Come siamo diventati nordcoreani recensione

Titolo: How I Became a North Korean
Autrice: Krys Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Come siamo diventati nordcoreani
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«La memoria […] è una superficie scivolosa, uno specchio che va in frantumi appena lo sfioro.»
Krys Lee, Come siamo diventati nordcoreani,
Codice edizioni, 2017

Poche cose contano quando fai parte dell’élite in Nord Corea: l’ascesa di carriera e la volubile approvazione del tuo leader (che poi entrambe sono sinonimo di sicurezza e soprattutto di sopravvivenza).

I chiari di luna del signore di Pyongyang sono repentini, imprevedibili e si abbattono sulla vita delle persone come uno tsunami.

Sotto i colpi di questa psicotica tempesta cade, durante una serata di gala e festeggiamenti, nell’impotenza/indifferenza e sotto gli occhi di tutti, il padre di Yongju. Sua madre è una nota attrice nordcoreana, ma nulla li salva.

L’originale piano di fuga deve proseguire, ma finire nelle mani dei trafficanti senza protezione alcuna è la rovina per tutta la famiglia. In breve, Yongju si ritrova solo separato dalla madre e dalla sorella – destinate con probabile certezza allo sfruttamento sessuale.

Dall’altra parte dell’oceano, apparentemente tranquillo, c’è Danny, le cui origini cinesi e coreane e la cui sensibilità lo rendono purtroppo vittima dei cretini. Per lui è difficile ambientarsi e l’unica soluzione pare esser quella di tornare in Cina dalla madre.

Last but not least, c’è Jangmi. La sua – forse – è la storia più dura (anche se un paragone certo non si può fare, ma forse essendo donna mi sono trovata più sensibile verso le vicende di questo personaggio).

Insomma, Jangmi è nordcoreana (come Yongju, ma non fa parte della “società bene”); è incinta (perché ovviamente Jangmi è stato il divertimento di un signorotto locale) e deve scappare per salvare la vita alla sua bambina (perché ovviamente, se venisse a saperlo il succitato signorotto, non ci sarebbe scampo per la bambina… e forse nemmeno per lei).

Jangmi, però, non è il suo nome, ma quello che il nuovo marito cinese – ignaro ancora della gravidanza – le ha affibbiato.

Per pochi spicci, l’uomo ha comprato la ragazza, la usa come un oggetto e la guarda dall’alto in basso solo perché è nordcoreana (quindi, a prescindere, ignorante, stupida, arretrata).

Soprattutto negli ultimi tempi si fa un gran parlare di Nord Corea perché Kim Jong-un fa arrivare missili nel Mar del Giappone, perché fa marciare le truppe in piazza… e poi il suo ridicolo taglio di capelli, le sue casacche nere, ect.

A parte questo motteggio – che lascia un po’ il tempo che trova – verso il dittatore, non ci si sofferma molto su altro.

Quello che, però, manca è un’altra fetta – fondamentale – della realtà nordcoreana: quella dei nordcoreani che il regime lo vivono, anzi lo subiscono ogni giorno.

Qualcosa di questa atroce verità l’avevamo imparata grazie al giornalista statunitense Blaine Harden che, nel suo “Fuga dal Campo 14” (Codice Edizioni, 2014), ci raccontava l’epopea geografica ma anche personale di Shin Dong-hyuk. Il suo era un incrocio tra un’inchiesta giornalistica, un reportage e una biografia (per i dettagli ti rimando alla mia recensione).

Quello che abbiamo qui in “Come siamo diventati nordcoreani” è, invece, un romanzo che, scisso in tre punti di vista, segue le vicende dei tre ragazzi (che si trovano, si perdono, si ritrovano).

