La donna della cabina numero 10 recensione

Titolo: The woman in cabin 10
Autrice: Ruth Ware
Genere: Giallo (?)
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La donna della cabina numero 10
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Tra. di: Valeria Galassi

C’è qualcosa che non va.
Il gatto graffia la porta della camera per uscire, ma Lo, per quanto – parecchio – brilla la sera prima, non ricorda d’averla chiusa. Lo apre la porta per lasciare libero il gatto e… bam!, si ritrova davanti un uomo completamente imbacuccato con i guanti di lattice. Prima che ci sia tempo per dire o fare qualunque cosa, l’innominato gli sbatte la porta in faccia chiudendola nuovamente in camera. Paralizzata dal terrore e dolorante per la botta appena ricevuta, Lo attende che l’uomo finisca di svaligiare il suo appartamento e se ne vada.
L’arrivo della polizia non aiuta comunque Lo a riprendersi dallo shock… ma, come si dice, lo spettacolo deve continuare. Lo, infatti, è stata scelta dalla  rivista di viaggi per la quale lavora per un servizio su di un piccola nave da crociera di super-mega-lusso, l’Aurora.

Sebbene ancora profondamente turbata, Lo si imbarca, ma… non è destino che le sue notti possano rivelarsi tranquille. E infatti, e nonostante la forte sbronza (diciamo che per un buon 75% del romanzo Lo è ciucca) viene svegliata da un urlo. Poi.… un tonfo come di un corpo gettato in acqua.

Lo si precipita sul terrazzino a precipizio sul mare, ma… nulla. Nulla. Nulla. Anche se… oddio, c’è una macchia di sangue sulla terrazza della cabina di fianco la sua: la numero 10!
Eppure, avvisato il capo della sicurezza e ispezionata la fantomatica stanza, ancora nulla (la macchia di sangue è svanita). Lo, però, ha sentito un urlo e poi un tonfo e ha visto la striscia di sangue… e, nella cabina numero 10, c’era una ragazza che le ha prestato il mascara!
Eppure… nessuno del personale o dell’equipaggio manca all’appello… e la cabina numero 10, in verità, non è mai stata occupata da nessuno.

A quanto pare, sulla scia del successo ottenuto con il suo primo romanzo (L’invito), Ruth Ware tenta il colpaccio con La donna della cabina numero 10.
[Da leggere, quindi? La mia risposta si trova nell’ultima riga dell’articolo.]
Il libro, secondo quanto recita la fascetta rossa, è tra i bestseller del New York Times (ma, praticamente, tutti sono bestseller del New York Times… ok, ok, non cominciamo subito con la polemica).

Seguiamo la nostra Laura (alias Lo) nelle sue peregrinazioni in piena notte in pigiama, seguite da lunghi bagni in vasca, lunghi risciacqui in doccia (in generale frequenti visite al bagno); e ancora sfuriate da diva incallita, visioni di porte semoventi, riposi in déshabillez nonostante il terrore che qualche ladro possa nuovamente introdursi nella sua stanza/cabina e alcool… tanto alcool (e la conseguenza necessità di farmaci per attutire la sbornia).

Se tutto questo non bastasse a rendere antipatica la protagonista ed estremamente ripetitivo lo schema narrativo, ci si mette pure un insensato “mistero”, una donna che nessuno ha notato e un isolamento forzato su di una piccola barca in mezzo al mare.

Ora, per la verità, se questi elementi fossero mescolati bene assieme potrebbero davvero risultare una bomba (come nel caso del magnifico Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, in cui dieci sconosciuti sono bloccati assieme in una villa su di un isola in mezzo al mare).
Il guaio è che ne La donna della cabina numero 10 vengono accostanti insieme con una tale inconsistenza  e goffaggine da rendere fastidiosa la lettura.

L’incostanza e l’inconsistenza alla quale la protagonista ci obbliga sono due elementi davvero irritanti che non invogliano certo a simpatizzare per lei o per le sue disgrazie. Inoltre, il fatto che a oltre metà libro ancora l’azione non sia partita non aiuta di certo ad apprezzare la storia.

