Il seggio vacante recensione

Titolo: The casual vacancy
Autrice: J.K. Rowling
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Il seggio vacante
Anno di pubblicazione ITA: 2012

Si annuncia la triste dipartita di Barry Fairbrother, quarantaquattro anni, direttore dell’unica filiale di banca ancora rimasta in “città” nonché membro del Consiglio locale di Pagford.
Il pover’uomo era a cena – anzi stava andando a cena – con la moglie quando un aneurisma se l’è portato via.

La notizia si ripercuote su tutta la cittadina come una carica di cavalleria annunciata dal rullo di tamburi. Cavalli e tamburi a Pagford sono, tuttavia, rappresentati da telefoni trillanti e resoconti costruiti.
C’è chi lo compiange; chi ancora basito non riesce a comprendere; chi teme momenti come questi riflettendosi nella pena e nel dolore della vedova di Fairbrother, Mary; e c’è anche chi ne è contento.
Insomma, c’è solo una cosa certa: la morte di Fairbrother e il seggio vacante che ha lasciato nel Consiglio locale sono l’argomento che più fermenta sulle bocche dei paesani.

Adesso, la caccia è al suo sostituto e, nel paese, le fazioni avversarie sono già pronte con il nome del proprio candidato. Ma anche altri pare vogliano mettere le loro grinfie su quel seggio vacante. E chissà che il fantasma di Barry non abbia qualcosa da ridire in proposito…

Se Pagford avesse lo status quo di comune potremo parlare di una specie di cittadina; invece abbiamo davanti il classico paesotto inglese.
Con le villette pittoresche, l’acciottolato delle strade, i negozi che si affacciano sulla piazza principale, lo scuolabus che carica i ragazzi in divisa verso la scuola e poi… ah, poi le chiacchiere.
Che paese sarebbe senza un buon giro di pettegolezzi?
La morte di Fairbrother innesca un fuggi fuggi generale: chi era presente al momento del fattaccio ci tiene a dare la sua versione direttamente “dalle trincee”; chi ha saputo la sconcertante notizia non vede l’ora di diffonderla in diversi toni e gradazioni al vicino/amico/parente; e poi ovviamente c’è anche chi soffre più di altri colpito direttamente dalla vicenda.

Ovviamente, Pagford è un carosello di personaggi: c’è il salumiere trippone; la psicologa fricchettona; l’invidioso; il ragazzo innamorato; la ragazza problematica; la vecchia pettegola; l’impicciona; l’insoddisfatta;  l’eterno indeciso; ect.

E tra di loro c’è chi è profondamente addolorato per la morte di Fairbrother e chi, invece, bè, ci vede un male non necessario ma tutto sommato utile.

Anche perché la morte di Barry Fairbrother non è solo una specie di – tragico e improvviso – evento locale, ma smuove tutta una serie di movimenti intestini nella ridente e britannica Pagford, rinfocolando mire di secessione.

Quindi, da una parte Pagford; dall’altra Yarvist, la circoscrizione ufficiale. Gli abitanti delle due cittadine sono simili per i classici modi di fare inglesi educati che nascondono spesso un pezzetto d’astio, un briciolo di supponenza e anche un goccio di ipocrisia.

Tuttavia, i giochi che si aprono nella cittadina di Pagford coinvolgono un po’ tutti tra pettegolezzi e falsità, pregiudizi e mezze verità, sospetti e alleanze più o meno velate, profonde antipatie e amicizie importanti. Le azioni di un personaggio influenzano quelle degli altri in un mirabile effetto domino che, alla fine, investe Pagford su larga scala.

Catapultati nella vita della piccola cittadina, ci ritroviamo invischiati in varie vicende famigliari, in differenti storie personali. Ogni personaggio e ogni famiglia ha la sua storia, il suo modo di essere, i suoi segreti e le sue aspirazioni.

Il cocktail cittadino propone ipocrisia shakerata con finti buonismi; vanagloria mixata con supponenza; opportunismi vari mescolati con falsità di vario genere. 

Nei romanzi corali si parla di tutti e il primo rischio in cui l’autore incorre è quello di non parlare di nessuno, cioè di non approfondire bene i personaggi, renderli delle macchiette o tutti simili; di concentrarsi su alcuni e dimenticarne altri.

Qui questo rischio è in parte scongiurato.

Secondo il mio sentire, i personaggi femminili sono più diversificati l’una dall’altra e hanno tutte vari aspetti della personalità, sebbene poi un elemento sia predominante rispetto agli altri. In ogni caso, seppure ricadendo in alcuni stereotipi, sono comunque distinte le une dalle altre.

Negli uomini, invece, avverto un livello inferiore di caratterizzazione: tutti più o meno molluschi e viscidi (c’è chi esplica questa mollezza in maniera più violenta, come Simone Price; e chi in maniera più nascosta, cioè tutti gli altri). La maggior parte pare interessata alle forme in fiore delle ragazzine; la maggior parte ha bisogno di esternare o dimostrare la propria virilità; la maggior parte vede solo nei limiti ristretti dai confini di Pagford; la maggior parte è supponente e altezzosa; la maggior parte vede le donne solo come un mezzo.
Gli unici che si salvano sono il defunto Fairbrother- e il fatto di essere morto lo esclude un po’ dai giochi – e il chirurgo/bello-di-Bollywood Vikram (personaggio mai approfondito).

