Va’, metti una sentinella recensione

Titolo: Go set a watchman
Autrice: Harper Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Va’, metti una sentinella
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Vincenzo Mantovani

Preceduto da:
Il buio oltre la siepe

Di nuovo a Maycomb.

Scou… ehm, Jean Louise Finch torna, dopo qualche tempo, nella cittadina della sua infanzia dove il padre Atticus, con una artrite – reumatoide – in certi momenti invalidante, esercita come avvocato.

Lì, appena scesa dal treno, si ritrova il suo ragazzo Henry Clinton (oh chi è?) pronto a caricarla in macchina e portarla a casa dove il padre e la zia Alexandra dalla caratteristica forma a clessidra la stanno aspettando.

Tra proposte di matrimonio rifiutate e continui ricordi d’infanzia, Jean Louise scoprirà come Maycomb e le persone che la abitano siano cambiate… in peggio… o forse, a uno sguardo più attento, capirà che sono sempre rimaste le stesse.

Prima ancora della sua uscita, Va’, metti una sentinella è stato un romanzo discusso e molto atteso. Alla sua pubblicazione poi un sacco di voci si sono sollevate a dire poco irate tra chi sosteneva che il libro fosse una burla ordita dalla stessa Lee e chi, invece, sosteneva che il romanzo non fosse nemmeno stato scritto dall’autrice.

In ogni caso, eccoci qui di nuovo a Maycomb.
Nomi e luoghi sono sempre gli stessi, c’è qualche faccia nuova – almeno per chi legge – e la ventata di nostalgia che accoglie Jean Louise, una donna adulta ormai, alla stazione di Maycomb Junction coglie anche il lettore.

Tuttavia, ci sono alcune discrepanze fra questo romanzo – che sarebbe un sequel (secondo il grosso dell’impostazione pubblicitaria che è stata fatta… e questo forse può aver generato qualche incomprensione) – e “Il buio oltre la siepe“, con particolare riguardo alla genealogia dei Finch e alla storia di Maycomb.

Per citarne sole alcune:

  • c’è una sorella in più tra i Finch, Caroline, della quale però non c’è dato sapere molto altro;
  • la storia dell’Approdo dei Finch è diversa e zia Alexandra non è mai rimasta a viverci;
  • Francis è figlio e non più nipote di Alexandra;
  • la difesa di Tom Robinson avvenne per intercessione di Calpurnia e non viene affidata d’ufficio ad Atticus dal giudice Taylor;
  • Mayella di anni qui ne ha quattordici e non diciannove;
  • Tom, alla fine, viene assolto dalle accuse (anche perché il rapporto con la ragazza era consenziente).

Accanto a queste (e altre) discrepanze, ci sono poi alcuni episodi paralleli che si ripresentano seppure in forme diverse (ad esempio, la sberla che riceve Scout dallo zio Jack o il tè con le signore di Maycomb).

Manca, inoltre, una conclusione alla vicenda.

Considerando quanto sopra e che Va’, metti una sentinella, sebbene successivo a livello narrativo (è ambientato a metà degli anni ’50) rispetto a Il buio oltre la siepe, sarebbe in realtà scritto prima, è evidente che questo discusso romanzo sia semplicemente una precedente stesura de Il buio oltre la siepe.

E infatti,

Scritto a metà degli anni Cinquanta, “Va’, metti una sentinella” è il romanzo che Harper Lee aveva proposto al suo editore prima de “Il buio oltre la siepe”. Lo si dava per disperso, ma è stato ritrovato in una cassetta di sicurezza nel 2014 [Fonte: Feltrinelli.it].

E capisco perché l’editore abbia deciso di rifiutare questa stesura ma di accettare – o di spingere Harper Lee a realizzare – quella poi definitiva de Il buio oltre la siepe.

Nel leggere Va’, metti una sentinella si ha, in effetti, la sensazione – soprattutto alla luce del risultato finale -che il romanzo abbia bisogno di alcuni ritocchi non solo per quanto riguarda l’attenzione per gli eventi e l’introduzione delle singole scene, ma anche con riferimento alla strutturazione dei personaggi.

È vero: Atticus è diverso (per gli esempi in dettaglio puoi leggere questo articolo) e alcuni suoi discorsi non rientrano affatto nel personaggio che abbiamo imparato ad amare con Il buio oltre la siepe.

