Gli anni della leggerezza recensione

Titolo: The light years
Autrice: Elizabeth Jane Howard
Anno di pubblicazione: 1988
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Gli anni della leggerezza
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Manuela Francescon

Seguito da: 
– Il tempo dell’attesa;
– Confusione;
Allontanarsi;
– All change [ancora inedito in Italia].

Inghilterra. 1937-1938. Gli Cazalet sono una famiglia dell’alta borghesia inglese; sono numerosi, più o meno uniti e hanno una fiorente attività di famiglia.

Questa estate, come ogni estate, si riuniranno a Home Place, la dimora di campagna di famiglia nella quale vivono abitualmente il Generale e la Duchessa e la di loro figlia, Rachel.

Ben presto li raggiungeranno anche gli altri figli (Hugh, che dalla guerra è tornato pieno di tic e senza una mano; Edward, viscido tombeur de femmes; e Rupert, romantico pittore fallito); ognuno con il suo carico di mogli e figli, problemi e dubbi, sogni e speranze.

La casa va preparata; le stanze sistemate e assegnate; la cucina è già in subbuglio per provvedere alle esigenze di più di venti persone in arrivo (domestici e affiliati compresi).

E tuttavia queste due estati saranno diverse: sono gli anni della leggerezza sì, ma il mondo sta per cambiare, le nubi si addensano all’orizzonte e anche la famiglia dovrà affrontare i suoi mostri.

Il fraseggio è davvero ben fatto; le parole scorrono come se si avesse nelle orecchie le voce di una donna benevolmente pettegola, molto dotta e talvolta ironica, che ci racconta con abbondanza di particolari la vita, spiata, dei vicini agiati.

E, un po’, il problema ma anche la sua mirabilità sta proprio qui: che pare di leggere una trascrizione. Tutto è registrato con minuziosa dovizia (certe volte, troppa…): dai piccoli movimenti del viso alle grandi insicurezze dell’animo come se fosse lo script curato e ben fatto da un pedante sceneggiatore.

L’incubo della guerra è alle spalle (ma, sebbene nessuno sospetti ancora nulla, un’altra guerra è proprio sull’uscio); i chiacchiericci sulla Simpson e sull’ex Edoardo VIII sono ancora sulla bocca di tutti; e la difficile e spesso contraddittoria coesistenza tra i principi vittoriani e l’inizio della modernità sociale si mostra in tutto il suo umano splendore.

Questo mondo che vien da fuori già pieno di opposti deve confrontarsi con i rapporti interni alla famiglia, alla coppia e ai vari nuclei genitori-figli. C’è chi dà battaglia a colpi di «reciproca dedizione» e chi, invece, usa l’arma del tradimento; si creano amicizie e alleanze, ma l’estate dopo gli equilibri sono tutti da rifare; si maturano esperienze, si prendono batoste, si subiscono e si infliggono tradimenti. Insomma, normale amministrazione nella vita di tutti i giorni di una famiglia numerosa e più o meno unita.

Quindi, gli (“i” penso, però, sia l’articolo corretto) Cazalet.

William (anche il Generale) e la Duchessa (il cui vero nome è semplicemente Kitty, ma i cui modi impediscono di chiamarla diversamente dal titolo attribuitole). Poi Rupert, il fratello simpatico, ma un po’ sognatore; Edward, quello attraente e… ok, niente spoiler; Hugh, quelle gentile e premuroso; e Rachel, l’unica sorella e unica non sposata della famiglia… ma con un bell’amore segreto da custodire.

A loro vanno aggiunti le rispettive mogli, i figli (minimo due massimo quattro) e tutto lo stuolo di domestici, cameriere, tate e istitutrici, amici e vari.

E ognuno di loro – famiglia e famigli – è ingenuo, scaltro, permaloso, curioso, intelligente, pauroso, maturo o immaturo, serio, diligente, prepotente, permaloso, sognatore, innamorato, bello o brutto… insomma, ce n’è per tutti i gusti e la figura finale del singolo personaggio ha pregi e difetti, fisse e tic, paure e preoccupazioni, simpatie e antipatie.

Conoscendo – molto a grandi linee – la biografia dell’autrice (recentemente disponibile in libreria quella di Artemis Cooper) non se ne può non riconoscerne qualche elemento nei suoi personaggi (il desiderio di diventare attrice, le molestie da parte del padre, sporadiche avventure extra-matrimoniali, l’ostacolo della guerra). E l’inserire nei propri personaggi di finzione piccoli elementi reali – personali o altrui –  è un aspetto che apprezzo molto.

La panoramica che ci regala l’autrice ci consente di sbirciare sia ai piani bassi, quelli dei domestici, sia a quelli alti della borghesia con una telecamera che punta finanche i più piccoli impercettibili movimenti di mano.

Non posso non ammettere che sia scritto molto bene e che i personaggi, pur essendo numerosi, siano vari e strutturati con tutti i crismi, sfaccettati e complessi tanto che, dalla descrizione di un loro gesto apparentemente senza importanza, il lettore è in grado di comprendere lo stato d’animo del personaggio in questione (certo, magari all’inizio va fatto un po’ di sforzo per inquadrare ognuno di loro).

Tuttavia, persiste una certa monotonia, forse questi sono proprio gli anni della leggerezza, la quale mi ha impedito di godere appieno la lettura.

Una saga familiare interessante e di piacevole lettura, ma lenta… mortalmente lenta. Le prime cento/centocinquanta pagine se ne vanno solo per la presentazione dei personaggi. Il resto, pur riportando alcuni eventi degni di nota all’interno della famiglia e presentando gli equilibri (e squilibri) dei personaggi, si perde spesso in descrizioni molto minuziose di gesti e azioni rallentando spesso la spinta narrativa.

Il risultato complessivo è, comunque, godibile e ammetto d’essermi affezionata agli Cazalet… ad alcuni almeno.