Sotto questi aspetti – cura nei personaggi e nell’ambiente di piccolo borgo inglese – e con le remore che ho espresso sopra, tanto di cappello.

La stessa autrice ebbe modo di spiegare: «Personalmente, non credo che questo sia un libro molto filmabile. Questa è una delle cose che mi piace. Penso che sia un nuovo romanzo dato che una buona parte delle cose che accadono avvengono internamente. È necessario capire quello che sta accadendo nelle teste della gente. Così, anche se accadono molte cose nel romanzo, parte del suo fascino, per me, è che molte cose avvengono nella vita interiore delle persone, e un film non è necessariamente il mezzo migliore per poterle trasporre» [Fonte: blog.screenweek].

Tralasciando il fatto che la BBC ne ha già annunciato la trasposizione in serie televisiva (siamo d’accordo che non si tratti di un film, ma il mezzo di comunicazione – a parer mio – resta sempre lo stesso), quanto detto riguardo alle vicende spesso interne dei personaggi è molto vero.

E la storia, infatti, è molto lenta… anche perchè non si tratta di seguire un singolo protagonista né si concentra su di un singolo evento, ma si tratta della vita di una cittadina intera il cui fulcro e i delicati equilibri iniziano a dissestarsi alla morte di Barry Fairbrother.

È come entrare per qualche giorno nello spaccato di vita di questa piccola cittadina. Non succede nulla di eclatante (a parte un paio di eventi verso la fine – che evito di riportare per spoiler), non ci sono colpi di scena, non c’è un ritmo serrato, non c’è necessità o urgenza di sapere cosa succederà ai personaggi.

Per carità, il clima di piccolo paesello si respira tutto (e, il fondo, tutto il mondo è paese: i pettegolezzi e le ipocrisie girano nei piccoli mondi italiani come in quelli inglesi), tuttavia la mancanza di una storia principale che faccia da cardine alla vicenda mi ha reso un po’ complesso appassionarmi alla storia o affezionarmi ai personaggi ed essere partecipe delle loro tribolazioni.

Verso la fine (cioè l’ultimo centinaio di pagine), gli eventi cominciano un pochetto a entrare nel vivo. Un po’ troppo tardi, forse, per appassionare un lettore.

Impossibile non notare il profondo pessimismo che gronda da tutto il libro: homo homini lupus. Questa è la natura umana: ognuno per sé, strenua necessità di mantenere le apparenze a discapito anche dell’amor proprio, cecità, ipocrisia, velleità, arroganza, sentimenti nascosti.
Nulla da fare: dal pregiudizio non si scampa, dalle catene che la vita ci riserva nemmeno.

Concludendo: ho approfittato della nuova edizione Tea edita nel gennaio 2017 per leggere quello che sarebbe il primo romanzo che J.K. Rowling ha scritto dopo tutti gli Harry Potter (io, come sai, ho ordinato i libri come tornava comodo a me e ho letto prima i libri targati Robert Gailbraith, il-per-nulla-misterioso pseudonimo della scrittrice… trovi i link delle recensioni nel box al termine dell’articolo).
Tuttavia, ecco… non sono pentita dell’acquisto solo perché si trattava di un’edizione economica (circa 5€).

Intendiamoci, Il seggio vacante presenta un buon comparto personaggi e un’ottima caratterizzazione ambientale. Purtroppo, questi due elementi non riescono a bilanciare completamente una storia priva di un evento cardine, la quale si barcamena tra una moltitudine di sottotrame senza trovare la forma giusta per appassionare il lettore.
Manca una conclusione netta a molte delle storie iniziate (e, difetto mio, i finali abbozzati/accennati non trovano il mio completo appoggio).

[Credit photo: dailymail.co.uk]


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lo-schiavistaTitolo originale: The Sellout
Autore: Paul Beatty
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Lo schiavista
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di.: Silvia Castoldi

Bonbon (anche detto Venduto) ha avuto un’infanzia particolare a Dickens, sobborgo-ghetto(?)-zona-disagiata di Los Angeles.
Il padre, un po’ – molto – infognato con la psicologia, lo ha sottoposto a quasi ogni genere di esperimento sociologico – il cui esito è stato per il nostro povero Bonbon spesso infausto – e gli ha fornito un’educazione domestica. Il tutto nell’ottica di aiutare il figlio a orientarsi, galleggiare e sopravvivere in questo mondo in cui se sei di colore e sei fermato dalla polizia durante un semplice e innocente controllo, sei comunque colpevole e passabile di pallottola in corpo.
Il padre, inoltre, ha un ruolo ben preciso all’interno del ghetto/sobborgo: quello di sussurrare ai concittadini, i quali, quando sbroccano e minacciano di uccidersi/uccidere devono prima passare dalla negoziazione di F.K. Me (alias il padre di Bonbon). Alla sua morte, il figlio, nonostante la sua idea sia quella di continuare pacificamente e tranquillamente con la sua fattoria, si ritrova suo malgrado a dover proseguire l’eredità paterna di sussurratore.
Tuttavia, una serie di coincidenze, piani e disegni astrali poterà Bonbon: 1) a diventare un “felice” proprietario di schiavo nero (nome Hominy Jenkins) e 2) a riportare il segregazionismo nella cittadina/sobborgo di Dickens.

