Ross Poldark recensione

ross poldarkTitolo originale: Ross Poldark
Anno di pubblicazione: 1945
Autore: Winston Graham
Genere: Romanzo storico
Titolo in Italia: Ross Poldark
Anno di pubblicazione ITA [trad. integrale]: 2016
Trad. ed. Sonzogno: Matteo Curtoni e Maura Parolini

Seguito da:
– Demelza

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

Ross Poldark è appena tornato in Cornovaglia dopo due lunghi anni; è vivo, ma la guerra gli ha lasciato una cicatrice in volto e il passo claudicante. Adesso, però, le atrocità del conflitto in America sono alle sue spalle e, tornato in Inghilterra, può riprendere da dove aveva interrotto anni addietro.
O almeno lui così spera…
Ma la realtà che si trova ad affrontare tornato in patria è molto diversa dalle aspettative che si era fatto. Il padre è morto, lasciandogli la proprietà di famiglia in condizioni pietose; i servi ubriaconi, approfittando della scarsa lucidità del loro padrone in fin di vita, hanno ulteriormente aggravato la situazione. Il resto della famiglia – cugini, zii, prozie, ect. -, salvo poche eccezioni, sembra ben poco entusiasta del suo ritorno e molto sorpreso di saperlo ancora in vita. Ciliegina sulla torta? Elizabeth, la ragazza che amava, ricambiato, che pensava lo avrebbe aspettato in quei due anni di guerra, è fidanzata… con il cugino di Ross, Francis.
Insomma, un ben tornato a casa davvero con i fiocchi…

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Prima un breve mea culpa: non conoscevo né la serie del 1975 né la recentissima nuova serie con Aidan Turner nel ruolo di Ross. Tuttavia, leggere il libro ha fatto sicuramente crescere la mia curiosità di vedere come sono stati realizzati i personaggi e quanto del libro è stato fedelmente rispettato.
Devo, infatti, ammettere che la storia, pur essendo interessante, manca di quella cadenza ritmata degli avvenimenti che ti prende trasportandoti giù nelle pagine del libro; tuttavia, gli eventi sono tanti: perfetti da rendere con un certo pathos in una serie televisiva.

La vicenda, infatti, è realizzata come una sorta di cronistoria (dall’ottobre del 1783 fino al dicembre 1787). Gli avvenimenti si succedono in singoli episodi riportati fedelmente quasi uscissero dalla penna di un onnisciente biografo. L’attenzione è spesso richiamata sul capitano Ross; tuttavia, non vengono tralasciati gli altri familiari, i fittavoli o i servitori.
Come scrivevo nella mia breve introduzione, gli eventi narrati mancano, però, di ritmo e la narrazione procede lineare come il corso di un fiume tranquillo e senza anse. La questione comincia a farsi un po’ più avvincente e dinamica con la seconda parte del romanzo: molti progetti trovano il loro giusto avvio e resta ancora spazio per intrecci passati, bisognosi di una degna conclusione.
Il normale scorrere della vicenda, soprattutto nella prima parte, è, tuttavia, rallentato e, di conseguenza, appesantito dalle descrizioni degli umori e dei sentimenti dei personaggi.
La parte finale migliora molto, facendosi un po’ più incalzante anche grazie alla presenza dialoghi più ritmati.

Ross Poldark, un po’ rude dei modi, talvolta brutale, è tuttavia capace di grandi atti di bontà e altruismo. Eroe della storia, certo; ma non un santo e anche Ross inciampa in piccoli peccatucoli da uomo comune. Questi aspetti ed elementi del suo essere lo rendono, per cui, un personaggio sfaccettato e realistico nelle sue imperfezioni. Lo stesso dicasi per Demelza la quale, – poverina – nonostante il nome in italiano non le renda per nulla giustizia, è, a mio parere, il personaggio meglio riuscito. Dolce, ma forte e coraggiosa; curiosa, intelligente e, sì, anche scaltra, ma non per questo approfittatrice o infida.
Anche gli altri elementi della famiglia Poldark, come Verity, la cugina di Ross, sono ben caratterizzati, sebbene questo “approfondimento” nella definizione della storia di questi personaggi non si rifletta poi in affetto da parte del lettore (diciamo che, dal mio punto di vista, i personaggi sono rimasti tutte figure un po’ tiepidine nel mio cuore).
I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi, non solo tra principali, ma anche tra secondari, è affascinante e ben realizzato (ad esempio, l’educazione di Demelza e la conseguenza rieducazione di Prudie e il rapporto che così si crea tra le due ha qualcosa di dolce).