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I misteri di Chalk Hill recensione

Titolo: Der verbotene Fluss
Autrice: Susanne Goga
Genere: Romanzo storico/Giallo
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: I misteri di Chalk Hill
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Lucia Ferrantini

Fräulein Pauly si trova sul traghetto che attraversa lo stretto della Manica. Alle sue spalle – più o meno – si trova la Germania, sua terra natia, che ha deciso di abbandonare; adesso ripone le sue speranze nell’Inghilterra e in Chalk Hill, dove prenderà servizio a breve.

Charlotte Pauly è, infatti, un’institutrice con il delicato compito di istruire le signorine e prepararle per il bel mondo. A Chalk Hill, la signorina in questione ha otto anni, si chiama Emily e, sebbene dia qualche rispostina salace (per quei tempi), la sua nuova istitutrice è pronta a vedervi un’alunna diligente, educata e dalla mente pronta… troppo pronta, forse.

Non passa molto tempo dall’aver consolidato una certa quotidianità a Chalk Hill che strani rumori iniziano a provenire dai corridoi (di notte), parecchi segreti paiono nascondersi ed essere nascosti dagli abitanti della casa e poi… e poi Emily, tra urli notturni e fughe diurne, inizia a parlare con sua madre. La vede, la chiama e la cerca quando non la trova in casa.

Cosa c’è di sbagliato in tutto questo?, mi dirai. Be’, nulla se non fosse che la madre di Emily è morta mesi prima.

La narrazione segue – per una grossa parte – il parallelo tra due Tom (attenzione, non si tratta della stessa persona… lì per lì ho fatto un po’ di fatica a realizzarlo):

  • il primo Tom che incontriamo è Sir Andrews, moglie Ellen (la madre di Emily per intendersi e defunta pochi mesi prima), nonchè deputato. La sua storia ci arriva per tramite di Charlotte, la nostra teutonica istitutrice;
  • il secondo Tom di cognome fa Ashdown e non è Sir e per scrivere i suoi articoli di critica teatrale/quello-che-gli-pare si firma con lo pseudonimo ThAsh (per la cronaca, tutti ne tessono le lodi, la sua scrittura risolleva addirittura gli animi, ma a me gli stralci delle di lui recensioni paiono molto insulsi e non si discostano per nulla dallo stile usato nella narrazione principale).
    Anche lui ha perso la moglie (Lucy), ma qualche anno prima e, per questo e svariati altri motivi, è entrato a far parte della Società per la ricerca psichica. A differenza del primo, la storia di questo Tom ci viene raccontata attraverso il suo punto di vista.

Chiarito questo aspetto, possiamo addentrarci nella storia.

… E già si comincia male. Non per essere pignola eh, ma dalla presentazione leggo che l’autrice, appassionata di romanzi storico-sentimentali e di gialli, avrebbe qui riunito i due interessi.

Tuttavia, ci sono alcuni dettagli che storicamente fanno un po’ storcere il naso (in ordine sparso, ma ce ne sono altri che non ho segnalato… sennò faccio sempre la pedante!).

Una madre che parla alla figlia (Charlotte) di “carriera” (sì, c-a-r-r-i-e-r-a) in alternativa al matrimonio è quanto di più inverosimile si possa trovare in un romanzo che si definisce “storico”.

Ah, dimenticavo un dettaglio: siamo nel 1890 in Inghilterra. Donne e carriera sono due termini che difficilmente vengono accostati con cotanta disinvoltura. E, per carità, è vero che fu proprio nell’ottocento che si iniziato a vedere tante donne impegnate in ambito letterario e scientifico, ma certo per una madre – a meno che non fosse di mentalià mooooooolto aperta – restava comunque una certa sensazione di onta personale il fatto che una figlia – femmina – guadagnasse dei soldi propri e  intraprendesse una “carriera” che potenzialmente l’avrebbe destinata allo zitellaggio.

Altra caratterista ottocentesca è il rapporto che oggi potremo definire “distante” tra genitori e figli. Difficile che una madre provvedesse alla toiletta nel neonato o all’educazione dei figli più grandicelli; ancor meno i padri. Quindi, nulla di sconvolgente che la cura dei bambini e la loro educazione fosse completamente affidata a figure diverse da quelle genitoriali.

Un po’ contraddittorio risulta, quindi, il ragionamento della nostra protagonista che si meraviglia, più di una volta, di come la madre, Lady Ellen, seguisse con apprensione e molte attenzioni la fragile salute della figlia Emily, considerando quasi eccessivo questo rapporto madre-figlia (anzi, ponendo in questo modo l’accento su questo aspetto, porta il lettore a immaginarsi il motivo di questo quasi morboso attaccamento). Di contro, però, ribadisce – anche qui più volte – che pure il comportamento del padre, più distaccato e – diciamolo francamente – più aderente alla realtà storica di riferimento, sia strano e alquanto sospetto. Allo stesso modo un po’ troppo fuori dal tempo che Charlotte si sorprenda che un matrimonio alto-borghese fosse programmato dalle famiglie e, quindi, potenzialmente infelice.

Tuttavia, la nostra istitutrice tedesca non è poi una cima e dalle sedicenti affermazioni iniziali in cui la stessa si dice essere una donna seria e affezionata alla piccola Emily, in verità, nel corso della narrazione, Charlotte si rivela essere un personaggio molto sciocco (di cui l’affermazione «Cominciano i giochi!» riferita al tentativo di comprendere la situazione di grave malessere e disagio della pupilla non è altro che la punta dell’iceberg delle molte contraddizioni presenti nella storia).

Ma, in generale, c’è la sensazione che qualcosa di molto anacronistico si covi in ogni frase del libro.

Ho letto numerosi romanzi ottocenteschi, non storici cioè ma scritti da dei contemporanei, e molti atteggiamenti, modi di fare e uscite varie dei personaggi oltre a essere davvero troppo moderne, in ottica storica potrebbero anche risultare impudenti e soprattutto molto maleducate.

È vero, certo, che le istitutrici non erano né carne né pesce (nel senso che non facevano parte della servitù, ma non potevano nemmeno permettersi certe libertà con i padroni di casa), ma le gerarchie, soprattutto in Inghilterra, erano molto rigide e ossequiosamente rispettate… da tutti.

