I misteri di Chalk Hill recensione

Titolo: Der verbotene Fluss
Autrice: Susanne Goga
Genere: Romanzo storico/Giallo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: I misteri di Chalk Hill
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Lucia Ferrantini

Fräulein Pauly si trova sul traghetto che attraversa lo stretto della Manica. Alle sue spalle – più o meno – si trova la Germania, sua terra natia, che ha deciso di abbandonare; adesso ripone le sue speranze nell’Inghilterra e in Chalk Hill, dove prenderà servizio a breve.

Charlotte Pauly è, infatti, un’institutrice con il delicato compito di istruire le signorine e prepararle per il bel mondo. A Chalk Hill, la signorina in questione ha otto anni, si chiama Emily e, sebbene dia qualche rispostina salace (per quei tempi), la sua nuova istitutrice è pronta a vedervi un’alunna diligente, educata e dalla mente pronta… troppo pronta, forse.

Non passa molto tempo dall’aver consolidato una certa quotidianità a Chalk Hill che strani rumori iniziano a provenire dai corridoi (di notte), parecchi segreti paiono nascondersi ed essere nascosti dagli abitanti della casa e poi… e poi Emily, tra urli notturni e fughe diurne, inizia a parlare con sua madre. La vede, la chiama e la cerca quando non la trova in casa.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo?, mi dirai. Be’, nulla se non fosse che la madre di Emily è morta mesi prima.

La narrazione segue – per una grossa parte – il parallelo tra due Tom (attenzione, non si tratta della stessa persona… lì per lì ho fatto un po’ di fatica a realizzarlo):

  • il primo Tom che incontriamo è Sir Andrews, moglie Ellen (la madre di Emily per intendersi e defunta pochi mesi prima), nonchè deputato. La sua storia ci arriva per tramite di Charlotte, la nostra teutonica istitutrice;
  • il secondo Tom di cognome fa Ashdown e non è Sir e per scrivere i suoi articoli di critica teatrale/quello-che-gli-pare si firma con lo pseudonimo ThAsh (per la cronaca, tutti ne tessono le lodi, la sua scrittura risolleva addirittura gli animi, ma a me gli stralci delle di lui recensioni paiono molto insulsi e non si discostano per nulla dallo stile usato nella narrazione principale).
    Anche lui ha perso la moglie (Lucy), ma qualche anno prima e, per questo e svariati altri motivi, è entrato a far parte della Società per la ricerca psichica. A differenza del primo, la storia di questo Tom ci viene raccontata attraverso il suo punto di vista.

Chiarito questo aspetto, possiamo addentrarci nella storia.

… E già si comincia male. Non per essere pignola eh, ma dalla presentazione leggo che l’autrice, appassionata di romanzi storico-sentimentali e di gialli, avrebbe qui riunito i due interessi.

Tuttavia, ci sono alcuni dettagli che storicamente fanno un po’ storcere il naso (in ordine sparso, ma ce ne sono altri che non ho segnalato… sennò faccio sempre la pedante!).

Una madre che parla alla figlia (Charlotte) di “carriera” (sì, c-a-r-r-i-e-r-a) in alternativa al matrimonio è quanto di più inverosimile si possa trovare in un romanzo che si definisce “storico”.

Ah, dimenticavo un dettaglio: siamo nel 1890 in Inghilterra. Donne e carriera sono due termini che difficilmente vengono accostati con cotanta disinvoltura. E, per carità, è vero che fu proprio nell’ottocento che si iniziato a vedere tante donne impegnate in ambito letterario e scientifico, ma certo per una madre – a meno che non fosse di mentalià mooooooolto aperta – restava comunque una certa sensazione di onta personale il fatto che una figlia – femmina – guadagnasse dei soldi propri e  intraprendesse una “carriera” che potenzialmente l’avrebbe destinata allo zitellaggio.

Altra caratterista ottocentesca è il rapporto che oggi potremo definire “distante” tra genitori e figli. Difficile che una madre provvedesse alla toiletta nel neonato o all’educazione dei figli più grandicelli; ancor meno i padri. Quindi, nulla di sconvolgente che la cura dei bambini e la loro educazione fosse completamente affidata a figure diverse da quelle genitoriali.

