-episodi autosufficienti (quelli iniziali legati all’infanzia delle protagoniste). Superata la fase dell’infanzia, lo schema narrativo torna – diciamo – su binari conosciuti (non saprei dire se si tratta di una scelta voluta): l’ordine cronologico è rispettato, i capitoli sono uno l’evoluzione e l’ampliamento del precedente.

Detto questo, però, non si può certo dire che la storia sia “geniale” o innovativa. Si tratta di crescita e formazione, di ruoli che si scambiano, di strade che s’intrecciano per allontanarsi di nuovo, di bisogno di rivalsa, di sogni gloriosi e vanagloriosi. Shakerati con un pizzico di molestie pedofile, di attenzioni ossessive, di paroloni e botte da “uomini veri“, di duro confronto/scontro con la realtà (anzi, le realtà perché non per tutti il cammino e le possibilità sono le stesse), di manate per meglio far comprendere un concetto e anche uno spruzzo di sana rassegnazione. Certi colpi di scena vengono buttati lì come una rete in mare e rapidamente ritirati su come se non fosse mai accaduto nulla; giusto una parentesi di non troppo interesse o peso nella narrazione.
Alla fin fine, non è niente di diverso dalle storie che ho già avuto modo di leggere, riferite sempre allo stesso contesto disagiato, privo di possibilità, di sogni e di rivalsa. Magari l’ambientazione era una città e un dialetto diverso, ma il quadro di riferimento offerto ai personaggi lo stesso.

Tuttavia, ho apprezzato il modo in cui il quartiere è rappresentato più che altro per la voce, più o meno riuscita, che viene data a molti dei personaggi pur continuano a presentare tutto dal punto di vista di Elena, indefessa narratrice. Certo, il contesto zona degradata=gente rancorosa e priva di interessi fa da sfondo per quasi ogni movimento e decisione e anche qui: nulla di nuovo.

Quello che mi ha affascinato di più è stata la capacità della Ferrante di rendere viva e mutevole l’aria del rione a seconda del momento teso o sereno in avvicinamento. I personaggi secondari (cioè non Lila) che si muovono sulle sue strade sono, comunque, caricaturali e “tipici” del luogo (disagiato, v. sopra): il fedifrago che si ammanta di buona educazione; la psicopatica del quartiere; la ragazza di belle speranze che realizza l’esistenza di una realtà diversa; il figlio dello scarpaio che sogna in grande; altri figli che seguono le orme dei padri; ect.

Tuttavia, la conclusione tronca proprio in mezzo all’azione mi ha onestamente infastidita. Capisco la necessità di diluire la storia in più volumi (anche se si potrebbe, in verità, condensare in molto meno), ma non di interrompere la narrazione proprio nel suo svolgimento (obbligando il lettore a prendere il successivo libro per capire come si conclude la scena… perché non è questione di storia “stronca”, quanto proprio di scena spezzata a metà! Mi spiace ripetere il concetto, ma sono rimasta davvero basita… e infastidita).

Non mi sorprendo che la quadrilogia – come la chiamano – abbia avuto un così grande impatto negli Stati Uniti e in Canada (sì, perché prima è esplosa là; poi è tornata qui dove ci siamo resi conto a scoppio ritardo del libro e ha fatto il botto definitivo con la questione del premio Strega, dove ha trovato come “padrino” e sostenitore nientepopodimeno che Saviano).
“L’amica geniale” è tutto quello che gli americani vogliono vedere dall’Italia: un’Italia passionale, talvolta grottesca nelle sue pulsioni, fatta di rioni, bulletti, uomini allupati e maneschi, donne-solo-casa e scarsi orizzonti, onore e rispetto.

Intendiamoci, non è un libro brutto. È molto scorrevole, i personaggi e il rione sono ben descritti (anche se, ripeto, non si tratta di nulla di nuovo), ma non è nulla di eccezionale come il clamore che gli è stato fatto d’intorno farebbe invece pensare. Per carità, buono per la Ferrante (chiunque lei sia) e per la casa editrice che la pubblica, ma personalmente non ci vedo nulla di così fantasmagorico.

