Il valzer degli alberi e del cielo recensione

Titolo: La Valse des arbres et du ciel
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il valzer degli alberi e del cielo
Anno di pubblicazione ITA: 2017

Trad. di: Francesco Bruno

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Io non ho altro interesse che quello di ristabilire la verità,
non di mascherarla, giustificarmi o di sminuire le mie colpe,
né di preservare il mito.
»

A diciannove anni, Marguerite ha un’idea ben precisa di quello che non sarà: non sarà schiava di un marito scelto da suo padre e non permetterà a suo padre di trattarla come merce di scambio.

Tuttavia, ci sono alcuni conti da fare e alcuni grossi problemi da superare: in primo luogo che Marguerite è una giovane donna in una antisemita, ipocrita, patriarcale, chiusa e un po’ snob Francia del 1890.

In secondo luogo, dove mai potrebbe fuggire una donna per aspirare ad avere un trattamento pari a quello di un uomo? Pare che l’America sia una terra promessa per molti… ma i problemi che sorgono qui sono di natura economica, legati anche alla difficile traversa a cui molti non sopravvivono.

Tuttavia, qualcosa è destinato a cambiare: in quell’estate del 1890, un uomo si presenterà in qualità di paziente alla porta di casa del dottor Gachet, il padre di Marguerite.

Quell’uomo è destinato a sconvolgere l’esistenza di quella ragazza e a mostrarle il mondo con occhi e colori completamente diversi. Il suo nome? Vincent Van Gogh.

La figura di Vincent Van Gogh, tanto bistratta in vita quanto amata in seguito, possiede ormai un fascino incontenibile.

Autoritratto dell’artista eseguito nel 1889, National Gallery of Art, Washington

Pazzo o genio?
Oppure è uno di quei particolari casi in cui genio e pazzia coesistono per creare meraviglie? Oppure… nessuna delle due: solo una persona magari avanti rispetto al suo tempo, con una sensibilità diversa e proprio per questo incompresa?

Qui scopriamo un Van Gogh da un punto di vista particolare, quello di Marguerite, la figlia del dottor Gachet presso cui Vincent andò per curarsi consigliato da un altro grande impressionista Pissarro.

La narrazione non solo è declinata al femminile, ma pure in prima persona – una scelta, sotto certi punti di vista, coraggiosa e difficile per un autore.

È così che Margerite Gachet si forma davanti agli occhi come se ogni pagina aggiungesse una pennellata al suo ritratto: da «ochetta diciannovenne» come lei stessa si definisce, orfana di madre, convinta che la vita abbia qualcosa di più da offrirle si trasforma in donna i cui pensieri sono costantemente rivolti al passato.

Per la precisione, però, avviene il contrario: grazie a un certo distacco opaco che il tempo lascia sempre, una Marguerite ormai anziana ci racconta la giovane Marguerite instancabile, alla costante ricerca di qualcosa, sotto certi punti di vista ribelle, ma ancora ingenua e sciocca.

Attraverso Marguerite cogliamo non solo il disagio dell’essere una donna dalle larghe prospettive e aspirazioni le cui ali vengono tarpate da ciò che la società richiede al genere femminile (essere un grazioso ornamento e procreare), ma soprattutto riscopriamo attraverso i suoi occhi l’essenza romantica e estatica con la quale l’occhio dell’impressionista impone la direzione al suo pennello, creando tele fuggenti e meravigliose (pittura che, per la cronaca, era vietata alle donne per le quali doveva essere un semplice passatempo… guai ad avere l’aspirazione di eguagliare un uomo, sperando di diventare pittrice!).

Insomma, attraverso lo sguardo di Marguerite, scopriamo un Vincent un po’ lunatico, testa fra le nuvole, talvolta un po’ brusco e scorbutico, dal carattere sensibile e incline al fascino dell’alcol, ma tutto sommato normale. Certo, fuori dai canoni standard di educazione e rispetto pubblico (che, in verità, celano solo ipocrisia), vittima di scatti d’ira particolarmente furenti ed eccessivi, ma tutto sommato normale.

Di contro, il dottor Gachet, il medico degli impressionisti, fa una figura più cacina: pieno di sé, borioso, tirannico… la sua storica amicizia con il gruppo degli impressionisti, il suo dilettarsi con la pittura e le stampe (espose le proprie opere sotto lo pseudonimo di Van Ryssel) qui si trasformano in mera venalità, cupidigia. E culminano con la vendita di quadri impressionisti fasulli (sebbene sia storicamente vero che la famiglia Gachet donò numerose opere degli impressionisti ai musei).

