L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome recensione

limprevedibile-piano-della-scrittrice-senza-nome-recensione-tbbTitolo: L’imprevedibile piano della scrittrice senza nome
Autrice: Alice Basso
Genere: Chick-lit
Anno di pubblicazione: 2015

Ecco Silvana Sarca: camaleonte multitasking. Il suo lavoro consiste nel calarsi di volta in volta nell’autore di turno e buttare giù qualche parola (dalle trecento parole per un articolo alle trecento pagine per un libro)… per nome e conto d’altri.

Per intenderci, Silvana (aka Vani) è una ghostwriter ed è dotata di un caratterino molto particolare: scontrosa, solitaria, un po’ border line in stile Lisbeth Salander della saga di Millennium cui assomiglia anche per aspetto fisico (ma visto che Silvana è “nata” prima di Lisbeth sarebbe quest’ultima a somigliare alla prima).

Insomma, Silvana lavora alle Edizioni L’Erica, covo di uno spietato, venale, arrivista, profittatore e chi ne ha più ne metta editore Enrico Fuschi, il quale preferirebbe che Silvana non gironzolasse libera in redazione con il rischio di lanciare qualche frecciatina agli autori per i quali scrive libri.

Insomma, alcuni di questi incontri non sono però evitabili. Uno di questi la porta a ritrovarsi faccia a faccia con il giovine e aitante Riccardo, preda momentanea di un bel blocco dello scrittore. L’improvvissa sintonia che si crea tra i due porterà a un libro magnifico… e a qualcos’altro.

Qualche autore poi richiede esplicitamente di poter parlare con Silvana. È il caso della signora che sussurra agli angeli, Bianca Dell’Arte Cantavilla.
Silvana dovrà scrivere un libro – per la verità, un abbrobrio tra mistico, minchiate self-help e esercizi di pace e amore – a nome della candida donna. E la cosa è assurda perché quella punkettona, metallara, Lisbeth Salander di noi altri non può certo entrare in comunicazione con il divino, no?

Fatto sta che gli angeli non avvertono in tempo la divina Bianca, che viene rapita. E adesso? Be’, Silvana il libro lo dovrà pur scrivere (a prescindere che per Bianca finisca bene o male, sarà una specie di bomba editoriale), ma certo nessuno si aspetta che anche la ghostwriter entrerà presto tra i possibili sospettati.

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Siamo andate alla grande Silvana ed io… per un po’ sicuramente.

Girare nel classico studio da editore – il resto della casa editrice è un po’ off-limits – e trattare male gli scrittori pomposi con lei è stato divertente.
Anche il suo tono ricco di intercalare sboccati coloriva la storia e dava consistenza al personaggio – sebbene in alcuni momenti diventasse un po’ troppo (abbiamo capito Silvana-aka-Vani: sei cinica perché in passato, pur non essendo successo nulla di catastrofico, ci sono state piccole scosse di assestamento che hanno minato la solidità del tuo cuore e, male per te, ancora non hai trovato nessuno che sapesse puntellarlo con cura).

Insomma, più o meno tutto bene… già… Fino a quando non è arrivato il commissario Berganza (ma un poco stava iniziando a sgonfiare il mio interesse per la storia anche Riccardo).

Da lì il declino.

La storia prende una piega ahimè già vista…

Ovvero quella di chi, pur non incastrandoci niente, sfodera un intuito formidabile annientando la possibile – ma in ogni caso sorvolabile – utilità degli agenti di polizia canonici et guadagnandosi la fiducia incondizionata dell’ispettore di turno secola seculorum. Amen.

Ovvero quella di chi si ritrova tra le mani il classico figazzone al quale, in condizioni normali,

Spoiler

non gliene batterebbe una beata minchia – come vedi mi sono adeguata allo stile di Vani – di lei. È palese fin da subito che lui ci sta solo per il suo tornaconto. E, in ogni caso, verso la fine del libro verrà smascherato… ooooh, chi l’avrebbe mai detto!

Ma, ehi, stiamo tranquilli perché

Piccolo spoiler

la seconda scelta – che poi, diciamolo, la simpatia c’era fin dall’inizio e non era nemmeno molto velata – è già pronta per essere servita.

Sotto certi aspetti mi ricorda un po’ L’Allieva di Alessia Gazzola, che essendo arrivata prima (2011), dal mio punto di vista ha diritto di precedenza [N.B. Con questo non voglio fare nessuna illazione di nessuno tipo, ci mancherebbe! Anche alla Christie e Simenon girò un’idea simile].
Certo, le due protagoniste non potrebbero essere più diverse – e non nego di aver apprezzato di più Silvana -, ma… impicci nelle indagini di polizia? Visto. Incomprensibile fiducia – qui un po’ più giustificata dal fatto che Silvana sia dotata di una spiccata empatia – dell’ispettore di turno nella protagonista di turno? Visto. Il triangolo-no-non-l’avevo-considerato (dopo Bridget Jones, è un po’ un must-have in tutti i chick-lit)? Visto. Chick-lit con vaghe tinte di giallo? Già… visto.