L’azione, oltre che presentarsi in schemi abbastanza ripetitivi, è tutto un girovagare sulla nave alla ricerca di questa ragazza della cabina numero 10 tra dialoghi insulsi, considerazioni inutili e ripetitive e incontri/scontri  con gli altri passeggeri ai limiti dello stalking.
Ovviamente, anche qui (v. La ragazza del treno… le due protagoniste hanno problemi simili), dato il suo trascorso di farmaco-dipendente e alcool-simpatizzante, la nostra Laura/Lo non viene creduta da nessuno… o comunque le sue affermazioni vengono prese con una certa diffidenza (tranne che dall’ex, casualmente presente sulla barca e pronto a rendersi utile).

Anche la ripetitività delle scene è disarmante e, più o meno, segue il seguente schema: incontro con uno o più ospiti e, se non sono ubriachi, la nostra Lo nota quasi subito che c’è qualcosa di sospetto nel loro sguardo o modo di fare (allora forse lui/lei sa qualcosa della ragazza della cabina numero 10? È stato lui/lei?).
Quando non è intenta a giudicare gli altri e a fingersi, con parecchio imbarazzo per lo sfortunato lettore, una novella investigatrice, la protagonista non fa altro che cianciare sui doveri dell’essere giornalista (perché, ricordiamolo, lei è lì per scrivere un servizio per la rivista per la quale lavora), sul senso di sicurezza che deve dimostrare all’esterno (per trovare “contatti utili” a lei e alla suddetta rivista), sull’importanza di mostrarsi solare e sicura (per fare bella figura e magari ottenere l’avanzamento di carriera)… per poi fare l’esatto contrario e rovinarsi con le sue stesse mani in un sconfortante misto di goffaggine, doddezza e infantilismo… ma come è vissuta nel mondo questa?!

Mi sono dilungata tanto sulla protagonista, perché ahimè gli altri personaggi sono… evanescenti. Ho fatto sinceramente fatica a comprendere chi era chi e, a metà romanzo, mi restavano ancora parecchi dubbi su qualche personaggio.

Insomma, si tratta di figure intercambiabili che si distinguono gli uni dalle altre solo per il nome… ma prima di trovare l’abbinamento corretto, si deve fare mente locale. Mancano, dal mio punto di vista, tratti caratterizzanti che permettano un’identificazione immediata da parte del lettore.
Intervengono solo con qualche inutile battuta, poi spariscono di scena.
Equipaggio o passeggeri non fa alcuna differenza: sono lì giusto per fare presenza.

Anche lo stacco che, almeno immagino, l’autrice voleva mostrare tra passeggeri-ricchezza ed equipaggio-povertà è grossolano ed esclusivamente formale, in alcun modo approfondito. Nonostante questo Lo ragiona per dei paragrafi sul lusso del ponte superiore paragonandolo ai corridoi stretti e poco luminosi e alle cabine condivise che occupa, invece, l’equipaggio (nemmeno fossero nella terza classe del Titanic!).

Speravo che, verso la fine, comparisse un po’ di pathos… in verità, andava bene qualunque cosa pur di dare un senso a questa lettura…
Tuttavia, lo svolgimento resta prevedibile… assurdo.

Come ho scritto sopra, l’azione si trascina in chiacchiere inutili, passeggiate sulla barca alla ricerca di un determinato personaggio, ripetitivi riepiloghi su cosa ha visto e sentito Lo sulla barca o su come si è sentita “violata” quando il ladro le è entrato nell’appartamento e di come questo fatto la faccia simpatizzare con la ragazza della cabina numero 10.

E quando si arriva alla conclusione non si viene assolutamente ripagati della fatica fatta. Il finale è davvero insulso e, come ho scritto più volte, fin troppo prevedibile.

Nemmeno lo stile di scrittura, semplice e ridotto all’osso quanto a costruzione della frase, aiuta a digerire questa storia.

Nella tendina dello spoiler qui sotto ho raccolto tutte gli elementi poco coerenti nella trama secondo il mio punto di vista.