Yongju, Danny e Jangmi non esistono, ma le loro storie purtroppo sì. Sono le storie di tantissimi nordcoreani: storie di abusi; storie di fughe; storie di speranze. Nordcoreani che poi magari

«Entrano in Corea del Sud pieni di fantasie e piombano nella vergogna quando si accorgono di essere guardati dall’alto in basso, o rimangono scioccati quando scoprono di essere sospettati di essere spie, oppure cominciano a comportarsi in maniera circospetta, o peggio finiscono per fregarsene di tutto.»
[estratto da “Come siamo diventati nordcoreani”, Krys Lee, Codice edizioni, 2017]

I personaggi letterari, quindi, si fanno portavoce di testimonianze e storie che sono accadute e che stanno accadendo anche ora, in questo preciso istante… mentre magari il mezzobusto di turno ridicolizza l’assurda scelta di vestiario di Kim Jong-un (il quale, però, ha un’ascendente tale sulla vita delle persone da lasciare in secondo piano le insensatezze della sua persona).

Insomma, anche in questo libro gli argomenti trattati sono duri; aberrante e vergognoso è che continuino nell’indifferenza generale (anche se anche qui ci sarebbero alcuni risvolti da approfondire a partire dall’influenza della Cina, la sicurezza della Corea del Sud e le conseguenze di un eventuale intervento militare in Nord Corea).

Il punto, però, è che non si tratta di essere sudcoreani o nordcoreani, cinesi o americani e via discorrendo.

È questione di essere umani.

Umanità vuol dire anche provare compassione, empatia verso il prossimo. Eppure, per qualche ragione, in qualcuno approfittarsi della debolezza di un altro è come un istinto primordiale che ne impregna il sangue. La facilità con cui lo fanno gli si confà come un guanto e anzi è appositamente ricercata; approfittarsi del prossimo, in modo volutamente abietto, diventa semplicemente un lavoro, un modo di fare, uno stile di vita, normale routine (un po’ come l'”eseguivamo solo gli ordini” della seconda guerra mondiale).

E l’umanità che traspare da questo libro – lo ripeto: sono storie vere – è una che preferirei non fosse mai esistita.

Concludendo. Si tratta di un libro interessante – sebbene devastante – da leggere per completare il quadro iniziato con “Fuga dal Campo 14“.

Le storie di Yongju, Danny e Jangmi raccontano di matrimoni combinati e gelide serate di gala, di silenzi terrorizzati e partenze obbligate, di dolore e addii imposti, di trafficanti e di sfruttatori, di cristianità e di ipocrisia.

Tuttavia – e mi riferisco allo stile e alla tecnica narrativa – ammetto che la storia è condotta in maniera molto elementare; la definizione dei punti di vista tra i tre ragazzi non sempre è ben definita e distinguibile l’uno dall’altro.


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La fine della solitudine recensione

Titolo: Vom Ende der Einsamkeit
Autore: Benedict Wells
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La fine della solitudine
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Margherita Belardetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Abitano a Monaco i Moreau, ma tutte le estati tornano in Francia dove padre e madre sono originari. Cantano sotto l’albero e scartano i regali insieme quando è Natale. Litigano, giocano… semplicemente vivono tutti insieme. Una normalissima famiglia, insomma.

Questa loro quotidianità però s’interrompe quando i due genitori sono vittime di un brutto incidente stradale e perdono la vita.

I tre figli Marty, Liz e Jules vengono separati e infilati in istituto.

Soli e sballottati, ognuno dei tre cercherà di far suo un piccolo angolo di mondo nella speranza di trovare un formula ad hoc per vivere la loro vita.

Ma Liz cala le sue carte in fretta; Marty le cela con attenzione e Jules ancora non ha trovato quelle giuste.

Le esperienze, le scelte, le paure, i sogni e i ricordi plasmeranno questi ragazzi e incanaleranno la loro vita adulta verso scelte e situazioni fondamentali e irrimediabili.

Non è semplice: una mattina ti svegli e tutto non potrebbe essere più normale. E poi la sera… nulla, ti ritrovi catapultato senza nemmeno capire come in una vita non tua. Una vita in cui le tue più grandi certezze, i tuoi pilastri non ci sono più.

E c’è rabbia, c’è dolore, c’è paura. E c’è solitudine.

Pur trovandosi sulla stessa griglia di partenza con lo stesso identico bagaglio di esperienze e ricordi, i tre ragazzi vivono questa nuova condizione in tre modi diversi procedendo a vista lungo una rotta ancora da plasmare.

Se i ragazzi dimostrano in questo libro di barcamenarsi alla meno peggio cercando di acciuffare le cime prima che le vele si slabbrino, le controparti femminili invece dimostrano di non essere proprio delle buone navigatrici.