Qui ognuno si concede piccole “ribellioni” assolutamente intollerabili, modi di fare troppo confidenziali e considerazioni troppo all’avanguardia.

I dialoghi sono spesso troppo colloquiali e usano terminologie e modi di espressione e costruzione della frase molto moderni. Per la maggior parte, si tratta poi di dialoghi fini a se stessi, riempitivi.

Si prosegue molto lentamente nella storia mentre la nostra Charlotte si alza, fa colazione, si veste, si mette/toglie giacche/capi d’abbigliamento in generale, beve tè, ci subissa di chiacchiere inutili ed elucubrazioni ripetitive, legge ma non ci riesce mai fino in fondo a causa dei tanti pensieri (lo stesso dicasi delle lezioni che è pagata per tenere), intercetta frammenti di conversazione, mangia ancora e osserva estasiata il paesaggio.

Gli altri personaggi sono più o meno sulla stessa linea: mangiano, aprono e chiudono porte, ricamano, lanciano commenti sferzanti pensando di non essere sentiti, bevono tè, si perdono in scambi di battute inutili, ect.

Insomma, si tratta di un elenco monotono e ridondante che troppe volte annacqua inutilmente la narrazione.

A parte il sano movimento di mandibola, i personaggi sono piatti e c’è qualche contraddizione nel loro comportamento e nei loro modi fare che impedisce al lettore di calarsi meglio nella vicenda.

Lo stile di scrittura poi non aiuta né ad apprezzare le uscite e battute “sarcastiche” dei personaggi (che li fanno tanto sbellicare) né le meccaniche della storia.

Mi ha ricordato un po’ un tema delle medie: quell’uso della lingua che inizia ad avere segni di maturità, ma a cui sfuggono ancora i misteri dell’intreccio fraseologico e una certa elaborazione nello stile e nell’accostamento delle parole.

E questa, per la verità, è la sensazione che mi ha tarlato per tutta la lettura: immaturo (nel senso di ancora acerbo). C’è una certa goffaggine nel portare avanti la storia e un certo imbarazzo nel dare maggiore spessore ai personaggi e senso ai loro dialoghi.

La storia deve molto a Jane Eyre: sia l’impianto generale che alcuni singoli episodi ricalcano il noto romanzo della Brönte.

Ed è evidente che la signora Goga ha un debito di riconoscenza parecchio importante con Charlotte Brönte (che, a onor del vero, lei stessa richiama nei “titoli di coda“;e anche i nomi di due personaggi – Charlotte ed Emily – potrebbero nascondere un altro omaggio… magari anche in Wilkins si nasconde un riconoscimento a Wilkie Collins?); ma anche con Giro di vite di Henry James dove ritroviamo la campagna, i bambini (che lì, però, sono due) e le apparizioni di fantasmi.

I riferimenti ai libri famosi poi si sprecano (Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen; Uno studio in rosso e Il segno dei quattro di Arthur Conan Doyle; Frankenstein di Mary Shelley). Se da una parte sono richiami assolutamente apprezzabili, dall’altra parte però affossano il romanzo della Goga se un lettore pensa, anche solo per un attimo, agli intrecci proposti dagli autori citati. Non che uno ne debba fare il paragone, ma se l’autrice cita tali mostri sacri, mi fa ben sperare che quanto meno pure lei se ne intenda un pochettino.

Invece…

… Lasciamo stare che la storia richiami molto Jane Eyre (ma qui lo ammette l’autrice stessa) e Giro di vite, perché certamente gli autori contemporanei continuano a ispirarsi molto ai classici passati (per citare un esempio che ho fatto poco tempo fa: Ladra di Sarah Waters).

Insomma, le idee ormai si sono esaurite… la fantasia umana si è spinta ormai quasi in ogni dove (streghe e fatine, divinità furiose, eroi e poteri magici vari, viaggi nello spazio, guerre tra dinastie, mostri nei tombini, ect.), quindi ciò che conta oggi è anche il saper aggiustare/personalizzare quelle idee per creare una storia godibile.
E, insomma, qui questo aspetto manca. Anche il mistero che si nasconderebbe a Chalk Hill è davvero poco “misterioso”, anzi… purtroppo è parecchio prevedibile e immaginabile molto rapidamente.

Le parti che dovrebbero essere concitate sono prive di pathos narrativo; le altre, come scrivevo sopra, ripetono gli stessi monotoni schemi.

Ho proseguito la mia lettura principalmente per capire come le storie molto simili dei due Tom, di cui scrivevo all’inizio, si incastrassero l’una con l’altra, ma non pensare che questa alternanza sia così preponderante nella narrazione. Il grosso dell’attenzione è, infatti, riservato a Charlotte.

In ogni caso, non è che si debba andare molto in là per comprendere come questi due fili narrativi s’intreccino alfine… e, attorno a pagina cento (su trecento circa), ero di nuovo bloccata.

Comunque, ho deciso di proseguire nella lettura – sebbene debba ammettere d’aver saltellato tra i paragrafi alla ricerca di quelli importanti per la storia – con la speranza di essere smentita.

Un po’ mi sono fermata, ho letto altro, poi ho ripreso… poi mi sono fermata di nuovo. Ma, dal momento che mi ero piccata di scrivere una recensione concludente, ho deciso di terminare la lettura… nel bene e nel male.

E questo che hai appena letto è il risultato.

Poi, per carità, la lettura è una delle cose più soggettive che esistono e sono convinta che, se il libro della Goga è stato tradotto ed è arrivato fino a noi, avrà sicuramente le sue potenzialità. Io, purtroppo, non sono stata in grado di cogliere.


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La donna in bianco: I classici di The Books Blender

Mea culpa: era un bel po’ che non aggiornavo questa rubrica, ma a mia parziale discolpa non è semplice trovare un libro da indicare come lettura altamente consigliata… anzi, diciamo pure d’obbligo.
Insomma, oggi l’articolo è dedicato a La donna in bianco di Wilkie Collins.