Tuttavia, non lo definirei propriamente razzista o mezzo-razzista o “in fondo in fondo ci ha gabbato tutti ed è sempre stato razzista“. In realtà, le sue affermazioni sono frutto del sentimento del periodo denso di mutamenti sociali.

Certo, la sua impostazione così chiusa senza nemmeno una possibilità d’appello, sconvolge la figlia (e il lettore), ma non lo ritengono uno shock così destabilizzante poiché “giustificato” dal clima dell’epoca.

In ogni caso, le conquiste a cui Scout (… no Jean Louise) arriva con notevole sforzo e delusioni non hanno affatto lo stesso sapore e la stessa carica che possiedono invece ne Il buio oltre la siepe.

L’impatto che storia e personaggi hanno sul lettore è sicuramente inferiore, perché la profondità e la cura per gli argomenti trattati è inferiore.

Insomma, il confronto tra questa versione in fieri e poi la sua stesura definitiva non regge.

Va’, metti una sentinella è un libro interessante nella misura in cui Scout umanizza finalmente la figura di Atticus e acquisisce la propria autonoma consapevolezza; un passaggio inevitabile della crescita che prima o poi tutti i figli, se educati al pensiero critico e ragionato, arrivano a fare nei confronti dei genitori.

Per il resto, meh.

Più che come seguito de Il buio oltre la siepe va, secondo me, considerato come una curiosità: vedere la nascita di un romanzo destinato a diventare un capolavoro mondiale.

Per questo, mi sento di consigliare la lettura di questo romanzo solo alla luce di questa curiosità tra prima e dopo; per il resto, anche no.

È un libro senza lode e senza infamie. Si fa leggere, ma lascia davvero poco.


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Il buio oltre la siepe: I classici di The Books Blender

Il buio oltre la siepe è una lettura che, per tutta una serie di motivi, non può mancare nella libreria di un lettore non fosse solo per il fatto che la nostra piccola narratrice, Scout (Jean Louise) Finch, è un’accanita lettrice (tanto che una delle citazioni che preferisco del libro è detta proprio dalla nostra piccola eroina: «Fino al giorno in cui mi minacciarono di lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura; si ama, forse, il proprio respiro?»).

Il romanzo ricevette un successo immediato e valse alla sua autrice, Harper Lee, il premio Pulitzer (e questo sì che è un romanzo che vale il Pulitzer!).
In cifre: oltre 30 milioni di copie vendute, in classifica tra i bestseller del New York Times per 88 settimane, tradotto in 40 lingue (Fonte: Feltrinelli.it).

Ad oggi il libro si trova nel 70% delle scuole statunitensi (sebbene sia stato bannato in alcuni istituti perché – tieniti forte – considerato troppo razzistamah!).

Gregory Peck (Atticus Finch) e Mary Badham (Scout) nella trasposizione cinematografica de “Il buio oltre la siepe”, 1962

Conobbi per la prima volta Atticus Finch grazie alla magistrale e azzeccatisisma interpretazione (che gli valse l’Oscar) di Gregory Peck.

Da quel primo incontro, Atticus incarna per me un esempio perfetto di avvocato e di persona.

Il suo corrispettivo letterario, ovviamente, non è da meno e, grazie alla penna di Harper Lee, regala perle di vita:

«Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente, e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda.»

Diamo, però, per scontato che nessuno di noi abbia mai sentito parlare de Il buio oltre la siepe. Di che parla?

A Maycomb, una cittadina dell’Alabama in cui il più grande passatempo è andare in chiesa e sparlare dei vicini, Atticus Finch si ritrova la difesa d’ufficio di un uomo accusato di violenza carnale su di una ragazza.

Le accuse sono un po’ (tanto) campate in aria, ma il processo si svolge a carico di un uomo di colore, davanti a una giura di uomini bianchi e la presunta vittima è una giovinetta – bianca – ignorante e terrorizzata.

Sostanzialmente il verdetto è già scritto prima ancora che Tom Robinson si sieda sul banco degli imputati.

Il processo scatenerà curiosità morbosa, vecchi pregiudizi e profondi rancori.

In realtà, questo mio riassunto è riduttivo. In primo luogo, perché il clou della vicenda – il processo – occupa solo la parte centrale del romanzo e, all’inizio, il caso giuridico viene solo sussurrato e vagamente compreso da Scout, la narratrice figlia di Atticus.