Tendenti all’autodistruttismo, le giovani donne usano il loro corpo per punirsi incapaci di apprendere un altro modo per esternare la loro sofferenza.

Tuttavia, questa imperfezione nei personaggi e i loro goffi tentativi di restare a galla nella tempesta della vita li rendono vibranti (sebbene qualcuno di loro mi sia rimasto comunque indigesto).

Alla fine il loro perdersi per poi ritrovarsi, la loro costante ricerca di un’unione (eppure anche la paura di questa unione) rende i personaggi del libro scalpitanti.

Jules è il nostro narratore ed è ovvio empatizzare più con lui che con gli altri fratelli dal momento che la storia segue le sue vicende e il suo punto di vista. Infatti, l’attenzione verso le storie dei fratelli è sicuramente inferiore rispetto a quella dedicata a Jules (e si concentrata più sui suoi di affetti).

Tuttavia, soprattutto nei primi capitoli, si resta un poco infognati di una narrazione che stenta a decollare con eventi insulsi e confusi in continui flashback, esagerati in un malessere un po’ auto-commiserante (di cui ammetto di non essere una grande fan).

C’è qualcosa di scomposto in questo romanzo da renderlo sicuramente profondo (soprattutto con riferimento alla seconda metà del libro con la comparsa di Romanov), ma alcuni passaggi risultano indigesti e un po’ pretenziosi nella loro parte descrittiva.


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Zuleika apre gli occhi recensione

Titolo: Зулейха открывает глаза
Autrice: Guzel’ Jachina
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Zuleika apre gli occhi
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Claudia Zonghetti

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Zuleika apre gli occhi. Si sveglia. Svuota il pitale della Vampira (anzi detta suocera), poi comincia le faccende quotidiane tra la casa, gli animali e tutto il resto: spalare la neve, tagliare la legna, pulire l’izba, preparare il cibo, preparare il bagno a suocera e marito, conservare il cibo, lavare, sprimacciare… e sia daccapo.

Murtaza – il marito – la chiama, le ordina i compiti da svolgere, la sgrida.

La Vampira, cioè la madre di Murtaza, la chiama, le impone, la sgrida offendendola.

E Zuleika è sempre lì, in silenzio, divisa tra il rispetto e l’educazione. E fatica, fatica a gobba china, in mezzo alla neve nel gelo.

Arriva, però, il giorno in cui chi la chiama non è Murtaza né la Vampira, ma l’Ordarossa.

Sono lì quei soldati dalle lucenti uniformi e a cavallo di un destriero e vogliono tutto in nome del Popolo: vogliono tutto il loro cibo, scorte comprese; vogliono tutti i loro animali; vogliono tutti i loro più piccoli averi.

Perché Zuleika e la sua famiglia sono profittati del Popolo, nemici della Unione Sovietica e al confino dovranno essere spediti.

Alla scuola mi avevano spiegato che i “kulaki” erano pingui contadini russi padroni di campi ampi e ben coltivati dai tanti braccianti alle loro dipendenze (un po’ in stile schiavista americano dal cappello a tesa larga e i vestiti di cotone).

I kulaki erano coloro che detenevano una (buona) parte delle ricchezze, sfruttando impunemente il lavoro altrui, approfittandosi del povero affamato.

Per queste loro colpe, la deportazione era la giusta punizione; i loro beni da distribuire all’intera popolazione bisognosa.

Invece, qui mi ritrovo una donnina laboriosa che vive del suo faticoso lavoro, lotta contro il tempo (contro il padrone-marito e contro la perfida psicopatica suocera) e il clima delle lande russe, svolge i suoi compiti dall’alba fin oltre il tramonto con sacrificio e tanta fatica.

(Ora a parte chiedermi che cosa diamine mi è stato insegnato) Guzel’ Jachina ci accompagna in queste sconfinate lande innevate alla scoperta di un pezzetto di storia (la dekulakizzazione degli anni Trenta del Novecento in Russia) e della storia di una piccola donna.

Non conosce il mondo Zuleika e non sa quale prospettive le riservi. Perché quella è la sua vita: dall’ibza del padre a quella del marito. Obbediente, rispettosa, silenziosa.