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Il ghostwriter recensione

the-ghostwriter-recensione-the-books-blenderTitolo: The Ghost
Autore: Robert Harris
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2007
Titolo in Italia: Il ghostwriter
Anno di pubblicazione ITA: 2007
Trad. di: Renato Pera

Quale miglior modo per ottenere un posto di lavoro davvero ben remunerato se non  grazie alla morte del tuo predecessore? È proprio quello che avviene al protagonista (che, non avendo un nome, d’ora in avanti sarà solo P.). P. è un ghostwriter, e cioè scrive libri per altri (ne abbiamo parlato diffusamente qui).
Insomma, si tratta in questo caso di scrivere le memorie di Adam Lang, volto noto notissimo: è l’ex Primo Ministro inglese.
Il lavoro, come dicevo molto molto ben remunerato, è in buona parte già fatto dal predecessore di P., un tal McAra, il quale tuttavia è scomparso in strane circostanze (scomparso nel senso che è stato ritrovato morto). Insomma, cosa che capitano… no? Anche perché pare che McAra possa essersi suicidato… magari aveva dei problemi personali. Oppure è semplicemente scivolato dal battello sul quale si trovava al momento della sua scomparsa.
Tuttavia, appena accettato il “caso”, qualcosa già non torna. E, appena tornato dal meeting durante il quale gli è stato ufficialmente passato lo scettro di uomo-fantasma di Lang, due uomini assalgono P. sulla porta di casa. Non prendono portafogli, non cercano di entrargli nell’abitazione. Nulla. L’unica cosa che rubano è una grande busta gialla contenente un manoscritto di un anonimo e molto noioso politico (plico che il nostro aveva ricevuto per elargire gratuiti consigli). Insomma, che quegli uomini si siano sbagliati credendo d’avergli sottratto le memorie di Lang? E perché mai dei loschi figuri lo dovrebbero aggredire per rubargli il resoconto romanzato della vita di un politico? E se… McAra non si fosse ucciso, se non fosse scivolato giù dal battello?
No, no. Forse P. è solo paranoico. Lo scrivere tanti libri per tante persone diverse lo avrà sicuramente reso troppo fantasioso… oppure no?

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Seguiamo P. nell’isoletta sperduta – solo d’inverno, perché d’estate è presa d’assalto da circa centomila turisti – di Martha’s Vineyard mentre la situazione diventa sempre più ambigua a ogni passo: un tassista sordo come primo interlocutore, una guardia di sicurezza che lo accoglie «in questa gabbia di matti», l’attraente assistente di Lang dal sorriso tirato e la moglie di Lang piccola e avida di gloria e successo. Fino ad arrivare all’apoteosi: infilare il nostro ghostwriter nella stanza del suo precedessore morto.

Insomma, è evidente che «qui, gatta ci cova».

Da un lato, quindi, mi sbilancerei nel dire che la storia, almeno nella sua parte iniziale, è abbastanza ben orchestrata e intrecciata –  anche se, talvolta, gli eventi suonano un po’ troppo da gggomblotto mondiale. Comincia bene cercando di giostrare una narrazione costruita per aumentare la curiosità del lettore gradualmente; tuttavia, dall’altro lato, non posso non notare un certo inghippo nel carburatore. Si assistente di botto a un calo nella tensione narrativa e, contestualmente, allo sperticarsi nel tentativo di sorprendere il lettore per portarlo al “colpo di scena” – non poi tanto colpo di scena – conclusivo.

Non sono tanto i momenti di tensione a mancare, quanto l’assurdità verso la quale cala la trama. Almeno dal mio punto di vista. Terrorismo, CIA, reclutati CIA, agenti CIA infiltrarti in ogni maglia del governo, associazioni inglesi filoamericane e associazioni americane filoinglesi che, in realtà, sono tutte una copertura per la CIA… aspetta, ho già scritto CIA?

Non è tanto la questione CIA a sconvolgermi quanto il modo e la gravità con cui il nostro P. ci rimane coinvolto (non posso dire suo malgrado, perché certo non si può ammettere che non sia stato avvisato).

Alla fine, una scia di morti per cosa?!