In secondo luogo, perché accanto alla ricerca di un processo veramente giusto ed equo senza alcuna distinzione per nessuno, si intrecciano tutta una serie di considerazioni ancora attuali: l’essere coerenti e corretti con se stessi, sapersi rapportare con gli altri e imparare a non farsi spaventare da nessuno camminando sempre a testa alta (se si di aver ragione e di aver agito per il meglio), immaginare come sarebbe “mettersi nei panni altrui”.

In poche parole, il mondo è cattivo, ma bisogna imparare a parare i colpi.

Di contro, Il buio oltre la siepe mette in luce e condanna l’ipocrisia dilagante (il tè delle signore e le loro superflue chiacchiere sono solo uno dei tanti esempi presenti nel romanzo); la morbosa curiosità; il godere delle disgrazie altrui; il giudicare gli altri; la religione portata ai suoi estremi; il fanatismo in generale e tutta una serie di comportanti che generano solo pregiudizio e scontro.

E con l’innocenza dei bambini saltano fuori tutte le incoerenze e le ipocrisie degli adulti.

La cittadina di Maycomb è descritta in modo così realistico da risultare un microcosmo pieno di sogni e di desideri, di invidie e di odi.

I posti ci diventano familiari (e sì, ha ragione Jem, sotto gli alberi la terra è più fresca); i personaggi ce li vediamo sfilare davanti come se fossero davvero di fronte a noi.

Dati i contenuti dal grande impatto, Il buio oltre la siepe è una lettura super-consigliata… da tutti compreso l’ex presidente americano Barack Obama che, in occasione del 50° anniversario della pellicola, registrò una breve introduzione alla visione del film.

Di recente, è uscito il discutissimo seguito Va’, metti una sentinella (qui puoi leggere la mia recensione).
Si è speculato molto su questo nuovo romanzo (il Newyorker, di cui parlammo qui, parla addirittura di crollo di un mito) e qualcuno sostiene addirittura che non sia stato nemmeno scritto dalla Lee.

Secondo la mia modesta opinione, si tratta semplicemente di una stesura precedente de Il buio oltre la siepe anche perché, in alcuni punti, la storia presenta alcune incoerenze (qui ti spiego la mia teoria).

Insomma, concludendo: questo è uno di quei libri che non mi stancherei mai di leggere (e, infatti, mi sono pure ascoltato l’audiolibro con Alba Rohrwacher come narratrice… all’inizio ammetto che è un po’ monocorde, ma man a mano che si procede nella narrazione caratterizza molto i personaggi rendendo l’ascolto davvero interessante).

Da leggere e tenere in prima posizione sullo scaffale della libreria.


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Come siamo diventati nordcoreani recensione

Titolo: How I Became a North Korean
Autrice: Krys Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Come siamo diventati nordcoreani
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«La memoria […] è una superficie scivolosa, uno specchio che va in frantumi appena lo sfioro.»
Krys Lee, Come siamo diventati nordcoreani,
Codice edizioni, 2017

Poche cose contano quando fai parte dell’élite in Nord Corea: l’ascesa di carriera e la volubile approvazione del tuo leader (che poi entrambe sono sinonimo di sicurezza e soprattutto di sopravvivenza).

I chiari di luna del signore di Pyongyang sono repentini, imprevedibili e si abbattono sulla vita delle persone come uno tsunami.

Sotto i colpi di questa psicotica tempesta cade, durante una serata di gala e festeggiamenti, nell’impotenza/indifferenza e sotto gli occhi di tutti, il padre di Yongju. Sua madre è una nota attrice nordcoreana, ma nulla li salva.

L’originale piano di fuga deve proseguire, ma finire nelle mani dei trafficanti senza protezione alcuna è la rovina per tutta la famiglia. In breve, Yongju si ritrova solo separato dalla madre e dalla sorella – destinate con probabile certezza allo sfruttamento sessuale.

Dall’altra parte dell’oceano, apparentemente tranquillo, c’è Danny, le cui origini cinesi e coreane e la cui sensibilità lo rendono purtroppo vittima dei cretini. Per lui è difficile ambientarsi e l’unica soluzione pare esser quella di tornare in Cina dalla madre.