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Oh, erano mesi (mesi!) che volevo leggere questo libro, ma riuscire a ottenerlo dalla  bliblioteca è stato un calvario di prenotazioni non aggiornate, disponibilità non comunicate, ect.
Alla fine, per un colpo di fortuna, torno vittoriosa.

E con questa aspettativa pompata da mesi ho anche cominciato la lettura… ma, complice anche il protagonista che si fa una bella fumata subito nelle prime pagine con il benestare degli agenti di polizia che lo hanno in custodia e poco prima di cominciare la sua udienza d’appello, non è che ci abbia capito granchè (eh, lo so… partiamo bene!).

Alcune considerazioni sull’America moderna e sulle sue – tantissime – contraddizioni sono più che condivisibili (soprattutto in questo periodo), ma fatico a trovare un senso ad alcuni passaggi, ad alcuni eventi – passati o trapassati – che si mescolano fra loro, alcuni personaggi che arrivano ma sono solo ricordi o frutto della fantasia. E poi considerazioni sconclusionate, trip mentali, incontri-scontri… confesso d’aver avuto parecchia difficoltà a dare un senso a tutto.
Tant’è che mi sono son detta: se questo è solo il prologo stiamo a posto!

L’udienza di appello di fronte alla Corte Suprema corrisponde all’alpha e all’omega della storia, la cui parte centrale è un grande flashback per arrivare a spiegare l’inizio del libro, cioè come ci siamo ritrovati davanti alla suddetta Corte Suprema.

Seguono, quindi, capitoli dedicati ad abusi psicologici, reali esperimenti scientifici rimaneggiati e riadattati “a beneficio” del nostro giovane protagonista, un’infanzia rovinata, un’adolescenza sconquassata, cadaveri caricati sul cavallo in perfetto stile cowboy, crisi economica, boom di laureati-disoccupati, gangs di latinos e di afroamericani.

Insomma, in altre parole seguiamo la vicenda di Bonbon (per la cronaca, si tratta di un soprannome… il nome vero non ci è dato conoscerlo) nella cittadina di Dickens covo di violenza, precariato, ignoranza, sogni infranti, scarse aspettative di vita e pregiudizi razziali.
Da lì, il passo a farsi come schiavo un malato di Alzaheimer è davvero breve… breve per il nostro Bonbon, a quanto pare.
A onor del vero Hominy – ex simpatica canaglia, la famosa serie TV con Alfa Alfa a capo della combriccola – ci tiene davvero a esser schiavo e pare avere un forte bisogno di attenzioni e “premure” all’insegna del razzismo… frustate comprese. E tutti gli sforzi del suo “padrone” di liberarlo sono vani.

L’idea centrale è quello di riportare in vita una città, Dickens appunto, misteriosamente privata di tutti i pittoreschi cartelli di “Benvenuto a…“, privandola così di confini visibili e dell’identità sua e dei suoi abitanti.

Ora basta combinare i due aspetti (schiavo nero e città declassata) per ottenere il fulcro del libro: ridonare a Dickens la sua unità attraverso la segregazione. Uniti dall’odio e dai soprusi subìti, tutti i cittadini di Dickens ritrovano la giusta condotta, riscoprendo speranze e la loro unità di collettività. La voglia e la necessità di dimostrarsi, in un certo qual modo, migliori, di sfatare i pregiudizi e di restituire le offese e i torti innalza la segregata cittadina di Dickens a nuovi livelli di benessere, di sicurezza e di standard sociali.

Bonbon (anche detto Venduto) riprende, quindi, l’opera del padre, primo sperimentatore sociale anti-segregazionismo, pro-black-power e uomo-che-sussurra-ai-neri di Dickens, invertendone però gli obiettivi.

Ora, come scrivevo sopra, alcune considerazioni, scritte anche un una certa dose di sarcasmo, sono condivisibili. Ci sono alcune parti, colme di ironia e cinismo, che ho davvero apprezzato molto. Altre contengono considerazioni davvero attuali mettendo in luce alcune ipocrisie e contraddizioni del mondo moderno. È il caso, ad esempio, delle discussioni sulla censura dei libri come “Huckberry Finn“, cosa realmente accaduta di recente in una cittadina americana (dalla quale, per lo stesso motivo, è stato bannato anche “Il buio oltre la siepe“. Qui i dettagli).

Riporto le parole di Beatty: «Perché incolpare Mark Twain del fatto che tu non hai la pazienza e il coraggio di spiegare ai tuoi bambini che la parola che comincia per n esiste, e che nel corso delle loro piccole vite protette potrebbe capitargli un giorno di sentirsi dare del “negro” o, peggio ancora, di abbassarsi a dare del negro a qualcun altro? Nessuno si riferità mai a loro con l’espressione “piccoli eufemismi neri”, perciò, benvenuto nel lessico americano, negro! […] È questa la differenza tra la maggior parte dei popoli oppressi del mondo e i neri americani. Gli altri giurano di non dimenticare mai, mentre noi vogliamo cancellare tutto dalla fedina penale, sigillarlo e archiviarlo per l’eternità».