Cosa che non mi tornano nella trama **Attenzione Spoiler**

  • Per quanto nave di lusso, i “muri” tra una cabina e l’altra non sono certo fatti di piombo, quindi un urlo in piena notte… in mezzo al mare… si sente.
    Così come si sarebbe sentito l’urlo di Laura (o, comunque, i rumori di una colluttazione) in piena notte! Capisco che la cabina-prigione nella stiva sia già una situazione più complessa, ma urla e movimenti vari nel corridoio in mezzo a dieci cabine… è credibile che, più di una volta, nessuno abbia sentito nulla?
  • Capisco che la protagonista debba avere dei tratti peculiari… per giustificare il fatto di essere appunto “protagonista“. Ma Lo ce le ha tutte? Un rapido elenco…
    Soffre d’ansia e di frequenti attacchi di panico; butta giù pillole e/o farmaci come fossero mentine; beve come una spugna; ha il mal di testa costante; soffre il mal di mare; soffre di claustrofobia e pare pure che vada in ipoglicemia falcimente… non è una giornalista, ma un baraccone!
  • Si tratta di un viaggio di lavoro: chi è lì come giornalista; chi, invece, come ospite di un certo riguardo. Quindi, un minimo di apparenze andranno pur mantenute, no?!, in mezzo a un branco di sconosciuti… alcuni dei quali potrebbero scattarti una foto compromettente e gettarla in pasto all’opinione pubblica. E invece no: sono tutti costantemente ubriachi o alticci.
  • Carrie, la molto confusa assassina-ma-visto-che-ci-siamo-forse-cambio sostiene che Bullmer riteneva troppo «crudele» divorziare dalla moglie che stava morendo… perché ucciderla quando stava guarendo cosa sarebbe invece?
  • Punto secondo: Carrie e Bullmer hanno provato – più volte – in pubblico la loro farsa ed è sempre andata bene (in stile Se morisse mio marito, sempre Agatha Christie). E Anne, la moglie di Bullmer, non è mai venuta a sapere, anche per vie traverse, che il marito era andato a un evento pubblico in compagnia della finta moglie (giornali, televisioni… ?)?
  • Punto terzo: per quale assurdo motivo mettere in mezzo una terza persona (Carrie), inscenare ‘sto bailamme sulla barca? Non sarebbe stato sufficiente eliminare la vera moglie semplicemente approfittando della malattia di lei? E senza bisogno di portare tutti insieme-appassionatamente in barca?
  • Punto quarto: possibile poi che Anne (ex-modella) sia un essere così anonimo da poter essere scambiato per una Carrie dimagrita e con un foulard attorno alla testa (e non dimentichiamo che, verso la fine, Carrie vorrebbe far passare la stessa Lo per Anne)? Per quanto nessuno avesse mai visto prima Anne (anche se le sue foto si trovano tranquillamente in giro e tutti – tranne Lo – si sono documentanti), nessuno nota il cambiamento nel colore degli occhi, nel tono della voce? Insomma, dal punto di vista dell’autrice basta lo sguardo da cucciolo sperduto e un foulard in testa per scambiare tutti i malati i cancro?
  • Sostanzialmente, l’intero libro si basa sul senso di solidarietà delle donne. E, sotto certi aspetti, è un intento lodevole… anche se poco credibile. Considerando, soprattutto, che – incidente o meno – Carrie non si è fatta problemi a buttare in mare Anne… nonostante avesse il dubbio che fosse ancora viva. Questo improvviso moto di pietà per il solo fatto che “Lo si è preoccupata per me, quindi le rendo il favore” è davvero poco credibile…

Concludo questa mia lunga considerazione ricapitolando – come fa la protagonista, ma – con tre parole: anche no, grazie.


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Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.
Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.
Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]

La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).
Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.
E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?
Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).
Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media. Quindi, come dire che si tratta di pazzi?
Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi? Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.
Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.