La narrazione, dal linguaggio molto semplice e per questo estremamente scorrevole (sebbene adagiato su standard poco impegnativi), procede in maniera singolare e, accanto ai pensieri e alla vita di Marguerite, scorrono anche estratti, considerazioni o date che non solo aiutano a contestualizzare la vicenda permettendo al lettore di calarsi maggiormente nell’ambientazione, ma creano anche un peculiare parallelismo tra i personaggi e la storia.

Anche la ricostruzione (basata su una fantasiosa interpretazione degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life) di quei produttivi mesi a Auvers-sur-Oise è interessante e ben si incastra nella costruzione della storia.

Tuttavia, i personaggi soffrono un po’ di unidimensionalità; le loro vicende non trasportano il lettore; manca – o almeno io non l’ho avvertita – un certo sentimento, una certa passione nel raccontare.

 


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Gli anni della leggerezza recensione

Titolo: The light years
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Anno di pubblicazione: 1988
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Gli anni della leggerezza
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Manuela Francescon

Seguito da: 
– Il tempo dell’attesa;
– Confusione;
Allontanarsi;
– All change [ancora inedito in Italia].

Inghilterra. 1937-1938. Gli Cazalet sono una famiglia dell’alta borghesia inglese; sono numerosi, più o meno uniti e hanno una fiorente attività di famiglia.

Questa estate, come ogni estate, si riuniranno a Home Place, la dimora di campagna di famiglia nella quale vivono abitualmente il Generale e la Duchessa e la di loro figlia, Rachel.

Ben presto li raggiungeranno anche gli altri figli (Hugh, che dalla guerra è tornato pieno di tic e senza una mano; Edward, viscido tombeur de femmes; e Rupert, romantico pittore fallito); ognuno con il suo carico di mogli e figli, problemi e dubbi, sogni e speranze.

La casa va preparata; le stanze sistemate e assegnate; la cucina è già in subbuglio per provvedere alle esigenze di più di venti persone in arrivo (domestici e affiliati compresi).

E tuttavia queste due estati saranno diverse: sono gli anni della leggerezza sì, ma il mondo sta per cambiare, le nubi si addensano all’orizzonte e anche la famiglia dovrà affrontare i suoi mostri.

Il fraseggio è davvero ben fatto; le parole scorrono come se si avesse nelle orecchie le voce di una donna benevolmente pettegola, molto dotta e talvolta ironica, che ci racconta con abbondanza di particolari la vita, spiata, dei vicini agiati.

E, un po’, il problema ma anche la sua mirabilità sta proprio qui: che pare di leggere una trascrizione. Tutto è registrato con minuziosa dovizia (certe volte, troppa…): dai piccoli movimenti del viso alle grandi insicurezze dell’animo come se fosse lo script curato e ben fatto da un pedante sceneggiatore.

L’incubo della guerra è alle spalle (ma, sebbene nessuno sospetti ancora nulla, un’altra guerra è proprio sull’uscio); i chiacchiericci sulla Simpson e sull’ex Edoardo VIII sono ancora sulla bocca di tutti; e la difficile e spesso contraddittoria coesistenza tra i principi vittoriani e l’inizio della modernità sociale si mostra in tutto il suo umano splendore.

Questo mondo che vien da fuori già pieno di opposti deve confrontarsi con i rapporti interni alla famiglia, alla coppia e ai vari nuclei genitori-figli. C’è chi dà battaglia a colpi di «reciproca dedizione» e chi, invece, usa l’arma del tradimento; si creano amicizie e alleanze, ma l’estate dopo gli equilibri sono tutti da rifare; si maturano esperienze, si prendono batoste, si subiscono e si infliggono tradimenti. Insomma, normale amministrazione nella vita di tutti i giorni di una famiglia numerosa e più o meno unita.

Quindi, gli (“i” penso, però, sia l’articolo corretto) Cazalet.

William (anche il Generale) e la Duchessa (il cui vero nome è semplicemente Kitty, ma i cui modi impediscono di chiamarla diversamente dal titolo attribuitole). Poi Rupert, il fratello simpatico, ma un po’ sognatore; Edward, quello attraente e… ok, niente spoiler; Hugh, quelle gentile e premuroso; e Rachel, l’unica sorella e unica non sposata della famiglia… ma con un bell’amore segreto da custodire.

A loro vanno aggiunti le rispettive mogli, i figli (minimo due massimo quattro) e tutto lo stuolo di domestici, cameriere, tate e istitutrici, amici e vari.