Riposta, ma attenzione: ALLERTA SPOILER

Capire – come se non si fosse già capito all’inizio che il polo attivo della coppia è lei – che Ruth Lang, la moglie di Lang, è in contatto con la CIA e per questa lavora da anni.
Quindi, una volta che si presenta il sospetto – perché di prove concrete non c’è nulla, ma solo una serie di ipotesi -, la soluzione è quella di eliminare tutti. Compreso il ghostwriter che nessuno si fila e a cui nessuno ha dato credito nemmeno alla pubblicazione del suo stesso libro; figuriamoci chi gli avrebbe creduto quando (e se) avesse un domani paventato alleanze sospette tra la CIA e la vedova distrutta dell’eroe Lang.

Ovviamente, poi, uccidono P. e tutti gli altri coinvolti, ma… consentono l’uscita del libro di P.?? Finzione vuole, infatti, che noi lettori stiamo leggendo le memorie di P., da pubblicarsi solo dopo che P. avrebbe fatto una fine rapida e poco chiara.

Ah, e una piccola postilla su come viene eliminato Lang e risolta in tre righe una questione che va avanti da tipo duecento pagina: … eh? (nel senso che, davvero non c’era altro modo? La soluzione per tutte le trame che si ingarbugliano troppo è sempre lo scemo terrorista che si fa esplodere e che – ehi, guarda caso la fortuna – colpisce solo ed esclusivamente il suo obiettivo risparmiando miracolosamente tutto l’entourage?!

Insomma, questi elementi narrativi mi lasciano un poco perplessa e, complessivamente, dal mio punto di vista, la trama presenta alcuni buchi di coerenza («prova dell’idrovolante»1^ non superata del tutto, direi…).

Ottime comunque le descrizioni che, grazie all’uso di metafore con accostamenti azzardati (come «due comignoli quadrati in mattoni simili a quelli dei forni crematori»), aiutano davvero il lettore a entrare in un clima di sospetto, tensione e doppi-giochi. Un po’ meno la questione “attentati post 11 settembre” che, in definitiva, non tange più di tanto P., il quale cita la situazione di pericolo solo perché lui si trova costretto a cambiare strade per rientrare a casa o a farsi palpeggiare le parti intime per un’ispezione. Insomma, è citata quasi fosse di dovere un richiamo, ma non gioca un ruolo così importante nello svolgimento della storia.

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Nell’ottica di “ci sono, ma non ci sono” è molto ben realizzato il protagonista. Si vive la storia dal suo punto di vista, ne condividiamo le tribolazioni e le scoperte e, tutto sommato, non arriviamo mai ad afferrarne l’essenza. Il protagonista non ha un nome, perché il nome qui non è importante. Lui è il fantasma e tale deve essere anche per il lettore che lo vede, lo sente raccontare la storia, ma non è in grado di definirlo in alcun modo.

Degli altri personaggi, tuttavia, abbiamo una fugace visuale: la segretaria personale Amelia Bly – indovina un po’ il suo rapporto con Lang… -, Ruth, la moglie di Lang – fedele, a quanto pare, ma fino a che punto -, e Adam Lang stesso – ambiguo come personaggio, ma palesemente non molto conscio di quanto gli accade intorno.

Gli altri sono giusto dei nomi. Forniscono informazioni, “sentito dire”, protezione, ma poco altro.

In conclusione, non è una lettura malvagia, ma nemmeno nulla di così eccezionale. Si legge bene, scorrevole, ma la narrazione talvolta sbarella. Un libro per far compagnia in momenti in cui non si cerca qualcosa di impegnativo o particolarmente coinvolgente.

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1^ «Siano romanzi o opere di memorialista, questi libri bruttissimi hanno una cosa in comune: suonano falsi. Con questo non voglio dire che un buon libro debba necessariamente avere il crisma della veridicità, ma mentre viene letto deve dare quest’impressione. Un mio amico che lavora nell’editoria ha coniato a questo proposito l’espressione “Prova dell’idrovolante”, dopo aver visto un film sulla gente della City londinese che si apriva con la scena del protagonista che va al lavoro a bordo di un idrovolante che si posa sul Tamigi. Da quel punto in poi, mi disse, non era più il caso di guardare il film.» estratto da “Il Ghostwriter”, Robert Harris, Mondadori, 2013, trad. di Renato Pera.

