Illuminae recensione

illuminae-recensione-tbbTitolo: Illuminae
Autori: Amie Kaufman e Jay Kristoff
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Illuminae
Anno di pubblicazione ITA: 2016

Seguito da:
– Gemina
– inedito (in arrivo – forse – nel 2017)

2575. Siamo sulla colonia mineraria di Kerenza, agli estremi di una zona di galassia praticamente disabitata. L’isolamento di Kerenza ha permesso alla compagnia proprietaria del giacimento, la Wallace Ulyanov Consortium, di gestire un’estrazione di hermium [avendolo letto in inglese non so in quale modo – e se – hanno deciso di tradurlo in italiano, quindi ho preferito lasciare questo termine inalterato] non proprio lecita. E un giorno pare che sia venuto il momento di pagare lo scotto: una società rivale, la BeiTech Industries, non solo si presenta sul pianeta con ben quattro navi da guerra, ma comincia senza alcun preavviso a bombardare la colonia piena di abitanti. La popolazione – una parte almeno – viene evacuta sulle navi della compagnia, la Hypatia, la Copernicus e la Brahe, aiutate da un quarto vascello, l’Alexander della United Terrain Authorithy, giunto in soccorso dopo aver captato la richiesta d’aiuto.

Segue un violento scontro e gli assalitori riportano grosse perdite e adesso possono contare solo su di una nave, la Lincoln; gli assaliti, invece, perdono la Brahe e gli almeno 2.000 civili che erano stati evecuati a bordo della nave.

I sopravvissuti di Kerenza vengono distribuiti sulle navi superstiti anche perché ora c’è bisogno di manodopera: i generatori di acqua sono fuori uso, i propulsori per generare worm-hole pure (e, quindi, non si può tentare il famoso salto nell’iperspazio), i sistemi di comunicazione sono andati e l’unica possibilità è raggiungere una stazione worm-hole Heimdall distante, però, 5/6 mesi.

A questo quadro già problematico si aggiunge la Lincoln, con l’intenzione di non lasciare testimoni, in inseguimento delle tre navi (l’Alexander, la Hypatia e la Copernicus – di cui, però, solo la prima è una nave da guerra – tutte cariche di coloni). Ogni sopravvissuto al disastro di Kerenza in grado di apportare qualche utilità alla comunità in fuga – o meglio ritiro strategico – sarà precettato.

Così il giovane Ezra passerà alla Alexander dove sarà reclutato nello squadrone piloti; mentre Kady, apparentemente inabile ad apportare utilità in tempo di guerra, resterà sulla Hypatia tra gruppi di supporto e aiuto psicologico al disastro di Kerenza.

Tuttavia, i problemi non sono finiti qui. Ben presto la Copernicus registerà grossi danni – vale a dire esploderà – come pure AIDAN, l’intelligenza artificiale che controlla la Alexander, la quale subirà un improvviso arresto. Ma le informazioni che trapeleranno all’equipaggio e ai civili saranno pochissime e non del tutto veritierie.

Insomma, che sta succedendo? Riusciranno le navi in fuga a raggiungere la stazione di Heimdall e salvarsi? Oppure ci saranno altri disastri? E se poi la Lincoln dovesse arrivare prima?

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Un paio di premesse prima del mio commento. In primo luogo, odio gli spoiler e cerco sempre di scrivere i miei pareri tenendo bene a mente questo come una specie di monito. In questo caso, sebbene la trama sia lineare, si tratta tuttavia di una vicenda concatenata e collegata che si spinge molto in là nel libro e molto a fondo, quindi qualche aspetto cui farò riferimento si trova in un punto parecchio avanti nella storia. Mi è impossibile non fare un piccolo cenno a questi elementi, ma cercherò di essere il più spoiler-free possibile. Dove non riuscissi, troverai la consueta tendina blu che avvisa dello spoiler (che quindi potrai ignorare e magari leggere una volta finito il libro).

Per finire il discorso spoiler, se come me non sei di questo partito, ti consiglio – se leggi nella versione originale – di non leggere la quarta di copertina. Strano, ma vero in quella italiana non ho visto spoiler (complimenti!), mentre nella versione in lingua originale ci si addentra parecchio in là nella narrazione, rivelando praticamente quasi una buona metà del libro.
Se ti fidi, il riassunto che faccio sempre all’inizio della mia recensione è il più spoiler-free possibile (proprio perché aborro dal profondo le quarte di copertina spoileranti).

L’altra premessa è che mi sono scoperta fan di questo nuovo modo di raccontare una storia. Già ne ero rimasta piacevolmente impressionata con “S. La nave di Teseo“, che, in un certo qual modo, possiamo quasi considerare il capostipite di questa nuova metodologia narrativa. Sebbene abbia cercato di mantenere una certa imparzialità, è giusto ammettere che ho “giudicato” molto positivamente il connubio tra una buona resa della storia e dei personaggi con un sistema narrativo così diverso dal solito.

Anche qui in Illuminae si cerca un modo diverso per raccontare una storia. Non ci sono, quindi, i classici paragrafi o dialoghi o descrizioni. Quello che abbiamo tra le mani sono documenti segreti e decrittati, chat, email, trascrizioni di registrazioni video e audio, pagine estratte dall’enciclopedia hacktivista Unipedia (chiaro riferimento, anche per l’estetica del sito, a Wikipedia).

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Estratto da “Illuminae”, Amie Kaufman & Jay Kristoff, Rock the boat, London, 2015

Tutta questa mole di documenti crea un fascicolo – cioè il nostro libro. E, per la precisione, il primo fascicolo che il gruppo Illuminae spedisce al direttore esecutivo Frobisher con oggetto l’Alexander (una di quelle navi di cui parlavamo poco sopra).