E ognuno di loro – famiglia e famigli – è ingenuo, scaltro, permaloso, curioso, intelligente, pauroso, maturo o immaturo, serio, diligente, prepotente, permaloso, sognatore, innamorato, bello o brutto… insomma, ce n’è per tutti i gusti e la figura finale del singolo personaggio ha pregi e difetti, fisse e tic, paure e preoccupazioni, simpatie e antipatie.

Conoscendo – molto a grandi linee – la biografia dell’autrice (recentemente disponibile in libreria quella di Artemis Cooper) non se ne può non riconoscerne qualche elemento nei suoi personaggi (il desiderio di diventare attrice, le molestie da parte del padre, sporadiche avventure extra-matrimoniali, l’ostacolo della guerra). E l’inserire nei propri personaggi di finzione piccoli elementi reali – personali o altrui –  è un aspetto che apprezzo molto.

La panoramica che ci regala l’autrice ci consente di sbirciare sia ai piani bassi, quelli dei domestici, sia a quelli alti della borghesia con una telecamera che punta finanche i più piccoli impercettibili movimenti di mano.

Non posso non ammettere che sia scritto molto bene e che i personaggi, pur essendo numerosi, siano vari e strutturati con tutti i crismi, sfaccettati e complessi tanto che, dalla descrizione di un loro gesto apparentemente senza importanza, il lettore è in grado di comprendere lo stato d’animo del personaggio in questione (certo, magari all’inizio va fatto un po’ di sforzo per inquadrare ognuno di loro).

Tuttavia, persiste una certa monotonia, forse questi sono proprio gli anni della leggerezza, la quale mi ha impedito di godere appieno la lettura.

Una saga familiare interessante e di piacevole lettura, ma lenta… mortalmente lenta. Le prime cento/centocinquanta pagine se ne vanno solo per la presentazione dei personaggi. Il resto, pur riportando alcuni eventi degni di nota all’interno della famiglia e presentando gli equilibri (e squilibri) dei personaggi, si perde spesso in descrizioni molto minuziose di gesti e azioni rallentando spesso la spinta narrativa.

Il risultato complessivo è, comunque, godibile e ammetto d’essermi affezionata agli Cazalet… ad alcuni almeno.


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Stoner recensione

Titolo: Stoner
Autore: John Williams
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1965
Titolo in Italia: Stoner
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Stefano Tummolini

William Stoner nasce in un’anonima fattoria.
Tutte le mattine si alza e aiuta il padre con il lavoro nei campi. Poi modernità e nuove conoscenze fanno il loro ingresso in questo comunissimo angolo di terra e il padre, dopo aver sentito parlare di “università”, chiede a Stoner di iscriversi, seguire il corso di agraria e di tornare alla fattoria con le nuove conoscenze acquisite.

E Stoner, seppur non molto convito, lo fa: si iscrivere all’università del Missouri, segue i corsi, svolge i compiti e gli esami più per diligenza che non per reale convinzione.

Ecco, però, che un giorno una fulminazione lo coglie durante il corso – obbligatorio anche per gli studenti della facoltà di agraria – di letteratura inglese mentre e in atto lo studio del sonetto 73 di Shakespeare.

E con questo praticamente unico gesto di “ribellione”, Stoner molla agraria e si butta a capo fitto nello studio della letteratura per diventare in seguito ricercatore e poi professore sempre nella stessa università.

All’orizzonte lo aspettano due guerre mondiali e la crisi economica più nera nella storia degli Stati Uniti.

Quando fece la sua prima comparsa nel 1965, Stoner non venne particolarmente apprezzato: vendette “solo” 2.000 copie (per la verità, un grande traguardo nell’attuale mercato editoriale italiano) e nel giro di un anno dalla sua pubblicazione era già fuori catalogo.

Poi il recupero nel 2003 e nel 2006 e il tam-tam social iniziato grazie all’attenzione di alcuni scrittori famosi lo hanno promosso a successo da un milione di copie… in Europa. Infatti, nella terra natia “Stoner” resta un mistero per gli editori statunitensi che ammettono la sconfitta sul fronte vendite [Fonte: IlPost].

Veniamo a noi.

Stoner: un uomo mediocre potremo assumere come sottotitolo, ma in verità più normale di quanto si potrebbe immaginare.

Il mondo letterario ci ha abituati a cavalier serventi; eroi ed eroine; gente dotata di grandi menti, grandi doti; eccellente in qualcosa, eccezionale in altre. Le loro storie trasudano emozioni, avventure, eventi inattesi e fortune insperate.