Last but not least, c’è Jangmi. La sua – forse – è la storia più dura (anche se un paragone certo non si può fare, ma forse essendo donna mi sono trovata più sensibile verso le vicende di questo personaggio).

Insomma, Jangmi è nordcoreana (come Yongju, ma non fa parte della “società bene”); è incinta (perché ovviamente Jangmi è stato il divertimento di un signorotto locale) e deve scappare per salvare la vita alla sua bambina (perché ovviamente, se venisse a saperlo il succitato signorotto, non ci sarebbe scampo per la bambina… e forse nemmeno per lei).

Jangmi, però, non è il suo nome, ma quello che il nuovo marito cinese – ignaro ancora della gravidanza – le ha affibbiato.

Per pochi spicci, l’uomo ha comprato la ragazza, la usa come un oggetto e la guarda dall’alto in basso solo perché è nordcoreana (quindi, a prescindere, ignorante, stupida, arretrata).

Soprattutto negli ultimi tempi si fa un gran parlare di Nord Corea perché Kim Jong-un fa arrivare missili nel Mar del Giappone, perché fa marciare le truppe in piazza… e poi il suo ridicolo taglio di capelli, le sue casacche nere, ect.

A parte questo motteggio – che lascia un po’ il tempo che trova – verso il dittatore, non ci si sofferma molto su altro.

Quello che, però, manca è un’altra fetta – fondamentale – della realtà nordcoreana: quella dei nordcoreani che il regime lo vivono, anzi lo subiscono ogni giorno.

Qualcosa di questa atroce verità l’avevamo imparata grazie al giornalista statunitense Blaine Harden che, nel suo “Fuga dal Campo 14” (Codice Edizioni, 2014), ci raccontava l’epopea geografica ma anche personale di Shin Dong-hyuk. Il suo era un incrocio tra un’inchiesta giornalistica, un reportage e una biografia (per i dettagli ti rimando alla mia recensione).

Quello che abbiamo qui in “Come siamo diventati nordcoreani” è, invece, un romanzo che, scisso in tre punti di vista, segue le vicende dei tre ragazzi (che si trovano, si perdono, si ritrovano).

Yongju, Danny e Jangmi non esistono, ma le loro storie purtroppo sì. Sono le storie di tantissimi nordcoreani: storie di abusi; storie di fughe; storie di speranze. Nordcoreani che poi magari

«Entrano in Corea del Sud pieni di fantasie e piombano nella vergogna quando si accorgono di essere guardati dall’alto in basso, o rimangono scioccati quando scoprono di essere sospettati di essere spie, oppure cominciano a comportarsi in maniera circospetta, o peggio finiscono per fregarsene di tutto.»
[estratto da “Come siamo diventati nordcoreani”, Krys Lee, Codice edizioni, 2017]

I personaggi letterari, quindi, si fanno portavoce di testimonianze e storie che sono accadute e che stanno accadendo anche ora, in questo preciso istante… mentre magari il mezzobusto di turno ridicolizza l’assurda scelta di vestiario di Kim Jong-un (il quale, però, ha un’ascendente tale sulla vita delle persone da lasciare in secondo piano le insensatezze della sua persona).

Insomma, anche in questo libro gli argomenti trattati sono duri; aberrante e vergognoso è che continuino nell’indifferenza generale (anche se anche qui ci sarebbero alcuni risvolti da approfondire a partire dall’influenza della Cina, la sicurezza della Corea del Sud e le conseguenze di un eventuale intervento militare in Nord Corea).

Il punto, però, è che non si tratta di essere sudcoreani o nordcoreani, cinesi o americani e via discorrendo.

È questione di essere umani.

Umanità vuol dire anche provare compassione, empatia verso il prossimo. Eppure, per qualche ragione, in qualcuno approfittarsi della debolezza di un altro è come un istinto primordiale che ne impregna il sangue. La facilità con cui lo fanno gli si confà come un guanto e anzi è appositamente ricercata; approfittarsi del prossimo, in modo volutamente abietto, diventa semplicemente un lavoro, un modo di fare, uno stile di vita, normale routine (un po’ come l'”eseguivamo solo gli ordini” della seconda guerra mondiale).

E l’umanità che traspare da questo libro – lo ripeto: sono storie vere – è una che preferirei non fosse mai esistita.

Concludendo. Si tratta di un libro interessante – sebbene devastante – da leggere per completare il quadro iniziato con “Fuga dal Campo 14“.