Il lettore, come se fosse lui il vero ricevente di quelle informazioni, deve collegare i vari materiali per inquadrare la vicenda e seguire la storia.

Quindi, dopo aver a lungo meditato su cosa scrivere nella mia recensione, veniamo finalmente a noi.

La narrazione, nonostante il libro sia abbastanza corposo (praticamente seicento pagine anche nella versione originale), è ben tenuta, ma, dal mio punto di vista, raggiunge il suo culmine nelle ultime centocinquanta/duecento pagine quando tutti i fili narrativi hanno raggiunto il loro apice (e con alcuni colpi di scena ben piazzati).
Da quel momento, mi è stato quasi impossibile mollare il libro.

I vari documenti seguono il filo narrativo principale, ma nel tracciare il percorso non si disdegnano storie e personaggi secondari. Magari ne viene fatto solo un semplice accenno, ma il modo scelto è molto d’impatto.

Ad esempio, sono davvero rimasta impressionata dalle numerose voci senza volto: registrazioni e storie che occupano lo spazio di una pagina o addirittura poche righe, capaci però di coinvolgere il lettore. Di un determinato personaggio non conosceremo mai l’aspetto fisico o magari nemmeno il nome, ma ne conosceremo i desideri o le speranze o i sogni o il credo.

Nonostante la trama riguardi i due ragazzi, Ezra e Kady (e, in particolare, quest’ultima), c’è spazio infatti per alcuni personaggi secondari – molti più di quanti me ne sarei aspettata (uno dei quali, poi, diverrà uno dei principali). Non solo soldati e analisti trovano un loro spazio di espressione, ma anche ai capitani dei vascelli in gioco, anche se in un certo qual modo divisibili in due schieramenti (assennati e non), è dedicata attenzione e una certa caratterizzazione. Tanto che, seppur di alcuni non si possono certo condividere le scelte, se ne comprendono le ragioni che li hanno spinti in quella direzione.
Il gioco che si crea tra le molti voci che esistono ma non si vedono è davvero interessante.

Qui avviene, infatti, ciò che io più preferisco e mi auguro sempre succeda in un libro: i personaggi agiscono e dalle loro azioni consegue il loro carattere, le loro forze e debolezze.

Il modo in cui vengono trattati i personaggi dà forza alla vicenda, consentendo al lettore di immedesimarsi nelle loro vicende.

Una menzione speciale va, però, a un personaggio in particolare:

SPOILER

Aidan. A parte la scelta del nome – che sono convinta sia un altro dei numerosi riferimenti presenti nel libro, ma al momento mi sfugge completamente quale possa esserne la fonte -, l’IA (Intelligenza artificiale) è tutto fuorché “artificiale”. La coscienza di sé; il compito da eseguire a qualunque costo; i dubbi; la percezione di se stesso e degli altri; il provare sentimenti… insomma, il modo in cui Aidan concepisce se stesso e apprende è davvero ben realizzato (già che io abbia considerato Aidan “umano” nella lettura è indice di quanto sia stata efficiente la resa di questo mega-cervellone). Fra tutti è il personaggio indubbiamente meglio riuscito, la cui realizzazione è davvero congeniata con attenzione.

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Poi, okay, ammetto che qualche passaggio – soprattutto, in relazione ai rapporti tra personaggi – sia prevedibile e che qualche punto della storia non sia proprio originale

Spoiler

(come, ad esempio, il mega virus mutageno che si propaga tra le persone con estrema facilità rendendole completamente folli; la mega intelligenza artificiale che “rimbambisce” prendendo coscienza di sé e interpretando il perseguimento del suo obiettivo in maniera letterale).

Tuttavia, direi che sono aspetti ben mescolati assieme e ho apprezzato molto il risultato finale, considerando anche questo nuovo metodo narrativo in grado di rappresentare con la stessa efficacia – e, in certi casi, anche meglio – narrazione e personaggi al pari di un “libro normale”.

Prima di concludere, mi soffermo un altro attimo per una breve considerazione su questo metodo narrativo di cui ho tanto parlato, ma del quale non ho avuto modo di dire una cosa importante. Come ho avuto modo di scrivere, si tratta di documenti, trascrizioni e simili che creano una specie di fascicolo. Questo va letto con attenzione. Ci sono date e orari da notare e, anche se il filo da seguire è abbastanza lineare, è bene prestare attenzione al tempo narrativo in modo da non incappare in un po’ di confusione circa il prima o il dopo fra gli eventi. Se si presta attenzione ai singoli documenti, si vedrà anzi che tutto era già nascosto lì.

Detto questo, confermo di aver particolarmente apprezzato il gioco nella stesura della trama che non disdegna d’attenzioni anche i personaggi.

Ammetto che le tradizionali descrizioni ambientali mancano, ma sono realizzate in maniera diversa tramite precisi particolari che permettono comunque di immaginarsi un personale sfondo per i personaggi e grazie ad alcune illustrazioni che forniscono la base per l’assetto immaginativo generale.
Inoltre, il clima di tensione e paura e poi di dovere e obblighi che coinvolgono i personaggi è reso molto bene.

Ho scritto un poema (strano… non succede quasi mai negli ultimi tempi XD)… ma Illuminae è sicuramente un libro di cui suggerirei la lettura non solo agli appassionati di fantascienza, ma anche a coloro che sono curiosi di cimentarsi con un nuovo metodo narrativo.

P.S. Mi sto attrezzando per leggere Gemina, il secondo volume degli Illuminae Files.