Ma qui non c’è nulla di tutto questo. Non ci sono draghi da sconfiggere o grandi gesta da compiere; non ci sono strade poco battute da esplorare o mondo sconosciuti da scoprire. Qui c’è solo Stoner e la sua mediocre vita, in verità… la sua vita normale orbitante attorno al polo universitario.

Poco, in verità nulla, nella vita di Stoner grida all’eroico, all’epico. Il nostro è un uomo tranquillo, pacifico, remissivo, passivo e dotato di un’enorme pazienza. Animo romantico (o filosofico, se preferisci) sicuramente; ma talvolta privo di quel quid in più che lo spinga verso una strada non tracciata, verso una scelta più complessa, verso una decisione che implica un certo sforzo.

Vive la sua vita, sotto certi aspetti, come se non ne fosse del tutto padrone o come se, in fondo al percorso, si nascondesse un bonus per ricominciare tutto daccapo.
Ma scegliere la strada più facile non sempre vuol dire seguire la strada migliore. E così, romantico quanto cieco, Stoner deciderà di sposare Edith Bostwick, donna vuota e anonima  “coltivata” dai genitori solo per essere una buona moglie. Incrocerà una grande quanto fastidiosa nemesi, subirà perdite, vedrà la vita dell’amata figlia scivolargli via delle mani, ma reagirà sempre con un certo distacco… come se la cosa quasi non lo riguardasse o non fosse suo il potere di raddrizzare il mal subito.

E, tuttavia, Stoner è anche capace di compiere un paio di scelte forti come il cambio facoltà (mandando a monte le speranze dei genitori e imponendo un drastico cambiando alla sua quotidianità) oppure il non arruolamento come volontario per la guerra (nonostante i suoi unici due amici decidano diversamente). Insomma, i processi mentali che guidano Stoner restano sempre un mistero per il lettore, ma in un certo qual modo – ed eccettuati i due esempi di poco sopra – sembra che la sua preferenza vada per la scelta più semplice, meno problematica.

Estraneo a quei suoi stessi genitori che in lui riponevano grandi speranze, convinto che l’infatuazione per la moglie sia amore, incapace di difendere i suoi spazi, Stoner “perde” tempo… tempo che indietro non tornerà più, ma che lui non cerca nemmeno di far tornare.

Accanto al nostro remissivo protagonista, si avvicendano altri quattro o cinque personaggi anche loro normali, comuni. Nessuno di loro fa nulla di speciale; nessuno di loro ha particolare incidenza. Vivono la loro vita, anzi sopportano la loro vita perché è quello che devono fare: non c’è poesia nella vita vera. Non ci sono fate madrine a risollevare la triste situazione né occasioni speciali con cui guadagnarsi l’immortalità.

E così anche Stoner e i suoi comprimari accettano semplicemente l’ineluttabile: la vita è «lunga disgrazia destinata a finire».

Personaggi comuni, quindi? Certo, sicuramente.
Quante altre Edith ci saranno state – e ci saranno magari con competenze aggiornate – in America, Inghilterra, Italia, Francia brave a ricamare, brave a suonare uno strumento e a dipingere con gli acquarelli… brave insomma a essere un grazioso completo d’arredo?
E quanti altri vanesi Horace Bostwick che guardano al soffitto per non incrociare lo sguardo del loro interlocutore infesteranno il mondo?
E di quanti boriosi colleghi come Lomax saranno piene le università?

Attraversato da un profondo pessissimo, in “Stoner” non ci sono moniti né considerazioni che indichino al lettore il giusto percorso da compiere nella vita. Nessuno accusa Stoner di lassismo o inutilità, perché in fondo la vita di Stoner è la vita anonima e più semplice che molti scelgono.

E questo è un aspetto che ammiro, ma dall’altro lato avverto appunto qualcosa di stonato che mi ha impedito di innamorarmi del romanzo.

Da un lato, apprezzo la valorizzazione quasi romantica che John Williams è riuscito a fare dell’uomo comune e della sua storia normale con la capacità di rendere “interessante” anche la linearità di Stoner riuscendo a dedicargli un libro intero.

Lo stile narrativo semplice e lineare (mi scuso per la ripetizione, ma non riesco a trovare un sinonimo adeguato) rispecchia bene questa immagine di pacatezza e tranquillità.

Tuttavia, dall’altro lato, è un romanzo che non credo d’aver compreso fino in fondo e che ancora faccio qualche fatica a inquadrare: dei personaggi continua a sfuggirmi qualcosa nelle loro decisioni, della storia troppo comune mi sfugge il significato e, soprattutto, l’emozione.