Per questi motivi, la valutazione della storia è al ribasso.

Non solo la storia è ahimè prevedibile, ma anche il titolo contribuisce a svelare come andrà a finire (altrimenti per quale motivo una scrittrice – che fa la ghostwriter – dovrebbe architettare un “imprevedibile piano”?!).

E mi dispiace terribilmente.

Il tono con cui è tenuta la narrazione mi piace, anche se – ripeto – dopo un po’ diventa esasperante e fastidioso (almeno, a me a lungo andare sinceramente infastidiva… abbiamo capito Vani sei fighissima, ma sotto la scorza dura sei una brava ragazza che ha incontrato solo persone sbagliate… okay…).

Anche Silvania-aka-Vani, alla fin fine, è un personaggio un po’ sui generis in questa rosea tipologia di narrativa: ironica, cinica, orso… eppure, sotto sotto, buona come una pasta.

Quindi, pollice in alto (sì, sto avendo una deriva da Facebook, mi scuso), per lo stile di scrittura frizzante e per la protagonista-camaleonte-multitasking. Molto apprezzati anche i richiami alla letteratura moderna e non.

Ma il resto… il resto no. Mi spiace.

La storia – mio parere – non è assolutamente all’altezza della protagonista e dello stile narrativo.

E Silvana poi è l’unico personaggio a essere davvero una particolarità della storia. Gli altri? Il tipico belloccio da copertina, il tipico ispettore da libro giallo (però, per alcuni aspetti, Berganza è un elemento simpatico), il tipico rapporto tra sorelle e il tipico contesto familiare nel-quale-non-mi-capiscono, il tipico rapporto mentore-piccola versione del protagonista (ultimamente, incappo sempre in un sacco di “mentori”).

Ora «sorprendente» a me non pare.
«Una protagonista indimenticabile»? Ne possiamo discutere.
Una lettura veloce e tranquilla? Sicuramente.

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Il libro dei Baltimore recensione

il-libro-dei-baltimore-tbbTitolo: Le livre des Baltimore
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2015
Genere: Romanzo
Titolo in Italia: Il libro dei Baltimore
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Vincenzo Vega

Preceduto da:
– La verità sul caso Harry Quebert

Marcus Goldman è uno scrittore, uno di quelli affermati tanto da potersi permettersi una villa in una zona tranquilla in cui rinchiudersi e poter pensare solo al nuovo romanzo (beato lui!).

Un giorno, mentre con Leo, un suo anziano vicino, sta giocando a scacchi eccoti un bel cagnolone che Marcus non può far a meno di attirare a sé con un paio di fischi.
Ma di chi sarà la bestiola priva di chip o placchette al guinzaglio che ne identifichino il proprietario?
Be’, grazie a una ricerca su Google dell’affabile – e un po’ ficcanaso – vicino, Marcus lascia andare il cane nella speranza che ritrovi da solo la strada di casa. E, quindi, eccotela la casa: una mega villa – ancora più mega di quella di Marcus – di una star del football. L’animale appartiene alla di lui fiamma nonché popstar all’apice del successo: Alexandra Neville.

Tutto per il meglio, no? Be’, in parte. Perché Marcus e Alexandra si conoscono da tempo… e si sono amanti profondamente, ma… una tragedia (La Tragedia) li ha divisi. E da allora si sono reciprocamente evitati.

Ma non si tratta solo di una storia d’amore; qui si tratta anche di famiglia. Anzi, due per la precisione: i Goldman di Baltimore e i Goldman di Montclair. Si tratta di una fabbrica – quella dell’allora unica famiglia Goldman  -, si tratta di affetti, di orgoglio, di frasi non dette e si tratta anche di una tragedia…

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Ci ritroviamo di nuovo, Marcus.
Stai diventando sempre più Jessica Fletcher per il dono che condividi
con la tenera Signora in giallo nel portare sfiga nei luoghi in cui vai.
E hai questa strana mania di far amicizia con i vecchietti
che rapidamente metti da parte quando hai trovato qualcosa di meglio da fare
e di far soldi componendo libri che raccolgono le storie delle persone che ti sono state vicine. 

Buon per te…

Mi resti ancora non tanto simpatico, ma alcune “incomprensioni” che avevamo avuto nel precedente capitolo, hanno trovato una loro – parziale – spiegazione qui.

Detto questo e chiudendo la mia letterina al protagonista, parliamo un po’ de Il Libro dei Baltimore.

Meno chiacchierato rispetto al suo precedessore (La verità sul caso Harry Quebert, a mio modesto parere, superiore a questo nuovo libro quanto a storia), Il libro dei Baltimore saluta il nostro Marcus Goldman di Montclair come ancora una volta protagonista, ma in un certo qual modo non completamente padrone della scena.