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Il cappello di Mr Briggs recensione

il-cappello-di-mr-briggs-recensione-tbbTitolo: Mr. Briggs’s Hat. A sensational account of Britain’s first railway murder
Autrice: Kate Colquhoun
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Saggio
Titolo ventilatore Italia: Il cappello di Mr Briggs ovvero il mistero della carrozza 69
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Ada Arduini

Londra, 1864. Il treno è terribile in ritardo (per la cronaca, si tratta di quattro minuti… per i nostri standard rientriamo ancora abbondantemente nella fascia ancora “in orario”), ma al momento è fermo alla stazione di Hackney.
Amis, il capotreno, è pronto per fischiare la partenza, ma dagli scompartimenti di prima classe giungono dei grossi grattacapi. Un uomo, in compagnia del socio, ha cercato di accomodarsi nella carrozza n. 69. Ne è uscito con le dita e il retro dei pantaloni impiastricciati di sangue. Dalla carrozza vicina, alcune signore lamentano di essere state a loro volta schizzate di sangue dal finestrino aperto.
… L’aplomb inglese è sempre un po’ inquietante…
Insomma, Amis entra nello scompartimento (ogni vagone è isolato dagli altri, come una micro-stanza per sole quattro persone) e, a parte strisciate di sangue sui sedili imbottiti, i cuscini, le pareti e il pavimento, trova solo un cappello, un bastone da passeggio con l’impugnatura in avorio e una borsa nera.

Poco distante, in una zona non edificata e paludosa alle porte della City, sui binari viene ritrovato un uomo in condizioni critiche. Di lì a poco, purtroppo, muore a causa delle ferite riportate. Pare che fosse proprio lui l’occupante della carrozza n. 69 e pare che non solo sia stato aggredito, ma sia stato spinto giù lungo i binari. C’è un problema, però. La vittima, identificata come Mr Briggs, distinto banchiere, non ha mai indossato il cappello ritrovato nella carrozza. E allora a chi appartiene quell’accessorio? Che sia stato dimenticato proprio dall’assassino?

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Confesso: grazie al libro Omicidio a Road Hill House, ho avuto un ritorno di fiamma per i gialli ambientati in epoca vittoriana (sì, ho avuto il bisogno di rientrare nelle atmosfere che ho imparato ad amare grazie ad Arthur Conan Doyle).
E, dopo la sensazional novel di Mary Elisabeth Braddon Il segreto di Lady Audley, citata più volte anche all’interno di questo libro, e dopo il libro di Colin Dexter La fanciulla è morta, torno ai saggi.

Sì, perché anche qui – come nel già richiamato Omicidio a Road Hill House – si tratta di una specie di reportage, talvolta un poco romanzato, del primo caso di omicidio su di un treno inglese.

Quindi, primo problema affrontato nel libro: un omicidio – un altro… – in epoca vittoriana per la neonata figura dell’investigatore di Scotland Yard.
E, secondo: un omicidio violento avvenuto sul vanto di ogni britannico: la loro rete ferroviaria e, di conseguenza, anche il loro progresso tecnologico.

Le carrozze dell’epoca, infatti, possedevano una conformazione particolare che non prevedeva il collegamento e la comunicazione tra ognuna di queste fra sé e con il capotreno (non avevano corridoio centrale e non prevedevano la possibilità di spostarsi di carrozza in carrozza).
La conseguenza era che, ad esempio, incendi scoppiavano nelle carrozze senza che il capotreno ne fosse a conoscenza e senza i passeggeri potessero avvertirlo in alcun modo (quindi, il treno non si fermava) e rispettabili cittadini venivano infastiditi, molestati e derubati nel segreto del vagone-treno.

Ma non solo. In questi crimini che, agli occhi della pubblica opinione divennero dei veri e propri intrighi, giocavano un loro ruolo anche la politica; le convinzioni più o meno personali dell’investigatore di turno; i pregiudizi e, in questo caso specifico, anche i difficili rapporti tra Stati Uniti e i vecchi padroni britannici o tra Gran Bretagna e Prussia (considerata l’invasione prussiana della Danimarca con cui la famiglia reale era imparentata).

Invece dell’ormai affezionato Jack Wicher, troviamo un altro investigatore della nuova sezione dedicata di Scotland Yard: Richard Tanner.
Entrambi nomi noti nel mondo investigativo inglese in era vittoriana, rappresentano la figura romantica dell’investigatore: corretto (persino con il sospettato), onesto, ligio al dovere e infaticabile.
Tuttavia, non infallibile.

Perché uno dei problemi principali sono proprio le indagini, spesso parziali e rapide; l’attendibilità dei testimoni; la volubilità delle giurie, martellate con continue illazioni e facili sentenze da riviste e giornali; i toni spesso di teatrino che assumeva un processo; la mancanza di un riesame; i diritti negati al sospettato (si pensi solo che l’imputato non poteva rendere dichiarazioni e poteva dar voce alla sua posizione solo attraverso il suo avvocato durante gli interrogatori dei testimoni; l’accusa non era obbligata a condividere con la difesa le proprie scoperte).

Gli investigatori devono destreggiarsi tra testimonianze fallate dalla memoria o dettate dall’avidità (nel caso specifico, era, infatti, prevista una notevole ricompensa), mitomani e detective da salotto. Ed è impossibile sotto un martellamento così costante, non formarsi una propria opinione e seguirla ciecamente, sebbene in buona fede, ignorando così tutte le prove contrarie.

Ciò che doveva essere evidente, infatti, era l’altissimo grado di efficenza raggiunto dalla giustizia inglese. E dimostrare tale efficienza spesso andava a discapito di molto altro… anche della vita.

Ciò che mi affascina maggiormente è vedere come questi delitti divennero particolarmente coinvolgenti all’epoca perché scardinarono un punto fisso delle certezze vittoriane.
Nell’Omicidio a Road Hill House era la quotidianità, l’inviolabilità del domicilio; qui venne accresciuto un senso preesistente di disagio verso la modernità e l’avvento del progresso.