Nel precedente “episodio” de I classici di The Books Blender avevamo avuto modo di parlare – lungamente… ehehe! – de I Miserabili, capolavoro di Victor Hugo. Vorrei ora soffermarmi un attimo per spiegare che si tratta di due generi diversi… di due libri diversi, ma entrambi letture assolutamente da non perdere.

L’approccio alla storia è differente; ma l’attenzione per i personaggi è certosina. Il secondo è ricco di considerazioni – ancor oggi valide – sulla giustizia, il senso del dovere e quello civico, il rispetto per se stessi e per gli altri, sulla redenzione, ma anche sull’opportunismo, l’ipocrisia e l’amarezza. Il primo, da molti considerato il vero capostipite del genere investigativo, guarda più all’inganno e al tradimento come elementi pregnanti della nostra società, sebbene ben nascosti al suo interno.

Detto questo veniamo a parlare de La donna in bianco, un libro assolutamente da considerare se si è appassionati di gialli e mistery in modo da comprendere l’origine di un genere molto diffuso e apprezzato ancora oggi (cui gli autori contemporanei continuano ad attingere).

Dopo avergli salvato la vita, il signor Pesca, italiano tarchiatello, genuino e dai modi molto espansivi (che destabilizzano un po’ gli inglesi con il loro imperturbabile aplomb), s’intende di rendere al suo salvatore, Walter Hartright, lo stesso favore.
In breve il destino pare fornirgli l’occasione perfetta per sdebitarsi con l’amico e, tramite una specie di passaparola, Pesca trova a Hartright il lavoro di una vita (ben pagato, famiglia rispettabile, ect.).

La sera prima che Hartright si rechi a Limmeridge House per cominciare il suo nuovo fantastico – e ben pagato – lavoro, la madre e la sorella lo trattengono a lungo per i saluti e addii vari.
È sera tarda quando Walter Hartright è libero di tornare a Londra.

Lungo la strada di rientro, immerso nella tipica brughiera inglese, improvvisamente una mano emersa dal buio gli blocca una spalla. E Walter non può credere ai suoi occhi: una donna minuta, molta bella sebbene un po’ sciupata e completamente vestita di bianco gli chiede di indicarle la via per Londra. Da perfetto British man, Walter si offre di accompagnare la donna lungo il percorso per garantirle una “traversata” sicura attraverso la brughiera.

A parte i candidi vestiti, la donna è molto sfuggente: salta da un argomento all’altro, non vuol spiegare il motivo della sua presenza quella notte – a quell’ora tarda – né spiegare nel dettaglio dove ha intenzione di andare una volta arrivata a Londra. Chiede solo di non essere ostacolata in alcun modo dal suo accompagnatore.

Tra discorsi lasciati cadere e altri un po’ strambi e sbalzi d’umore improvvisi, Walter scopre che la donna abitava o comunque aveva una certa dimestichezza con Limmeridge House, il luogo nel quale presto Walter presterà servizio come insegnate di disegno e pittura.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Insomma, ai margini i Londra, i due trovano una carrozza; la donna in bianco sale a bordo e scompare nella notte. Ma a Walter qualcosa continua a non tornare. Fino a quando non scopre un dettaglio inquietate dalla conversazione di due uomini giunti poco dopo che la carrozza è sparita nella notte: la donna in bianco è fuggita dal manicomio!

Tuttavia questa sembra essere solo una breve parentesi pittoresca (aver aiutato una matta!) nella vita di Walter che, l’indomani, parte per Limmeridge House. Arrivato lì fa la conoscenza del suo nuovo padrone, Mr Fairle, e delle due allieve. Se dal primo scaturisce un senso di disgusto e fastidio per i modi estremamente lassi, il suo esser preda di mal di testa costanti, infastidito dalla luce del sole e dal suono stesso delle parole, dalle due allieve Walter riceve invece un senso di profonda ammirazione. Miss Marian Halcombe, pur non essendo meravigliosa di viso, ha una mente sagace e veloce; l’altra, Miss Laura Fairle (le due sono sorelle di padri diversi per questo il cognome non è lo stesso), è una donna bellissima e minuta e… con una inquietante somiglianza alla donna in bianco! Com’è possibile?

Mi sono infognata ancora una volta con i delitti vittoriani grazie a Kate Summercale e il suo Omicidio a Road Hill House. Quest’ultimo, per la verità, non tratta di un caso di finzione, ma riguarda uno dei – tanti – delitti che fioccarono nella rispettabile Inghilterra vittoriana.

E l’aspetto, infatti, che trovo più interessante è proprio questa continua danza tra società e delitto: cioè il modo in cui il crimine – con tutte le sue implicazioni – influenza non solo e drammaticamente la vita di una famiglia, ma anche l’intera società modificandone gli usi, i comportamenti e talvolta persino innovando a livello “tecnologico” (come nel caso, ad esempio, dell’omicidio di Mr. Briggs che fu il motore per l’introduzione di importanti migliorie sui treni inglesi).

La signora in bianco fa parte poi – anzi, ne è il capostipite – di un genere, detto sensational fiction, che si sviluppò nella Londra vittoriana proprio a seguito di questa maggior attenzione e, in un certo qual modo, spettacolarizzazione del delitto da parte dell’opinione pubblica (un altro esempio di sensational fiction che abbiamo avuto modo di affrontare in passato è Il segreto di Lady Audley di Mary Elizabeth Braddon).

Ma gli intenti della sensational fiction non erano certo quelli di inneggiare all’omicidio o aggiungere altra morbosa attenzione alle umane vicende.
Questo genere, infatti, si sofferma più sull’intimità e le dinamiche interne a una famiglia (generalmente rispettabile), spesso molto diversa da come appare in pubblico o in presenza di estranei; sui segreti che spesso si possono nascondere tra le mura domestiche; sulle passioni travolgenti o errori in buona fede e, di contro, sulla perfidia e ingegnosità di certe figure. Nel mix non mancano altri elementi dotati di attinenza con altri generi letterari come il gotico, il romantico, il giallo e il mistery.