Un po’ contraddittorio risulta, quindi, il ragionamento della nostra protagonista che si meraviglia, più di una volta, di come la madre, Lady Ellen, seguisse con apprensione e molte attenzioni la fragile salute della figlia Emily, considerando quasi eccessivo questo rapporto madre-figlia (anzi, ponendo in questo modo l’accento su questo aspetto, porta il lettore a immaginarsi il motivo di questo quasi morboso attaccamento). Di contro, però, ribadisce – anche qui più volte – che pure il comportamento del padre, più distaccato e – diciamolo francamente – più aderente alla realtà storica di riferimento, sia strano e alquanto sospetto. Allo stesso modo un po’ troppo fuori dal tempo che Charlotte si sorprenda che un matrimonio alto-borghese fosse programmato dalle famiglie e, quindi, potenzialmente infelice.

Tuttavia, la nostra istitutrice tedesca non è poi una cima e dalle sedicenti affermazioni iniziali in cui la stessa si dice essere una donna seria e affezionata alla piccola Emily, in verità, nel corso della narrazione, Charlotte si rivela essere un personaggio molto sciocco (di cui l’affermazione «Cominciano i giochi!» riferita al tentativo di comprendere la situazione di grave malessere e disagio della pupilla non è altro che la punta dell’iceberg delle molte contraddizioni presenti nella storia).

Ma, in generale, c’è la sensazione che qualcosa di molto anacronistico si covi in ogni frase del libro.

Ho letto numerosi romanzi ottocenteschi, non storici cioè ma scritti da dei contemporanei, e molti atteggiamenti, modi di fare e uscite varie dei personaggi oltre a essere davvero troppo moderne, in ottica storica potrebbero anche risultare impudenti e soprattutto molto maleducate.

È vero, certo, che le istitutrici non erano né carne né pesce (nel senso che non facevano parte della servitù, ma non potevano nemmeno permettersi certe libertà con i padroni di casa), ma le gerarchie, soprattutto in Inghilterra, erano molto rigide e ossequiosamente rispettate… da tutti.

Qui ognuno si concede piccole “ribellioni” assolutamente intollerabili, modi di fare troppo confidenziali e considerazioni troppo all’avanguardia.

I dialoghi sono spesso troppo colloquiali e usano terminologie e modi di espressione e costruzione della frase molto moderni. Per la maggior parte, si tratta poi di dialoghi fini a se stessi, riempitivi.

Si prosegue molto lentamente nella storia mentre la nostra Charlotte si alza, fa colazione, si veste, si mette/toglie giacche/capi d’abbigliamento in generale, beve tè, ci subissa di chiacchiere inutili ed elucubrazioni ripetitive, legge ma non ci riesce mai fino in fondo a causa dei tanti pensieri (lo stesso dicasi delle lezioni che è pagata per tenere), intercetta frammenti di conversazione, mangia ancora e osserva estasiata il paesaggio.

Gli altri personaggi sono più o meno sulla stessa linea: mangiano, aprono e chiudono porte, ricamano, lanciano commenti sferzanti pensando di non essere sentiti, bevono tè, si perdono in scambi di battute inutili, ect.

Insomma, si tratta di un elenco monotono e ridondante che troppe volte annacqua inutilmente la narrazione.

A parte il sano movimento di mandibola, i personaggi sono piatti e c’è qualche contraddizione nel loro comportamento e nei loro modi fare che impedisce al lettore di calarsi meglio nella vicenda.

Lo stile di scrittura poi non aiuta né ad apprezzare le uscite e battute “sarcastiche” dei personaggi (che li fanno tanto sbellicare) né le meccaniche della storia.

Mi ha ricordato un po’ un tema delle medie: quell’uso della lingua che inizia ad avere segni di maturità, ma a cui sfuggono ancora i misteri dell’intreccio fraseologico e una certa elaborazione nello stile e nell’accostamento delle parole.

E questa, per la verità, è la sensazione che mi ha tarlato per tutta la lettura: immaturo (nel senso di ancora acerbo). C’è una certa goffaggine nel portare avanti la storia e un certo imbarazzo nel dare maggiore spessore ai personaggi e senso ai loro dialoghi.