Come scrivevo poco sopra, la fitta rete ferroviaria inglese, che sbocciò nel giro di pochissimi anni conquistandosi l’orgoglio di ogni inglese, celava in sé anche numerosi pericoli. Gli incidenti ferroviari erano molto frequenti, nonostante proporzionalmente inferiori al grado tecnologico raggiunto. L’avvento della nuova rivoluzione industriale aveva portato con sé benessere e innovazione, ma anche un senso di disagio e irrequietezza; sentimenti confermati (e acuiti) dalla tragica dipartita del signor Briggs.

Insomma, mi rendo conto d’aver fatto molti parallelismi tra questo libro e Omicidio a Road Hill House. Ammetto che, se sulla copertina non fosse stato specificato il cognome della scrittrice (perché, per l’appunto, si chiamano entrambe Kate!) non avrei notato che si trattava di due autrici diverse.

I punti in comune tra i libri sono molti e non solo perché entrambi trattano, nella forma di saggio, di un omicidio di grande risonanza durante l’epoca vittoriana.
Entrambi mettono in luce numerosi altri aspetti: in primo luogo, il contorno dell’epoca, le problematiche non solo personali dei singoli testimoni o dello stesso sospettato, ma anche i notevoli risvolti nell’opinione pubblica. Il già noto problema delle giurie e della loro possibilità di essere fortemente influenzate da giornali e rotocalchi vari; la fallibilità delle testimonianze; dubbi e domande irrisolte che non possono assolutamente perdurare in un processo penale; l’abbozzo, ancora informe, di una scienza investigativa; la crescita giurisprudenziale e le tante contraddizioni di un mondo cristiano pronto a mandare a morte sulla base di un sospetto, di una folla pronta a giudicare e a bearsi della morte sul patibolo.
E, infine, la solita amara verità: arriva un punto in cui l’attenzione quasi morbosa per il carnefice supera il cordoglio e il rispetto delle vittime.

Ecco, a voler essere puntigliosi, una differenza tra i due libri c’è ed è questa: la parte centrale de Il cappello di Mr Briggs, dedicata alle tre (!) giornate di processo, è un po’ troppo dettagliata tanto da arrivare quasi a smarrirsi tra i tanti quello ha detto, quell’altro ha riportato della sfilata di testimoni e figuri vari durante il processo.
Inoltre, molto spesso, nel corso dell’intero saggio, si ripetono domande e concetti.

Quindi, i due libri sono davvero quasi identici, ma il “voto” leggermente più basso del romanzo in questione è determinato solo da una certa tendenza alla ridondanza e prolissità de Il cappello di Mr Briggs che, in ogni caso, resta un ottimo e interessantissimo saggio sull’epoca vittoria e le sue contraddizioni.

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Il fabbricante di giocattoli recensione

il-fabbricante-di-giocattoliTitolo: The Toymaker
Autore: Liam Pieper
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il fabbricante di giocattoli
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Permettetemi di raccontarvi una storia». Quella di Adam e di suo nonno Arkady, sopravvissuto al più conosciuto campo di sterminio tedesco: Auschwitz.
Emigrato in Australia alla ricerca di un po’ di stabilità, Arkady fonda la Mitty & Sarah, una fabbrica di giocattoli. “Mitty” è l’abbreviazione di una parola ebraica che significa “una buona azione per Dio”; mentre “Sarah” è il nome del primo giocattolo, una bambola, creata da Arkady. Sì, perché Arkady, all’interno del campo di sterminio, creava giocattoli, sottraendo scorte ai tedeschi con grandissimo rischio, solo per strappare un sorriso ai bambini rinchiusi ad Auschwitz.
Quello che era solo un sogno, oggi è una realtà passata nelle mani di Adam, il nipote di Arkady. Tuttavia… be’, Adam non pare aver proprio recepito gli insegnamenti e i valori del nonno: tradisce costantemente la moglie (non che anche lei sia una santa)… e, di recente, tra le sue scappatelle si annovera anche quella con una quattordicenne.
Il matrimonio di Adam e Tess, quindi, non è indirizzato verso una buona china, ma anche la Mitty & Sarah si ritroverà molto presto ad affrontare una bella tempesta: qualcuno sta rubando all’azienda e, a quanto pare, lo fa da anni.

logo commentoIl libro si divide su due piani: quello presente di Adam (in cui Arkady è oramai anziano) e quello passato di Arkady, giovane carico di speranze e di buona volontà distrutte dai nazisti.
All’inizio ci accoglie Adam con il suo linguaggio molto colorito ricco da parolacce usate come intercalare, un po’ volgarotto e superficiale e il suo davvero scarso rispetto per gli altri. La differenza con il pacato e gentile nonno Arkady, chiuso nel campo di sterminio e costretto a sopportare atrocità e a commetterle pure pur di sopravvivere, non potrebbe essere più evidente.
Da questa iniziale centralità sul nipote lassista, il punto di vista si sposta fino a seguire per quasi tutto il resto del libro, Tess, l’ipocrita controparte femminile di Adam. Classica bohémien squattrinata e dai grandi ideali (non so se qui si sente una certa eco della biografia dello stesso autore), Tess giunge al matrimonio con il facoltoso – e un po’ viziato – Adam a causa/grazie a una gravidanza non programmata.
Entrambi i coniugi si pongono come censori dell’altrui comportamento, dicendosi il primo interessato alle esigenze dei bambini (quando se ne porta a letto una appena quattordicenne) per la resa della sua azienda e la seconda ci tiene a precisare di non essere un’arrampicatrice sociale (sebbene il solo motivo del matrimonio con il danaroso marito è stata la gravidanza… e il motivo per cui continua a restare con lui sono sostanzialmente la disponibilità economica di famiglia… e l’azienda).