La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo recensione

la-moglie-delluomo-che-viaggiava-nel-tempoTitolo: The Time Traverl’s Wife
Autrice: Audrey Niffengger
Anno di pubblicazione: 2003
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo
Anno di pubblicazione ITA: 2005
Trad. di: Katia Bagnoli

Henry la incontra per la prima a ventotto anni. In biblioteca. Lei ha bisogno solo di alcune indicazioni su di un libro, ma, dopo averlo visto, sembra dimenticarsene. Esplode dalla gioia e lo invita a cena, perché lei Clare, vent’anni, la ragazza che Henry ha appena conosciuto, lo stava aspettando da ben due anni.
Come è possibile?
Lei dice di conoscerlo sin da quando era piccola; d’avere un diario con tutte le date in cui si sarebbero incontrarti – indicazioni che è stato Henry stesso a fornirgli.
Impossibile?
Non tanto per un tipo come Henry, affetto da cronoalterazione, un parolone il cui significato è semplice: Henry può viaggiare nel tempo.
Quindi, ecco… quella che ha appena conosciuto è sua moglie!

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Ok, ok… confesso: non c’entrano nulla, questo libro è stato scritto quattro anni prima rispetto alla – nuova – serie televisiva, ma io non ci potevo non vedere il Dottore e Amelia Pound (the girl who waited) e River Song (the Doctor’s wife). Lo so, lo so: è stata una deformazione sciocca che mi ha fatto vedere l’intero romanzo in un’ottica diversa (diciamo pure che, senza nemmeno aver cominciato a conoscerli, sentivo già una spiccata affinità con i personaggi).

Tutto questo per dire che se dovessi cadere in qualche scivolone di valutazione, il motivo è presto detto.

Veniamo, quindi, a noi.

Henry è il nostro uomo, il nostro viaggiatore del tempo. Ma qui non abbiamo Tardis né Vortex; qui il viaggiare nel tempo è un’anomalia (no, vabbè, parlo proprio come una whovians…), una specie di malattia. Non controlli il tuo passaggio nelle epoche: non sai quando avverà, non sai per quanto tempo durerà e non sai in quale tempo arriverai. Sai solo che… te lo devi aspettare… prima o poi.

Insomma, si tratta di una patologia con un nome specifico: cronoalterazione.

In uno di questi “salti” (perché, insomma, il viaggio è una cosa più pianificata e Henry non ha il tempo di programmare nulla), incontra Clare, quella che diventerà sua moglie, ma che al momento è solo una ragazzina di sei anni. Lei non lo conosce – non ancora – ma lui sì e di lei sa tutto (persino come prende il caffè). E tuttavia verrà un tempo in cui sarà Clare a conoscere lui, ma lui non conoscerà ancora lei. E ci sarà un tempo in cui un Henry trentenne insegnarà al piccolo se stesso a borseggiare o un tempo in cui due quindicenni, due Henry, si divertiranno assieme.

Intricato?

Eheh, questi sono i viaggi nel tempo. Disse qualcuno una volta: «People assume that time is a strict progression of cause to effect, but *actually* from a non-linear, non-subjective viewpoint – it’s more like a big ball of wibbly wobbly… time-y wimey… stuff.» [«La gente pensa che il tempo sia una mera progressione da causa a effetto, ma *in realtà* da un punto di vista non lineare, non soggettivo, è più come una grossa palla di traballante traballosa… temporaleggiante… cosa»].

Qui, però, il tempo non si cambia. Ogni cosa è già scritta e ogni momento – presente, passato o futuro  – è importante, fondamentale e, sì, anche unico nonostante si riviva una, due, tre, cento volte.

Insomma, è una storia che va letta con attenzione, perché gli sbalzi temporali non sono solo per Henry, che frastornato e nudo deve affrontare un nuovo tempo, ma anche per il lettore che deve rabberciare la storia seguendo due punti di vista diversi disseminati in diverse epoche temporali.

Quindi, soffermandoci un attimo su questo cambio di narratore, direi che è ben fatto (si poteva far meglio, è vero, ma il risultato globale è accettabile). La differenza tra Henry e Clare narratore si avverte più in certi passaggi; meno in altri. In alcuni paragrafi, dopo aver preso confidenza con lo stile dei personaggi, non si fa difficoltà a capire chi sta parlando; in altri, tuttavia, le indicazioni all’inizio aiutano a individuare il narratore.