Il concetto è che al razzismo non si scampa… nemmeno nell’America di Barack Obama. Ma, invece, che nascondercisi dietro per giustificare le scelte sbagliate, Beatty invita invece a reagire e a non piangersi addosso.

Un paragrafo a parte lo meritano le Simpatiche canaglie, serie TV in onda negli anni ’20/’30 e di recente tornata in giro con un adattamento cinematografico. La serie è stata un cult per anni, sia come “film muto” sia con l’arrivo del sonoro, ma è stata anche molto discussa. Sebbene la serie possa vantare il primato di aver fatto recitare in un unico gruppo bambini bianchi e di colore, oggetto della diatriba sono gli stereotipi razziali – non solo afro, ma anche messicani, italiani, ect. E posso comprendere perché nel libro rivista un ruolo centrale.

Tuttavia, a queste parti più o meno riflessive, ne seguono altre – molte – all’insegna del surrealismo, dell’assurdo, della scelta di elementi provocatori e paradossali; altre ancora colme di riferimenti – almeno immagino – sono di impossibile comprensione per chi non è americano e non abbia avuto almeno una rapida sortita in zone disagiate.

La presenza di questi aspetti rende la comprensione della storia ostica; il seguire la vicenda complesso.

Lo stesso dicasi per i personaggi volutamente stereotipati e dai comportamenti provicatori, assurdi e surreali.

La storia, la vicenda è poi solo il pretesto per tutta quella serie di considerazioni cui ho già accennato, quindi non ci sono grandi sorprese, grandi plot o grandi slanci narrativi. Tanto che manca una vera e propria conclusione (e a me i libri senza conclusione non mi sconfinferano).

Ricordi quando, simile a un disco rotto, ripeto che lo stile telegrafico (soggetto-predicato-complemento) non mi piace? Bene, confermo quanto detto.
Dall’altro verso, però, non riesco a digerire nemmeno il soliloquio qui riprodotto in frasi chilometriche, alcune difficili davvero da seguire.
Questa corposità nello stile di scrittura aumenta – a mio parare – il senso di disagio e incomprensione che già rende farraginosi molti elementi della storia.

Ammetto che non è stato facile dare una valutazione a questo libro. Da una parte – ripeto – alcune considerazioni sono più che condivisibili: Beatty mette in evidenza l’ipocrisia, in certi casi il lassismo che pervade la società moderna. Dall’altra parte, però, si tratta di un libro che, in molti punti, non ha nè capo nè coda… e il surrealismo, l’assurdo letterario non è proprio il mio genere (come non lo è nemmeno in pittura… diciamo che io mi fermo agli impressionisti).

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Il libro dei Baltimore recensione

il-libro-dei-baltimore-tbbTitolo: Le livre des Baltimore
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Il libro dei Baltimore
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Vincenzo Vega

Preceduto da:
– La verità sul caso Harry Quebert

Marcus Goldman è uno scrittore, uno di quelli affermati tanto da potersi permettersi una villa in una zona tranquilla in cui rinchiudersi e poter pensare solo al nuovo romanzo (beato lui!).

Un giorno, mentre con Leo, un suo anziano vicino, sta giocando a scacchi eccoti un bel cagnolone che Marcus non può far a meno di attirare a sé con un paio di fischi.
Ma di chi sarà la bestiola priva di chip o placchette al guinzaglio che ne identifichino il proprietario?
Be’, grazie a una ricerca su Google dell’affabile – e un po’ ficcanaso – vicino, Marcus lascia andare il cane nella speranza che ritrovi da solo la strada di casa. E, quindi, eccotela la casa: una mega villa – ancora più mega di quella di Marcus – di una star del football. L’animale appartiene alla di lui fiamma nonché popstar all’apice del successo: Alexandra Neville.

Tutto per il meglio, no? Be’, in parte. Perché Marcus e Alexandra si conoscono da tempo… e si sono amanti profondamente, ma… una tragedia (La Tragedia) li ha divisi. E da allora si sono reciprocamente evitati.

Ma non si tratta solo di una storia d’amore; qui si tratta anche di famiglia. Anzi, due per la precisione: i Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Si tratta di una fabbrica – quella dell’allora unica famiglia Goldman  -, si tratta di affetti, di orgoglio, di frasi non dette e si tratta anche di una tragedia…

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Ci ritroviamo di nuovo, Marcus.
Stai diventando sempre più Jessica Fletcher per il dono che condividi
con la tenera Signora in giallo nel portare sfiga nei luoghi in cui vai.
E hai questa strana mania di far amicizia con i vecchietti
che rapidamente metti da parte quando hai trovato qualcosa di meglio da fare
e di far soldi componendo libri che raccolgono le storie delle persone che ti sono state vicine. 

Buon per te…

Mi resti ancora non tanto simpatico, ma alcune “incomprensioni” che avevamo avuto nel precedente capitolo, hanno trovato una loro – parziale – spiegazione qui.