La storia deve molto a Jane Eyre: sia l’impianto generale che alcuni singoli episodi ricalcano il noto romanzo della Brönte.

Ed è evidente che la signora Goga ha un debito di riconoscenza parecchio importante con Charlotte Brönte (che, a onor del vero, lei stessa richiama nei “titoli di coda“;e anche i nomi di due personaggi – Charlotte ed Emily – potrebbero nascondere un altro omaggio… magari anche in Wilkins si nasconde un riconoscimento a Wilkie Collins?); ma anche con Giro di vite di Henry James dove ritroviamo la campagna, i bambini (che lì, però, sono due) e le apparizioni di fantasmi.

I riferimenti ai libri famosi poi si sprecano (Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen; Uno studio in rosso e Il segno dei quattro di Arthur Conan Doyle; Frankenstein di Mary Shelley). Se da una parte sono richiami assolutamente apprezzabili, dall’altra parte però affossano il romanzo della Goga se un lettore pensa, anche solo per un attimo, agli intrecci proposti dagli autori citati. Non che uno ne debba fare il paragone, ma se l’autrice cita tali mostri sacri, mi fa ben sperare che quanto meno pure lei se ne intenda un pochettino.

Invece…

… Lasciamo stare che la storia richiami molto Jane Eyre (ma qui lo ammette l’autrice stessa) e Giro di vite, perché certamente gli autori contemporanei continuano a ispirarsi molto ai classici passati (per citare un esempio che ho fatto poco tempo fa: Ladra di Sarah Waters).

Insomma, le idee ormai si sono esaurite… la fantasia umana si è spinta ormai quasi in ogni dove (streghe e fatine, divinità furiose, eroi e poteri magici vari, viaggi nello spazio, guerre tra dinastie, mostri nei tombini, ect.), quindi ciò che conta oggi è anche il saper aggiustare/personalizzare quelle idee per creare una storia godibile.
E, insomma, qui questo aspetto manca. Anche il mistero che si nasconderebbe a Chalk Hill è davvero poco “misterioso”, anzi… purtroppo è parecchio prevedibile e immaginabile molto rapidamente.

Le parti che dovrebbero essere concitate sono prive di pathos narrativo; le altre, come scrivevo sopra, ripetono gli stessi monotoni schemi.

Ho proseguito la mia lettura principalmente per capire come le storie molto simili dei due Tom, di cui scrivevo all’inizio, si incastrassero l’una con l’altra, ma non pensare che questa alternanza sia così preponderante nella narrazione. Il grosso dell’attenzione è, infatti, riservato a Charlotte.

In ogni caso, non è che si debba andare molto in là per comprendere come questi due fili narrativi s’intreccino alfine… e, attorno a pagina cento (su trecento circa), ero di nuovo bloccata.

Comunque, ho deciso di proseguire nella lettura – sebbene debba ammettere d’aver saltellato tra i paragrafi alla ricerca di quelli importanti per la storia – con la speranza di essere smentita.

Un po’ mi sono fermata, ho letto altro, poi ho ripreso… poi mi sono fermata di nuovo. Ma, dal momento che mi ero piccata di scrivere una recensione concludente, ho deciso di terminare la lettura… nel bene e nel male.

E questo che hai appena letto è il risultato.

Poi, per carità, la lettura è una delle cose più soggettive che esistono e sono convinta che, se il libro della Goga è stato tradotto ed è arrivato fino a noi, avrà sicuramente le sue potenzialità. Io, purtroppo, non sono stata in grado di cogliere.


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Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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Ladra recensione

ladra recensioneTitolo originale: Fingersmith
Autrice: Sarah Waters
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2002
Titolo in Italia: Ladra
Anno di pubblicazione ITA: 2007
Trad. di: Fabrizio Ascari

Sue Trinder ormai a diciassette anni. Vive, un po’ alla giornata tra bambini mollati in “parcheggio gratuito” e ricettazione, con il signor Ibbs e la signora Sucksby in un sobborgo di Londra. Ma i tre sono felici, sono una famiglia, anche se magari rabberciata (Sue è orfana) cui si aggiungono anche altri due ragazzi John, un ragazzotto tutto aria fritta, e Danty, una sempliciotta dal cuore dolce. Insomma, in povertà, tra gente affamata, in un sobborgo scuro e sporco, loro sono felici.

