Dream Magic recensione

Titolo: Dream Magic
Autore: Joshua Khan
Genere: Fantasy per ragazzi
Anno di pubblicazione: 2017
Titolo in Italia: Dream Magic
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Alessandra Maestreini
Illustrazioni di: Ben Hibon

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Preceduto da:
Shadow Magic

Bentornati a Geena con i suoi zombie «tornati per restare», i suoi spettri e anche i suoi assetati vampiri.

Lily, anzi – ehm – Lady Shadow regna sulle cupe terre dei suoi antenati, riceve doni meravigliosi da altri paesi e ascolta le lamentale dei propri sudditi.

Il ritorno dei non-morti ha infatti creato non pochi sconquassi con i vivi con i primi che pretendono l’affitto o la restituzione delle proprie stanze e gli altri un po’ restii ad adattarsi alle richieste dei defunti.

Ma ci sono altre novità a Castello Cupo: Mary, la storica e affezionata tata, è scomparsa; Tyburn, l’enigmatico e indistruttibile boia, è sparito in missione; …in compenso le proposte di matrimonio rivolte a Lily fioccano senza sosta (almeno non ha più l’antipatico Gabriel Solar tra i piedi… o forse no…).

Thorn, in attesa della primavera per ricongiungersi con genitori e fratelli, prosegue con il suo addestramento da scudiero a cavalcioni di Ade, il mega pipistrello dalle zanne aguzze, le ali enormi e il cuore tenero.

Pare, però, che i Troll – finora tenutesi alla larga per paura di Lord Iblis Shadow, padre di Lily – abbiano infine deciso di invadere Geena. E già si registrano i primi abitanti aggrediti e, ahimè, uccisi.

Qualcosa, tuttavia, non torna. I Troll sono colossali, impossibili non notarli. Ma di loro non c’è traccia alcuna né avvistamenti da parte di qualcuno. Gli unici indizi sono dei buchi nei tetti delle abitazioni assaltate e, ovviamente, i corpi delle vittime.

Una tremenda tempesta si sta per abbattere su Castello Cupo e su tutta Geena, ma i suoi abitanti faranno in tempi a rendersi conto della minaccia?

Il secondo capitolo della saga iniziata con Shadow Magic non potrebbe cominciare meglio: volti noti da riscoprire e un mistero da risolvere.

Le ambientazioni cui Khan ci ha accolto con il primo capitolo della serie tornano anche qui con maggiori dettagli di Castello Cupo e della storia di Geena. A questi si aggiungono redivivi, navi nembo, ragni gioiello, membri del Consiglio Piumato… insomma, un carosello di particolari che un giovane lettore non può non apprezzare (e che, a onor del vero, risultano gradevoli anche a un lettore più grandicello).

Approfondiamo anche la conoscenza della casate e la loro attuale situazione – spesso di conflitto – con le altre. La più sfortunata pare essere Casa Tifon, signori dell’aria, ma anche gli anticipatici e bellissimi Solar non sembrano passarsela tanto meglio e gli stessi Shadow hanno all’orizzonte parecchi guai.

E assistiamo all’incursione di un altro tipo di magia ancora agli albori: la scienza.

La storia si alterna seguendo ora Thron ora Lily e ognuno dei due ragazzi contribuisce al puzzle generale facendo la propria parte con coraggio. I cambi di scena nei passaggi più critici aumentano l’aspettativa e il bisogno di conoscere la sorte dei personaggi.

Insomma, Dream Magic è una storia ben condotta e scorrevole; i suoi personaggi provano e sbagliano, ma imparano e riprovano di nuovo senza arrendersi. Ognuno dei due è capace di salvarsi da solo e anche di accettare le conseguenze delle proprie decisioni.

Adatta sicuramente, anzi perfetta, per un pubblico giovane, anche un lettore più grande può restare piacevolmente in compagnia di Thron e Lily.

