Il bambino numero 44 recensione

il bambino numero 44Titolo: Child 44
Autore: Tom Rob Smith
Genere: Thriller/Spionaggio
Anno di pubblicazione: 2008
Titolo in Italia: Child 44. Il bambino numero 44
Anno di pubblicazione ITA: 2008
Trad. di: Annalisa Garavaglia

Leo è un agente dell’MGB, il Ministero per la Sicurezza di Stato. Il suo compito? Prevenire il crimine, tutelare i probi cittadini, ma… siamo in Russia, la Russia di Stalin. Il regime è forte, terribilmente restrittivo. La popolazione è allo stremo, sospettosa, diffidente persino verso la propria famiglia. Gli oppositori del regime vengono fatti sparire o buttati nei Gulag.
Chiunque potrebbe essere il nemico. Chi si rivela amico potrebbe, in realtà, essere uno sporco capitalista schiavo della sporca Europa.
E, alla fine, lo stesso Leo diventa quell’avversario. La sua colpa? Be’, ce ne sono più di una: la sua posizione di rilievo all’interno dell’MGB, il collega invidioso e arrivista e, non ultimo, la sua ferma convinzione di non denunciare la moglie Raisa come spia (perché, povera donna, tutto è tranne che spia).
Così, la punizione è più blanda di quanto lo stesso Leo potesse sperare: lui e la moglie vengono mandati ad ammuffire in un paesino sperduto. Ovviamente, qui le cose non saranno più facili. Nonostante fuori dal controllo di Mosca, la milizia – una sorta di polizia locale – non vede la nuova coppia proprio di buon occhio: che siano spie mandate da Mosca? Il rapporto tra Leo e Raisa si svela per quello che era realmente: una farsa.
Insomma, a che serve continuare a vivere? Be’, forse qualcosa c’è. Dei bambini scomparsi, ritrovarti morti, nudi in mezzo alla neve, con il ventre squarciato, il fegato asportato e la bocca piena di terra. La popolazione già parla di un mostro che rapisce i bambini; ma nessuna fantasia può ridurre dei poveri ragazzini in quelle condizioni. No. Si tratta di una persona, una persona in carne e ossa. E Leo ha appena trovato il nuovo scopo per la sua inutile vita: scoprire il colpevole.

logo commentoIn questo clima di sospetto, diffidenza e circospezione, seguiamo Leo (cognome molto russo che non sto a riportare – i nomi sono stati per me una nota dolente… meno male che quelli dei personaggi principali sono facili). Sebbene non condivida proprio tutte le scelte del regime, comunque le giustifica quando per il bene comune quando per un qualunque motivo nemmeno a lui conosciuto; ben presto, però, la convinzione di Leo comincia a vacillare e i tentennamenti diventano domande e dubbi pericolosi. Fino, ovviamente, alla rottura definitiva, costellata da un vortice (purtroppo prevedibile) discendente di eventi uno peggiore dell’altro.

il bambino numero 44 citazione

Leo si ritrova così con una vita che credeva essere perfetta ridotta a pattume: degradato, umiliato, sfiduciato, ma ancora convito d’aver fatto una scelta giusta in nome dell’unica cosa giusta della sua vita: la sua famiglia. Ben preso arriverà a ricredersi. E qui, gioco forza, i ruoli quasi s’invertono e diventa Raisa, la moglie, quella in un certo qual modo doppiogiochista.
Quella che potrebbe apparire, nelle prime cento pagine, come la storia di un matrimonio sotto i riflettori di un regime, con convinzioni, illusioni, opportunismi e tante cose taciute e nascoste, si trasforma però in un’indagine.
Come una sorta di senso di rivalsa quando la sua vita va a rotoli e dopo averne mandate a rotoli lui stesso parecchie, Leo indaga su questo strano circolo di violenza così simile eppure così distanti l’una dall’altra. In condizioni precarie, dato che sotto il regime le morti criminose – anzi, i crimini in generalenon esistono e immerso in un clima fatalmente mescolato di (comprensibile) omertà, paura e sospetto, Leo inizia questa sua personale crociata, un po’ in ritardo, alla ricerca dell’assassino.
Insomma, in questo mondo di artifizi e raggiungi, in cui una sola è la vera verità – quella del regime – , Leo cercherà di scoprire cosa si cela nel freddo e nella paura di questa Russia stalinista.

Ora, considerando che Leo è entrato nell’MGB spontaneamente, immagino ne condividesse, in qualche modo, anche gli intenti e i propositi, quindi, sebbene sia comprensibile che a un certo punto si faccia delle domande e apra gli occhi, meno comprensibili sono i suoi giudizi morali assolutamente contrari a quelli che ha creduto fino a tre secondi prima (e mi riferisco all’avere una versione di crimini e criminali diversa da quella ufficiale; discorso molto improbabile se si considera che era Leo stesso a incriminare e imbastire casi contro la gente).