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Gli ambienti (Cornovaglia) sono ben rappresentati: in poche righe, si srotolano sotto i nostri occhi scogliere frastagliate e mari spumosi, campi coltivati e miniere tortuose, grandi ville padronali e piccoli agglomerati di minatori. Albe e tramonti si alternano con una certa poesia nella descrizione, assumendo toni delicati.

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Il cimitero di Praga recensione

recensione il cimitero di pragaTitolo: Il cimitero di Praga
Autore: Umberto Eco
Genere: Storico
Anno di pubblicazione: 2010

Il capitano Simonini si sveglia, un giorno come gli altri, nel suo appartamento (Parigi), posto proprio sopra il negozio di antiquario che gestisce.
Fino qui nulla di strano; se non fosse che il capitano si risveglia, ma alcuni suoi ricordi sono misteriosamente spariti.

Che fare?

A parte un iniziale panico, Simonini decide di tenere un diario: secondo un suo conoscente forse tedesco, un certo dottor Froide (Simonini lo ha sono sentito pronunciare e non sa come si scrive realmente quel cognome), le amnesie o il ricordi bloccati sono spesso determinati da dei traumi precedenti. Parlarne può portarli alla luce.

Simonini, però, non può rivelare certe cose a nessuno e l’unica soluzione è lo scrivere. Comincerà così un diario, dal quale apprenderemo che il capitano non è poi così santo e onesto come ci appare nelle prime pagine.

Nel suo appartamento, poi, un mistero corridoio conduce nella casa di quello che sembra essere un abate. Simonini non lo vede, ma ne scorge la tonaca.

Non è finita qui, però: il capitano si ritrova in una stanza piena di travestimenti, trucchi e parrucche.
Che sta succedendo?

Le cose si complicano quando, al suo risveglio il giorno dopo, l’abate Della Piccola, l’altro inquilino di quello strano appartamento a doppia faccia, aggiunge una nota al diario personale di Simonini.

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Piccola premessa: ho cominciato un paio di volte a leggere “Il nome della rosa” (il capolavoro di Eco) e, ogni volta, dopo poche pagine, sono caduta nella sofferenza di una lettura davvero lenta e pesante e ho sempre miseramente abbandonato (a mia discolpa, questi tentativi sono avvenuti parecchi annetti fa… ero giovane!).

In ogni caso, questa mia difficoltà (reiterata) di completare la lettura de “Il nome della rosa” è diventata quasi un’onta personale e il desiderio di leggere (ma, soprattutto, completare) un romanzo di Eco mi è rimasto addosso come una sorta di sfida personale! Alla fine mi son trovata davanti “Il cimitero di Praga” e ho pensato (più altro sperato): ecco la mia occasione di redenzione!

Così, eccomi qui.

Non posso non ammettere di essere stata preoccupata (anzi, in verità quasi terrorizzata) di ripetere il mio flop con “Il nome della rosa” e ho cominciato la lettura de “Il cimitero di Praga” con religiosa organizzazione. Silenzio, ore notturne per meglio concentrarmi nella lettura, lucetta ben puntata ad illuminare ogni rigo delle pagine; ma mi sono piacevolmente accorta di quanto fossero inutili tutti questi accorgimenti. Forse ho anche un’età diversa rispetto a quella di quando mi approcciai a “Il nome della rosa“(quindi, potrebbe essere un’idea riprovarci XD), ma “Il cimitero di Praga” si fa leggere con molto interesse.

L’intreccio pecca solo perché abbastanza lento (il che, diciamo, è un po’ una delle caratteristiche distintive dell’autore); ma è geniale se si considera come eventi storici realmente accaduti (e personaggi realmente esistiti) sia stati abilmente giustapposti nella storia del protagonista, complice (o unico artefice) in prima persona degli stessi.

Certo, il tema base è spinoso… Molto spinoso: il mix letale prevede antisemitismo, massoni e palladiani, riti satanici, spie e segreti di Stato. Si passa per Garibaldi e Nievo e Napoleone III. Insomma, una specie di excursus storico molto particolareggiato.

Nessun appunto si può fare sul linguaggio: l’uso della lingua italiana è ben radicato in Eco e non si assistete a uno scivolone linguistico nemmeno per scherzo. Del resto, è innegabile che l’autore sia un grandissimo letterato (vedasi anche le citazioni “nascoste” di Dante, tra gli altri).

I personaggi sono curati: ad ognuno le sue fisse e le sue stranezze.

Gli ambienti ben descritti: un po’ mi ha ricordato la Parigi di Hugo.