Certo, come ebbi modo di scrivere anche per Shadow Magic, c’è qualche punto che un lettore adulto fatica ad apprezzare, considerando anche che in Dream Magic si presentano alcuni parallelismi con il precedente capitolo.

Ammetto però, senza vergogna, che se fossi stata in-target avrei apprezzato moltissimo Thron, Castel Cupo e, soprattutto, Lily. Anche così, comunque, la curiosità di sapere cosa accadrà ai due protagonisti è forte!

Quindi, avanti con il prossimo! Questa volta ci aspetta il Sultanato di Fuoco!


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Omicidi per signorine

Titolo: Murder Most Unladylike
Autrice: Robin Stevens
Genere: Giallo per ragazzi
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Omicidi per signorine
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Manuela Salvi

Seguito da:
2. In Vacanza con il morto;
3. First Class Murder;
3.5. The Case of the Blue Violet;
4. Jolly Foul Play;
4.5. The Case of the Deepdean Vampire;
5. Mistletoe and Murder;
6. Annunciato, ma ancora inedito.

Watso… ehm, Hazel Wong fa una scoperta a dir poco sconvolgente: in palestra, in una strana posizione e immobile e fredda come una lastra di marmo c’è – o forse è meglio dire c’era – la signorina Bell, un’insegnante del collegio per signorine Deepdean.

Schizzata fuori dalla palestra, Hazel richiama l’attenzione della sua miglior amica nonché presidentessa della segretissima società investigativa Daisy Wells e, senza volerlo, anche quella di uno dei prefetti.

In palestra, però, la situazione non potrebbe essere più pacifica… nonché deserta. Niente corpi in strane posizioni, niente di niente. Solo una macchiolina di sangue che tutti giustificano con il taglio che Hazel ha su di un ginocchio (è che si è fatta mentre correva a chiedere aiuto dopo aver visto il cadavere).

Insomma, nessuno le crede tranne Daisy che già annusa il primo caso della società investigativa Wells/Wong: l’assassinio della signorina Bell.

Il mattino dopo, ecco già la prima evoluzione del “caso”: la signorina Bell avrebbe rassegnato le proprie dimissioni e se ne sarebbe andata dalla Deepdean. E allora…? Allora di chi era il cadavere in palestra? E, un attimo, c’era un cadavere in palestra?

Ai miei tempi – ora detto così sembra che siano passate ere geologiche! – c’era il Club delle babysitter in cui ricorreva qualche aspetto di “mistero”, ma certo non si potevano definire propriamente “gialli per ragazzi”.

Qui direi, invece, che si può. Se avessi tredici/quattordici anni questa serie sarebbe entrata di diritto tra le mie preferite!

Vi si concentra, infatti, il giusto incrocio tra misteri, pettegolezzi e dicerie, un po’ di preconcetti e il classico cipiglio delle adolescenti. E la narrazione segue lo schema di un diario, anzi del registro della società investigativa tenuto da Hazel.

A questo va aggiunta l’ambientazione scolastica in cui tutti – gli insegnanti – nascondono un segreto… e nei giorni successivi, un po’ tutti vanno «fuori personaggio» esibendosi, anche involontariamente, in comportamenti per loro non usuali. Come può un adolescente resistere (io non mi sarei opposta)?

Anche i personaggi concorrono alla determinazione del fascino della narrazione tra l’Inimitabile – soprannome affibbiato dalle studentesse all’unico insegnate uomo della scuola – e Daisy stessa che cita continuamente un fantomatico zio che s’intende di cadaveri e spie e segreti altrui.

In ogni caso, sebbene sia rivolta a un pubblico giovane e presenti una trama lineare, la lettura è gradevole e scorrevole anche per uno non in-target (meglio di qualche imbarazzane giallo che ci rifilano come lettura del secolo!). Si legge in poche ore e si resta in piacevole compagnia.