Anche qui Marcus è sempre in prima persona il nostro narratore onnisciente. Aspetto quello dell’onniscienza di un narratore-personaggio che personalmente sono un po’ restia a farmi piacere. Qui, comunque, risolto in parte come se Marcus avesse fatto dell’epopea di famiglia una sorta di ricostruzione tra domande ai diretti interessati, confessioni ricevute più tardi e foto di famiglia.

Dico “in parte” perché, nonostante questo escamotage, permangono alcune parti nella vicenda delle quali lui non può comunque aver avuto conoscenza in alcun modo… nemmeno indiretta.

**MEGA SPOILER**

Mi riferisco, in particolare, alle fasi finali della tragedia che colpisce i due cugini. Dal momento che poi i due ragazzi, appena tornati a casa dopo giorni che non hanno avuto modo di parlare con nessuno, si uccidono non è credibile che Marcus sappia cosa si sono detti o cosa hanno fatto in quei giorni di latitanza o chi ha sparato a chi.

Ma diciamo che sono aspetti giustificabili se si considera che Marcus è uno scrittore e, quindi, potrebbe aver scelto di “imbellettare” alcuni momenti della storia.

Comunque, il personaggio di Marcus – questa volta immune al blocco dello scrittore – è sì coinvolto nelle vicende che racconta, ma comunque non ne è il protagonista indiscusso.
Ne “La verità sul caso Harry Quebert“, alle sue spumeggianti indagini con il sergente, si affiancava in modo preminente la storia d’amore fra Harry e Nola. Qui, anche se comunque protagonista con la sua relazione con Alexandra, Marcus resta indiscutibilmente sullo sfondo dal momento che la storia tratta dei Baltimore… e non dei Montclair.

Ancora una volta, il Marcus personaggio è alla ricerca di un’identità, di un far parte di qualcosa e qui il suo impegno è tutto teso a essere un Baltimore.

Si sa: l’erba del vicino è sempre più verde e Marcus ha avuto un assaggio di questo splendore dal 1990 al 1998, anni nei quali entra a gamba tesa nella vita dei Goldman di Baltimore (e cioè nella famiglia del  fratello di suo padre il quale vive a Baltimore).

I Goldman di Baltimore: ricchi, di successo, con lavori importanti, una villa magnifica. E i Goldman di Montclaire: normalissime persone della media borghesia americana.

Questo disagio nei confronti dei genitori era presente anche nel precedente capitolo, quando Marcus riconosce nella figura-mentore di Harry il padre che ha sempre mancato di qualcosa.
La spiegazione parrebbe quindi essere che la colpa di cui si sono macchiati i genitori è quella di non essere stati dei Baltimore, di non essere stati ricchi o sufficientemente affermati.

Il padre di Marcus continua a essere una figura di sfondo: c’è, ma non si vede. La madre, invece, assume dei connotati differenti e risulta una figura molto meno fastidiosa e meno sciocca di quello che appare ne “La verità sul caso Harry Quebert“, fornendo al figlio una massima che lui comprenderà solo dopo… a conclusione del libro:

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Sull’altro fronte, diametralmente opposto, abbiamo i Baltimore: (zio) Saul, avvocato di grido; (zia) Anita, dottoressa di successo; Hillel, il figlio-genio e Woodrow la cui storia in alcuni punti ricalca la vicenda di Michael Oher, raccontata nel film con Sandra Bullock “The Blind Side” (= ragazzo spiantato e abbandonato dalla propria famiglia; cattive compagnie; animo comunque buono; accoglimento nella casa della gente ricca; paura che tutto finisca; football).

E poi c’è Alexandra, la bella contesa dal trio di affiatatissimi cugini – ma in verità nemmeno Marcus riesce a comprendere quanto lui fosse effettivamente parte del trio… e non ricoprisse, invece, un ruolo mobile affidabile anche ad altri.

Sotto un certo punto di vista, faccio qualche fatica a immaginare che delle personalità così influenti nella vita del nostro Marcus non vengano nemmeno lontanamente menzionate sul precedente capitolo (almeno… io non ho ricordo che, ad esempio, Alexandra, l’amore di una vita, venga menzionata); tuttavia apprezzo gli sviluppi e gli intrecci famigliari dei Goldman, pensati in modo da creare una vera e propria epopea di tre generazioni.

Alla fin fine, la storia si ripete sempre: le aspirazioni dei padri, i fratelli che litigano, sorgono invidie e gelosie, l’orgoglio che non si riesce a mettere da parte.

Tuttavia, noto una certa tendenza alla pantomima e al melodramma e un po’ troppi mentori che entrano in gioco non richiesti (e, come ho avuto modo di scrivere qui, a me tutto questo affollamento di mentori risulta un po’ falsato come elemento).
Per questi – e altri motivi (v. sopra e sotto) – a livello di storia ho apprezzato di più La verità sul caso Harry Quebert.

Dicker mi porta sempre a scrivere dei papiri… ma diciamo che anche lui non scherza.