E, infatti, anche qui ne ritroviamo numerosi elementi: un segreto nascosto dietro un’apparente facciata di benessere e solidità morale; un’investigazione, più o meno dilettantistica, che si scontra con i ricordi offuscati e contrastanti dei pochi testimoni; foschi presagi e strane premonizioni.

Prima edizione americana de “La donna in bianco” [Fonte: Wikipedia.org]

La storia si svolge come una catena – prendo in prestito la similitudine da Mr. Gilmore, l’avvocato della famiglia Fairle e secondo narratore – cui ogni narratore (mi scuso per la ripetizione) contribuisce ad aggiungere un anello.
Praticamente, la narrazione prosegue grazie al racconto di più personaggi che si passano di volta in volta il difficile onere di portavoce.

Le varie testimonianze raccontano gli eventi in maniera diretta e al cambiamento di oratore cambia anche il modo in cui gli eventi vengono raccontati.
Ad esempio, Mr. Hartright è più “poeta” rispetto a Mr. Gilmore: il primo si sofferma anche sulla descrizione degli ambienti, sulle sue sensazioni in relazione ai personaggi, agli eventi e all’ambiente stesso, analizza ricordi, riporta molti dialoghi diretti; mentre il secondo, Mr. Gilmore, da bravo avvocato, è più diretto, interessato agli eventi più che alle sensazioni, le quali trovano sì un certo spazio ma in modo diverso e meno sviolinato di Mr. Hartright.

E non solo i personaggi hanno il loro peculiare modo di raccontare la loro parte di storia, ma ognuno di loro, a seconda della conoscenza più o meno profonda che può vantare dei fatti, interpreta i comportamenti e le affermazioni degli altri in maniera diversa.

Ovviamente, il lettore, avendo in mano tutti i tasselli giusti per inquadrare i vari atteggiamenti e le varie espressioni dei personaggi, sa qual è la vera interpretazione da attribuire a un determinato comportamento e, quindi, non gli resta che godersi le “cantonate” dei personaggi ridendosela sotto i bassi.

Questo non vuol certo dire che tutti i personaggi siano in malafede o “malvagi”.

Anche il grande antagonista, il Conte Fosco, che per certi aspetti ricorda la figura storia del Conte di Cagliostro, è una mente sopraffina e un personaggio molto sfaccettato.
Subdolo, astuto, scaltro ha una freddezza di calcolo e una determinazione di spirito degne di una grandissima spia; e tuttavia è anche capace di piccole attenzioni e gentilezze che da un personaggio completamente “cattivo” difficilmente si potrebbero immaginare.
Questo perché, eccellente nella sua fedeltà al realismo, Wilkie Collins dimostra di conoscere bene l’animo umano: nessuno è completamente “cattivo” o completamente “buono”. I caratteri nella realtà sono più sfaccettati e complessi di quello che la letteratura vorrebbe farci credere.

Questa attenzione la si ritrova anche nei personaggi femminili; un’attenzione che, per la precisione, mostra anche profonda sensibilità verso la condizione femminile, le scelte spesso obbligate e la posizione di dipendenza e sudditanza di una donna di epoca vittoriana.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Rappresentativa della categoria è sicuramente Marian Halcombe: un personaggio eccelso e, per certi aspetti, molto molto moderno. Coraggiosa e, per certi versi, audace, Marian è una spalla e, poi, protagonista perfetta.
Nonostante questo suo carattere forte, resta però sempre vittima del potere e del volere degli uomini di famiglia, dell’assetto generale degli usi e dei costumi così come la sorella Laura, che di contro rappresenta più la parte “donzella in pericolo” incapace di fare un passo senza il sostegno di qualcuno di più deciso.

Onestamente, da amante dei gialli, mi chiedo ancora come abbia fatto tutti questi anni a orbitare attorno a Wilkie Collins senza mai entrarci in collisione (ma sto correndo ai ripari e, per cominciare, mi sono presa l’opera omnia di Collins).

Insomma, La donna in bianco, ma in generale tutto il lavoro immaginifico di Wilkie Collins ha avuto molto successo già in epoca coeva (con tanto di rappresentazioni teatrali e complimenti raccolti a piene mani dalla tutta la critica); ma ancora oggi gli autori moderni gli devono moltissimo (ad esempio, Ladra di Sarah Waters ne è un palese riadattamento; James Wilson, invece, ha immaginato un sequel per La donna in bianco).

Insomma, vado a concludere.

Non posso far altro che consigliare questo libro che, nonostante il suo assetto ottocentesco, presenta numerosi caratteri moderni. Dall’attenzione certosina per i personaggi traspare un’evidente sensibilità verso l’animo umano, ricco di sfaccettature e interpretazioni. Dalla tenuta del mistero e dalla costante presenza di inganni deriva la costruzione di una storia sagace, capace di intrattenere il lettore e coinvolgerlo profondamente nella vicenda.

Se si è amanti del genere giallo, Wilkie Collins deve essere una lettura obbligata dal momento che la letteratura contemporanea continua ad attingervi idee a piene mani. In ogni caso, come scrivevo sopra, visto che all’interno della storia coesistono diverse anime narrative, La donna in bianco è una lettura “per tutte le stagioni”.


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Stoner recensione

Titolo: Stoner
Autore: John Williams
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 1965
Titolo in Italia: Stoner
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Stefano Tummolini

William Stoner nasce in un’anonima fattoria.
Tutte le mattine si alza e aiuta il padre con il lavoro nei campi. Poi modernità e nuove conoscenze fanno il loro ingresso in questo comunissimo angolo di terra e il padre, dopo aver sentito parlare di “università”, chiede a Stoner di iscriversi, seguire il corso di agraria e di tornare alla fattoria con le nuove conoscenze acquisite.

E Stoner, seppur non molto convito, lo fa: si iscrivere all’università del Missouri, segue i corsi, svolge i compiti e gli esami più per diligenza che non per reale convinzione.