L’intreccio ricorda un po’ Macabro Quiz della Signora del giallo – inchinoAgatha Christie in cui il caro ispettore belga (Ercule Poirot!) si trova alle prese con luci notturne in palestra, insegnanti uccise, spie e agenti nel collegio femminile di Meadowbank. E ricalca gli schemi del giallo-classico con la raccolta finale dei personaggi in una stanza e l’ispettore di turno in piedi a esporre le sue teorie, puntando il dito a turno sui sospettati.

Insomma, come scrivevo poco sopra: una lettura per ragazzi sicuramente scorrevole e di compagnia anche per un lettore un po’ cresciutello.


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Gemelle imperfette recensione

Titolo: Mischling
Autrice: Affinity Konar
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemelle imperfette
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Elisa Banfi

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

Stipati, sballotatti. Dimenticati perché non sono più esseri umani quelli o almeno, tra poco, non lo saranno più.

La musica li accoglie alla discesa dal treno e li inganna. Gli uomini col fucile li separano, forse garantendogli una doccia per ristorarsi dal lungo viaggio. Un uomo in camice bianco, un medico, promette d’aver cura dei gemelli perché la loro simmetria è preziosa.

Ma la stazione a cui il treno si è appena fermato è piena di abominevoli inganni, di false promesse che troppo facilmente si trasformano in subdole cattiverie e in violenza «ingegnosa e calcolata», perché il nome del posto è Auschwitz.

Pearl e Stasha, le due gemelle, si separano da una madre che spera di affidarle a una sorte migliore e da un nonno, ex professore universitario, il quale ha insegnato loro passatempi che – lui non lo sa e non lo saprà mai forse – salveranno l’anima delle due nipoti.

Si separano per finire mangiate dagli animali di Auschwitz, perché all’interno del lager c’è una realtà poco conosciuta: c’è uno zoo, gestito da uno “zio” con una siringa in una mano e caramelle nell’altra.

Il nome di questo mostro troppo reale che sventra madri e tortura bambini per i suoi atroci esperimenti di eugenetica è Josef Mengele.

E Pearl e Stasha, i cui movimenti e pensieri erano sempre stati allineati, si ritrovano desincronizzate,  spezzate, sole. Perdono se stesse e perdono anche l’altra versione di sé.

E allora, forse, l’unica cosa che resta da fare è assecondare Mengele, conquistarne la fiducia e poi… e poi finalmente vendicarsi di tutto il male cinico e calcolato subito.

Ma possono due bambine dare seguito a questi propositi di vendetta? Possono resistere spezzate e sopravvivere da sole agli orrori del campo di sterminio?

Affrontare questo genere di letture, per una serie di motivi, non è mai semplice. Ritrovarsi nero su bianco la violenza assurda ma scientemente organizzata che certi uomini hanno orrendamente raggiunto è destabilizzante.

Potrebbero sembrare solo storie, chiacchiere che trattano di violenze così abominevoli da essere al di fuori di ogni umana immaginazione; eppure diventano un onnipresente tarlo che, nella nostra sbigottita mente, ci ricorda che invece è successo e potrebbe succedere ancora (non dimentichiamo mai che in certe parti del mondo i campi di lavoro esistono).

Detto questo la recente letteratura dedicata all’Olocausto ha spesso conosciuto – purtroppo – alti e bassi e mi è – purtroppo – capitato di incappare più di una volta in testi che cercavano dispersamente di occhieggiare al lettore, cercando di inculcargli un’empatia costruita, il cui risultato però era solo un – purtroppo – imbarazzante pastrocchio.

Con “Gemelle imperfette” nulla di tutto questo. Era molto tempo che non mi capitava una lettura così immersiva.

Si tratta di una storia – ispirata a eventi realmente accaduti – terribile, ma l’autrice ha questo tocco delicato, questo modo di mostrare la sofferenza senza scadere nel morboso davvero meraviglioso.

Non so se è corretto definire la scrittura delicata, ma Affinity Konar ha un tratto così elegante da rendere le parole dolci come un tocco vellutato.