Sempre con riguardo al passaggio di narratore in narratore, ho appezzato molto la differenza tra Clare bambina e Clare donna (Henry è più un corpo unico nella narrazione: scelta coerente considerando che per lui il tempo si muove in maniera diversa). Per fare un esempio: la Clare di sei anni racconta e racconta, la punteggiatura è scarsa come se si trattasse di un discorso fatto di getto con un unico respiro (un po’ come quando un bambino, entusiasta di qualcosa, ha foga nel raccontarla a un adulto), si sofferma su particolari inutili; mentre la Clare più matura è più posata, capace di descrivere gli avvenimenti con più calma e precisione.

L’intreccio, quindi, si regge essenzialmente sui due poli di questa storia d’amore sui generis con Henry e Clare in veste di moderni Ulisse e Penelope.

Gli altri personaggi ci sono e non ci sono. Il comparto affettivo di Henry è sicuramente più curato rispetto a quello di Clare; e del vasto gruppo di amici se ne contano solo un paio a cui viene prestata più attenzione e qualche scena in più rispetto agli altri. Tuttavia, non si può parlare di un approfondimento vero e proprio, perché l’obiettivo del narratore è sempre fissato su questa strana coppia temporale. Infatti, la loro storia, per certi aspetti, è già passata, ma un’altra parte è ancora in costruzione (e questo dislivello di esperienze e percezioni e ricordi passati, presenti e futuri tra i due protagonisti è sicuramente un aspetto molto affascinante).

Sotto certi aspetti, tuttavia, mi aspettavo una trama più complessa, intrecciata saldamente a balzi e paradossi temporali come se tutto fosse in continua mutazione (invece, qui la vicenda è un po’ statica e predestinata). Apprezzo, come ho già scritto, l’idea di partenza (cosa che mi ha fatto propendere per un voto più generoso), ma mi resta qualche dubbio sulla realizzazione. La scelta di avere un passato e un futuro saldamente intrecciati lascia poco spazio alla suspance con la conseguenza che la parte centrale del libro è abbastanza stagnante. Forse, si sarebbero ottenuti maggiori risultati eliminando qualche scena inutile, che non aggiunge davvero nulla alla narrazione, e riducendo così il numero di pagine.

Ciò non toglie, comunque, una conclusione toccante e un messaggio profondo: vivere ogni istante come se fosse unico (dall’altra parte, però, forse un po’ pessimistico: non importa ciò che fai, perché il tuo destino è già tutto scritto).

Ah! Un piccolo consiglio: non leggere la quarta di copertina oppure leggine solo le prime sei/sette righe, perché dopo c’è uno spoiler bello grosso che ti leva una buona parte della tensione nella seconda metà del romanzo. Solitamente, come sai, è difficile che io legga le quarte, ma qui mi son detta: eh, via, sono a metà del libro… guardiamo come viene riassunto qui il romanzo (dannata curiosità!). Ovvio che la mia sia stata una scelta sbagliatissima (pensare che, se avessi aspettato qualche pagina, non sarebbe successo nulla…).

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La collina dei conigli recensione

la-collina-dei-conigli-recensioneTitolo: Watership Down
Autore: Richard Adams
Genere: Bambini
Anno di pubblicazione: 1972
Titolo in Italia: La collina dei conigli
Anno di pubblicazione ITA: 1975
Trad. di: Pier Francesco Pasolini

Seguito da:

  • La collina dei ricordi

La terribile sensazione di oppressione, paura e impotenza di Quintilio si rivela purtroppo fondata: la collina dei conigli è in grave pericolo. Presto verrà cancellato ogni cosa, come avvisa un cartello che, purtroppo, quei teneri coniglietti non sanno leggere («Questa tenuta […] verrà trasformata in un moderno centro residenziale»].
Come l’omerica Cassandra, il coniglio Quintilio non viene preso sul serio… inizialmente. Guidato da fratello Moscardo, riescono comunque a radunare un po’ di compari pelosetti per allontanarsi dalla colonia e dai suoi imminenti pericoli.
Chi per un motivo chi per un altro, la rabberciata combriccola si forma e i coniglietti si allontanano dalla loro conigliera mater in cerca di fortuna altrove.
Ha inizio così il loro periglioso viaggio tra insidie, pericoli, fortune e sfortune alla ricerca del loro angolino tranquillo di terra.