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L’alba del mondo recensione

recensione l'alba del mondoTitolo originale: The Aftermath
Anno di pubblicazione: 2013
Autore: Rhidian Brook
Genere: Romanzo storico
Titolo in Italia: L’alba del mondo
Anno di pubblicazione ITA: 2013

Lewis è colonnello in carica per la ricostruzione di Amburgo (siamo nel 1946). La città (la Germania, in generale) è stata divisa in più parti: ai russi le fattorie, ai francesi il vino, agli americani il panorama e agli inglesi le macerie. Ovviamente, Lewis è inglese («ufficiale dalla reputazione eccellente e con uno stato di servizio impeccabile»).
La guerra è stata inclemente con tutti (sia vinti che vincitori) ed il compito che spetta a Lewis non è per nulla facile: ricostruzione di quartieri completamenti rasi al suolo, baraccopoli da gestire, una popolazione affamata, bambini “randagi” senza più genitori, strane belve che si aggirano nei boschi intorno la città, famiglie distrutte e vite distrutte.
Ma prima un degno alloggio per il governatore Lewis. Per lui (e per la sua famiglia che l’uomo non vede da ben tre anni) è stata selezionata una villa meravigliosa, spaziosa, con colonne all’ingresso e interni pregiati. Il personale domestico della bella casa è a disposizione (sempre che il colonnello si senta di tenerlo, visto che sono tutti tedeschi) e il proprietario… sì, la casa ha già il suo proprietario: Herr Lubert. Quale sarà il suo destino una volta che la sua abitazione sarà occupata dall’ufficiale inglese? Trasferirsi (come è già avvenuto per altri sfortunati tedeschi) nelle baracche senza riscaldamento, senza acqua, senza nulla.
Lewis, però, è un uomo di gran cuore (non si può non volergli bene sin dalle prime righe) e non crede che tutti i tedeschi sia criminali. Così, ha una proposta da fare a Lubert, già pronto a lasciare la sua casa: una coabitazione. Inglesi e tedeschi sotto un unico tetto. Sarà possibile?

L’alba del mondo è un libro che parte molto bene. Davvero: le premesse per renderlo una grande lettura ci sono tutte. Tuttavia, più ci sia avvicina alla fine, più si allunga la curva discendente che, verso più o meno la metà del libro, cade nel prevedibile e nello scontato.
Partendo dall’inizio. Il narratore onnisciente ti aiuta a calarti nel punto di vista dei personaggi e compi i primi passi in questo mondo letterario, capendo perfettamente le ragioni e le motivazioni di ognuno di loro. Ottimo. Poi, però, questa cosa scade e la narrazione si fa meno attenta, le sue maglie si allargano fino a sconfinare nel “oh… me lo aspettavo”. Da lì, la tensione è scemata e ho cominciato a consideralo solo come una piacevole lettura.
Gli ambienti sono curati, anche se, verso la fine, cominciano ad essere dati un po’ per acquisiti e le descrizioni iniziano, quindi, a scarseggiare.
Insomma una lettura, dal punto di vista storico, sicuramente interessante, ma la cui trama non riesce a colpire e affascinare fino in fondo.

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Acqua agli elefanti recensione

recensione acqua agli elefantiTitolo originale: Water for elephants
Anno di pubblicazione: 2006
Autrice: Sara Gruen
Genere: Romanzo storico
Titolo in Italia: Acqua agli elefanti
Anno di pubblicazione ITA: 2006

Jacob Jankowski è studente di veterinaria in una prestigiosa università. Le sue sono le preoccupazioni di un ventitreenne medio: l’amore e lo studio (più che altro la prima). Eppure, qualcosa sta arrivando a cambiare completamente il suo destino. Durante una lezione, infatti, il preside fa irruzione in aula, richiamandolo. Jacob ripercorre mentalmente tutta una serie di “malefatte” (liquore e fumetti osceni) e già sa che verrà espulso dall’università, con grande dispiacere del padre (veterinario nello studio Jankowski e figlio) . Eppure, lo sguardo del preside è triste e, dopo un respiro profondo, annuncia che c’è stato un incidente d’auto, i suoi genitori sono stati coinvolti e non c’è stato niente da fare. In pochi attimi, Jacob si ritrova orfano e senza un soldo (la banca ha pignorato la casa e lo studio di veterinario del padre, che, causa crisi economica, non si faceva più pagare in soldi, ma in fagioli e uova). Il ragazzo è disperato, confuso e completamente sfiduciato. Non sa cosa fare della sua vita e vaga solitario in una piccola radura fino a quando, in lontananza, ecco il classico suono di un treno, il suo sbuffare ritmico e poi ecco anche il fischio. Alla fine, spunta anche la locomotiva che, a bassa velocità, si avvicina nella direzione di Jacob. La decisione è subitanea: salire sul treno e lasciarsi il passato alle spalle. Quello che Jacob non sa ancora è di essere appena salito su di un treno particolare: un circo.