Ora: non mi spaventano i grandi tomi, ma i tempi morti che si nasconderanno tra le pagine. Un concetto già espresso, un personaggio già ben delineato sul quale ancora si torna a calcare la mano, una descrizione troppo ridondante e particolareggiata, un evento già affrontato da ogni possibile angolazione: insomma, l’insidia può davvero essere dietro l’angolo.

Qui direi che inficia una certa tendenza alla prolissità. I rapporti tra i personaggi, i loro sogni e le loro difficoltà nell’imporsi al mondo e da questo farsi accettare sono ben espressa, ma spesso ridondanti.

Diciamo che un duecento/trecento pagine in meno non avrebbero guastato la godibilità della storia.

Nonostante la “mole”, il libro si legge davvero agilmente (l’ho finito in un paio di giorni). La lettura è sempre scorrevole complice uno stile di scrittura fresco e non pesante nonostante sia comunque abbastanza elaborato.

Detto questo – e arrivando una buona volta alla conclusione del mio commento – confermo quello che ho già scritto ne La verità sul caso Harry Quebert per quanto riguarda i personaggi. Si tratta di figure e caratteri credibili, realistici e, complessivamente considerati, ben delineati. Apprezzo anche il modo in cui le reazioni e i comportamenti dei singoli influenzino le reazioni e i comportamenti degli altri.
Continuo a non provare grande simpatia per il protagonista, sempre pronto a ricercare negli altri conferme per le mancanze che avrebbero avuto i genitori (ma si tratta di “gusti” personali).

Noto d’aver fatto parecchi paragoni fra i due libri e sebbene la storia narrata ne La verità sul caso Harry Quebert sia precedente a quella de Il libro dei Baltimore entrambi i libri possono essere letti indipendentemente, senza aver la conoscenza degli eventi narrati nell’altro volume e senza per questo subire danni nella lettura.

Infine, l’ultima considerazione: il messaggio finale del libro è quello di immaginare la scrittura come un rifugio in cui poter immortale i propri cari. Ed è un messaggio che mi ritrovo a condividere completamente.

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Un infausto inizio – Una serie di sfortunati eventi

un-infausto-inizio-una-serie-di-sfortunati-eventiTitolo: The Bad Beginning
Autore: Lemony Snicket
Anno di pubblicazione: 1999
Genere: Bambini
Titolo in Italia: Un infausto inizio
Anno di pubblicazione ITA: 2000
Trad. di: Valentina Danieli

Seguito da:
– La stanza delle serpi
– La funesta finestra
– La sinistra segheria
– L’atroce accademia
– L’ascensore ansiogeno
– Il vile villaggio
– L’ostile ospedale
– Il carosello carnivoro
– La scivolosa scarpata
– L’atro antro
– Il penultimo pericolo
– La fine

«Se vi interessano le storie a lieto fine,
è meglio che scegliete un altro libro.
In questo non solo non c’è lieto fine,
ma nemmeno un lieto inizio,
e ben poco di lieto anche in mezzo.
»

Nel seguire le vicende dei fratelli Baudelaire, ci sono alcune cose da tener presente.
In primo luogo, Violet, Klaus e Sunny, ragazzi intelligenti e non privi di caratteristiche positive, sono «estremamente sfortunati».
In secondo luogo e proprio in conseguenza del primo punto, la loro storia è piena di malasorte, tristezza e disperazione.
Ovviamente, con tali premesse, l’inizio della loro storia non può che essere «infausto».
E, infatti, la sfortuna dei ragazzi ha inizio il giorno in cui ricevettero dal signor Poe una tremenda, terribile notizia: «I vostri genitori […] sono periti in un terribile incendio».
Secondo le disposizioni testamentarie, di cui il signor Poe è stato nominato esecutore, i ragazzi dovranno abitare con il parente più prossimo… geograficamente.
E l’unico – lontanissimo ma vicinissimo – parente che hanno in città è un tale conte.
Cugino di terzo grado per parte del padre o di quarto grado per parte di madre, il Conte Olaf è geograficamente il parente più prossimo che resta agli orfani Baudelaire.
I ragazzi non possono far altro che accettare la situazione nella speranza che queste infauste premesse nascondano un lieto inizio.
E invece no…
Il Conte Olaf si rivela sin da subito un losco figuro, attorniato da amici e aiutanti ancor più loschi e ambigui, e, ben presto, salteranno fuori le sue reali intenzioni: entrare in possesso di tutto il patrimonio dei ragazzi Baudelaire.

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Una serie di sfortunati eventi rientra in quella – fortunatamente ristretta – parte di libri per bambini che non ho letto seguendo le età consigliate (assieme a “Il Piccolo Principe“, ma qui, senza offesa per nessuno, il discorso è stato diverso).