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Si tratta di una favola per bimbi, una storia, per la verità che l’autore avrebbe creato per le due figlie e che, rimaneggiando, ha reso disponibile anche per il pubblico intero. Insomma, la classica fiaba: c’è il capo, saggio e disposto a sacrificarsi per il resto della colonia (Moscardo); c’è lo strambo che se ne sta in disparte, ma vaticina morte e miracoli (Quintitlio); c’è quello tosto che va di sfondamento (Parruccone); c’è il consigliere (Mirtillo); il cantastorie (Dente di Leone); ect.
Poi altri conigli, quelli non vista, son giusto un nome che fa presenza.

Quindi, il lettore più grandicello potrebbe soffrire un po’ per qualche “favolaggine” e svolazzo infantile.

Tuttavia, c’è da dire – ma non so se ne è “causa” la traduzione – che la scelta di alcune parole un po’ più complesse non la rende certo una lettura agile per un bimbino.
Anche le citazioni, che segnano l’inizio di ogni capitolo, non sono proprio attinte dalla letteratura per bambini (l’Anabasi di Senofonte o l’Amleto di Shakespeare, ad esempio). Lo stesso dicasi per i numerosi riferimenti a Omero, alla Bibbia (con l’episodio dell’arca di Noè), ect. Insomma, si tratta di elementi sicuramente non comprensibili per un bambino che legga da solo.
Inoltre, c’è tutta una componente di scontri, violenze e sangue – e non si fanno sconti per nessuno – che mi mette in difficoltà a definire con certezza un target infantile.

In un certo qual modo, questo libro si pone in quel limbo dove la trama semplice e poco variegata – è pensata per un pubblico molto giovane, il quale tuttavia necessita dell’aiuto di qualcuno per adattarsi a qualche passaggio, riferimento o vocabolo un po’ fuori contesto favola.

Di contro, l’adulto, sebbene riesca a comprendere i riferimenti che indicavo poco sopra e ad apprezzarne il linguaggio nella traduzione di Pasolini (molto più costruito di certi bestseller odierni), non può  però gradirne fino in fondo lo stile favoleggiante.

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Quanto premesso, restano da dire alcune cose. In primo luogo, la cura e l’attenzione nella costruzione di una vita per i conigli, la quale non sia solo cibo, riproduzione, dormire, nascondersi dai predatori e d’accapo, ma anche mitologia, storie, dicerie, tradizioni (anche perché, altrimenti, un romanzo sulla vita dei conigli avrebbe avuto poco senso).
A questo si aggiunge anche la creazione – okay, sono solo poche parole (hraka, elil, ni-Frits…), ma sono comunque del tutto nuove – del vocabolario dei conigli, il lapino.

Di contro, però, non possiamo aspettarci grandi cose dalla costruzione della trama che, più o meno, procede tra viaggi e spostamenti, le sensazioni di Quintilio (spesso ignorate con la promessa di non farlo più quando si rivelano profetiche), feriti gravi o quasi gravi, riposo e periodo d’assestamento e poi di nuovo con viaggi, Quintilio, feriti, etc.

Ovviamente, le dinamiche sono quelle della favola: i buoni da una parte; i cattivi dall’altra. I buoni, comunque propensi al perdono, e i cattivi che, alla fine della storia, comprendono l’errore (ovviamente, questo non coinvolge il capo dei cattivi che tale rimarrà per sempre). Vari interventi propizi in stile deus ex machina.

Alla sua uscita, il libro fece storia e si impose come “classico” nella letteratura per bambini.

Per tirare le file del discorso, possiamo dire che si tratta di una lettura comunque gradevole che, fatta magari verso gli otto/dieci anni, è più probabile apprezzare. Diciamo che non è una di quelle storie in stile “Piccolo Principe” che forse si ama (e si comprende) più da adulti che da bambini.

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