 

Gemina recensione

Titolo: Gemina
Autori: Amie Kaufman e Jay Kristoff
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemina (?)
Anno di pubblicazione: Inedito

Preceduto da: 
Illuminae

Seguito da: 
Obisidio [trovi i dettagli sull’uscita qui]

**Se non hai letto il primo volume della saga, proseguendo nella lettura di questo articolo, rischi spoiler**

Processo Kerenza, ottantunesimo giorno. La direttrice – che abbiamo imparato a conoscere in IlluminaeLeanne Frobisher della BeiTech Industries sostiene di non aver mai avuto conoscenza dell’attacco perpetrato ai danni della colonia dalla quale la nostra Kady Grant era fuggita assieme a Ezra Mason (e le cui vicende facevano parte del primo Illuminae Files)… anche perché lei – sostiene la direttrice – ha assunto l’incarico dopo.

Certo, si tratta di una versione un po’ difficile da sostenere, considerando comunque che la Frobisher era già in carico quando la stazione Heimdall è stata attaccata (sì, parliamo della stessa stazione verso la quale i sopravvissuti della Hypatia stanno disperatamente cercando salvataggio).

Quindi, un passo indietro (di circa un anno) e torniamo a un tempo in cui la Hypatia, dopo gli eventi raccolti in Illuminae, si trova a quindici giorni di viaggio dalla stazione orbitante Heimdall.

Sulla stazione, nessuno è a conoscenza della terribile situazione in cui la Hypatia si trova (anche perché non sanno nemmeno dell’attacco a Kerenza) causa sabotaggi da parte dello staff della stessa Heimdall – ovviamente, si tratta di operativi infiltrati della BeiTech.

Tra un po’ di sballo spaziale procurato grazie a vermi simil tenia che, però, si cibano di impulsi celebrali e i festeggiamenti per il giorno della Terra, tutto bene fino a quando… bè, ricordi che la BeiTech ha distrutto Kerenza, iniziato una caccia spietata ai superstiti nonché distrutto una nave UTA (l’Alexander)?
Se la Hypatia raggiungesse Heimdall sarebbe un bel problema.
E, quindi, ecco l’unica soluzione: distruggere la stazione Heimdall e poi fare lo stesso con la Hypatia.

Per farlo, la BeiTech ha già programmato ogni più piccolo dettaglio.
La carneficina – e il conto alla rovescia – ha inizio…

Il processo Kerenza è in corso e noi ne leggiamo i documenti raccolti come se fossimo uno dei giudici della Corte (e l’invito di girare a pagina tot per seguire il fascicolo cui giudici e accusatore fanno riferimento è un altro tassello in più che coinvolge il lettore nella storia).

Accanto ai coloriti report pieni di considerazioni personali dello stesso analista di Illuminae, le consuete pagine di Unipedia e le chat più o meno crittate tra i personaggi (anche se, grazie a WhisperNet, qui sono a un livello superiore in stile Google Glasses), abbiamo anche il taccuino-diario di Hanna, illustrato da Marie Lu (autrice di The Legend Trilogy… che adesso mi sono incuriosita di leggere), magistralmente macchiato di sangue in un angolo del foglio (chiazza che, tra parentesi, si allarga pagina dopo pagina… inquietante!).

Estratto da Gemina, Amie Kaufmann e Jay Kristoff, Rock the Boat, 2016

Si crea, quindi, una linea di narrazione mista a cui Illuminae ci aveva già abituati.
Sono stati fatti comunque alcuni passi in più nel modo di raccontare questa storia rispetto al capitolo precedente.

Sebbene la narrazione sfrutti maggiormente la ricostruzione scritta di video e filmati, ci sono altre soluzioni – alcune già note e qui forse ancora meglio realizzate – tra parallelismi, frasi che vorticano e girano portando un ulteriore grado di immedesimazione in chi legge.
Infatti, il lettore si trova costretto a girare il libro o inclinarlo. Questi movimenti corrispondo a momenti precisi nella narrazione.

Un passo in più anche nel ritmo degli eventi: si entra nel vivo della storia molto prima, i momenti concitati arrivano quasi subito. Anche perché non è solo l’assalto a Heimdall; c’è l’arrivo della Hypatia con pochissimo scarto, purtroppo, rispetto a una nuova flotta che la BeiTech ha inviato per distruggerla; ci sono il reattore e il generatore di wormhole in manutenzione; ci sono le mucche e i loro “figli” (nessun ulteriore dettaglio concesso =P).