Detto questo e chiudendo la mia letterina al protagonista, parliamo un po’ de Il Libro dei Baltimore.

Meno chiacchierato rispetto al suo precedessore (La verità sul caso Harry Quebert, a mio modesto parere, superiore a questo nuovo libro quanto a storia), Il libro dei Baltimore saluta il nostro Marcus Goldman di Montclair come ancora una volta protagonista, ma in un certo qual modo non completamente padrone della scena.

Anche qui Marcus è sempre in prima persona il nostro narratore onnisciente. Aspetto quello dell’onniscienza di un narratore-personaggio che personalmente sono un po’ restia a farmi piacere. Qui, comunque, risolto in parte come se Marcus avesse fatto dell’epopea di famiglia una sorta di ricostruzione tra domande ai diretti interessati, confessioni ricevute più tardi e foto di famiglia.

Dico “in parte” perché, nonostante questo escamotage, permangono alcune parti nella vicenda delle quali lui non può comunque aver avuto conoscenza in alcun modo… nemmeno indiretta.

**MEGA SPOILER**

Mi riferisco, in particolare, alle fasi finali della tragedia che colpisce i due cugini. Dal momento che poi i due ragazzi, appena tornati a casa dopo giorni che non hanno avuto modo di parlare con nessuno, si uccidono non è credibile che Marcus sappia cosa si sono detti o cosa hanno fatto in quei giorni di latitanza o chi ha sparato a chi.

Ma diciamo che sono aspetti giustificabili se si considera che Marcus è uno scrittore e, quindi, potrebbe aver scelto di “imbellettare” alcuni momenti della storia.

Comunque, il personaggio di Marcus – questa volta immune al blocco dello scrittore – è sì coinvolto nelle vicende che racconta, ma comunque non ne è il protagonista indiscusso.
Ne “La verità sul caso Harry Quebert“, alle sue spumeggianti indagini con il sergente, si affiancava in modo preminente la storia d’amore fra Harry e Nola. Qui, anche se comunque protagonista con la sua relazione con Alexandra, Marcus resta indiscutibilmente sullo sfondo dal momento che la storia tratta dei Baltimore… e non dei Montclair.

Ancora una volta, il Marcus personaggio è alla ricerca di un’identità, di un far parte di qualcosa e qui il suo impegno è tutto teso a essere un Baltimore.

Si sa: l’erba del vicino è sempre più verde e Marcus ha avuto un assaggio di questo splendore dal 1990 al 1998, anni nei quali entra a gamba tesa nella vita dei Goldman di Baltimore (e cioè nella famiglia del  fratello di suo padre il quale vive a Baltimore).

I Goldman di Baltimore: ricchi, di successo, con lavori importanti, una villa magnifica. E i Goldman di Montclaire: normalissime persone della media borghesia americana.

Questo disagio nei confronti dei genitori era presente anche nel precedente capitolo, quando Marcus riconosce nella figura-mentore di Harry il padre che ha sempre mancato di qualcosa.
La spiegazione parrebbe quindi essere che la colpa di cui si sono macchiati i genitori è quella di non essere stati dei Baltimore, di non essere stati ricchi o sufficientemente affermati.

Il padre di Marcus continua a essere una figura di sfondo: c’è, ma non si vede. La madre, invece, assume dei connotati differenti e risulta una figura molto meno fastidiosa e meno sciocca di quello che appare ne “La verità sul caso Harry Quebert“, fornendo al figlio una massima che lui comprenderà solo dopo… a conclusione del libro:

il-libro-dei-baltimore-citazione

Sull’altro fronte, diametralmente opposto, abbiamo i Baltimore: (zio) Saul, avvocato di grido; (zia) Anita, dottoressa di successo; Hillel, il figlio-genio e Woodrow la cui storia in alcuni punti ricalca la vicenda di Michael Oher, raccontata nel film con Sandra Bullock “The Blind Side” (= ragazzo spiantato e abbandonato dalla propria famiglia; cattive compagnie; animo comunque buono; accoglimento nella casa della gente ricca; paura che tutto finisca; football).

E poi c’è Alexandra, la bella contesa dal trio di affiatatissimi cugini – ma in verità nemmeno Marcus riesce a comprendere quanto lui fosse effettivamente parte del trio… e non ricoprisse, invece, un ruolo mobile affidabile anche ad altri.

Sotto un certo punto di vista, faccio qualche fatica a immaginare che delle personalità così influenti nella vita del nostro Marcus non vengano nemmeno lontanamente menzionate sul precedente capitolo (almeno… io non ho ricordo che, ad esempio, Alexandra, l’amore di una vita, venga menzionata); tuttavia apprezzo gli sviluppi e gli intrecci famigliari dei Goldman, pensati in modo da creare una vera e propria epopea di tre generazioni.

Alla fin fine, la storia si ripete sempre: le aspirazioni dei padri, i fratelli che litigano, sorgono invidie e gelosie, l’orgoglio che non si riesce a mettere da parte.