Le storie di Yongju, Danny e Jangmi raccontano di matrimoni combinati e gelide serate di gala, di silenzi terrorizzati e partenze obbligate, di dolore e addii imposti, di trafficanti e di sfruttatori, di cristianità e di ipocrisia.

Tuttavia – e mi riferisco allo stile e alla tecnica narrativa – ammetto che la storia è condotta in maniera molto elementare; la definizione dei punti di vista tra i tre ragazzi non sempre è ben definita e distinguibile l’uno dall’altro.


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La fine della solitudine recensione

Titolo: Vom Ende der Einsamkeit
Autore: Benedict Wells
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La fine della solitudine
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Margherita Belardetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Abitano a Monaco i Moreau, ma tutte le estati tornano in Francia dove padre e madre sono originari. Cantano sotto l’albero e scartano i regali insieme quando è Natale. Litigano, giocano… semplicemente vivono tutti insieme. Una normalissima famiglia, insomma.

Questa loro quotidianità però s’interrompe quando i due genitori sono vittime di un brutto incidente stradale e perdono la vita.

I tre figli Marty, Liz e Jules vengono separati e infilati in istituto.

Soli e sballottati, ognuno dei tre cercherà di far suo un piccolo angolo di mondo nella speranza di trovare un formula ad hoc per vivere la loro vita.

Ma Liz cala le sue carte in fretta; Marty le cela con attenzione e Jules ancora non ha trovato quelle giuste.

Le esperienze, le scelte, le paure, i sogni e i ricordi plasmeranno questi ragazzi e incanaleranno la loro vita adulta verso scelte e situazioni fondamentali e irrimediabili.

Non è semplice: una mattina ti svegli e tutto non potrebbe essere più normale. E poi la sera… nulla, ti ritrovi catapultato senza nemmeno capire come in una vita non tua. Una vita in cui le tue più grandi certezze, i tuoi pilastri non ci sono più.

E c’è rabbia, c’è dolore, c’è paura. E c’è solitudine.

Pur trovandosi sulla stessa griglia di partenza con lo stesso identico bagaglio di esperienze e ricordi, i tre ragazzi vivono questa nuova condizione in tre modi diversi procedendo a vista lungo una rotta ancora da plasmare.

Se i ragazzi dimostrano in questo libro di barcamenarsi alla meno peggio cercando di acciuffare le cime prima che le vele si slabbrino, le controparti femminili invece dimostrano di non essere proprio delle buone navigatrici.

Tendenti all’autodistruttismo, le giovani donne usano il loro corpo per punirsi incapaci di apprendere un altro modo per esternare la loro sofferenza.

Tuttavia, questa imperfezione nei personaggi e i loro goffi tentativi di restare a galla nella tempesta della vita li rendono vibranti (sebbene qualcuno di loro mi sia rimasto comunque indigesto).

Alla fine il loro perdersi per poi ritrovarsi, la loro costante ricerca di un’unione (eppure anche la paura di questa unione) rende i personaggi del libro scalpitanti.

Jules è il nostro narratore ed è ovvio empatizzare più con lui che con gli altri fratelli dal momento che la storia segue le sue vicende e il suo punto di vista. Infatti, l’attenzione verso le storie dei fratelli è sicuramente inferiore rispetto a quella dedicata a Jules (e si concentrata più sui suoi di affetti).

Tuttavia, soprattutto nei primi capitoli, si resta un poco infognati di una narrazione che stenta a decollare con eventi insulsi e confusi in continui flashback, esagerati in un malessere un po’ auto-commiserante (di cui ammetto di non essere una grande fan).

C’è qualcosa di scomposto in questo romanzo da renderlo sicuramente profondo (soprattutto con riferimento alla seconda metà del libro con la comparsa di Romanov), ma alcuni passaggi risultano indigesti e un po’ pretenziosi nella loro parte descrittiva.


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Zuleika apre gli occhi recensione

Titolo: Зулейха открывает глаза
Autrice: Guzel’ Jachina
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Zuleika apre gli occhi
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Claudia Zonghetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Zuleika apre gli occhi. Si sveglia. Svuota il pitale della Vampira (anzi detta suocera), poi comincia le faccende quotidiane tra la casa, gli animali e tutto il resto: spalare la neve, tagliare la legna, pulire l’izba, preparare il cibo, preparare il bagno a suocera e marito, conservare il cibo, lavare, sprimacciare… e sia daccapo.