Ecco, però, che un giorno una fulminazione lo coglie durante il corso – obbligatorio anche per gli studenti della facoltà di agraria – di letteratura inglese mentre e in atto lo studio del sonetto 73 di Shakespeare.

E con questo praticamente unico gesto di “ribellione”, Stoner molla agraria e si butta a capo fitto nello studio della letteratura per diventare in seguito ricercatore e poi professore sempre nella stessa università.

All’orizzonte lo aspettano due guerre mondiali e la crisi economica più nera nella storia degli Stati Uniti.

Quando fece la sua prima comparsa nel 1965, Stoner non venne particolarmente apprezzato: vendette “solo” 2.000 copie (per la verità, un grande traguardo nell’attuale mercato editoriale italiano) e nel giro di un anno dalla sua pubblicazione era già fuori catalogo.

Poi il recupero nel 2003 e nel 2006 e il tam-tam social iniziato grazie all’attenzione di alcuni scrittori famosi lo hanno promosso a successo da un milione di copie… in Europa. Infatti, nella terra natia “Stoner” resta un mistero per gli editori statunitensi che ammettono la sconfitta sul fronte vendite [Fonte: IlPost].

Veniamo a noi.

Stoner: un uomo mediocre potremo assumere come sottotitolo, ma in verità più normale di quanto si potrebbe immaginare.

Il mondo letterario ci ha abituati a cavalier serventi; eroi ed eroine; gente dotata di grandi menti, grandi doti; eccellente in qualcosa, eccezionale in altre. Le loro storie trasudano emozioni, avventure, eventi inattesi e fortune insperate.

Ma qui non c’è nulla di tutto questo. Non ci sono draghi da sconfiggere o grandi gesta da compiere; non ci sono strade poco battute da esplorare o mondo sconosciuti da scoprire. Qui c’è solo Stoner e la sua mediocre vita, in verità… la sua vita normale orbitante attorno al polo universitario.

Poco, in verità nulla, nella vita di Stoner grida all’eroico, all’epico. Il nostro è un uomo tranquillo, pacifico, remissivo, passivo e dotato di un’enorme pazienza. Animo romantico (o filosofico, se preferisci) sicuramente; ma talvolta privo di quel quid in più che lo spinga verso una strada non tracciata, verso una scelta più complessa, verso una decisione che implica un certo sforzo.

Vive la sua vita, sotto certi aspetti, come se non ne fosse del tutto padrone o come se, in fondo al percorso, si nascondesse un bonus per ricominciare tutto daccapo.
Ma scegliere la strada più facile non sempre vuol dire seguire la strada migliore. E così, romantico quanto cieco, Stoner deciderà di sposare Edith Bostwick, donna vuota e anonima  “coltivata” dai genitori solo per essere una buona moglie. Incrocerà una grande quanto fastidiosa nemesi, subirà perdite, vedrà la vita dell’amata figlia scivolargli via delle mani, ma reagirà sempre con un certo distacco… come se la cosa quasi non lo riguardasse o non fosse suo il potere di raddrizzare il mal subito.

E, tuttavia, Stoner è anche capace di compiere un paio di scelte forti come il cambio facoltà (mandando a monte le speranze dei genitori e imponendo un drastico cambiando alla sua quotidianità) oppure il non arruolamento come volontario per la guerra (nonostante i suoi unici due amici decidano diversamente). Insomma, i processi mentali che guidano Stoner restano sempre un mistero per il lettore, ma in un certo qual modo – ed eccettuati i due esempi di poco sopra – sembra che la sua preferenza vada per la scelta più semplice, meno problematica.

Estraneo a quei suoi stessi genitori che in lui riponevano grandi speranze, convinto che l’infatuazione per la moglie sia amore, incapace di difendere i suoi spazi, Stoner “perde” tempo… tempo che indietro non tornerà più, ma che lui non cerca nemmeno di far tornare.

Accanto al nostro remissivo protagonista, si avvicendano altri quattro o cinque personaggi anche loro normali, comuni. Nessuno di loro fa nulla di speciale; nessuno di loro ha particolare incidenza. Vivono la loro vita, anzi sopportano la loro vita perché è quello che devono fare: non c’è poesia nella vita vera. Non ci sono fate madrine a risollevare la triste situazione né occasioni speciali con cui guadagnarsi l’immortalità.

E così anche Stoner e i suoi comprimari accettano semplicemente l’ineluttabile: la vita è «lunga disgrazia destinata a finire».

Personaggi comuni, quindi? Certo, sicuramente.
Quante altre Edith ci saranno state – e ci saranno magari con competenze aggiornate – in America, Inghilterra, Italia, Francia brave a ricamare, brave a suonare uno strumento e a dipingere con gli acquarelli… brave insomma a essere un grazioso completo d’arredo?
E quanti altri vanesi Horace Bostwick che guardano al soffitto per non incrociare lo sguardo del loro interlocutore infesteranno il mondo?
E di quanti boriosi colleghi come Lomax saranno piene le università?

Attraversato da un profondo pessissimo, in “Stoner” non ci sono moniti né considerazioni che indichino al lettore il giusto percorso da compiere nella vita. Nessuno accusa Stoner di lassismo o inutilità, perché in fondo la vita di Stoner è la vita anonima e più semplice che molti scelgono.

E questo è un aspetto che ammiro, ma dall’altro lato avverto appunto qualcosa di stonato che mi ha impedito di innamorarmi del romanzo.

Da un lato, apprezzo la valorizzazione quasi romantica che John Williams è riuscito a fare dell’uomo comune e della sua storia normale con la capacità di rendere “interessante” anche la linearità di Stoner riuscendo a dedicargli un libro intero.

Lo stile narrativo semplice e lineare (mi scuso per la ripetizione, ma non riesco a trovare un sinonimo adeguato) rispecchia bene questa immagine di pacatezza e tranquillità.