Tuttavia, noto una certa tendenza alla pantomima e al melodramma e un po’ troppi mentori che entrano in gioco non richiesti (e, come ho avuto modo di scrivere qui, a me tutto questo affollamento di mentori risulta un po’ falsato come elemento).
Per questi – e altri motivi (v. sopra e sotto) – a livello di storia ho apprezzato di più La verità sul caso Harry Quebert.

Dicker mi porta sempre a scrivere dei papiri… ma diciamo che anche lui non scherza.

Ora: non mi spaventano i grandi tomi, ma i tempi morti che si nasconderanno tra le pagine. Un concetto già espresso, un personaggio già ben delineato sul quale ancora si torna a calcare la mano, una descrizione troppo ridondante e particolareggiata, un evento già affrontato da ogni possibile angolazione: insomma, l’insidia può davvero essere dietro l’angolo.

Qui direi che inficia una certa tendenza alla prolissità. I rapporti tra i personaggi, i loro sogni e le loro difficoltà nell’imporsi al mondo e da questo farsi accettare sono ben espressa, ma spesso ridondanti.

Diciamo che un duecento/trecento pagine in meno non avrebbero guastato la godibilità della storia.

Nonostante la “mole”, il libro si legge davvero agilmente (l’ho finito in un paio di giorni). La lettura è sempre scorrevole complice uno stile di scrittura fresco e non pesante nonostante sia comunque abbastanza elaborato.

Detto questo – e arrivando una buona volta alla conclusione del mio commento – confermo quello che ho già scritto ne La verità sul caso Harry Quebert per quanto riguarda i personaggi. Si tratta di figure e caratteri credibili, realistici e, complessivamente considerati, ben delineati. Apprezzo anche il modo in cui le reazioni e i comportamenti dei singoli influenzino le reazioni e i comportamenti degli altri.
Continuo a non provare grande simpatia per il protagonista, sempre pronto a ricercare negli altri conferme per le mancanze che avrebbero avuto i genitori (ma si tratta di “gusti” personali).

Noto d’aver fatto parecchi paragoni fra i due libri e sebbene la storia narrata ne La verità sul caso Harry Quebert sia precedente a quella de Il libro dei Baltimore entrambi i libri possono essere letti indipendentemente, senza aver la conoscenza degli eventi narrati nell’altro volume e senza per questo subire danni nella lettura.

Infine, l’ultima considerazione: il messaggio finale del libro è quello di immaginare la scrittura come un rifugio in cui poter immortale i propri cari. Ed è un messaggio che mi ritrovo a condividere completamente.

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Il fabbricante di giocattoli recensione

il-fabbricante-di-giocattoliTitolo: The Toymaker
Autore: Liam Pieper
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il fabbricante di giocattoli
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Permettetemi di raccontarvi una storia». Quella di Adam e di suo nonno Arkady, sopravvissuto al più conosciuto campo di sterminio tedesco: Auschwitz.
Emigrato in Australia alla ricerca di un po’ di stabilità, Arkady fonda la Mitty & Sarah, una fabbrica di giocattoli. “Mitty” è l’abbreviazione di una parola ebraica che significa “una buona azione per Dio”; mentre “Sarah” è il nome del primo giocattolo, una bambola, creata da Arkady. Sì, perché Arkady, all’interno del campo di sterminio, creava giocattoli, sottraendo scorte ai tedeschi con grandissimo rischio, solo per strappare un sorriso ai bambini rinchiusi ad Auschwitz.
Quello che era solo un sogno, oggi è una realtà passata nelle mani di Adam, il nipote di Arkady. Tuttavia… be’, Adam non pare aver proprio recepito gli insegnamenti e i valori del nonno: tradisce costantemente la moglie (non che anche lei sia una santa)… e, di recente, tra le sue scappatelle si annovera anche quella con una quattordicenne.
Il matrimonio di Adam e Tess, quindi, non è indirizzato verso una buona china, ma anche la Mitty & Sarah si ritroverà molto presto ad affrontare una bella tempesta: qualcuno sta rubando all’azienda e, a quanto pare, lo fa da anni.

logo commentoIl libro si divide su due piani: quello presente di Adam (in cui Arkady è oramai anziano) e quello passato di Arkady, giovane carico di speranze e di buona volontà distrutte dai nazisti.
All’inizio ci accoglie Adam con il suo linguaggio molto colorito ricco da parolacce usate come intercalare, un po’ volgarotto e superficiale e il suo davvero scarso rispetto per gli altri. La differenza con il pacato e gentile nonno Arkady, chiuso nel campo di sterminio e costretto a sopportare atrocità e a commetterle pure pur di sopravvivere, non potrebbe essere più evidente.
Da questa iniziale centralità sul nipote lassista, il punto di vista si sposta fino a seguire per quasi tutto il resto del libro, Tess, l’ipocrita controparte femminile di Adam. Classica bohémien squattrinata e dai grandi ideali (non so se qui si sente una certa eco della biografia dello stesso autore), Tess giunge al matrimonio con il facoltoso – e un po’ viziato – Adam a causa/grazie a una gravidanza non programmata.
Entrambi i coniugi si pongono come censori dell’altrui comportamento, dicendosi il primo interessato alle esigenze dei bambini (quando se ne porta a letto una appena quattordicenne) per la resa della sua azienda e la seconda ci tiene a precisare di non essere un’arrampicatrice sociale (sebbene il solo motivo del matrimonio con il danaroso marito è stata la gravidanza… e il motivo per cui continua a restare con lui sono sostanzialmente la disponibilità economica di famiglia… e l’azienda).