Questa sua dolcezza non cancella comunque dolore e sofferenza. La violenza è una costante di Auschwitz e la Konar riesce a parlarne con quel miscuglio di agonia e necessità di oblio comuni in una persona che troppo ha sofferto.

Il direttore degli orrori, Mengele, non è solo un pazzo sadico calcolatore; è un ingranaggio di un regime che ha disteso i suoi tentacoli purulenti ovunque, corrompendo nel profondo le persone (anche se la difesa dell'”eseguivamo solo gli ordini” è valida fino a un certo punto).

Il blocco in cui Mengele eseguiva i suoi esperimenti [Fonte: Wikipedia.it]

È valida questa difesa, in parte almeno, per gli internati e per coloro che coadiuvano Mengele come Zvi Dinger e la dottoressa Miri (sebbene la coscienza di entrambi resterà sempre vincolata agli orrori del campo).

Ma il male di Auschwitz resta legato anche a coloro che gli è sfuggito con altrettanti sacrifici.

Nelle gemelle, nel loro rapporto scomposto dalla violenza e dalla malvagità, vediamo questo male. Sono loro stesse a raccontarcelo passandosi l’incarico di narratrici durante la storia.

Ma l’evoluzione e la sopportazione umana consentiranno al Paziente di tornare finalmente Feliks; a due ragazzi rotti di diventare insieme Orso e Sciacallo; a Stasha di perdere la sua immortalità posticcia; a Pearl di vivere finalmente libera seppur spezzata.

Personaggi così vibranti di umana convinzione da apparire vivi agli occhi del lettore.

Insomma, la maggior parte sono personaggi di finzione, ma la loro cartacea esistenza si mescola con la storia e i ricordi di veri internati. In particolare, nella vita dei gemelli è impossibile non vedervi i ricordi e l’impegno di Eva Mozes Kor e sua sorella Miriam, il cui coraggio ha consentito al mondo di conoscere gli orrori dello zoo.

Era un po’ di tempo che non incappavo in una lettura così: che coinvolge portandoti quasi alle lacrime; che forma personaggi spezzati ma in costante evoluzione; che alterna sofferenza e speranza e, addirittura, perdono; che ti porta ad agonizzare con i personaggi e a sorridere con loro; e che alla fine lascia quasi senza fiato.


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Sottovento e sopravvento recensione

Titolo: Sottovento e sopravvento
Autore: Guido Mina di Sospiro
Genere: Romanzo esistenziale
Anno di pubblicazione: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Christopher – lupo di mare irlandese, una gobetta sulla schiena occultata dal capello fluente, scarsa pulizia e trasudante l’irresistibile fascino degli uomini d’avventura – viene “ingaggiato”, ma per meglio dire “ricattato”, dal Boss, un narcotrafficante colombiano con una predilezione per il marmo bianco.

Suo compito sarà quello di recuperargli un tesoro i-n-e-s-t-i-m-a-b-i-l-e frutto dell’affondamento di ben sedici galeoni straripanti oro e pietre preziose.

Detto così potrebbe sembrare facile, ma se da secoli il tesoro di sedici galeoni riposa indisturbato un motivo ci sarà. Ed è presto detto.

I preziosi si troverebbero, infatti, nel Mar dei Caraibi sulle Negrillos, la cui posizione però non è ben chiara. Le isole spariscono da ogni riferimento cartografico dal 1867 e nemmeno le recenti tecnologie aiutano nella ricerca. Insomma, come se non fossero mai esistite o se il mare le avesse inspiegabilmente inghiottite lasciando i dintorni intatti.

Dall’altra parte c’è Ruth – americana – che, di recente, ha scoperto d’essere Marisol e che, quindi, intraprenderà un viaggio a Cuba per conoscere le sue origini.

Per una serie di sfortunati eventi, i due si ritroveranno insieme in mare per conto del Boss di cui sopra alla ricerca delle Negrillos e del loro inestimabile tesoro.

Tuttavia, non è tutto oro ciò che luccica e questa ricerca li condurrà a scoperte e rivelazioni molto più complesse di un “semplice” tesoro.