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Il seggio vacante recensione

Titolo: The casual vacancy
Autrice: J.K. Rowling
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Il seggio vacante
Anno di pubblicazione ITA: 2012

Si annuncia la triste dipartita di Barry Fairbrother, quarantaquattro anni, direttore dell’unica filiale di banca ancora rimasta in “città” nonché membro del Consiglio locale di Pagford.
Il pover’uomo era a cena – anzi stava andando a cena – con la moglie quando un aneurisma se l’è portato via.

La notizia si ripercuote su tutta la cittadina come una carica di cavalleria annunciata dal rullo di tamburi. Cavalli e tamburi a Pagford sono, tuttavia, rappresentati da telefoni trillanti e resoconti costruiti.
C’è chi lo compiange; chi ancora basito non riesce a comprendere; chi teme momenti come questi riflettendosi nella pena e nel dolore della vedova di Fairbrother, Mary; e c’è anche chi ne è contento.
Insomma, c’è solo una cosa certa: la morte di Fairbrother e il seggio vacante che ha lasciato nel Consiglio locale sono l’argomento che più fermenta sulle bocche dei paesani.

Adesso, la caccia è al suo sostituto e, nel paese, le fazioni avversarie sono già pronte con il nome del proprio candidato. Ma anche altri pare vogliano mettere le loro grinfie su quel seggio vacante. E chissà che il fantasma di Barry non abbia qualcosa da ridire in proposito…

Se Pagford avesse lo status quo di comune potremo parlare di una specie di cittadina; invece abbiamo davanti il classico paesotto inglese.
Con le villette pittoresche, l’acciottolato delle strade, i negozi che si affacciano sulla piazza principale, lo scuolabus che carica i ragazzi in divisa verso la scuola e poi… ah, poi le chiacchiere.
Che paese sarebbe senza un buon giro di pettegolezzi?
La morte di Fairbrother innesca un fuggi fuggi generale: chi era presente al momento del fattaccio ci tiene a dare la sua versione direttamente “dalle trincee”; chi ha saputo la sconcertante notizia non vede l’ora di diffonderla in diversi toni e gradazioni al vicino/amico/parente; e poi ovviamente c’è anche chi soffre più di altri colpito direttamente dalla vicenda.

Ovviamente, Pagford è un carosello di personaggi: c’è il salumiere trippone; la psicologa fricchettona; l’invidioso; il ragazzo innamorato; la ragazza problematica; la vecchia pettegola; l’impicciona; l’insoddisfatta;  l’eterno indeciso; ect.

E tra di loro c’è chi è profondamente addolorato per la morte di Fairbrother e chi, invece, bè, ci vede un male non necessario ma tutto sommato utile.

Anche perché la morte di Barry Fairbrother non è solo una specie di – tragico e improvviso – evento locale, ma smuove tutta una serie di movimenti intestini nella ridente e britannica Pagford, rinfocolando mire di secessione.

Quindi, da una parte Pagford; dall’altra Yarvist, la circoscrizione ufficiale. Gli abitanti delle due cittadine sono simili per i classici modi di fare inglesi educati che nascondono spesso un pezzetto d’astio, un briciolo di supponenza e anche un goccio di ipocrisia.

Tuttavia, i giochi che si aprono nella cittadina di Pagford coinvolgono un po’ tutti tra pettegolezzi e falsità, pregiudizi e mezze verità, sospetti e alleanze più o meno velate, profonde antipatie e amicizie importanti. Le azioni di un personaggio influenzano quelle degli altri in un mirabile effetto domino che, alla fine, investe Pagford su larga scala.

Catapultati nella vita della piccola cittadina, ci ritroviamo invischiati in varie vicende famigliari, in differenti storie personali. Ogni personaggio e ogni famiglia ha la sua storia, il suo modo di essere, i suoi segreti e le sue aspirazioni.

Il cocktail cittadino propone ipocrisia shakerata con finti buonismi; vanagloria mixata con supponenza; opportunismi vari mescolati con falsità di vario genere. 

Nei romanzi corali si parla di tutti e il primo rischio in cui l’autore incorre è quello di non parlare di nessuno, cioè di non approfondire bene i personaggi, renderli delle macchiette o tutti simili; di concentrarsi su alcuni e dimenticarne altri.

Qui questo rischio è in parte scongiurato.

Secondo il mio sentire, i personaggi femminili sono più diversificati l’una dall’altra e hanno tutte vari aspetti della personalità, sebbene poi un elemento sia predominante rispetto agli altri. In ogni caso, seppure ricadendo in alcuni stereotipi, sono comunque distinte le une dalle altre.