Tutto fino a quando una sera non si presenta alla loro porta Gentleman, un ladro, truffatore e mascalzone che ha affari con il signor Ibbs. Insomma, l’uomo ha un piano – non lo definisco geniale solo perché si tratta di una cosa disonesta -, ma consentirà a tutti loro di uscire dal tugurio in cui sono rilegati. Gentleman ha trovato lavoro, ovviamente sotto falso nome, quale segretario nella casa di un signorotto erudito di campagna. E, in questa casa, c’è una nipote del tal signorotto, la signorina Maud Lilly, la quale pare sensibile al fascino di Gentleman (il quale è un bell’uomo di ottima estrazione – anche se la famiglia lo ha diseredato), che lei conosce come Richard, e la quale possiede una rendita da capogiro… se si sposerà.

Ma non è semplice convincere la signorina al grande passo col segretario dello zio. La poveretta ha sempre vissuto relegata in casa dello zio, che ne tiene di conto visto il suo appannaggio, e questo isolamento forzato da Londra e dai suoi salotti l’ha resa un po’ sempliciotta, ingenua. Nella casa, ha la libertà di muoversi solo con la cameriera o per recarsi dallo zio (le vere signore non vanno a giro da sole!).

Ed è qui che deve entrare in gioco Sue. Caso ha voluto che la cameriera della signorina si beccasse una brutta scarlattina; loro devono agire prima che venga sostituita. Il piano? Sue si spaccerà per la nuova cameriera e, un passo dopo l’altro, porterà Maud tra le braccia di Gentleman. Una volta fatto questo e sposata la ricca signorina, la molleranno in un manicomio (cosicchè non reclami) e si divideranno la sua rendita. Piano perfetto.

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Non è semplice scrivere una recensione di questo libro senza incorrere nel pericolo di spoilerate involontarie; ma farò attenzione e laddove si presenterà il rischio, lo segnalerò (non voglio essere colpevole di rovinare la sorpresa).

Inusuale il punto di vista in cui ci immerge la Waters: quello dei cattivi. Sì, perché per quanto ognuno dei personaggi non faccia altro che tirare a campare non si può certo dire che siano degli stinchi di santo e che il piano congeniato sia caritatevole. Ma tutto dipende dai punti vista. E la Waters è brava a calarci in questo infilandoci l’idea, che poi sono le idee del personaggio, che, in fondo, ognuno ha le sue ragioni, ognuno deve pur campare e, alla fin fine, il mondo non è bianco o nero (e forse sì, Sue è una profittatrice… ma  forse anche no).

SPOILER!! ATTENZIONE SPOILER!!!

La Waters è anche brava, però, a sovvertire queste poche certezze che avevamo, trasformando vittima in carnefice (Maud che da santarellina tonta si rivela essere in combutta con Gentleman, il quale a sua volta sta facendo il triplo gioco). Insomma, un bel gioco d’intreccio.

La vicenda ruota attorno al diabolico piano di secessione patrimoniale dei Lilly, al quale Sue, per una serie di motivi (comunque plausibili e, sì, anche condivisibili… ecco a cosa mi riferivo quando scrivevo che la Waters è brava a farti calare nella psiche dei suoi personaggi), acconsente a partecipare. Così la recita inizia e va così bene che nemmeno a chi l’ha inscenata sembra vero. E tutto fila così bene che anche il lettore resta spiazzato (davvero… bum! Io sono rimasta a bocca aperta, perché mi aspettavo di tutto tranne… niente spoiler!). Il piano è davvero ben congeniato; i ruoli cambiano e si invertono; i colpevoli, a ben guardare, non sono poi così colpevoli; e gli innocenti, forse, non poi così buoni e puri nell’animo. Ma la Waters sembra non voler dar tregua al lettore che, dopo aver a malapena metabolizzato il primo colpo di scena, viene investito da un altro… assolutamente insospettabile (almeno per me!).