Insomma, il messaggio di apertura di Pieper pare quasi essere: attenzione, abbiamo completamente perso il senso dell’orientamento. Al giorno d’oggi si dà importanza solo all’apparire perfetti; non si presta attenzione a nulla a meno che non possa tornarci, in qualche modo, utile; e stiamo perdendo completamente ogni valore.

Le parentesi che ci riportano all’atroce passato di Arkady paiono quasi ammonirci mentre ci mostrano come un uomo, in mezzo a follie e orrori, tenta disperatamente di mantenere la sua umanità e come oggi, invece, nulla abbia più valore… nemmeno noi stessi e la nostra coerenza.

La conclusione mi spinge a pensare che il messaggio di Pieper per il suo romanzo fosse proprio quello di far comprendere che apparire non vuol dire essere e che, molto spesso, l’apparenza inganna.

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Sebbene abbia apprezzato l’intento del libro e la rivelazione finale, tuttavia resto perplessa dal modo in cui la narrazione è stata condotta.
Il tono e il modo in cui vengono esposti i fatti è asettico, distante. Manca uno stile alla narrazione, un ritmo che coinvolga il lettore.

La narrazione – a prescindere dal personaggio che si sta seguendo – procede interrompendosi spesso in favore di lunghi ricordi che la frammentano.
I flashback mi piacciono – molto -, ma non quando il passato spezzetta l’azione creando una specie di commistione non ben definita. Mi piacciono i ricordi, mi piace scoprire il passato dei personaggi, ma mi piace che questi momenti sia ben definiti nella narrazione e non spezzino troppo l’azione con continui rimandi. In qualche passaggio, poi, si usano tempi verbali diversi per descrivere la stessa sequenza di eventi, con la conseguenza che lo strato temporale sfugge talvolta alla sfera della chiarezza.

Personaggi e ambienti sono riportati ugualmente con una certa distanza, in uno stile asciutto che porta a vedere la vicenda con un certo distacco da parte del lettore.

Insomma, la storia avrebbe davvero molte basi da sfruttare, ma viene condotta in modo atono, impendendo al lettore – almeno per quel che mi riguarda – di appassionarsi alla vicenda, di sentirla propria o di poter vivere gli eventi al fianco dei personaggi.

Quest’ultimi, come accennavo poco sopra, sono solo tre: Adam, sua moglie Tess e il nonno Arkady. È un pregio che l’impianto di un intero libro riesca a reggersi su una rosa così ristretta di personaggi abbastanza strutturati. Il passato dei personaggi ricorre spesso all’interno della narrazione, creando un background abbastanza definito. Sicuramente, il personaggio maggiormente riuscito nonché quello centrale all’intera storia è Arkady. E, tuttavia, anche qui mi è difficile non rilevare che si presentano sempre con un certo distacco, con una certa freddezza agli occhi del lettore.
Gli altri personaggi, sebbene ognuno emerga con un tratto della personalità distinto dagli altri, restano comunque sullo sfondo.

In conclusione, si tratta di un libro interessante che, tuttavia, non sfrutta al massimo tutte le sue potenzialità. La lettura è agevole – anche se il linguaggio non è molto complesso o strutturato.
La strana scelta di condurre gli eventi in questo modo un poco distaccato e, talvolta, confuso non mi ha permesso però di restare coinvolta nella vicenda.

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La fanciulla è morta recensione

la-fanciulla-e-morta-recensione-tbbTitolo: The Wench is Dead
Autore: Colin Dexter
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 1989
Titolo in Italia: La fanciulla è morta
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Luisa Nera

Preceduto da:
1. L’ultima corsa per Woodstock
2. Al momento della scomparsa la ragazza indossava
3. Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn
4. Niente vacanze per l’ispettore Morse
5. I morti di Jericho
6. Il mistero del terzo miglio
7. Il segreto della camera 3

Seguito da: 
9. Il gioiello che era nostro
10. La strada nel bosco
11. L’enigma dei coltelli
12. Death is now my neighbor [inedito in Italia al momento in cui scrivo questa recensione]
13. The remorseful day  [inedito in Italia al momento in cui scrivo questa recensione]

Morse ha qualche problemino con l’alcol. Ok, forse qualcosina in più dal momento che un bel giorno si ritrova l’ulcera perforata.

Così, in ospedale, con la compagnia di pazienti che si confrontano sulle reciproche malattie, tra avvenenti infermierine attratte da uomini più anziani (di cui Morse pare essere un degno rappresentate agli occhi delle fanciulle) e terrificanti caposala scorbutiche, libri porno di contrabbando e visite amichevole che si concludono quasi tutte con una sfuriata della suddetta caposala, Morse trascorre le sue giornate ospedaliere. Fino a quando non decide di metter mano ai libri che gli sono stati regalati.

A parte il già citato porno e un prolisso manuale – dono il primo del collega Lewis e il secondo della moglie dello stesso -, Morse ha da poco ricevuto un volumetto dalla moglie di un defunto (e appena conosciuto) compagno di sala. Il libello racconta la tremenda storia di Joanna Franks, brutalmente uccisa nel 1859.

Il processo vide la condanna unanime di quattro barcaioli i quali avrebbero derubato, stuprato e infine ucciso la povera donna che non aveva nessuna colpa se non quella di aver usato la chiatta dei malfattori per raggiungere il marito.
Ma… nel libello che la moglie del defunto colonnello ha fatto pervenire a Morse (e a tutta la camerata nella quale il marito ha passato le ultime ore della sua vita), c’è qualcosa che non torna. Certo, i barcaioli paiono gli unici colpevoli possibili… ma… e se non fosse proprio così?