Tuttavia, a onor del vero, ammetto che si ripresentano schemi narrativi già visti nel precedente volume. In particolare mi riferisco al fatto che la difesa viene sempre smollata a un gruppo di adolescenti i quali, per vari motivi, hanno sempre le abilità che servono per la “missione” (una per divertissement si “addestra” in strategia militare; un’altra è un hacker); poi abbiamo la solita squadra di assalitori super-mega-accessoriati e super-mega-addestrati che, però, si fa infinocchiare; il conto alla rovescia che parte, si ferma, torna indietro, riparte; i nostri, oltre a difendersi dall’inseguimento/invasione, devono guardarsi anche a un’altra minaccia

Piccolo spoiler

che di là era il virus mutageno, qui è il verme simil tenia mangia cervelli.

Insomma… siamo sempre sul filo di rasoio…

A bordo seguiamo principalmente le vicende della già citata Hanna (anche “Sua Maestà”), figlia del direttore della stazione; Nik, componente della Casa dei coltelli: e la di lui cugina Ella, piccola hacker vittima di un’atroce piaga (di cui non riporto il nome perché non so come decideranno di tradurlo in italiano).

Ma, come accadeva anche in Illuminae, i personaggi sono molti di più. Fanno alcune comparsate volti già noti ed entrano in scena altri solo citati.
Tuttavia, mi spiace dirlo, ma il passo in più qui non c’è e si resta impantanati in dinamiche già presenti in Illuminae: Kady è qui rappresentata per competenze, modi di fare, capacità e abilità in parte da Ella e in parte da Hanna; Ezra da Nik.
Il dinamico duo, ovviamente, finisce in dinamiche abbastanza prevedibili.
Non che non abbia apprezzato i nuovi protagonisti, anzi… anche qui mi sono ritrovata coinvolta nelle loro vicende come da molto tempo non mi succede per i “libri normali”, ma ammetto che gli autori si sono adagiati in scelte facili.

I personaggi secondari non ricevono molta di quell’attenzione che, invece, gli era riservata in Illuminae e che avevo davvero apprezzato molto.

La sensazione è quella di avere tra le mani sicuramente un buon prodotto che, per certi versi, gioca ancora meglio su alcune delle ottime trovate narrative (vortici di parole, una prosa spesso molto visiva) del precedente capitolo, ma per altri insiste in meccaniche già viste e ricade in scelte facili.

Ritengo Gemina una sorta di libro di raccordo, utile per completare il quadro iniziato in Illuminae e preparare la scena per il gran finale (almeno, questo è quello che mi aspetto!).

Ciò non toglie, comunque, che Kaufmann e Kristoff siano stati in grado di creare ancora una volta una storia intrigante di cui il lettore vuole, a questo punto, dannatamente conoscere la fine e dei personaggi cui, con tutti i loro pregi e difetti (e con le dovute remore che ho espresso), non si può far a meno di affezionarsi.


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Il seggio vacante recensione

Titolo: The casual vacancy
Autrice: J.K. Rowling
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Il seggio vacante
Anno di pubblicazione ITA: 2012

Si annuncia la triste dipartita di Barry Fairbrother, quarantaquattro anni, direttore dell’unica filiale di banca ancora rimasta in “città” nonché membro del Consiglio locale di Pagford.
Il pover’uomo era a cena – anzi stava andando a cena – con la moglie quando un aneurisma se l’è portato via.

La notizia si ripercuote su tutta la cittadina come una carica di cavalleria annunciata dal rullo di tamburi. Cavalli e tamburi a Pagford sono, tuttavia, rappresentati da telefoni trillanti e resoconti costruiti.
C’è chi lo compiange; chi ancora basito non riesce a comprendere; chi teme momenti come questi riflettendosi nella pena e nel dolore della vedova di Fairbrother, Mary; e c’è anche chi ne è contento.
Insomma, c’è solo una cosa certa: la morte di Fairbrother e il seggio vacante che ha lasciato nel Consiglio locale sono l’argomento che più fermenta sulle bocche dei paesani.