Negli uomini, invece, avverto un livello inferiore di caratterizzazione: tutti più o meno molluschi e viscidi (c’è chi esplica questa mollezza in maniera più violenta, come Simone Price; e chi in maniera più nascosta, cioè tutti gli altri). La maggior parte pare interessata alle forme in fiore delle ragazzine; la maggior parte ha bisogno di esternare o dimostrare la propria virilità; la maggior parte vede solo nei limiti ristretti dai confini di Pagford; la maggior parte è supponente e altezzosa; la maggior parte vede le donne solo come un mezzo.
Gli unici che si salvano sono il defunto Fairbrother- e il fatto di essere morto lo esclude un po’ dai giochi – e il chirurgo/bello-di-Bollywood Vikram (personaggio mai approfondito).

Sotto questi aspetti – cura nei personaggi e nell’ambiente di piccolo borgo inglese – e con le remore che ho espresso sopra, tanto di cappello.

La stessa autrice ebbe modo di spiegare: «Personalmente, non credo che questo sia un libro molto filmabile. Questa è una delle cose che mi piace. Penso che sia un nuovo romanzo dato che una buona parte delle cose che accadono avvengono internamente. È necessario capire quello che sta accadendo nelle teste della gente. Così, anche se accadono molte cose nel romanzo, parte del suo fascino, per me, è che molte cose avvengono nella vita interiore delle persone, e un film non è necessariamente il mezzo migliore per poterle trasporre» [Fonte: blog.screenweek].

Tralasciando il fatto che la BBC ne ha già annunciato la trasposizione in serie televisiva (siamo d’accordo che non si tratti di un film, ma il mezzo di comunicazione – a parer mio – resta sempre lo stesso), quanto detto riguardo alle vicende spesso interne dei personaggi è molto vero.

E la storia, infatti, è molto lenta… anche perchè non si tratta di seguire un singolo protagonista né si concentra su di un singolo evento, ma si tratta della vita di una cittadina intera il cui fulcro e i delicati equilibri iniziano a dissestarsi alla morte di Barry Fairbrother.

È come entrare per qualche giorno nello spaccato di vita di questa piccola cittadina. Non succede nulla di eclatante (a parte un paio di eventi verso la fine – che evito di riportare per spoiler), non ci sono colpi di scena, non c’è un ritmo serrato, non c’è necessità o urgenza di sapere cosa succederà ai personaggi.

Per carità, il clima di piccolo paesello si respira tutto (e, il fondo, tutto il mondo è paese: i pettegolezzi e le ipocrisie girano nei piccoli mondi italiani come in quelli inglesi), tuttavia la mancanza di una storia principale che faccia da cardine alla vicenda mi ha reso un po’ complesso appassionarmi alla storia o affezionarmi ai personaggi ed essere partecipe delle loro tribolazioni.

Verso la fine (cioè l’ultimo centinaio di pagine), gli eventi cominciano un pochetto a entrare nel vivo. Un po’ troppo tardi, forse, per appassionare un lettore.

Impossibile non notare il profondo pessimismo che gronda da tutto il libro: homo homini lupus. Questa è la natura umana: ognuno per sé, strenua necessità di mantenere le apparenze a discapito anche dell’amor proprio, cecità, ipocrisia, velleità, arroganza, sentimenti nascosti.
Nulla da fare: dal pregiudizio non si scampa, dalle catene che la vita ci riserva nemmeno.

Concludendo: ho approfittato della nuova edizione Tea edita nel gennaio 2017 per leggere quello che sarebbe il primo romanzo che J.K. Rowling ha scritto dopo tutti gli Harry Potter (io, come sai, ho ordinato i libri come tornava comodo a me e ho letto prima i libri targati Robert Gailbraith, il-per-nulla-misterioso pseudonimo della scrittrice… trovi i link delle recensioni nel box al termine dell’articolo).
Tuttavia, ecco… non sono pentita dell’acquisto solo perché si trattava di un’edizione economica (circa 5€).

Intendiamoci, Il seggio vacante presenta un buon comparto personaggi e un’ottima caratterizzazione ambientale. Purtroppo, questi due elementi non riescono a bilanciare completamente una storia priva di un evento cardine, la quale si barcamena tra una moltitudine di sottotrame senza trovare la forma giusta per appassionare il lettore.
Manca una conclusione netta a molte delle storie iniziate (e, difetto mio, i finali abbozzati/accennati non trovano il mio completo appoggio).