Perché, altrimenti, cosa ne sarebbe di lei?

Zuleika, però, dovrà imparare (dovrà aprire gli occhi): dovrà mettere da parte il suo pudore, le sue preghiere e anche il suo cuore.

Perché è piccola, Zuleika, ma è forte; è sconfitta ma impararà a essere coraggiosa.

E non è una «gallina scema», è solo una donna a cui è stato insegnato che rispetto ed educazione (anche verso chi non se la meriterebbe proprio) sono più importanti soprattutto se sei donna e dipendi unicamente da tuo marito.

Accanto a lei un carnet di personaggi da mettere i brividi (non solo per le temperature gelate), ma per il realismo con il quale vengono raccontati e la forza con la quale s’imprimono nel lettore: Wolf Karlovič, Ivan, i deportati di Leningrado.

Ho rivisto, leggendo Zuleika apre gli occhi, alcuni elementi della letteratura russa che mi hanno sempre affascinato: i personaggi silenziosi, temprati dal freddo, rigidi nelle loro convinzioni, ma in grado anche di imparare a vedere il mondo con sguardo diverso (e il raggiungimento di questa consapevolezza è difficile come difficili sono gli inverni nella tajga).

Ho respirato il silenzio freddo della steppa, il suono soffuso dei passi nella neve, la magia e la perfidia degli inverni russi.

Ma ho anche un po’ faticato in certi passaggi, perché se c’è una cosa per cui gli autori russi conservano nomea è la lentezza narrativa… che non è proprio lentezza insomma; è proprio un modo di raccontare diverso, delicato, placido, dolce quasi.

Questo romanzo è un omaggio alla sorte indifferente, alle fatiche quotidiane, alle morti silenziose, al bianco della tajga, ai numerosi pensieri, alle tante tradizioni.

Ma soprattutto questo libro è un canto d’amore: amore di una madre verso il proprio figlio, amore di una donna verso un uomo. E poi amore per la cultura, amore per un passato finito per sempre, amore per la speranza, amore per la vita.


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In carne e cuore recensione

Titolo: La carne
Autrice: Rosa Montero
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: In carne e cuore
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Michela Finassi Parolo

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Inizia tutto come una piccola vendetta verso Mario, il giovane ex amante che ha deciso di lasciarla in favore della moglie… incinta.

È così che la sessantenne Soledad (nomen omen) finisce su PerIlPiacereDelleDonne.com. E, in stile Kat Ellis di The Wedding Date, fa una piccola pazzia: “affitta” un prostituto, giovane e aitante e bellissimo, per accompagnarla a teatro dove teme/spera/cerca/rifugge un incontro con l’ex amato bene.

Cifre da capogiro, ma con un semplice click è fatta e il prostituto è bell’e che pronto ad accompagnarla a teatro.

Ma quel “semplice click” si rivelerà qualcosa di molto più complesso di una stupida serata per mostrarsi felice agli occhi degli altri e per far ingelosire Mario.

I due iniziano una relazione… vera. Il prostituto – che ha un nome: Adam – le offre costosi sconti sulla compagnia, abbonandole addirittura giornate intere di compagnia.

Ma Adam è anche un ragazzo con un oscuro passato alle spalle (=orfanotrofio russo) e con immensi sogni di gloria nel cassetto (=bisogno di parecchi soldi per realizzarli).

E Soledad, irrequieta, affamata di affetto, bisognosa di vita e di amore e – come, del resto, indica anche il suo stesso nome – sola, ben presto inizierà ad assecondare i sogni del bel ragazzo russo.

Insomma… fin a che punto può spingersi questa relazione?

Soledad è una sessantenne libera, ma stanca di esserlo; è indipendente, ma affamata di amore e di compagnia.

È un personaggio che, a primo impatto, destabilizza e non è semplice empatizzare con lei. Il suo bisogno di affetto così viscerale, nascosto dietro una finta corazza di compattezza e autonomia, non è semplice da comprendere. Anzi, in certi punti, è quasi fastidiosa (butta giù pasticche come fossero mentine; si comporta una bambinetta sciocca e viziata; scade in comportamenti patetici).