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Come si può immaginare, si tratta di una saga molto prolifica… (ma non saprei dire quanto produttiva, considerando che le recensioni che ho letto in giro dei precedenti volumi si attestano tutti nella media) di cui questo volume rappresenta l’ottavo capitolo.
In effetti, uno degli inconvenienti del mio scegliere i libri a scatola chiusa è che non sempre mi rendo conto che sto acquistando una “serie”.
Nello specifico, però, ammetto che non ci sono stati problemi.
Il protagonista è l’ispettore Morse, del quale qui non ci è dato sapere il nome (almeno non in questo volume… magari è un tratto distintivo della serie). Al suo fianco abbiamo il fedele sergente Lewis e poi una serie di comparse (la maggior parte delle quali avvenenti donne destinate a scomparire).
Quindi, nulla di irrecuperabile: la storia si segue bene.

Ora… premetto quanto segue: la lettura è piacevole perché è davvero ben scritta (e, ormai lo sai, scusa se mi ripeto, a me le storie ben scritte piacciono); il grosso guaio, però, è il contenuto.

Cominciando proprio dall’inizio. Ammettiamo pure che la moglie di un uomo appena morto decida di tornare  immediatamente nell’ultimo reparto in cui il marito è stato per regalare – a quanto pare secondo espressa richiesta di lui – una copia del libro scritto dal caro trapassato a tutti i camerati (… insomma, un libro che ha fatto faville in libreria, eh?!). Ammettiamo anche – tutto è possibile – che il libello di questo defunto presenti per l’appunto un caso di omicidio, per l’appunto con dei passaggi non molto chiari, per l’appunto con delle forti incongruenze a livello investigativo e che – per l’appunto – ‘sto libretto finisca pure nelle mani del nostro ispettore, il quale non ha al momento nulla di meglio da fare dato il suo fermo obbligato in ospedale.
Quando si dice la casualità

Molto bene. Appurati questi primi momenti fortunelli e immaginando già che Morse resterà abbacinato da questo caso, apprezziamo pure l’ispettore che risolve il suddetto “caso” stando sostanzialmente seduto (no… aspetta… non si chiamava Nero Wolfe? … vabbè dai qui è diverso perché il nostro investigatore è bloccato in ospedale e non su una comoda poltrona…).

La faccenda comincia a farsi moderatamente curiosa attorno al decimo/undicesimo capitolo, quando la gran parte del caso dell’Assassinio sul canale di Oxford (il libretto incriminato di cui parlavo sopra) è stata srotolata – e si capisce anche come si sono svolti realmente i fatti… – e Morse si è finalmente preso un nuovo passatempo per la sua permanenza in ospedale diversa dal guardare le infermiere.

Ma qui mi fermo e non sono disposta ad accettare altri miracoli narrativi.

In primo luogo, posso anche chiudere un occhio sul fatto – comunque molto improbabile – che tre giovani e belle ragazze + 1 (l’infermiera Fiona, l’infermiera Eileen e la figlia Christine del compagno di camerata… tra l’altro, quest’ultimo, non pare affatto disturbato che la figlia dedichi il tempo delle visite in ospedale ad occhieggiare all’attempato ispettore. Il +1 è la caposala… ma questa è più una mia supposizione), per quanto intelligenti, si infatuino di un vecchietto stempiato, ubriacone e con il trippino, quasi alla prima occhiata. Anche perché la descrizione di Morse non è certo quella che possa lusingare con un semplice sguardo una giovane donna:

« […] sulla metà dei cinquanta, capelli bianchi e radi, qualche chilo di troppo e con il fisico di chi amava non poco l’alcol»

Estratto da “La fanciulla è morta”, Colin Dexter, trad. di Sellerio Editore, 2015

Un vero adone, insomma, che colpisce al primo sguardo…

Veniamo, però, alla vera assurdità di tutto l’impianto narrativo… l’omicidio che ammorba i pensieri di Morse (ma non del lettore, perché – ripeto – la soluzione è abbastanza lampante) si è svolto 1859!
E il problema non è tanto nella data quanto nella quantità (e qualità) del materiale che Morse – grazie anche al contributo dei suoi aiutanti – riesce a recuperare.
Per carità, complimenti all’efficienza della polizia britannica che, stando a quanto riporta Dexter, ha un serio problema di disposofobia… ma mi è assurdo concepire che le prove vengano conservate (e, soprattutto, si conservino perfettamente senza alcuna manutenzione) per più di un secolo. Perché siamo nel 1989, cari e care miei/mie, ma Morse riesce a ritrovare pure un paio di mutande ottocentesche perfettamente conservate (altro che criogenia: mettiamo i cadaveri negli sgabuzzini inutilizzati dei dipartimenti di polizia inglese!).