[Credit photo: dailymail.co.uk]


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Trad. di.: Silvia Castoldi

Bonbon (anche detto Venduto) ha avuto un’infanzia particolare a Dickens, sobborgo-ghetto(?)-zona-disagiata di Los Angeles.

Il padre, un po’ – molto – infognato con la psicologia, lo ha sottoposto a quasi ogni genere di esperimento sociologico – il cui esito è stato per il nostro povero Bonbon spesso infausto – e gli ha fornito un’educazione domestica. Il tutto nell’ottica di aiutare il figlio a orientarsi, galleggiare e sopravvivere in questo mondo in cui se sei di colore e sei fermato dalla polizia durante un semplice e innocente controllo, sei comunque colpevole e passabile di pallottola in corpo.

Il padre, inoltre, ha un ruolo ben preciso all’interno del ghetto/sobborgo: quello di sussurrare ai concittadini, i quali, quando sbroccano e minacciano di uccidersi/uccidere devono prima passare dalla negoziazione di F.K. Me (alias il padre di Bonbon). Alla sua morte, il figlio, nonostante la sua idea sia quella di continuare pacificamente e tranquillamente con la sua fattoria, si ritrova suo malgrado a dover proseguire l’eredità paterna di sussurratore.

Tuttavia, una serie di coincidenze, piani e disegni astrali poterà Bonbon: 1) a diventare un “felice” proprietario di schiavo nero (nome Hominy Jenkins) e 2) a riportare il segregazionismo nella cittadina/sobborgo di Dickens.

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Oh, erano mesi (mesi!) che volevo leggere questo libro, ma riuscire a ottenerlo dalla  bliblioteca è stato un calvario di prenotazioni non aggiornate, disponibilità non comunicate, ect.
Alla fine, per un colpo di fortuna, torno vittoriosa.

E con questa aspettativa pompata da mesi ho anche cominciato la lettura… ma, complice anche il protagonista che si fa una bella fumata subito nelle prime pagine con il benestare degli agenti di polizia che lo hanno in custodia e poco prima di cominciare la sua udienza d’appello, non è che ci abbia capito granchè (eh, lo so… partiamo bene!).

Alcune considerazioni sull’America moderna e sulle sue – tantissime – contraddizioni sono più che condivisibili (soprattutto in questo periodo), ma fatico a trovare un senso ad alcuni passaggi, ad alcuni eventi – passati o trapassati – che si mescolano fra loro, alcuni personaggi che arrivano ma sono solo ricordi o frutto della fantasia. E poi considerazioni sconclusionate, trip mentali, incontri-scontri… confesso d’aver avuto parecchia difficoltà a dare un senso a tutto.
Tant’è che mi sono son detta: se questo è solo il prologo stiamo a posto!

L’udienza di appello di fronte alla Corte Suprema corrisponde all’alpha e all’omega della storia, la cui parte centrale è un grande flashback per arrivare a spiegare l’inizio del libro, cioè come ci siamo ritrovati davanti alla suddetta Corte Suprema.

Seguono, quindi, capitoli dedicati ad abusi psicologici, reali esperimenti scientifici rimaneggiati e riadattati “a beneficio” del nostro giovane protagonista, un’infanzia rovinata, un’adolescenza sconquassata, cadaveri caricati sul cavallo in perfetto stile cowboy, crisi economica, boom di laureati-disoccupati, gangs di latinos e di afroamericani.

Insomma, in altre parole seguiamo la vicenda di Bonbon (per la cronaca, si tratta di un soprannome… il nome vero non ci è dato conoscerlo) nella cittadina di Dickens covo di violenza, precariato, ignoranza, sogni infranti, scarse aspettative di vita e pregiudizi razziali.
Da lì, il passo a farsi come schiavo un malato di Alzaheimer è davvero breve… breve per il nostro Bonbon, a quanto pare.
A onor del vero Hominy – ex simpatica canaglia, la famosa serie TV con Alfa Alfa a capo della combriccola – ci tiene davvero a esser schiavo e pare avere un forte bisogno di attenzioni e “premure” all’insegna del razzismo… frustate comprese. E tutti gli sforzi del suo “padrone” di liberarlo sono vani.

L’idea centrale è quello di riportare in vita una città, Dickens appunto, misteriosamente privata di tutti i pittoreschi cartelli di “Benvenuto a…“, privandola così di confini visibili e dell’identità sua e dei suoi abitanti.