Tuttavia, dall’altro lato, è un romanzo che non credo d’aver compreso fino in fondo e che ancora faccio qualche fatica a inquadrare: dei personaggi continua a sfuggirmi qualcosa nelle loro decisioni, della storia troppo comune mi sfugge il significato e, soprattutto, l’emozione.


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La donna della cabina numero 10 recensione

Titolo: The woman in cabin 10
Autrice: Ruth Ware
Genere: Giallo (?)
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La donna della cabina numero 10
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Tra. di: Valeria Galassi

C’è qualcosa che non va.
Il gatto graffia la porta della camera per uscire, ma Lo, per quanto – parecchio – brilla la sera prima, non ricorda d’averla chiusa. Lo apre la porta per lasciare libero il gatto e… bam!, si ritrova davanti un uomo completamente imbacuccato con i guanti di lattice. Prima che ci sia tempo per dire o fare qualunque cosa, l’innominato gli sbatte la porta in faccia chiudendola nuovamente in camera. Paralizzata dal terrore e dolorante per la botta appena ricevuta, Lo attende che l’uomo finisca di svaligiare il suo appartamento e se ne vada.
L’arrivo della polizia non aiuta comunque Lo a riprendersi dallo shock… ma, come si dice, lo spettacolo deve continuare. Lo, infatti, è stata scelta dalla  rivista di viaggi per la quale lavora per un servizio su di un piccola nave da crociera di super-mega-lusso, l’Aurora.

Sebbene ancora profondamente turbata, Lo si imbarca, ma… non è destino che le sue notti possano rivelarsi tranquille. E infatti, e nonostante la forte sbronza (diciamo che per un buon 75% del romanzo Lo è ciucca) viene svegliata da un urlo. Poi.… un tonfo come di un corpo gettato in acqua.

Lo si precipita sul terrazzino a precipizio sul mare, ma… nulla. Nulla. Nulla. Anche se… oddio, c’è una macchia di sangue sulla terrazza della cabina di fianco la sua: la numero 10!
Eppure, avvisato il capo della sicurezza e ispezionata la fantomatica stanza, ancora nulla (la macchia di sangue è svanita). Lo, però, ha sentito un urlo e poi un tonfo e ha visto la striscia di sangue… e, nella cabina numero 10, c’era una ragazza che le ha prestato il mascara!
Eppure… nessuno del personale o dell’equipaggio manca all’appello… e la cabina numero 10, in verità, non è mai stata occupata da nessuno.

A quanto pare, sulla scia del successo ottenuto con il suo primo romanzo (L’invito), Ruth Ware tenta il colpaccio con La donna della cabina numero 10.
[Da leggere, quindi? La mia risposta si trova nell’ultima riga dell’articolo.]
Il libro, secondo quanto recita la fascetta rossa, è tra i bestseller del New York Times (ma, praticamente, tutti sono bestseller del New York Times… ok, ok, non cominciamo subito con la polemica).

Seguiamo la nostra Laura (alias Lo) nelle sue peregrinazioni in piena notte in pigiama, seguite da lunghi bagni in vasca, lunghi risciacqui in doccia (in generale frequenti visite al bagno); e ancora sfuriate da diva incallita, visioni di porte semoventi, riposi in déshabillez nonostante il terrore che qualche ladro possa nuovamente introdursi nella sua stanza/cabina e alcool… tanto alcool (e la conseguenza necessità di farmaci per attutire la sbornia).

Se tutto questo non bastasse a rendere antipatica la protagonista ed estremamente ripetitivo lo schema narrativo, ci si mette pure un insensato “mistero”, una donna che nessuno ha notato e un isolamento forzato su di una piccola barca in mezzo al mare.

Ora, per la verità, se questi elementi fossero mescolati bene assieme potrebbero davvero risultare una bomba (come nel caso del magnifico Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, in cui dieci sconosciuti sono bloccati assieme in una villa su di un isola in mezzo al mare).
Il guaio è che ne La donna della cabina numero 10 vengono accostanti insieme con una tale inconsistenza  e goffaggine da rendere fastidiosa la lettura.

L’incostanza e l’inconsistenza alla quale la protagonista ci obbliga sono due elementi davvero irritanti che non invogliano certo a simpatizzare per lei o per le sue disgrazie. Inoltre, il fatto che a oltre metà libro ancora l’azione non sia partita non aiuta di certo ad apprezzare la storia.

L’azione, oltre che presentarsi in schemi abbastanza ripetitivi, è tutto un girovagare sulla nave alla ricerca di questa ragazza della cabina numero 10 tra dialoghi insulsi, considerazioni inutili e ripetitive e incontri/scontri  con gli altri passeggeri ai limiti dello stalking.
Ovviamente, anche qui (v. La ragazza del treno… le due protagoniste hanno problemi simili), dato il suo trascorso di farmaco-dipendente e alcool-simpatizzante, la nostra Laura/Lo non viene creduta da nessuno… o comunque le sue affermazioni vengono prese con una certa diffidenza (tranne che dall’ex, casualmente presente sulla barca e pronto a rendersi utile).

Anche la ripetitività delle scene è disarmante e, più o meno, segue il seguente schema: incontro con uno o più ospiti e, se non sono ubriachi, la nostra Lo nota quasi subito che c’è qualcosa di sospetto nel loro sguardo o modo di fare (allora forse lui/lei sa qualcosa della ragazza della cabina numero 10? È stato lui/lei?).
Quando non è intenta a giudicare gli altri e a fingersi, con parecchio imbarazzo per lo sfortunato lettore, una novella investigatrice, la protagonista non fa altro che cianciare sui doveri dell’essere giornalista (perché, ricordiamolo, lei è lì per scrivere un servizio per la rivista per la quale lavora), sul senso di sicurezza che deve dimostrare all’esterno (per trovare “contatti utili” a lei e alla suddetta rivista), sull’importanza di mostrarsi solare e sicura (per fare bella figura e magari ottenere l’avanzamento di carriera)… per poi fare l’esatto contrario e rovinarsi con le sue stesse mani in un sconfortante misto di goffaggine, doddezza e infantilismo… ma come è vissuta nel mondo questa?!