La stessa Raisa è descritta con qualche incoerenza come vittima di un allupato membro dell’MGB. Va considerato, tuttavia, che lo stesso autore descrive la scelta del suo personaggio come calcolata, anzi quasi obbligata. Di contro, però, la donna non si pone dubbi a reagire alle avances del dottore Zarubin, mettendo a repentaglio la sua vita (quindi, come può un personaggio avere questa reazione improvvisa, considerando che decide di sacrificare tutta la vita con un uomo di cui è terrorizzata?).

E poi questo incomprensibile odio di Vasili – il vice/collega/superiore – nei confronti di Leo; considerando che qui il rapporto non è come tra quello di guardia e ladro (stile Lupin e Zenigata), sarebbe stato piacevole avere un indizio almeno sulle ragioni di questo odio profondo (avrei un sospetto, ma si tratta di qualcosa di davvero troppo scontato e mi rifiuto di crederci).

Trattandosi di un thriller, l’indagine in sé non è niente di che; lo stesso vale per l’effetto sorpresa e i colpi di scena (già m’immagino chi sarà uno dei “nemici” dei prossimi seguiti). L’effratezza e la follia dell’assassino fanno da contraltare a un’indagine prevedibile, a sviluppi della storia palesi (e, in alcuni casi, molto improbabili e molto forzati per far tornare la vicenda) e a rapporti tra i personaggi altrettanto evidenti e immaginabili.

I dialoghi sono a scarso impatto, molto impersonali, nel senso che il tono piatto impedisce di distinguere un interlocutore da un’altro.

Ciò che ho veramente apprezzato in questo libro è la ricostruzione del clima di diffidenza e paura della Russia stalinista, legando al fittizio avvenimenti storici reali. Come scrivevo all’inizio della mia recensione, questo senso di forte oppressione e di sospetto, i sistemi della polizia e dei servizi segreti, le difficili vite e comdizioni della gente comune sono aspetti ben approfonditi. Sotto questo aspetto, sembra che il mio ringraziamento non debba andare tutto all’autore, ma in buona parte anche a Natalina Sanina.

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L’ipotesi del male recensione

l'ipotesi del maleTitolo: L’ipotesi del male
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2013

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– Il Suggeritore

È una carneficina. Un’intera famiglia distrutta in una sola notte. Da un solo uomo. E l’assurdità della situazione non finisce qui, perché quest’uomo vuole anche farsi riconoscere, obbligando l’unico sopravvissuto della famiglia, il piccolo Jes, a chiamare la polizia.
Quindi, sparisce.
Ma la polizia sa chi è. Roger Valin.
Un nome già noto, non perché di un criminale… ma perché di una vittima. Un volto che al Limbo, la sezione che si occupa dei casi di sparizione, conoscono da diciassette anni. E, dalla descrizione che il bimbo fornisce, sembra non essere minimamente cambiato in questi anni di scomparsa: stesso taglio di capelli, anche se un po’ più bianchi, stesso volto scavato e stessi identici vestiti della foto che al Limbo sono riusciti a reperire.
Che sta succedendo? E perché quest’uomo, sparito e dimenticato dal mondo, adesso ritorna? Perché ha ucciso un’intera famiglia, lasciando come testimone il piccolo Jes?
Interrogativi ai quali, Mila Vasquez dovrà rispondere a caro prezzo.

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I personaggi sono tanti, ma l’unico su cui si concentra l’azione è Mila (gli altri sono più che altro nomi che si susseguono e classici clichè: come la mega “capa” – tosta, sexy, bellissima e con uno spiccato gusto per i bagni nello Chanel N.5). Sempre con questo suo problema con le emozioni (Mila è assolutamente incapace di empatia e ha rapporti solo con la paura e il dolore)… anche in questo capitolo, non ci schiodiamo e non andiamo molto avanti rispetto a quelle che erano le “pecurialità” di questo personaggio ne Il Suggeritore.

Mila è anche brava, qui come non mai; era brava ne Il Suggeritore, perché non dovrebbe esserlo anche qui? Però, le sue intuizioni sanno davvero troppo di divinazione. Voglio dire: apparentemente, anche Sherlock Holmes – cui Mila non è paragonabile – pareva un indovino. Cosa che, in realtà, non era, perché le sue “intuizioni” erano il frutto asettico di un’attenta analisi e ponderata logica. E, quando rivelavi il “trucco”, tutto era così palese e perfettamente logico. Qui, be’, qui rimaniamo bloccati alla “fase intuitiva”, istinto femminile, folgorazione sulla via di Damasco… chiamiamolo come preferiamo, ma è davvero esagerato. Ovviamente – e immancabilmente -, l’idea, la sensazione, la rivelazione divina di Mila si rivela fondata. Ora, non è difficile per il lettore capire dove andrà a parare la situazione, complice gli accenti che vengono posti nelle scene a particolari apparentemente inutili, ma per Mila? E va bene una, due, tre volte… ma, ben presto, è un escamotage che stufa: un’indagine non può proseguire solo per le intuizioni mistiche di un unico personaggio (che va avanti da solo perché non può/vuole chiamare i colleghi; dimentica/è impossibilitato ad usare la pistola/il cellulare). Se non è Mila a ricevere la folgorazione, allora è Berish; anche lui, però, impossibilitato a servirsi dell’aiuto dei colleghi – eccezion fatta per Mila – perché non può/vuole.