Insomma, il messaggio di apertura di Pieper pare quasi essere: attenzione, abbiamo completamente perso il senso dell’orientamento. Al giorno d’oggi si dà importanza solo all’apparire perfetti; non si presta attenzione a nulla a meno che non possa tornarci, in qualche modo, utile; e stiamo perdendo completamente ogni valore.

Le parentesi che ci riportano all’atroce passato di Arkady paiono quasi ammonirci mentre ci mostrano come un uomo, in mezzo a follie e orrori, tenta disperatamente di mantenere la sua umanità e come oggi, invece, nulla abbia più valore… nemmeno noi stessi e la nostra coerenza.

La conclusione mi spinge a pensare che il messaggio di Pieper per il suo romanzo fosse proprio quello di far comprendere che apparire non vuol dire essere e che, molto spesso, l’apparenza inganna.

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Sebbene abbia apprezzato l’intento del libro e la rivelazione finale, tuttavia resto perplessa dal modo in cui la narrazione è stata condotta.
Il tono e il modo in cui vengono esposti i fatti è asettico, distante. Manca uno stile alla narrazione, un ritmo che coinvolga il lettore.

La narrazione – a prescindere dal personaggio che si sta seguendo – procede interrompendosi spesso in favore di lunghi ricordi che la frammentano.
I flashback mi piacciono – molto -, ma non quando il passato spezzetta l’azione creando una specie di commistione non ben definita. Mi piacciono i ricordi, mi piace scoprire il passato dei personaggi, ma mi piace che questi momenti sia ben definiti nella narrazione e non spezzino troppo l’azione con continui rimandi. In qualche passaggio, poi, si usano tempi verbali diversi per descrivere la stessa sequenza di eventi, con la conseguenza che lo strato temporale sfugge talvolta alla sfera della chiarezza.

Personaggi e ambienti sono riportati ugualmente con una certa distanza, in uno stile asciutto che porta a vedere la vicenda con un certo distacco da parte del lettore.

Insomma, la storia avrebbe davvero molte basi da sfruttare, ma viene condotta in modo atono, impendendo al lettore – almeno per quel che mi riguarda – di appassionarsi alla vicenda, di sentirla propria o di poter vivere gli eventi al fianco dei personaggi.

Quest’ultimi, come accennavo poco sopra, sono solo tre: Adam, sua moglie Tess e il nonno Arkady. È un pregio che l’impianto di un intero libro riesca a reggersi su una rosa così ristretta di personaggi abbastanza strutturati. Il passato dei personaggi ricorre spesso all’interno della narrazione, creando un background abbastanza definito. Sicuramente, il personaggio maggiormente riuscito nonché quello centrale all’intera storia è Arkady. E, tuttavia, anche qui mi è difficile non rilevare che si presentano sempre con un certo distacco, con una certa freddezza agli occhi del lettore.
Gli altri personaggi, sebbene ognuno emerga con un tratto della personalità distinto dagli altri, restano comunque sullo sfondo.

In conclusione, si tratta di un libro interessante che, tuttavia, non sfrutta al massimo tutte le sue potenzialità. La lettura è agevole – anche se il linguaggio non è molto complesso o strutturato.
La strana scelta di condurre gli eventi in questo modo un poco distaccato e, talvolta, confuso non mi ha permesso però di restare coinvolta nella vicenda.

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Il segreto di Lady Audley recensione

il-segreto-di-lady-audleyTitolo: Lady Audley’s Secret
Autrice: Mary Elizabeth Braddon
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1862
Titolo in Italia: Il segreto di Lady Audley
Anno di pubblicazione ITA: 1862
Trad. di: Chiara Vatteroni

Lucy Graham è dotata di quel fascino amabile che conquista uomini e donne, ma lungi da lei usarlo per scopi non consoni. La signorina Graham è una istitutrice e svolge il suo dovere con dovizia e diligenza, trovando anche il tempo per far visita a poveri e agli infermi. Insomma, un cuore d’oro considerando che la giovane donna ha sicuramente accettato un incarico inferiore e sottopagato rispetto alle sue evidenti capacità, alla sua istruzione e amabilità. E non è facile non cadere vittima del fascino dolce e genuino di Lucy Graham. Sir Michael Audley, ad esempio, ne resta abbacinato così in profondità da chiedere alla giovane istitutrice di sposarlo. La giovane donna accetta, con molta onestà, lusingata più dalla posizione del futuro marito e dal suo benessere (economico e sociale) che non per vero amore.
Tutto procede per il meglio, sebbene la figlia Alicia non vada propriamente d’accordo con la giovane – quasi coetanea – matrigna; fino a quando il nipote di Sir Audley, Robert, non decide di far visita allo zio assieme a un amico che, da poco, ha subito un profondo lutto. George Talboys, diseredato dal padre benestante e fuggito in Australia in cerca di fortuna, dopo averla trovata, è tornato in Inghilterra scoprendo che la giovane, dolce e bella moglie – abbandonata con una lettera prima della partenza per il “continente fossile” – è morta pochi giorni prima del suo arrivo.
Eppure… eppure, c’è qualcosa che non torna e ad Audley Court sta finalmente per comprenderne il motivo. Tuttavia, dopo qualche giorno della loro permanenza ad Audley Court, Robert Audley non può far altro che constatare una pericolosa verità: l’amico, George Talboys, è scomparso.