Adesso, la caccia è al suo sostituto e, nel paese, le fazioni avversarie sono già pronte con il nome del proprio candidato. Ma anche altri pare vogliano mettere le loro grinfie su quel seggio vacante. E chissà che il fantasma di Barry non abbia qualcosa da ridire in proposito…

Se Pagford avesse lo status quo di comune potremo parlare di una specie di cittadina; invece abbiamo davanti il classico paesotto inglese.
Con le villette pittoresche, l’acciottolato delle strade, i negozi che si affacciano sulla piazza principale, lo scuolabus che carica i ragazzi in divisa verso la scuola e poi… ah, poi le chiacchiere.
Che paese sarebbe senza un buon giro di pettegolezzi?
La morte di Fairbrother innesca un fuggi fuggi generale: chi era presente al momento del fattaccio ci tiene a dare la sua versione direttamente “dalle trincee”; chi ha saputo la sconcertante notizia non vede l’ora di diffonderla in diversi toni e gradazioni al vicino/amico/parente; e poi ovviamente c’è anche chi soffre più di altri colpito direttamente dalla vicenda.

Ovviamente, Pagford è un carosello di personaggi: c’è il salumiere trippone; la psicologa fricchettona; l’invidioso; il ragazzo innamorato; la ragazza problematica; la vecchia pettegola; l’impicciona; l’insoddisfatta;  l’eterno indeciso; ect.

E tra di loro c’è chi è profondamente addolorato per la morte di Fairbrother e chi, invece, bè, ci vede un male non necessario ma tutto sommato utile.

Anche perché la morte di Barry Fairbrother non è solo una specie di – tragico e improvviso – evento locale, ma smuove tutta una serie di movimenti intestini nella ridente e britannica Pagford, rinfocolando mire di secessione.

Quindi, da una parte Pagford; dall’altra Yarvist, la circoscrizione ufficiale. Gli abitanti delle due cittadine sono simili per i classici modi di fare inglesi educati che nascondono spesso un pezzetto d’astio, un briciolo di supponenza e anche un goccio di ipocrisia.

Tuttavia, i giochi che si aprono nella cittadina di Pagford coinvolgono un po’ tutti tra pettegolezzi e falsità, pregiudizi e mezze verità, sospetti e alleanze più o meno velate, profonde antipatie e amicizie importanti. Le azioni di un personaggio influenzano quelle degli altri in un mirabile effetto domino che, alla fine, investe Pagford su larga scala.

Catapultati nella vita della piccola cittadina, ci ritroviamo invischiati in varie vicende famigliari, in differenti storie personali. Ogni personaggio e ogni famiglia ha la sua storia, il suo modo di essere, i suoi segreti e le sue aspirazioni.

Il cocktail cittadino propone ipocrisia shakerata con finti buonismi; vanagloria mixata con supponenza; opportunismi vari mescolati con falsità di vario genere. 

Nei romanzi corali si parla di tutti e il primo rischio in cui l’autore incorre è quello di non parlare di nessuno, cioè di non approfondire bene i personaggi, renderli delle macchiette o tutti simili; di concentrarsi su alcuni e dimenticarne altri.

Qui questo rischio è in parte scongiurato.

Secondo il mio sentire, i personaggi femminili sono più diversificati l’una dall’altra e hanno tutte vari aspetti della personalità, sebbene poi un elemento sia predominante rispetto agli altri. In ogni caso, seppure ricadendo in alcuni stereotipi, sono comunque distinte le une dalle altre.

Negli uomini, invece, avverto un livello inferiore di caratterizzazione: tutti più o meno molluschi e viscidi (c’è chi esplica questa mollezza in maniera più violenta, come Simone Price; e chi in maniera più nascosta, cioè tutti gli altri). La maggior parte pare interessata alle forme in fiore delle ragazzine; la maggior parte ha bisogno di esternare o dimostrare la propria virilità; la maggior parte vede solo nei limiti ristretti dai confini di Pagford; la maggior parte è supponente e altezzosa; la maggior parte vede le donne solo come un mezzo.
Gli unici che si salvano sono il defunto Fairbrother- e il fatto di essere morto lo esclude un po’ dai giochi – e il chirurgo/bello-di-Bollywood Vikram (personaggio mai approfondito).