Mi sono dilungata tanto sulla protagonista, perché ahimè gli altri personaggi sono… evanescenti. Ho fatto sinceramente fatica a comprendere chi era chi e, a metà romanzo, mi restavano ancora parecchi dubbi su qualche personaggio.

Insomma, si tratta di figure intercambiabili che si distinguono gli uni dalle altre solo per il nome… ma prima di trovare l’abbinamento corretto, si deve fare mente locale. Mancano, dal mio punto di vista, tratti caratterizzanti che permettano un’identificazione immediata da parte del lettore.
Intervengono solo con qualche inutile battuta, poi spariscono di scena.
Equipaggio o passeggeri non fa alcuna differenza: sono lì giusto per fare presenza.

Anche lo stacco che, almeno immagino, l’autrice voleva mostrare tra passeggeri-ricchezza ed equipaggio-povertà è grossolano ed esclusivamente formale, in alcun modo approfondito. Nonostante questo Lo ragiona per dei paragrafi sul lusso del ponte superiore paragonandolo ai corridoi stretti e poco luminosi e alle cabine condivise che occupa, invece, l’equipaggio (nemmeno fossero nella terza classe del Titanic!).

Speravo che, verso la fine, comparisse un po’ di pathos… in verità, andava bene qualunque cosa pur di dare un senso a questa lettura…
Tuttavia, lo svolgimento resta prevedibile… assurdo.

Come ho scritto sopra, l’azione si trascina in chiacchiere inutili, passeggiate sulla barca alla ricerca di un determinato personaggio, ripetitivi riepiloghi su cosa ha visto e sentito Lo sulla barca o su come si è sentita “violata” quando il ladro le è entrato nell’appartamento e di come questo fatto la faccia simpatizzare con la ragazza della cabina numero 10.

E quando si arriva alla conclusione non si viene assolutamente ripagati della fatica fatta. Il finale è davvero insulso e, come ho scritto più volte, fin troppo prevedibile.

Nemmeno lo stile di scrittura, semplice e ridotto all’osso quanto a costruzione della frase, aiuta a digerire questa storia.

Nella tendina dello spoiler qui sotto ho raccolto tutte gli elementi poco coerenti nella trama secondo il mio punto di vista.

Cosa che non mi tornano nella trama **Attenzione Spoiler**

  • Per quanto nave di lusso, i “muri” tra una cabina e l’altra non sono certo fatti di piombo, quindi un urlo in piena notte… in mezzo al mare… si sente.
    Così come si sarebbe sentito l’urlo di Laura (o, comunque, i rumori di una colluttazione) in piena notte! Capisco che la cabina-prigione nella stiva sia già una situazione più complessa, ma urla e movimenti vari nel corridoio in mezzo a dieci cabine… è credibile che, più di una volta, nessuno abbia sentito nulla?
  • Capisco che la protagonista debba avere dei tratti peculiari… per giustificare il fatto di essere appunto “protagonista“. Ma Lo ce le ha tutte? Un rapido elenco…
    Soffre d’ansia e di frequenti attacchi di panico; butta giù pillole e/o farmaci come fossero mentine; beve come una spugna; ha il mal di testa costante; soffre il mal di mare; soffre di claustrofobia e pare pure che vada in ipoglicemia falcimente… non è una giornalista, ma un baraccone!
  • Si tratta di un viaggio di lavoro: chi è lì come giornalista; chi, invece, come ospite di un certo riguardo. Quindi, un minimo di apparenze andranno pur mantenute, no?!, in mezzo a un branco di sconosciuti… alcuni dei quali potrebbero scattarti una foto compromettente e gettarla in pasto all’opinione pubblica. E invece no: sono tutti costantemente ubriachi o alticci.
  • Carrie, la molto confusa assassina-ma-visto-che-ci-siamo-forse-cambio sostiene che Bullmer riteneva troppo «crudele» divorziare dalla moglie che stava morendo… perché ucciderla quando stava guarendo cosa sarebbe invece?
  • Punto secondo: Carrie e Bullmer hanno provato – più volte – in pubblico la loro farsa ed è sempre andata bene (in stile Se morisse mio marito, sempre Agatha Christie). E Anne, la moglie di Bullmer, non è mai venuta a sapere, anche per vie traverse, che il marito era andato a un evento pubblico in compagnia della finta moglie (giornali, televisioni… ?)?
  • Punto terzo: per quale assurdo motivo mettere in mezzo una terza persona (Carrie), inscenare ‘sto bailamme sulla barca? Non sarebbe stato sufficiente eliminare la vera moglie semplicemente approfittando della malattia di lei? E senza bisogno di portare tutti insieme-appassionatamente in barca?
  • Punto quarto: possibile poi che Anne (ex-modella) sia un essere così anonimo da poter essere scambiato per una Carrie dimagrita e con un foulard attorno alla testa (e non dimentichiamo che, verso la fine, Carrie vorrebbe far passare la stessa Lo per Anne)? Per quanto nessuno avesse mai visto prima Anne (anche se le sue foto si trovano tranquillamente in giro e tutti – tranne Lo – si sono documentanti), nessuno nota il cambiamento nel colore degli occhi, nel tono della voce? Insomma, dal punto di vista dell’autrice basta lo sguardo da cucciolo sperduto e un foulard in testa per scambiare tutti i malati i cancro?
  • Sostanzialmente, l’intero libro si basa sul senso di solidarietà delle donne. E, sotto certi aspetti, è un intento lodevole… anche se poco credibile. Considerando, soprattutto, che – incidente o meno – Carrie non si è fatta problemi a buttare in mare Anne… nonostante avesse il dubbio che fosse ancora viva. Questo improvviso moto di pietà per il solo fatto che “Lo si è preoccupata per me, quindi le rendo il favore” è davvero poco credibile…

Concludo questa mia lunga considerazione ricapitolando – come fa la protagonista, ma – con tre parole: anche no, grazie.


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