Ma poi qualcosa scatta, si entra nella sua testa. Sicuramente non si condividono le sue scelte e i suoi comportamenti, ma dal suo punto di vista… cos’altro avrebbe potuto fare?

Alle donne come Soledad si storce il naso, la società non le accetta. Sono un’anomalia, un’anomalia non gradita.

In una società che ci vorrebbe tutti felicemente accoppiati, una donna con un uomo più giovane fa storcere il naso; ma un uomo… nah, un uomo con una più giovane è un grande (?). Una donna sola – per scelta o per altri motivi – è da compatire; ma un uomo… nah, un uomo solo è un genio che della vita ha capito tutto (?).

Insomma, la vendetta porta la nostra protagonista a una decisione sciocca, a dir poco infantile. La sua irrequietezza e il suo bisogno di compagnia la porteranno a fidarsi troppo. Insomma, Soledad è disposta a tutto pur di credersi amata, pur di vivere una vita, una qualunque, secondo i canoni standard.

Perché Soledad accetta la sua condizione di “zitella“, ma certo non le piace. Insomma, le insidie dello star soli sono multiformi: possono andare dal restare bloccata nel box doccia senza la possibilità di chiamare aiuto all’incontrare la persona sbagliata e rischiare invischiata in qualcosa di peggio.

Oppure si può semplicemente rischiare di impazzire per il bisogno di amare ed essere riamati non di un amore specifico, ma giusto dell’amore in sé. Anche perché Soledad cerca disperatamente di afferrare un solo barlume di affetto, ma tutto le sfugge di mano.

Come forse avrai capito, il romanzo si incentra sulla sua protagonista: i suoi dubbi, le sue gelosie, le sue aspirazioni e i suoi errori. E si incardina tutta su questa relazione e il rapporto a due che ne esce.

Il secondo livello narrativo – ovviamente meno dominante – vede invece Soledad più o meno intenta (perché l’intensa relazione con Adam la sbarellerà non poco) a occuparsi della gestione di una particolare mostra su poeti e scrittori maledetti (o bizzarri) cercando di schivare il golpe di collaboratori più giovani.

Questo secondo filone narrativo consente di scoprire il passato – tragico – di importanti scrittori, la cui storia balza nelle mente di Soledad mentre affronta il suo drammatico presente. Tra questi l’unico a non essere reale è il personaggio – estremamente potente e realistico – di Josefina Aznárez, creato dalla Montero (che farà anche una piccola comparsata).

Concludendo. “In carne e cuore” è un romanzo particolare che presenta con una certa drammaticità, ma anche con un pizzico di ironia, la solitudine nell’era moderna.

 


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Gemelle imperfette recensione

Titolo: Mischling
Autrice: Affinity Konar
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemelle imperfette
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Elisa Banfi

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

Stipati, sballotatti. Dimenticati perché non sono più esseri umani quelli o almeno, tra poco, non lo saranno più.

La musica li accoglie alla discesa dal treno e li inganna. Gli uomini col fucile li separano, forse garantendogli una doccia per ristorarsi dal lungo viaggio. Un uomo in camice bianco, un medico, promette d’aver cura dei gemelli perché la loro simmetria è preziosa.

Ma la stazione a cui il treno si è appena fermato è piena di abominevoli inganni, di false promesse che troppo facilmente si trasformano in subdole cattiverie e in violenza «ingegnosa e calcolata», perché il nome del posto è Auschwitz.

Pearl e Stasha, le due gemelle, si separano da una madre che spera di affidarle a una sorte migliore e da un nonno, ex professore universitario, il quale ha insegnato loro passatempi che – lui non lo sa e non lo saprà mai forse – salveranno l’anima delle due nipoti.

Si separano per finire mangiate dagli animali di Auschwitz, perché all’interno del lager c’è una realtà poco conosciuta: c’è uno zoo, gestito da uno “zio” con una siringa in una mano e caramelle nell’altra.

Il nome di questo mostro troppo reale che sventra madri e tortura bambini per i suoi atroci esperimenti di eugenetica è Josef Mengele.