Lettura piacevole e scorrevole. Niente di eccezionale, ma buona per passare un paio di giornate. La trama è un po’ scontata (complice, purtroppo, la copertina spoilerante). La narrazione segue i ricordi e i pensieri del vecchio Jacob che, a novanta (o novantatré anni) si ritrova in una casa per anziani a dover combattere per del cibo solido e un po’ d’intimità.
Gli ambienti, in verità, solo quello del circo, è davvero ben descritto. Sembrerà una cosa sciocca, ma quando la Gruen descrive l’arrivo del treno che fischia nella notte, gli addetti al tendone che iniziano a srotolarlo e a montarlo sullo sfondo di un’alba arancione, i picchetti che vengono battuti in terra con ritmica precisione ho pensato subito alle scene iniziali di Dumbo.
Per quanto riguarda i personaggi, a parte qualche comportamento un po’ improbabile (sebbene, comunque, non impossibile), quelli principali sono ben descritti, anche se qualche loro comportamento o evento passato è un poi buttato a caso e fatto passare sotto silenzio (cioè senza troppo approfondimento nella storia).

valutazione acqua agli elefanti

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Il Diavolo nella cattedrale – Orrolibri

libri orribili - il diavolo nella cattedraleTitolo originale: Tod und Teufel
Anno di pubblicazione: 1995
Autore: Frank Schätzing
Genere: Storico/Giallo
Titolo in Italia: Il diavolo nella cattedrale
Anno di pubblicazione ITA: 2006

Si inizia con Jacop, un povero disgraziato, detto “la volpe” per i suoi capelli rossi (… Rosso Malpelo?!). Dopo un’amplissima carrellata sulle sue abitudini di nullatenente (fame, freddo, niente riparo, ect.), i suoi controversi rapporti con il mercato e i proprietari delle bancarelle, chiacchiere piene di fuffa con gli amici straccioni, arriviamo al dunque. Jacop ha fame (non so se avete capito). Dopo un colpo per la conquista di un po’ di salsicce ad un banco di carni tragicomicamente fallito al mercato cittadino (siamo nella città di Colonia nel XIII secolo), vede delle bellissime  mele su di un albero al di là di un recito. Ahimè, l’albero è dell’arcivescovo e il recito è lì per delimitare il cantiere per la costruzione della cattedrale. Niente panico; Jacop si arrampica, fa scorta di mele, ma, ovviamente, la cosa non si conclude bene. Tra i muri spezzati dell’edificio in costruzione, sulle impalcature sospese in alto, vede due figure: una non meglio identificabile, l’altra è Gherard, il mastro costruttore. Il primo spinge il secondo di sotto. A questa scena, segue un movimento involontario di Jacop, il conseguente spezzarsi del ramo su cui lui era posato e il tonfo che segue la caduta del ragazzo a terra. Il capo mastro mugola lì vicino. Jacop, dimostrando davvero eccezionali doti di compassione e altruismo, vorrebbe quasi scappare, ma ci ripensa e si avvicina all’uomo morente, che gli sussurra qualcosa nell’orecchio. Jacop non capisce nulla, ma l’assassino ha visto tutto. Niente spoiler, tranquilli. Il libro comincia qui, dopo più di 100 pagine di preparazione…

La mia non è una vera e proprio recensione. Non sarebbe nemmeno onesto farla dal momento che ho letto solo le prime 200 pagine (su più di 400). Vi dirò con sincerità che solo pochissime volte mi è capitato di lasciare a metà un libro… A volte posso aver saltato descrizioni paesaggistiche morbose e troppo lunghe, ma raramente lascio quello che ho iniziato. Questo diavolo nella cattedrale è stata una vero sofferenza. Lo avevo preso sulla scorta della bella lettura che era stata il “Quinto Giorno” (se siete interessati, qui non correte rischi e brutte sorprese. Questa la mia recensione). Cronologicamente, però, (ed io l’ho scoperto solo dopo) il diavolo nella cattedrale è molto meno recente de “Il Quinto Giorno”, pubblicato, per la prima volta, nel 2004. In ogni caso, niente a che vedere. Ne “Il diavolo nella cattedrale”, i personaggi sono spenti, timide macchiette che dovrebbero, invece, rappresentare chissà che. I dialoghi hanno poco senso e si limitano a chiacchiere davvero noiose, che poco o nulla aggiungono alla trama e difficili da seguire per chi legge (spesso sono riportati solo i dialoghi per numerose pagine senza inserire dei riferimenti su chi sta parlando).

Niente voti, quindi. Solo un consiglio: se potete, evitate.


 

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