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Famosa in vita quanto a lungo ignorata dopo la morte (offuscata forse dai contemporanei Charles Dickens e Wilkie Collins), Mary Elisabeth Braddon (1835-1915) è di recente tornata sugli scaffali delle librerie grazie anche alla nuova edizione (aprile 2016) che Fazi ha realizzato del suo romanzo di maggior successo: Il segreto di Lady Audley.

Non conoscevo effettivamente la Braddon, moglie dell’editore John Maddox, e posso dire che la sensational fiction – mi correggo: questa sensational fiction – non fa per me.

La sensational fiction è quel genere che, con toni spesso melodrammatici, combina una certa dosa di realismo con un po’ di romance. Il tutto condito con un “mistero” da comprendere. L’esempio più conosciuto e apprezzato di questo genere, in voga tra  il 1860 e il 1870, è La donna in bianco di Wilkie Collins.

Venendo al nostro “segreto” di Lady Audley, per quanto la trama sia sufficientemente “ingarbugliata” perché vede entrare in campo numerosi attori e “segreti”, pecca tuttavia per numerose piccolezze e superficialità.

In primo luogo, sebbene ci sia un mistero da risolvere, non è certo difficile comprendere come si sono svolti i fatti sin dalla prima pagine; anche perché la nostra narratrice onnisciente non ci nasconde certo i collegamenti che ci sono tra i vari personaggi in campo (da lì, a fare un semplice ragionamento per unire tutti i puntini non è davvero nulla di così trascendentale). Di conseguenza, ecco che il lungo e lento riflullare di Rober Audley per trovare le prove di cui abbisogna è solo la conferma delle certezze che il lettore ha già. La “curiosità”, se così la si può chiamare, non sta nel comprendere chi sia il colpevole o come abbia agito (elementi questi evidenti fin dall’inizio), ma solo capire quando finalmente il nostro dilettante investigatore arrivi alla scontata ed evidente soluzione (e, considerata la mole del volume, ti assicuro che di tempo ce ne mette a rendere i suoi sospetti certezze).

Insomma, noioso e prevedibile; una caccia all’indizio che ha davvero poco di affascinante e misterioso.

In secondo luogo, la trama procede grazie a trovate fin troppo semplici, maldestre e poco rifinite (colpi di fortuna al limite del miracolo; confessioni spassionate; gente tollerante che rincorre sconosciuti per regalargli informazioni taciute a tutti gli altri; comode rivelazioni di pazzia congenita; ect.). Molti sono, inoltre, i passaggi ridondanti e ripetitivi. La storia si sarebbe potuta svolgere con almeno cento/duecento pagine in meno e sarebbe risultata forse meno lenta e forse più piacevole.

La sensazione è quella di avere tra le mani il classico romanzetto a episodi (e, infatti, Il segreto di Lady Audley fu pubblicato per la prima volta a puntate).

Audley Court, dove si svolgono buona parte degli eventi, è un luogo sicuramente denso di fascino, con la sua costruzione plurisecolare, il suo boschetto e le sue stanze e i suoi passaggi segreti, ma le numerose pagine dedicate alla sua descrizione sono davvero troppe come intro nella storia. Questo handicap della corposità delle descrizioni ambientali, delle meditazioni e degli sconvolgimenti dei personaggi è una costante del libro, quindi basta solo mettersi nell’ottica di accettare questa prolissità e magari di sorvolare (nel senso proprio di non leggere) quelle parti nella quali ci si dilunga davvero troppo.

Così ci ritroviamo con un protagonista, Robert Audley, lassista avvocato che mai ha gestito una causa in vita sua, alle prese con l’indagine per la scomparsa del caro amico George Talboys, incontrato, dopo l’esperienza di Eton, pochi mesi prima dell’evento. Il caro Robert, per la voce di una non meglio precisata narratrice onnisciente che si rivolge direttamente al lettore parlando in prima persona, ci ricorda spesso di come nemmeno lui sappia il perché si prende così a cuore le sorti dell’amico… pare quasi che una forza più forte di lui lo spinga. Inspiegabile è anche questa sua mistica sensazione nel “sentire” che sicuramente all’amico è successo qualcosa di losco.

E così, ci troviamo ad accompagnarlo nella sua lenta cernita di indizi e di testimonianze, con i suoi dubbi “amletici” (proseguire nell’indagine o non proseguire?) fino ad arrivare alla conclusione da classico romanzo a episodi: una deliziosa casetta in mezzo al verde, tutti felici e sorridenti, la pace finalmente ristabilita per tutti i personaggi buoni e la giusta punizione per tutti i personaggi cattivi.

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