Ok, ok, a onor del vero prima di raggiungere questa parte c’è un po’ da soffrire. Complice anche il registro dell’autrice in qualche passaggio un po’ pesantuccio, la vicenda si trascina per parecchie pagine… prima di arrivare al punto di svolta, ci vuole almeno una buona metà del libro. Diciamo che l’attesa viene, però, ripagata; bisogna solo essere – mooooooolto – pazienti (anche se io cominciavo a dare segni di insofferenza… se non fosse stato per alcune opinioni entusiaste che avevo letto, avrei probabilmente abbandonato).

Ma parliamo un po’ dei personaggi. Pare quasi che a ognuno di loro sia stato affidato un ruolo; ciò che devono fare è interpretarlo. Ma a nessuno di loro questo ruolo calza; ed è tutto un po’ come se gli sfuggisse di mano. Nessuno è pienamente convinto di ciò che deve fare, ma è così che deve essere. La resa qui è davvero ben fatta.
Il personaggio di Sue è, dal mio punto di vista, quello meglio riuscito.

ANCORA SPOILER!! Non aprire questa tendina

Certo, c’è qualche punto sistemato ad hoc per far tornare la vicenda. Vado in ordine sparso. La storia d’amore tra Sue e Maud: è molto dolce il rapporto tra le due; tutto sommato è anche credibile che le ragazze non si parlino e sostanzialmente avvantaggino, con il loro silenzio, il piano della Sucksby (vera rivelazione psicotica nell’intreccio). Tuttavia la scadente conclusione alla “Cinquanta sfumature di grigio“, signora Waters, te la potevi risparmiare (mi riferisco proprio alle ultimissime righe del “le mostrò ciò che i libri raccontavano”… vabbè…).
Inoltre, piccolo appunto sia sotto il punto di vista narrativo che per quanto riguarda i personaggi. La sig.ra Sucksby, folle al punto giusto per architettare un piano davvero moooolto elaborato (ma… ci può stare avendo tutto il tempo che ha avuto lei), è un personaggio però che scade verso la fine per esigenze narrative. Almeno… io me la sono figurata come senza scrupoli, venale e, ovviamente, non così affezionata a Sue. Eppure, alla fine, la Sucksby si ritira senza troppo clamore, vanificando quasi vent’anni di lavoro e sacrifici (quando la soluzione, che lei non avrebbe fatto fatica a realizzare visto il precedente ingarbugliato piano, sarebbe stata quella di accusare Sue della morte di Gentleman. The end.). Ora, ovviamente traspare una sorta di redenzione della donna, ma, considerata come viene portata avanti la storia, questa redenzione forse è un pochino troppo affrettata e lasciata in secondo piano visto che ci si appresta al finale. Però, ecco, ripeto, si tratta di considerazioni personali.

È scritto molto bene, ma talvolta qualche passaggio è davvero pesante. Come la narrazione: sono davvero tantissimi i passaggi lenti che proprio non vogliono finire.

Quindi, ci risiamo… sto scrivendo un poema: tiro le fila del discorso e chiudo.
Un intreccio sicuramente intrigante e ben congegnato (sebbene abbia tanto da ringraziare La donna in bianco di Wilkie Collins… ma dicono sia un riadattamento, quindi); qualcosa, ovviamente, “soffre” per esigenze narrative; personaggi ben realizzati e credibili; le loro scelte sono coerenti con il loro background. Ah, poco mancava che mi dimenticassi di parlare degli ambienti; sarò rapida. La contrapposizione tra sobborgo e casa “per bene” è ben realizzata e le descrizioni riecheggiano alla Londra dickensiana sporca di fuliggine, piena di rumori e vapori che si sollevano in cielo.

ladra valutazione


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Ross Poldark recensione

ross poldarkTitolo originale: Ross Poldark
Anno di pubblicazione: 1945
Autore: Winston Graham
Genere: Romanzo storico
Titolo in Italia: Ross Poldark
Anno di pubblicazione ITA [trad. integrale]: 2016
Trad. ed. Sonzogno: Matteo Curtoni e Maura Parolini