Murtaza – il marito – la chiama, le ordina i compiti da svolgere, la sgrida.

La Vampira, cioè la madre di Murtaza, la chiama, le impone, la sgrida offendendola.

E Zuleika è sempre lì, in silenzio, divisa tra il rispetto e l’educazione. E fatica, fatica a gobba china, in mezzo alla neve nel gelo.

Arriva, però, il giorno in cui chi la chiama non è Murtaza né la Vampira, ma l’Ordarossa.

Sono lì quei soldati dalle lucenti uniformi e a cavallo di un destriero e vogliono tutto in nome del Popolo: vogliono tutto il loro cibo, scorte comprese; vogliono tutti i loro animali; vogliono tutti i loro più piccoli averi.

Perché Zuleika e la sua famiglia sono profittati del Popolo, nemici della Unione Sovietica e al confino dovranno essere spediti.

Alla scuola mi avevano spiegato che i “kulaki” erano pingui contadini russi padroni di campi ampi e ben coltivati dai tanti braccianti alle loro dipendenze (un po’ in stile schiavista americano dal cappello a tesa larga e i vestiti di cotone).

I kulaki erano coloro che detenevano una (buona) parte delle ricchezze, sfruttando impunemente il lavoro altrui, approfittandosi del povero affamato.

Per queste loro colpe, la deportazione era la giusta punizione; i loro beni da distribuire all’intera popolazione bisognosa.

Invece, qui mi ritrovo una donnina laboriosa che vive del suo faticoso lavoro, lotta contro il tempo (contro il padrone-marito e contro la perfida psicopatica suocera) e il clima delle lande russe, svolge i suoi compiti dall’alba fin oltre il tramonto con sacrificio e tanta fatica.

(Ora a parte chiedermi che cosa diamine mi è stato insegnato) Guzel’ Jachina ci accompagna in queste sconfinate lande innevate alla scoperta di un pezzetto di storia (la dekulakizzazione degli anni Trenta del Novecento in Russia) e della storia di una piccola donna.

Non conosce il mondo Zuleika e non sa quale prospettive le riservi. Perché quella è la sua vita: dall’ibza del padre a quella del marito. Obbediente, rispettosa, silenziosa.

Perché, altrimenti, cosa ne sarebbe di lei?

Zuleika, però, dovrà imparare (dovrà aprire gli occhi): dovrà mettere da parte il suo pudore, le sue preghiere e anche il suo cuore.

Perché è piccola, Zuleika, ma è forte; è sconfitta ma impararà a essere coraggiosa.

E non è una «gallina scema», è solo una donna a cui è stato insegnato che rispetto ed educazione (anche verso chi non se la meriterebbe proprio) sono più importanti soprattutto se sei donna e dipendi unicamente da tuo marito.

Accanto a lei un carnet di personaggi da mettere i brividi (non solo per le temperature gelate), ma per il realismo con il quale vengono raccontati e la forza con la quale s’imprimono nel lettore: Wolf Karlovič, Ivan, i deportati di Leningrado.

Ho rivisto, leggendo Zuleika apre gli occhi, alcuni elementi della letteratura russa che mi hanno sempre affascinato: i personaggi silenziosi, temprati dal freddo, rigidi nelle loro convinzioni, ma in grado anche di imparare a vedere il mondo con sguardo diverso (e il raggiungimento di questa consapevolezza è difficile come difficili sono gli inverni nella tajga).

Ho respirato il silenzio freddo della steppa, il suono soffuso dei passi nella neve, la magia e la perfidia degli inverni russi.

Ma ho anche un po’ faticato in certi passaggi, perché se c’è una cosa per cui gli autori russi conservano nomea è la lentezza narrativa… che non è proprio lentezza insomma; è proprio un modo di raccontare diverso, delicato, placido, dolce quasi.

Questo romanzo è un omaggio alla sorte indifferente, alle fatiche quotidiane, alle morti silenziose, al bianco della tajga, ai numerosi pensieri, alle tante tradizioni.

Ma soprattutto questo libro è un canto d’amore: amore di una madre verso il proprio figlio, amore di una donna verso un uomo. E poi amore per la cultura, amore per un passato finito per sempre, amore per la speranza, amore per la vita.


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