Non so come ho fatto nel corso degli anni a evitare gli spoilers, ma salvo che per questo primo infausto inizio, ce l’ho miracolosamente fatta. Con l’arrivo della serie Netflix (e con Neil Patrick Harris come Conte Olaf) ho deciso che era il momento di leggere la serie di sfortunati eventi per potermi avvicinare meglio alla versione televisiva.

La storia dei ragazzi Baudelaire e le vicende dell’assurdo Conte Olaf sono sicuramente perfette per un pubblico giovane. Da bambina ne avrei sicuramente apprezzato le illustrazioni, il tono narrativo incrociato tra serio e faceto (che, comunque sia, non mi dispiace nemmeno ora), la brevità e il ritmo degli eventi e anche i personaggi caricaturali, le situazioni ai limiti dell’assurdo e gli adulti che molto spesso si comportano come bambini.

Da “adulta” ovviamente qualcuno di questi elementi resta un po’ indigesto (non le illustrazioni).
E sì, resta una lettura carina, ma si ferma alla categoria del “per bambini”.
Ci sono troppi elementi grotteschi che un adulto fa fatica a far propri; le situazioni sono ai limiti dell’assurdo e – talvolta – anche oltre; i personaggi sono troppo caricaturali.

La storia è molto semplice, molto lineare ed è proprio un inizio utile per gettare le basi su cui si svilupperanno i prossimi libri. Una specie di premessa, diciamo.

Il tono della narrazione mi piace; è perfetto per un pubblico giovane cui cominciare a insegnare un po’ di ironia e il narratore che accompagna il lettore diventa quasi una sorta di quinto personaggio (assieme ai tre fratelli e al Conte Olaf).

Detto questo, comunque, penso che continuerò – con calma – a leggere la serie per scoprire come i ragazzi riescono a giostrarsi nella loro nuova vita tra mille peripezie e un Conte che ha minacciato vendetta e per svelare finalmente questo finale non lieto.

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Il farmacista del ghetto di Cracovia recensione

il-farmacista-del-ghetto-di-cracoviaTitolo: Apteka w getcie krakowskim
Autore: Tadeusz Pankiewicz
Genere: Biografia/Memoir
Anno prima pubblicazione: 1982
Titolo in Itala: Il farmacista di Cracovia
Anno prima pubblicazione ITA:
Trad. ed. Utet di: Irene Picchianti

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione –

«Le parole, le considerazioni, le analisi, ma soprattutto l’eroica condotta di questo mite farmacista e delle sue assistenti, tra i pochi a considerare quel maledetto luogo pur sempre una “patria comune”, ci insegnano che la vita di ogni persona, pur in una situazione devastata dalla morte di massa, può ancora essere ritenuta il più grande dono che ci è stato dato e che abbiamo sempre il dovere di salvaguardarla, anche quando sembra impossibile farlo.»

Estratto dalla perfezione di Marcello Pezzetti,
Utet, 2016

A dispetto di un titolo così romantico ed evocativo, Il farmacista del ghetto di Cracovia non è un racconto né un romanzetto.
È una testimonianza dura – terribilmente dura – ma diretta delle follie naziste.

Siamo qui in una Polonia appena diventata il nuovo parco giochi nazista, in particolare ci troviamo a Cracovia… nel ghetto – pardon, “Quartiere ebraico” – di Cracovia.

E il quartiere con i suoi edifici chiusi sul “lato ariano” e stipati fino all’inverosimile di persone (circa 17.000), con le sue strade nelle quali si riversano anche bambini e ammalati e malati di mente durante i “trasferimenti”, con i suoi accessi militarmente controllati, è un quartiere completamente trasformato.

Non solo per la nuova conformazione, i nuovi limiti invalicabili in filo spinato, il coprifuoco… sono le persone a essere cambiate…

il-farmacista-di-cracovia-citazione

 

La preoccupazione per l’oggi cancella il ricordo del passato e la prospettiva per il futuro. Così sono costretti a vivere gli abitanti del ghetto: bugie, inganni, percosse, insulti, minacce.

Trasferimenti e rastrellamenti sono gli unici eventi che si ripresentano nel ghetto con una certa terribile frequenza e gli unici dopo i quali si fa la conta di chi è rimasto e la conta di chi non c’è più.

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[Fonte: Wikipedia.org]

La farmacia All’Aquila è uno dei pochi luoghi dove ancora è permesso piangere un caro picchiato a morte o deriso o trascinato via da qualche nazista; dove è permesso gioire per aver ottenuto un permesso – un  semplice pezzo di carta – grazie al quale, però, aver salva la vita; e dove poter trovare un nascondiglio anche durante il coprifuoco.

Tadeusz Pankiewicz e le sue collaboratrici Irena Droździkowska, Aurelia Danek-Czortowa e Helena Krywaniuk si impegnano in questo ogni giorno e assistono impotenti, come moltissimi altri, a ciò che sta avvenendo proprio davanti alle finestre della farmacia.