Cosa potrebbe accadere a due anime lasciate alla deriva, a due anime opposte e alla spasmodica ricerca di qualcosa?

Lui, Christopher, con il suo senso dell’avventura e la sua passione per il mare, i tesori e la libertà. Lei, Ruth/Marisol, categorica nelle sue certezze come nella sua impossibilità di superare i dubbi, alla ricerca di un passato da cui poter far ripartire il suo presente.

L’elemento esistenziale, la crescita, l’acquisizione di una maggiore e diversa consapevolezza sono i fili che muovono questi due individui letterari, della cui esistenza si occupa il libro.

Si parte, quindi, con una vita normale, un gruppetto di personaggi – amici e familiari -, ma li si perdono tutti per strada per ritrovarsi in uno spazio quasi onirico in cui contano solo lei e lui, gli opposti che si uniscono.

Nell’isola sperduta, finalmente trovata con notevoli sacrifici e dove i confini dell’anima spariscono, il tempo si dilata e si confonde; il divino c’è ma non c’è, interviene ma ritrae la mano.

Non a caso, la linea temporale degli eventi sfugge spesso al lettore e agli stessi protagonisti che si ritrovano catapultati in un mondo ai confini della realtà.

Di Sospiro stesso conferma nella “nostra” chiacchierata: «[…] non scrivo sequenzialmente, scrivo di qua e di là e poi “unisco i puntini con delle righette”. Questo libro si presta particolarmente a questo modo di scrivere, perché è molto frazionato» (qui puoi leggere l'”Intervista” completa).

Difatti, la prima parte – quella di “conoscenza” con i protagonisti – potrebbe essere letta come un racconto a sé stante; lo stesso con la seconda (e successive), dedicata all’introspezione.

Non è l’azione o la storia a determinare l’assetto di questo libro, ma i suoi due personaggi e le loro scoperte personali. Introspezione e superamento di sé potrebbero essere le parole chiave per descrivere questo libro.

Per questo consiglierei la lettura di questo romanzo soprattutto a chi è pronto a mettersi in gioco con concetti filosofici, metafisici ed esistenziali conditi con un pizzico di alchimia e religione.


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La macchina del tempo recensione

Titolo: The Time Machine: an invention
Autore: H.G. Wells
Anno di pubblicazione: 1895
Genere: Fantascienza
Titolo in Italia: La macchina del tempo
Anno di pubblicazione ITA: 1902
Trad. di: Tullio Dobner

Ci si può spostare nelle tre dimensioni dello spazio, ma la quarta, quella del tempo, è sempre rimasta una dimensione a sé stante. Almeno fino a quando il Viaggiatore del tempo non riesce a creare una prodigiosa macchina che non si sposta nello spazio, ma nel tempo.

Ed è così che, con una leva in avanti e quell’altra stretta pronta a frenare, il Viaggiatore del tempo – con la sua macchina del tempo – si ritrova nell’anno 802.701.

Lì non ci sono macchine volanti e palazzi di cristallo; l’umanità è tornata a una specie di stadio originario di pace e prosperità.

Gli Eloi, efebi e avvenenti ma sprovveduti come bimbi, mangiano frutti, ridono tanto e si sperticano in manifestazioni d’affetto lanciandosi fiori addosso.

Però… però la notte, quando le tenebre calano e il silenzio ammanta tutto, dalle profondità della terra una seconda specie umana fa la sua comparsa: sono i Morlock. E anche loro hanno trovato il modo di sopravvivere: invece che ridere e lanciarsi fiori addosso, cacciano… e gli Eloi rappresentano la loro inerme e ben pasciuta forma di sostentamento.

Non conosciamo il Viaggiatore; non sappiamo il suo nome né perché ha deciso di costruire questa geniale invenzione, la macchina del tempo. Sappiamo, però, che è un uomo intelligente e coraggioso… forse un po’ pazzo (chi aggeggerebbe con una macchina del “tempo” non testata e non testabile che potrebbe tranquillamente ammazzarti?).