Seguito da:
– Demelza

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

Ross Poldark è appena tornato in Cornovaglia dopo due lunghi anni; è vivo, ma la guerra gli ha lasciato una cicatrice in volto e il passo claudicante. Adesso, però, le atrocità del conflitto in America sono alle sue spalle e, tornato in Inghilterra, può riprendere da dove aveva interrotto anni addietro.
O almeno lui così spera…
Ma la realtà che si trova ad affrontare tornato in patria è molto diversa dalle aspettative che si era fatto. Il padre è morto, lasciandogli la proprietà di famiglia in condizioni pietose; i servi ubriaconi, approfittando della scarsa lucidità del loro padrone in fin di vita, hanno ulteriormente aggravato la situazione. Il resto della famiglia – cugini, zii, prozie, ect. -, salvo poche eccezioni, sembra ben poco entusiasta del suo ritorno e molto sorpreso di saperlo ancora in vita. Ciliegina sulla torta? Elizabeth, la ragazza che amava, ricambiato, che pensava lo avrebbe aspettato in quei due anni di guerra, è fidanzata… con il cugino di Ross, Francis.
Insomma, un ben tornato a casa davvero con i fiocchi…

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Prima un breve mea culpa: non conoscevo né la serie del 1975 né la recentissima nuova serie con Aidan Turner nel ruolo di Ross. Tuttavia, leggere il libro ha fatto sicuramente crescere la mia curiosità di vedere come sono stati realizzati i personaggi e quanto del libro è stato fedelmente rispettato.
Devo, infatti, ammettere che la storia, pur essendo interessante, manca di quella cadenza ritmata degli avvenimenti che ti prende trasportandoti giù nelle pagine del libro; tuttavia, gli eventi sono tanti: perfetti da rendere con un certo pathos in una serie televisiva.

La vicenda, infatti, è realizzata come una sorta di cronistoria (dall’ottobre del 1783 fino al dicembre 1787). Gli avvenimenti si succedono in singoli episodi riportati fedelmente quasi uscissero dalla penna di un onnisciente biografo. L’attenzione è spesso richiamata sul capitano Ross; tuttavia, non vengono tralasciati gli altri familiari, i fittavoli o i servitori.
Come scrivevo nella mia breve introduzione, gli eventi narrati mancano, però, di ritmo e la narrazione procede lineare come il corso di un fiume tranquillo e senza anse. La questione comincia a farsi un po’ più avvincente e dinamica con la seconda parte del romanzo: molti progetti trovano il loro giusto avvio e resta ancora spazio per intrecci passati, bisognosi di una degna conclusione.
Il normale scorrere della vicenda, soprattutto nella prima parte, è, tuttavia, rallentato e, di conseguenza, appesantito dalle descrizioni degli umori e dei sentimenti dei personaggi.
La parte finale migliora molto, facendosi un po’ più incalzante anche grazie alla presenza dialoghi più ritmati.

Ross Poldark, un po’ rude dei modi, talvolta brutale, è tuttavia capace di grandi atti di bontà e altruismo. Eroe della storia, certo; ma non un santo e anche Ross inciampa in piccoli peccatucoli da uomo comune. Questi aspetti ed elementi del suo essere lo rendono, per cui, un personaggio sfaccettato e realistico nelle sue imperfezioni. Lo stesso dicasi per Demelza la quale, – poverina – nonostante il nome in italiano non le renda per nulla giustizia, è, a mio parere, il personaggio meglio riuscito. Dolce, ma forte e coraggiosa; curiosa, intelligente e, sì, anche scaltra, ma non per questo approfittatrice o infida.
Anche gli altri elementi della famiglia Poldark, come Verity, la cugina di Ross, sono ben caratterizzati, sebbene questo “approfondimento” nella definizione della storia di questi personaggi non si rifletta poi in affetto da parte del lettore (diciamo che, dal mio punto di vista, i personaggi sono rimasti tutte figure un po’ tiepidine nel mio cuore).
I rapporti che si instaurano tra i vari personaggi, non solo tra principali, ma anche tra secondari, è affascinante e ben realizzato (ad esempio, l’educazione di Demelza e la conseguenza rieducazione di Prudie e il rapporto che così si crea tra le due ha qualcosa di dolce).

ross polder recensione

Gli ambienti (Cornovaglia) sono ben rappresentati: in poche righe, si srotolano sotto i nostri occhi scogliere frastagliate e mari spumosi, campi coltivati e miniere tortuose, grandi ville padronali e piccoli agglomerati di minatori. Albe e tramonti si alternano con una certa poesia nella descrizione, assumendo toni delicati.