Per quanto gli fu possibile cercarono di aiutare  regalando medicinali a chi stava per partire (e forse non tornare mai più) o fingendo di esserne privi per consentire a qualcuno di uscire dal ghetto e scomparire oppure fornirono tintura per capelli a chi era troppo anziano (e di conseguenza considerato “inabile al lavoro” e di conseguenza deportato); nascondendo pergamene e libri e effetti personali all’interno della farmacia organizzandosi anche con scomparti segreti. Quando possibile cercano di addolcire i tedeschi per convincerli a rilasciare permessi (e di conseguenza salvare vite) o ottenere la grazia.

Non solo soli. Con loro tantissimi altri, nomi più o meno noti ma tutti ugualmente importanti: Feliks Dziuba e il suo collaboratore Józef Zając, il dottor Ludwik Żurowski, il dottor Biberstein, tutti i componenti dello ŻOB che collaborava con la resistenza esterna, Oskar Schindler e tantissimi altri.

Non mancano, tuttavia, anche i nomi dei delatori e degli informatori della Gestapo e delle SS che con gioia riportavano ogni genere di segnalazione ai tedeschi. E, anzi, è bene fare anche i loro di nomi sebbene poi molti di loro, per questa loro devozione alla Gestapo o alle SS, furono fucilati dai loro stessi padroni.

Insomma, le testimonianze di questo periodo non sono mai facili né di agile lettura. Si tratta di un periodo oscuro, ignominioso della nostra storia umana, ma va conosciuto.
Va affrontato.
E ritengo che il modo migliore sia quello di leggere e informarsi. Non c’è nulla di meglio che ascoltare e leggere le testimonianze dirette di chi ha visto e sentito e provato e vissuto la violenza nazista sulla propria pelle.

Una prima edizione del libro fu presentata nel 1947 piena, però, di censure. Una seconda edizione, cui questa si rifà, aggiunge nuovi ricordi e nuove vite spezzate. Nonostante questo – e allo stesso autore pare sia capitato in prima persona un incontro del genere – c’è chi comunque continua a non credere che una tale quantità di atrocità fu commessa (o che un tale massacro sia davvero avvenuto).

Tadeusz Pankiewicz, Giusto fra le nazioni, non è uno scrittore – e questo si avverte nella lettura del libro – ma è stato un testimone. Non si creda, quindi, che gli episodi da lui riportati siano “gonfiati” o esagerati, perché purtroppo non furono i soli episodi che si verificano nell’Europa nazista.

E le deportazioni, il viaggiare giorni e giorni stipati in vagoni bui e pieni senza acqua né cibo, l’orrore dei campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori, gli stanzoni ricolmi di effetti personali strappati, famiglia distrutte, bambini amputati e torturati usati come cavie, violenze, stupri, furti, percosse. 
È successo tutto e molto altro.

Quindi, per ricordarsi che la vita umana non deve essere alla mercé di un capriccio, che nulla vale quanto una vita, ti consiglio di leggere questa testimonianza (e, se hai interesse, anche gli altri libri qui indicati).

E non dovremo solo ricordare e vergognarci per le bassezze di cui il genere umano è stato capace, ma dovremo fare altrettanto – qui a maggior ragione vergognarsi – sapendo che molti mostri nazisti non hanno ricevuto la loro giusta punizione tra chi non ha mai dovuto venire a patti con la giustizia e chi, invece, quella stessa giustizia assurdamente assolse.


P.S. Ti ricordo che i libri biografici non hanno la scheda di valutazione per i seguenti motivi.

Illuminae recensione

illuminae-recensione-tbbTitolo: Illuminae
Autori: Amie Kaufman e Jay Kristoff
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Illuminae
Anno di pubblicazione ITA: 2016

Seguito da:
Gemina
– inedito (in arrivo – forse – a fine 2017)

2575. Siamo sulla colonia mineraria di Kerenza, agli estremi di una zona di galassia praticamente disabitata. L’isolamento di Kerenza ha permesso alla compagnia proprietaria del giacimento, la Wallace Ulyanov Consortium, di gestire un’estrazione di hermium [avendolo letto in inglese non so in quale modo – e se – hanno deciso di tradurlo in italiano, quindi ho preferito lasciare questo termine inalterato] non proprio lecita. E un giorno pare che sia venuto il momento di pagare lo scotto: una società rivale, la BeiTech Industries, non solo si presenta sul pianeta con ben quattro navi da guerra, ma comincia senza alcun preavviso a bombardare la colonia piena di abitanti. La popolazione – una parte almeno – viene evacuta sulle navi della compagnia, la Hypatia, la Copernicus e la Brahe, aiutate da un quarto vascello, l’Alexander della United Terrain Authorithy, giunto in soccorso dopo aver captato la richiesta d’aiuto.

Segue un violento scontro e gli assalitori riportano grosse perdite e adesso possono contare solo su di una nave, la Lincoln; gli assaliti, invece, perdono la Brahe e gli almeno 2.000 civili che erano stati evecuati a bordo della nave.