E Pearl e Stasha, i cui movimenti e pensieri erano sempre stati allineati, si ritrovano desincronizzate,  spezzate, sole. Perdono se stesse e perdono anche l’altra versione di sé.

E allora, forse, l’unica cosa che resta da fare è assecondare Mengele, conquistarne la fiducia e poi… e poi finalmente vendicarsi di tutto il male cinico e calcolato subito.

Ma possono due bambine dare seguito a questi propositi di vendetta? Possono resistere spezzate e sopravvivere da sole agli orrori del campo di sterminio?

Affrontare questo genere di letture, per una serie di motivi, non è mai semplice. Ritrovarsi nero su bianco la violenza assurda ma scientemente organizzata che certi uomini hanno orrendamente raggiunto è destabilizzante.

Potrebbero sembrare solo storie, chiacchiere che trattano di violenze così abominevoli da essere al di fuori di ogni umana immaginazione; eppure diventano un onnipresente tarlo che, nella nostra sbigottita mente, ci ricorda che invece è successo e potrebbe succedere ancora (non dimentichiamo mai che in certe parti del mondo i campi di lavoro esistono).

Detto questo la recente letteratura dedicata all’Olocausto ha spesso conosciuto – purtroppo – alti e bassi e mi è – purtroppo – capitato di incappare più di una volta in testi che cercavano dispersamente di occhieggiare al lettore, cercando di inculcargli un’empatia costruita, il cui risultato però era solo un – purtroppo – imbarazzante pastrocchio.

Con “Gemelle imperfette” nulla di tutto questo. Era molto tempo che non mi capitava una lettura così immersiva.

Si tratta di una storia – ispirata a eventi realmente accaduti – terribile, ma l’autrice ha questo tocco delicato, questo modo di mostrare la sofferenza senza scadere nel morboso davvero meraviglioso.

Non so se è corretto definire la scrittura delicata, ma Affinity Konar ha un tratto così elegante da rendere le parole dolci come un tocco vellutato.

Questa sua dolcezza non cancella comunque dolore e sofferenza. La violenza è una costante di Auschwitz e la Konar riesce a parlarne con quel miscuglio di agonia e necessità di oblio comuni in una persona che troppo ha sofferto.

Il direttore degli orrori, Mengele, non è solo un pazzo sadico calcolatore; è un ingranaggio di un regime che ha disteso i suoi tentacoli purulenti ovunque, corrompendo nel profondo le persone (anche se la difesa dell'”eseguivamo solo gli ordini” è valida fino a un certo punto).

Il blocco in cui Mengele eseguiva i suoi esperimenti [Fonte: Wikipedia.it]

È valida questa difesa, in parte almeno, per gli internati e per coloro che coadiuvano Mengele come Zvi Dinger e la dottoressa Miri (sebbene la coscienza di entrambi resterà sempre vincolata agli orrori del campo).

Ma il male di Auschwitz resta legato anche a coloro che gli è sfuggito con altrettanti sacrifici.

Nelle gemelle, nel loro rapporto scomposto dalla violenza e dalla malvagità, vediamo questo male. Sono loro stesse a raccontarcelo passandosi l’incarico di narratrici durante la storia.

Ma l’evoluzione e la sopportazione umana consentiranno al Paziente di tornare finalmente Feliks; a due ragazzi rotti di diventare insieme Orso e Sciacallo; a Stasha di perdere la sua immortalità posticcia; a Pearl di vivere finalmente libera seppur spezzata.

Personaggi così vibranti di umana convinzione da apparire vivi agli occhi del lettore.

Insomma, la maggior parte sono personaggi di finzione, ma la loro cartacea esistenza si mescola con la storia e i ricordi di veri internati. In particolare, nella vita dei gemelli è impossibile non vedervi i ricordi e l’impegno di Eva Mozes Kor e sua sorella Miriam, il cui coraggio ha consentito al mondo di conoscere gli orrori dello zoo.

Era un po’ di tempo che non incappavo in una lettura così: che coinvolge portandoti quasi alle lacrime; che forma personaggi spezzati ma in costante evoluzione; che alterna sofferenza e speranza e, addirittura, perdono; che ti porta ad agonizzare con i personaggi e a sorridere con loro; e che alla fine lascia quasi senza fiato.


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