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Il cimitero di Praga recensione

recensione il cimitero di pragaTitolo: Il cimitero di Praga
Autore: Umberto Eco
Genere: Storico
Anno di pubblicazione: 2010

Il capitano Simonini si sveglia, un giorno come gli altri, nel suo appartamento (Parigi), posto proprio sopra il negozio di antiquario che gestisce.
Fino qui nulla di strano; se non fosse che il capitano si risveglia, ma alcuni suoi ricordi sono misteriosamente spariti.

Che fare?

A parte un iniziale panico, Simonini decide di tenere un diario: secondo un suo conoscente forse tedesco, un certo dottor Froide (Simonini lo ha sono sentito pronunciare e non sa come si scrive realmente quel cognome), le amnesie o il ricordi bloccati sono spesso determinati da dei traumi precedenti. Parlarne può portarli alla luce.

Simonini, però, non può rivelare certe cose a nessuno e l’unica soluzione è lo scrivere. Comincerà così un diario, dal quale apprenderemo che il capitano non è poi così santo e onesto come ci appare nelle prime pagine.

Nel suo appartamento, poi, un mistero corridoio conduce nella casa di quello che sembra essere un abate. Simonini non lo vede, ma ne scorge la tonaca.

Non è finita qui, però: il capitano si ritrova in una stanza piena di travestimenti, trucchi e parrucche.
Che sta succedendo?

Le cose si complicano quando, al suo risveglio il giorno dopo, l’abate Della Piccola, l’altro inquilino di quello strano appartamento a doppia faccia, aggiunge una nota al diario personale di Simonini.

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Piccola premessa: ho cominciato un paio di volte a leggere “Il nome della rosa” (il capolavoro di Eco) e, ogni volta, dopo poche pagine, sono caduta nella sofferenza di una lettura davvero lenta e pesante e ho sempre miseramente abbandonato (a mia discolpa, questi tentativi sono avvenuti parecchi annetti fa… ero giovane!).

In ogni caso, questa mia difficoltà (reiterata) di completare la lettura de “Il nome della rosa” è diventata quasi un’onta personale e il desiderio di leggere (ma, soprattutto, completare) un romanzo di Eco mi è rimasto addosso come una sorta di sfida personale! Alla fine mi son trovata davanti “Il cimitero di Praga” e ho pensato (più altro sperato): ecco la mia occasione di redenzione!

Così, eccomi qui.

Non posso non ammettere di essere stata preoccupata (anzi, in verità quasi terrorizzata) di ripetere il mio flop con “Il nome della rosa” e ho cominciato la lettura de “Il cimitero di Praga” con religiosa organizzazione. Silenzio, ore notturne per meglio concentrarmi nella lettura, lucetta ben puntata ad illuminare ogni rigo delle pagine; ma mi sono piacevolmente accorta di quanto fossero inutili tutti questi accorgimenti. Forse ho anche un’età diversa rispetto a quella di quando mi approcciai a “Il nome della rosa“(quindi, potrebbe essere un’idea riprovarci XD), ma “Il cimitero di Praga” si fa leggere con molto interesse.

L’intreccio pecca solo perché abbastanza lento (il che, diciamo, è un po’ una delle caratteristiche distintive dell’autore); ma è geniale se si considera come eventi storici realmente accaduti (e personaggi realmente esistiti) sia stati abilmente giustapposti nella storia del protagonista, complice (o unico artefice) in prima persona degli stessi.

Certo, il tema base è spinoso… Molto spinoso: il mix letale prevede antisemitismo, massoni e palladiani, riti satanici, spie e segreti di Stato. Si passa per Garibaldi e Nievo e Napoleone III. Insomma, una specie di excursus storico molto particolareggiato.

Nessun appunto si può fare sul linguaggio: l’uso della lingua italiana è ben radicato in Eco e non si assistete a uno scivolone linguistico nemmeno per scherzo. Del resto, è innegabile che l’autore sia un grandissimo letterato (vedasi anche le citazioni “nascoste” di Dante, tra gli altri).

I personaggi sono curati: ad ognuno le sue fisse e le sue stranezze.

Gli ambienti ben descritti: un po’ mi ha ricordato la Parigi di Hugo.

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