I sopravvissuti di Kerenza vengono distribuiti sulle navi superstiti anche perché ora c’è bisogno di manodopera: i generatori di acqua sono fuori uso, i propulsori per generare worm-hole pure (e, quindi, non si può tentare il famoso salto nell’iperspazio), i sistemi di comunicazione sono andati e l’unica possibilità è raggiungere una stazione worm-hole Heimdall distante, però, 5/6 mesi.

A questo quadro già problematico si aggiunge la Lincoln, con l’intenzione di non lasciare testimoni, in inseguimento delle tre navi (l’Alexander, la Hypatia e la Copernicus – di cui, però, solo la prima è una nave da guerra – tutte cariche di coloni). Ogni sopravvissuto al disastro di Kerenza in grado di apportare qualche utilità alla comunità in fuga – o meglio ritiro strategico – sarà precettato.

Così il giovane Ezra passerà alla Alexander dove sarà reclutato nello squadrone piloti; mentre Kady, apparentemente inabile ad apportare utilità in tempo di guerra, resterà sulla Hypatia tra gruppi di supporto e aiuto psicologico al disastro di Kerenza.

Tuttavia, i problemi non sono finiti qui. Ben presto la Copernicus registerà grossi danni – vale a dire esploderà – come pure AIDAN, l’intelligenza artificiale che controlla la Alexander, la quale subirà un improvviso arresto. Ma le informazioni che trapeleranno all’equipaggio e ai civili saranno pochissime e non del tutto veritierie.

Insomma, che sta succedendo? Riusciranno le navi in fuga a raggiungere la stazione di Heimdall e salvarsi? Oppure ci saranno altri disastri? E se poi la Lincoln dovesse arrivare prima?

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Un paio di premesse prima del mio commento. In primo luogo, odio gli spoiler e cerco sempre di scrivere i miei pareri tenendo bene a mente questo come una specie di monito. In questo caso, sebbene la trama sia lineare, si tratta tuttavia di una vicenda concatenata e collegata che si spinge molto in là nel libro e molto a fondo, quindi qualche aspetto cui farò riferimento si trova in un punto parecchio avanti nella storia. Mi è impossibile non fare un piccolo cenno a questi elementi, ma cercherò di essere il più spoiler-free possibile. Dove non riuscissi, troverai la consueta tendina blu che avvisa dello spoiler (che quindi potrai ignorare e magari leggere una volta finito il libro).

Per finire il discorso spoiler, se come me non sei di questo partito, ti consiglio – se leggi nella versione originale – di non leggere la quarta di copertina. Strano, ma vero in quella italiana non ho visto spoiler (complimenti!), mentre nella versione in lingua originale ci si addentra parecchio in là nella narrazione, rivelando praticamente quasi una buona metà del libro.
Se ti fidi, il riassunto che faccio sempre all’inizio della mia recensione è il più spoiler-free possibile (proprio perché aborro dal profondo le quarte di copertina spoileranti).

L’altra premessa è che mi sono scoperta fan di questo nuovo modo di raccontare una storia. Già ne ero rimasta piacevolmente impressionata con “S. La nave di Teseo“, che, in un certo qual modo, possiamo quasi considerare il capostipite di questa nuova metodologia narrativa. Sebbene abbia cercato di mantenere una certa imparzialità, è giusto ammettere che ho “giudicato” molto positivamente il connubio tra una buona resa della storia e dei personaggi con un sistema narrativo così diverso dal solito.

Anche qui in Illuminae si cerca un modo diverso per raccontare una storia. Non ci sono, quindi, i classici paragrafi o dialoghi o descrizioni. Quello che abbiamo tra le mani sono documenti segreti e decrittati, chat, email, trascrizioni di registrazioni video e audio, pagine estratte dall’enciclopedia hacktivista Unipedia (chiaro riferimento, anche per l’estetica del sito, a Wikipedia).

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Estratto da “Illuminae”, Amie Kaufman & Jay Kristoff, Rock the boat, London, 2015

Tutta questa mole di documenti crea un fascicolo – cioè il nostro libro. E, per la precisione, il primo fascicolo che il gruppo Illuminae spedisce al direttore esecutivo Frobisher con oggetto l’Alexander (una di quelle navi di cui parlavamo poco sopra).

Il lettore, come se fosse lui il vero ricevente di quelle informazioni, deve collegare i vari materiali per inquadrare la vicenda e seguire la storia.

Quindi, dopo aver a lungo meditato su cosa scrivere nella mia recensione, veniamo finalmente a noi.

La narrazione, nonostante il libro sia abbastanza corposo (praticamente seicento pagine anche nella versione originale), è ben tenuta, ma, dal mio punto di vista, raggiunge il suo culmine nelle ultime centocinquanta/duecento pagine quando tutti i fili narrativi hanno raggiunto il loro apice (e con alcuni colpi di scena ben piazzati).
Da quel momento, mi è stato quasi impossibile mollare il libro.