La chicca finale è davvero indegna

Sì, perché Morse riesce a ritrovare la casa della giovane Joanna (nata nel 1821). Casa – guarda caso – al momento abbandonata – nonostante si trovi in un quartiere abitato e non sia un rudere abbandonato in mezzo alla campagna – e perfettamente conservata. Tanto che Morse, assieme al fido Lewis, ritrova dei segni incisi così in profondità nella struttura dell’edificio da essere perfettamente visibili (e che erano scritte col trapano?!). Non solo… le incisioni riportano le altezze dei rampolli di famiglia (Joanna e il fratello).
È una cosa carina… la faceva anche mia mamma… quando ero piccola.
Ma qui no!, perché la fortuna di Morse vuole che la zelante madre – o chi per lei – di Joanna continui a segnare l’altezza della figlia fino al 1841, cioè fino a quando la figlia – ormai già ventenne – va via di casa per sposarsi con il “primo” marito… m’immagino il quadretto familiare con giovane donna ventenne che sorride alla madre la quale, col trapano in mano, incide il muro per riportare l’altezza della figlia…  

Insomma… il libro è ben scritto, anche scorrevole, ma pecca assolutamente di credibilità.
I personaggi sono pochissimi e – esclusi Morse e Lewis – se non sono solo dei nomi che ci allietano con un paio di battute, sono donne carine, giovani, in qualche modo insoddisfatte della propria vita (?) e infatuate di Morse… e che è?!
Anche gli ambienti sono abbandonati a sé stessi e le uniche coordinate che abbiamo – a parte la sala d’ospedale (che mi sono autonomamente immaginata simile a quelle che si vedono nella serie tv Call the midwife) e il Tamigi con i barcaioli allupati – non ci sono altre indicazioni se non nomi di vie che non dicono proprio nulla.
Nemmeno la ricostruzione dell’omicidio porta qualche miglioramento. Dato l’andazzo del libro, è abbastanza evidente capire dove finirà anche il caso di Joanna Franks. Le incongruenze dell’omicidio sono chiare fin dall’inizio e non ci vogliono molte pagine per fare due più due e scoprire la reale soluzione.

Insomma… boh!

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Il viaggio di Tuf recensione

il-viaggio-di-tuf-recensioneTitolo: Tuf Voyaging
Autore: George R.R. Martin
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 1976-2003
Titolo in Italia: Il viaggio di Tuo
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Sergio Altieri e G.L. Staffilano

Una strana stella brilla in cielo. La stella del morbo (eh, se non è qualcosa di terribilmente mortifero, non è un libro di Martin!). Ma prima che Janeel e l’uomo con lei arrivassero in quel luogo con il desiderio e la speranza di aprire il loro avamposto commerciale era una normale stella, identica alle altre. Adesso… adesso, il morbo dilaga. Janeel è già morta… e il ricordo di ciò che resta dell’uomo che era con lei è affidato a un cristallo di registrazione.

Tempo dopo. Ceelise Waan, antropologa-matrona (vista la circonferenza del suo girovita), vuole recuperare la stella del morbo… o ciò che ne resta… se resta. Lei non crede alle dicerie su maledizioni e sciocchezze varie. Lei immagina che la stella altro non sia un’Arca dei tempi passati. Una nave, insomma, dagli armamenti così sofisticati e una biobiobiblioteca (=biblioteca contenente codici genetici) così vasta da valere… boh, una cifra inestimabile!

Tuttavia, non ci può arrivare da sola (anche perché è una donna davvero molto pittima). Insomma, ha bisogno di una squadra. Per il compito, quindi, abbiamo una mercenaria Rica Dawnstar, che dovrebbe difenderla dalle possibili mire degli altri, un cybertech di nome Anittas, un esperto di strategia militare Jefri Lion e Kaj Nevis.

Manca il trasporto. Hanno bisogno, però, di qualcuno di inoffensivo, senza equipaggio; qualcuno che, vista l’epica nave da battaglia dei genieri ecologici, non si faccia venire la bava alla bocca e tenti di fregargli il colossale e inestimabile relitto.
Eccolo questo qualcuno: il suo nome è Tuf, un colosso di due metri, bianco come il latte e praticamente glabro, con la sua navicella sgangherata, la Cornucopia di eccellenti merci a basso prezzo.

Il guaio? Be’, il pericolo di appropriazione indebita non viene certo da Tuf, ma dai componenti originari della squadra. E, quindi, appena la grande Arca è in vista, ecco che parte una folla gara mortale a chi arriva per primo al ponte di comando. Nessuno è disposto a collaborare o a condividere e molti ci rimetteranno la vita (altrimenti non sarebbe una vera storia di Martin!) e lo stesso Tuf si ritroverà coinvolto suo malgrado.

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Dal momento che il nuovo capitolo de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” (o Il Trono di spade per chi lo conosce con il nome della serie televisiva) non si sa a che punto è e se mai arriverà in dirittura d’arrivo, mi sono attrezza con dei “surrogati”.

Questo è un libro di fantascienza nato prima ancora della ormai celeberrima saga ambientata nei Westeros.

Il viaggio di Tuf, per la verità, è una raccolta di racconti scritti tra il 1976 e il 1986, pubblicati originariamente in ordine sparso, qui sistemati non in base alla data di pubblicazione, ma in base alla cronologia della storia stessa (quindi, niente panico: la storia si segue molto bene).
Quindi, troviamo brani scritti dopo, ma che vengono prima e brani scritti prima che vengono dopo. Impressionante è la coerenza narrativa degli eventi che questi racconti, pubblicati lungo l’arco di un decennio, hanno. Infatti, pur coprendo un raggio temporale davvero molto ampio, i racconti, anche quelli più “vecchi”, hanno lo stesso stile e la stessa capacità narrativa di quelli più recenti.

Alla fin fine, è come se il libro fosse un unicum, in cui i racconti non sono altro che capitoli molto lunghi.

Comunque, una cosa da tener presente: sebbene ben realizzato e coerente, data la struttura del racconto, si procede comunque per singoli episodi (nonostante una parte del viaggio ritorni per ben tre volte), quindi, se decidi di leggerlo, assicurati prima che lo schema della raccolta di racconti faccia per te.