Insomma, il Viaggiatore è partito, scomparso in un attimo, ma ci racconta – stravolto e ancora scombussolato – la sua storia in un lungo flashback.

Gli Eloi (che il nostro Viaggiatore ritiene siano discendenti di una fantomatica classe agiata) sono vittime, tanto innocenti quanto apatiche, dei Morlock che non esitano a cibarsi delle loro carni.

In verità, dovremo però forse compatirli questi Morlock o almeno i loro progenitori. Il Viaggiatore del tempo, infatti, è convinto che questi esseri gretti e ormai privi di qualunque umanità siano, in realtà, discenti disgraziati di quella parte di umanità cacciata a forza nel sottosuolo dagli avi agiati e benestanti degli Eloi.

In pochissime pagine, quindi, il futuro – lo scontro tra classi portato alle sue più estreme e dolorose conseguenze – si dispiega a quest’uomo dell’Ottocento e a noi con lui.

Davanti al punto più alto della decadenza umana, dolore e avversità non temprano più l’individuo. Da una parte, la speranza e la rivalsa sono state cancellate; dall’altra, gli istinti grezzi hanno avuto la loro incontrastata vittoria.

Un romanzo interessante per i risvolti che propone e comunque affascinante, sebbene sia: brevissimo, i nuovi umani siano presentati molto in superficie e la storia non porti a una conclusione netta.

Sotto questo punto di vista, ammetto che il film del 2002 con Guy Pierce nel ruolo del Viaggiatore (e una piccola curiosità: il regista Simon Wells è bisnipote del nostro H.G.), raccoglie con arguzia l’eredità del romanzo riuscendo a porre una maggiore caratterizzazione ai personaggi.

Sopra le due versioni cinematografiche de “La macchina del tempo”; la prima del 1960 con Rod Taylor e la seconda – remake della prima – del 2002 con Guy Pearce

Nel film, infatti, viene fornita una motivazione al Viaggiatore che lo sprona a costruire la Macchina del tempo; si preme di più sentimenti del Viaggiatore di fronte alla sorte degli Eloi e sul di lui aiuto; si ipotizza una composita società dei Morlock; si inserisce anche un certo conflitto interiore nel Viaggiatore (in dubbio se andarsene o aiutare gli Eloi) e una spiegazione più sfaccetatta del presente e di quello che sarà un triste futuro per l’umanità (per la parte di superficie almeno).

Aspetti questi tutti taciuti nel libro; più somigliante un racconto che a un vero e proprio romanzo.

La conclusione è più netta nel film che nel libro, dove un po’ d’amaro e mistero resta sulla sorte degli Eloi e poi su quella del Viaggiatore.

Nonostante questi “inghippi” mi sento di consigliarne la lettura: primo perché si tratta di un libriccino prezioso che ha ispirato centinaia di scrittori aprendo la strada a un genere completamente nuovo di storie (sebbene prima di lui Edward Page Mitchell nel suo racconto breve L’orologio che andò al contrario – 1881 – immaginasse l’esistenza di un orologio che permetteva di viaggiare indietro nel tempo).

In secondo luogo, appassionati del genere o meno, si tratta di una lettura rapidissima e ricca di spunti di riflessione con riferimento a quanto accennavo poco sopra.

Certo, non ti aspettare scene concitate o ritmo serrato, eroi senza macchia pronti a strapparsi i capelli per la perdita dell'”amato bene” o a immolarsi per il bene di sconosciuti. È comunque, sotto questi punti di vista, un romanzo a puntate ottocentesco.

P.S. Dal momento che il diritto d’autore vale per tutta la vita di un autore e fino a 70 anni dopo la sua morte e che H.G. Wells è venuto a mancare nel 1946, dal 2016 le sue opere sono di dominio pubblico, quindi puoi trovarne in rete delle versioni gratuite e soprattutto legali. Buona lettura!


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