I vari documenti seguono il filo narrativo principale, ma nel tracciare il percorso non si disdegnano storie e personaggi secondari. Magari ne viene fatto solo un semplice accenno, ma il modo scelto è molto d’impatto.

Ad esempio, sono davvero rimasta impressionata dalle numerose voci senza volto: registrazioni e storie che occupano lo spazio di una pagina o addirittura poche righe, capaci però di coinvolgere il lettore. Di un determinato personaggio non conosceremo mai l’aspetto fisico o magari nemmeno il nome, ma ne conosceremo i desideri o le speranze o i sogni o il credo.

Nonostante la trama riguardi i due ragazzi, Ezra e Kady (e, in particolare, quest’ultima), c’è spazio infatti per alcuni personaggi secondari – molti più di quanti me ne sarei aspettata (uno dei quali, poi, diverrà uno dei principali). Non solo soldati e analisti trovano un loro spazio di espressione, ma anche ai capitani dei vascelli in gioco, anche se in un certo qual modo divisibili in due schieramenti (assennati e non), è dedicata attenzione e una certa caratterizzazione. Tanto che, seppur di alcuni non si possono certo condividere le scelte, se ne comprendono le ragioni che li hanno spinti in quella direzione.
Il gioco che si crea tra le molti voci che esistono ma non si vedono è davvero interessante.

Qui avviene, infatti, ciò che io più preferisco e mi auguro sempre succeda in un libro: i personaggi agiscono e dalle loro azioni consegue il loro carattere, le loro forze e debolezze.

Il modo in cui vengono trattati i personaggi dà forza alla vicenda, consentendo al lettore di immedesimarsi nelle loro vicende.

Una menzione speciale va, però, a un personaggio in particolare:

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Aidan. A parte la scelta del nome – che sono convinta sia un altro dei numerosi riferimenti presenti nel libro, ma al momento mi sfugge completamente quale possa esserne la fonte -, l’IA (Intelligenza artificiale) è tutto fuorché “artificiale”. La coscienza di sé; il compito da eseguire a qualunque costo; i dubbi; la percezione di se stesso e degli altri; il provare sentimenti… insomma, il modo in cui Aidan concepisce se stesso e apprende è davvero ben realizzato (già che io abbia considerato Aidan “umano” nella lettura è indice di quanto sia stata efficiente la resa di questo mega-cervellone). Fra tutti è il personaggio indubbiamente meglio riuscito, la cui realizzazione è davvero congeniata con attenzione.

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Poi, okay, ammetto che qualche passaggio – soprattutto, in relazione ai rapporti tra personaggi – sia prevedibile e che qualche punto della storia non sia proprio originale

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(come, ad esempio, il mega virus mutageno che si propaga tra le persone con estrema facilità rendendole completamente folli; la mega intelligenza artificiale che “rimbambisce” prendendo coscienza di sé e interpretando il perseguimento del suo obiettivo in maniera letterale).

Tuttavia, direi che sono aspetti ben mescolati assieme e ho apprezzato molto il risultato finale, considerando anche questo nuovo metodo narrativo in grado di rappresentare con la stessa efficacia – e, in certi casi, anche meglio – narrazione e personaggi al pari di un “libro normale”.

Prima di concludere, mi soffermo un altro attimo per una breve considerazione su questo metodo narrativo di cui ho tanto parlato, ma del quale non ho avuto modo di dire una cosa importante. Come ho avuto modo di scrivere, si tratta di documenti, trascrizioni e simili che creano una specie di fascicolo. Questo va letto con attenzione. Ci sono date e orari da notare e, anche se il filo da seguire è abbastanza lineare, è bene prestare attenzione al tempo narrativo in modo da non incappare in un po’ di confusione circa il prima o il dopo fra gli eventi. Se si presta attenzione ai singoli documenti, si vedrà anzi che tutto era già nascosto lì.

Detto questo, confermo di aver particolarmente apprezzato il gioco nella stesura della trama che non disdegna d’attenzioni anche i personaggi.

Ammetto che le tradizionali descrizioni ambientali mancano, ma sono realizzate in maniera diversa tramite precisi particolari che permettono comunque di immaginarsi un personale sfondo per i personaggi e grazie ad alcune illustrazioni che forniscono la base per l’assetto immaginativo generale.
Inoltre, il clima di tensione e paura e poi di dovere e obblighi che coinvolgono i personaggi è reso molto bene.

Ho scritto un poema (strano… non succede quasi mai negli ultimi tempi XD)… ma Illuminae è sicuramente un libro di cui suggerirei la lettura non solo agli appassionati di fantascienza, ma anche a coloro che sono curiosi di cimentarsi con un nuovo metodo narrativo.

P.S. Mi sto attrezzando per leggere Gemina, il secondo volume degli Illuminae Files.
**Aggiornamento 28/02/2017: qui trovi la mia recensione di Gemina, il secondo volume degli Illuminae Files.**

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