I racconti in questione sono:

  • La stella del morbo;
  • Pane e pesci;
  • Guardiani;
  • Fare il bis; 
  • Una bestia per Norn;
  • Chiamatelo Mosé;
  • Manna;

preceduti da un prologo che introduce le storie e le leggende su questa misteriosa e dannatamente precisa stella del morbo alias mega-nave da battaglia.
Infatti, ogni tre generazioni, quando la vita su Hro b’rana sta ricominciando a crescere a livello demografico, culturale, militare, ect., la stella brilla inspiegabilmente in cielo portando pestilenze, miasmi e morte. Ma ogni cosa verrà spiegata a tempo debito.

Insomma, in questi racconti c’è un po’ di tutto. Da una lotta a squadre per arrivare alla sala di comando che poi diventa una gara singola a bizzarri scontri di belve; da mondi brulicanti di vita (forse troppo) a pianeti da poco abitati alle prese con mostri apparentemente invincibili; da miasmi biblici a gatti con poteri psionici.

Una delle ambientazioni che torna maggiormente è S’uthlam, pianeta densamente popolato, densamente tecnologico, densamente evoluto, eppure terribilmente sciocco.
Nell’affollata e brulicante S’uthlam non si può non vedere uno specchio delle metropoli americane (no, okay, dell’occidente in generale) con l’invadenza dei paparazzi; l’indifferenza della gente o di contro la sua viscerale curiosità; le misure standardizzate e compresse per posti a sedere nei ristoranti o nei teatri; il diffuso politichese; le distorsioni dei media; ect. il-viaggio-di-tuf-citazione

Tuf è un protagonista particolare e non solo per lo strambo e ampolloso modo di esprimersi. Prende tutto sul serio; ama i gatti (e la scelta dei nomi e il loro utilizzo durante la narrazione è davvero ben fatto); ha il trippone; e non sopporta i posti troppo affollati… insomma, non corrisponde proprio all’immagine dell’avventuriero galattico. E, per questo, mi è piaciuto.

Gli altri personaggi, nonostante il racconto non conceda molto spazi, sono ben definiti, perché agiscono – proprio come piace a me. Non ci si perde in pedisseque dissertazioni personali o elucubrazioni private: si agisce punto e da qui il lettore è in grado di comprendere il carattere di un determinato personaggio.

Ora i racconti in sé sono abbasta standardizzati: nuovo pianeta = problemi da risolvere; delegazione di rappresentanti e conseguente giro tra le vasche genetiche per raggiungere il ponte di comando dove vive Tuf; piano di Tuf (al quale, con Dax al fianco, piace vivere facile); guai di vario genere e durata (i clienti di Tuf partono sempre molto diffidenti); quindi soluzione di Tuf, saluti, fine.

Complessivamente, però, il quadro che emerge è originale.
Insomma, tra il 1976 e il 1985, Martin è riuscito a esporre idee che si sarebbero sviluppate solo un ventennio, un trentennio dopo. Impressionante. Per fare qualche rapido esempio di questo:

  • Lì per lì, mentre leggevo, mi sono mentalmente rivista un episodio di Doctor Who (settimana stagione, secondo episodio), il quale tratta proprio di una nave-arca, con tanto di materiale genetico prezioso, assalto da parte di nemici, sistemi di sicurezza e dinosauri che vagano per la navicella. Tuttavia, come ho scoperto, il viaggio di Tuf è del 1986; l’episodio di DW è stato, invece, trasmesso per la prima volta l’8 settembre 2012. Tuttavia, non è la prima volta che mi imbatto in un caso così simile nelle sceneggiature della storia del Dottore (leggi qui);
  • Non solo. Il racconto “Guardiani” è una versione, ovviamente in miniatura, del romanzo “Il quinto giorno“. Trovi la mia recensione del romanzo in questione qui (si tratta di una delle prime recensione che ho scritto sul blog, quindi chiedo in anticipo clemenza!). L’idea di base è la stessa (l’esistenza di un’altra insospettabile razza senziente e moooolto intelligente a parte quella umana), con la differenza che “Il quinto giorno” è un libro del 2004; il racconto di Martin è del 1981.

Certo, noto alcuni punti ricorrenti dell’impostazione di Martin. In primo luogo, il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre“. Anche nella sua serie più famosa, Le Cronache del Ghiaccio e del fuoco, Martin non fa certo mistero che i suoi personaggi si muovono meglio da soli, imparano da soli e muoiono da soli. Insomma, non fidarsi degli altri è molto difficile: va trovata la persona giusta (un familiare, un amico…), ma siamo poi sicuri che ci resti fedele per sempre? No… meglio soli che male accompagnati.
Insomma, diffidenza, odio, stupidità, profittatori vari e anche qualche sopruso sono argomenti ricorrenti nelle trame di Martin.

Il secondo punto che “ritorna” è la petulanza dei personaggi con nomi simili. In questo caso, la grassa Celise è davvero una donna antipatica, boriosa, noiosa… ok, mi fermo. Quale personaggio, dal nome simile, ricorre con queste stesse caratteristiche (non fisiche) ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco? Cersei.
Poi ritroviamo antiche casate dai colori sgargianti; giovani snelli, biondi e un poco strafottenti di nome Jaime… E non si può non notare in Tuf una certa rassomiglianza con il nostro Martin (a parte la panza, sono entrambi degli affezionati del basco!). Anche questa citazione mi pare d’averla già trovata (però mi piace ogni volta che la leggo): il-viaggio-di-tuf-citazione-2

Comunque, tematiche ricorrenti nell’immaginario di uno scrittore sono assolutamente normali, anzi sono una sorta di certificato d’origine, quindi ben vengano!

Insomma, in conclusione si tratta di un romanzo piacevole. Martin si conferma una buona penna e un buon narratore. I singoli racconti hanno, comunque, uno schema di svolgimento delle vicenda abbastanza lineare e simile, ma le idee alla base delle storie si dimostrano davvero originali considerando che saranno riproposte solo anni dopo.

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