Ora basta combinare i due aspetti (schiavo nero e città declassata) per ottenere il fulcro del libro: ridonare a Dickens la sua unità attraverso la segregazione. Uniti dall’odio e dai soprusi subìti, tutti i cittadini di Dickens ritrovano la giusta condotta, riscoprendo speranze e la loro unità di collettività. La voglia e la necessità di dimostrarsi, in un certo qual modo, migliori, di sfatare i pregiudizi e di restituire le offese e i torti innalza la segregata cittadina di Dickens a nuovi livelli di benessere, di sicurezza e di standard sociali.

Bonbon (anche detto Venduto) riprende, quindi, l’opera del padre, primo sperimentatore sociale anti-segregazionismo, pro-black-power e uomo-che-sussurra-ai-neri di Dickens, invertendone però gli obiettivi.

Ora, come scrivevo sopra, alcune considerazioni, scritte anche un una certa dose di sarcasmo, sono condivisibili. Ci sono alcune parti, colme di ironia e cinismo, che ho davvero apprezzato molto. Altre contengono considerazioni davvero attuali mettendo in luce alcune ipocrisie e contraddizioni del mondo moderno. È il caso, ad esempio, delle discussioni sulla censura dei libri come “Huckberry Finn“, cosa realmente accaduta di recente in una cittadina americana (dalla quale, per lo stesso motivo, è stato bannato anche “Il buio oltre la siepe“. Qui i dettagli).

Riporto le parole di Beatty: «Perché incolpare Mark Twain del fatto che tu non hai la pazienza e il coraggio di spiegare ai tuoi bambini che la parola che comincia per n esiste, e che nel corso delle loro piccole vite protette potrebbe capitargli un giorno di sentirsi dare del “negro” o, peggio ancora, di abbassarsi a dare del negro a qualcun altro? Nessuno si riferità mai a loro con l’espressione “piccoli eufemismi neri”, perciò, benvenuto nel lessico americano, negro! […] È questa la differenza tra la maggior parte dei popoli oppressi del mondo e i neri americani. Gli altri giurano di non dimenticare mai, mentre noi vogliamo cancellare tutto dalla fedina penale, sigillarlo e archiviarlo per l’eternità».

Il concetto è che al razzismo non si scampa… nemmeno nell’America di Barack Obama. Ma, invece, che nascondercisi dietro per giustificare le scelte sbagliate, Beatty invita invece a reagire e a non piangersi addosso.

Un paragrafo a parte lo meritano le Simpatiche canaglie, serie TV in onda negli anni ’20/’30 e di recente tornata in giro con un adattamento cinematografico. La serie è stata un cult per anni, sia come “film muto” sia con l’arrivo del sonoro, ma è stata anche molto discussa. Sebbene la serie possa vantare il primato di aver fatto recitare in un unico gruppo bambini bianchi e di colore, oggetto della diatriba sono gli stereotipi razziali – non solo afro, ma anche messicani, italiani, ect. E posso comprendere perché nel libro rivista un ruolo centrale.

Tuttavia, a queste parti più o meno riflessive, ne seguono altre – molte – all’insegna del surrealismo, dell’assurdo, della scelta di elementi provocatori e paradossali; altre ancora colme di riferimenti – almeno immagino – sono di impossibile comprensione per chi non è americano e non abbia avuto almeno una rapida sortita in zone disagiate.

La presenza di questi aspetti rende la comprensione della storia ostica; il seguire la vicenda complesso.

Lo stesso dicasi per i personaggi volutamente stereotipati e dai comportamenti provicatori, assurdi e surreali.

La storia, la vicenda è poi solo il pretesto per tutta quella serie di considerazioni cui ho già accennato, quindi non ci sono grandi sorprese, grandi plot o grandi slanci narrativi. Tanto che manca una vera e propria conclusione (e a me i libri senza conclusione non mi sconfinferano).

Ricordi quando, simile a un disco rotto, ripeto che lo stile telegrafico (soggetto-predicato-complemento) non mi piace? Bene, confermo quanto detto.
Dall’altro verso, però, non riesco a digerire nemmeno il soliloquio qui riprodotto in frasi chilometriche, alcune difficili davvero da seguire.
Questa corposità nello stile di scrittura aumenta – a mio parare – il senso di disagio e incomprensione che già rende farraginosi molti elementi della storia.

Ammetto che non è stato facile dare una valutazione a questo libro. Da una parte – ripeto – alcune considerazioni sono più che condivisibili: Beatty mette in evidenza l’ipocrisia, in certi casi il lassismo che pervade la società moderna. Dall’altra parte, però, si tratta di un libro che, in molti punti, non ha nè capo nè coda… e il surrealismo, l’assurdo letterario non è proprio il mio genere (come non lo è nemmeno in pittura… diciamo che io mi fermo agli impressionisti).

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