Sotto questi aspetti – cura nei personaggi e nell’ambiente di piccolo borgo inglese – e con le remore che ho espresso sopra, tanto di cappello.

La stessa autrice ebbe modo di spiegare: «Personalmente, non credo che questo sia un libro molto filmabile. Questa è una delle cose che mi piace. Penso che sia un nuovo romanzo dato che una buona parte delle cose che accadono avvengono internamente. È necessario capire quello che sta accadendo nelle teste della gente. Così, anche se accadono molte cose nel romanzo, parte del suo fascino, per me, è che molte cose avvengono nella vita interiore delle persone, e un film non è necessariamente il mezzo migliore per poterle trasporre» [Fonte: blog.screenweek].

Tralasciando il fatto che la BBC ne ha già annunciato la trasposizione in serie televisiva (siamo d’accordo che non si tratti di un film, ma il mezzo di comunicazione – a parer mio – resta sempre lo stesso), quanto detto riguardo alle vicende spesso interne dei personaggi è molto vero.

E la storia, infatti, è molto lenta… anche perchè non si tratta di seguire un singolo protagonista né si concentra su di un singolo evento, ma si tratta della vita di una cittadina intera il cui fulcro e i delicati equilibri iniziano a dissestarsi alla morte di Barry Fairbrother.

È come entrare per qualche giorno nello spaccato di vita di questa piccola cittadina. Non succede nulla di eclatante (a parte un paio di eventi verso la fine – che evito di riportare per spoiler), non ci sono colpi di scena, non c’è un ritmo serrato, non c’è necessità o urgenza di sapere cosa succederà ai personaggi.

Per carità, il clima di piccolo paesello si respira tutto (e, il fondo, tutto il mondo è paese: i pettegolezzi e le ipocrisie girano nei piccoli mondi italiani come in quelli inglesi), tuttavia la mancanza di una storia principale che faccia da cardine alla vicenda mi ha reso un po’ complesso appassionarmi alla storia o affezionarmi ai personaggi ed essere partecipe delle loro tribolazioni.

Verso la fine (cioè l’ultimo centinaio di pagine), gli eventi cominciano un pochetto a entrare nel vivo. Un po’ troppo tardi, forse, per appassionare un lettore.

Impossibile non notare il profondo pessimismo che gronda da tutto il libro: homo homini lupus. Questa è la natura umana: ognuno per sé, strenua necessità di mantenere le apparenze a discapito anche dell’amor proprio, cecità, ipocrisia, velleità, arroganza, sentimenti nascosti.
Nulla da fare: dal pregiudizio non si scampa, dalle catene che la vita ci riserva nemmeno.

Concludendo: ho approfittato della nuova edizione Tea edita nel gennaio 2017 per leggere quello che sarebbe il primo romanzo che J.K. Rowling ha scritto dopo tutti gli Harry Potter (io, come sai, ho ordinato i libri come tornava comodo a me e ho letto prima i libri targati Robert Gailbraith, il-per-nulla-misterioso pseudonimo della scrittrice… trovi i link delle recensioni nel box al termine dell’articolo).
Tuttavia, ecco… non sono pentita dell’acquisto solo perché si trattava di un’edizione economica (circa 5€).

Intendiamoci, Il seggio vacante presenta un buon comparto personaggi e un’ottima caratterizzazione ambientale. Purtroppo, questi due elementi non riescono a bilanciare completamente una storia priva di un evento cardine, la quale si barcamena tra una moltitudine di sottotrame senza trovare la forma giusta per appassionare il lettore.
Manca una conclusione netta a molte delle storie iniziate (e, difetto mio, i finali abbozzati/accennati non trovano il mio completo appoggio).

[Credit photo: dailymail.co.uk]


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