E veniamo allora a Simon Berish, il reietto, l’antropologo nonché controparte maschile di Mila in questo secondo capitolo dopo Il Suggeritore (dove ne aveva un’altra di controparte). Figura quella di Berish, da un lato un poco curiosa (che cosa mai avrà fatto di così terribile per inimicarsi l’intero corpo di polizia senza che Mila, che sono anni che lavora come poliziotta, ne abbia mai sentito un vaghissimo accenno?); dall’altro, insulsa e contraddittoria e, Dio, quanto è bravo anche lui con le intuizioni mistiche (i superiori non gli passano più casi, nessuno vuole più lavorare con lui, ma – non si capisce bene come – arriva fino all’interrogatorio di un sospettato… insomma, una fase delicatissima messa improvvisamente e inspiegabilmente nelle mani di uno di cui tutti diffidano? Da qui, Berish si crea una nicchia in un mondo che non lo vuole e non lo considera più nemmeno. E anche il motivo per cui è considerato un reietto… boh… non ci sono nemmeno prove… e, nota personale, il suo “rivoluzionario” modo di condurre gli “interrogatori” con psicologia spiccia è assolutamente non credibile).

Ovviamente, tra i due c’è simpatiiiiiiiia (come diceva l’Olmo di Fabio De Luigi).

Non so, mentre leggevo ho avuto questa spiacevole sensazione come di dejà-vu: l’assassino che lascia briciole di pane ai poliziotti per condurli attraverso un macabro tour dell’orrore e per sfidarli/indottrinarli; dita scarnificate, case piene di cianfrusaglie… insomma, si cerca – o quantomeno questa è stata la mia sensazione – di occhieggiare alle cacce al criminale americane, mancando però di quel pathos e di quell’escalation nello srotolamento della storia.

Insomma, evoluzioni tra i personaggi scontate; passaggi narrativi prevedibili; fastidiose ripetizioni. Durante la narrazione, si mette l’accento su alcuni aspetti, alcuni personaggi, alcuni elementi con la conseguenza che, quando questi si rivelano o si presentano in quello che dovrebbe essere un colpo di scena, la sorpresa è sparita nel sospetto – o meglio certezza – che le cose sarebbe andate esattamente in quel modo (altrimenti perché concentrasi su quell’inutile particolare?).

Non so se avendo letto Il Suggeritore e conoscendone la fine ho cominciato con un gap, dal momento che già avevo un’idea di chi potesse essere il “cattivo” in stile Pifferaio Magico (o “manipolatore di coscienze” se preferiamo); però, trattandosi del secondo di una serie di thriller, non penso che i fatti e gli “intrighi” debbano essere così evidenti e palesi (e simili al precedente) come lo sono qui. Alla fine, diventa davvero irritante: tutto ciò che ti aspetti accade. Si cerca di uscire dal banale, ma non si fa altro che ricadere nel prevedibile. Sono così tanti i passaggi scontati e banali e poco credibili da essere irritanti. E certe uscite in stile “coniglio dal cilindro” puzzano davvero troppo di “colpo di scena” da telenovelas (segreti che sbucano dal nulla, nascosti a tutti, ma gettati addosso al primo sconosciuto che capita).

citazione l'ipotesi del male

Mi ripetevo stile mantra: “Il Suggeritore ti è piaciuto un sacco; vai avanti, vai avanti… il finale sarà una bomba…“.
La bomba letteraria purtroppo non arriva; in compenso abbiamo un inutilissimo riepilogo della vicenda, come se non fosse stato già sufficiente l’averlo immaginato e poi l’averlo letto mentre accadeva il tutto.

Comunque, si tratta di una lettura non troppo impegnativa, non troppo ingarbugliata, non troppo coinvolgente; non imprevedibile; non appassionante; sotto molti punti di vista scontata. Alcune delle storie degli “insonni” (in particolare mi riferisco a quella di Diana e della madre) sono ben costruite, ma restano comunque una parentesi di poche pagine nella narrazione della storia principale.

Devo ammettere che la lettura mi ha pesato molto (complice forse la sfiducia improvvisa che mi ha preso… v. avanti per la spiegazione).

Si tratta di un thriller, ma qui mancano molti degli elementi del genere: l’affannosa ricerca del sospetto; personaggi – non necessariamente belli e abilissimi nel loro lavoro – capaci di artigliare il lettore al cuore; una storia con dei colpi di scena che siano tali; il ritmo alla narrazione…

Qualche perplessità me l’hanno lasciata la sfila di marche automobilistiche. Che ci sia stato un qualche accordo con le principali case automobilistiche del mondo? Ovviamente la mia è una – triste – battuta, ma è una sfilza ininterrotta di marche d’auto (per quella che è la mia conoscenza non fa nessuna differenza identificare il modello per immaginarmelo). A parte questa precisione nell’indicare il modello dell’auto, le descrizioni soffrono un po’ di asetticità con qualche frase e immagine che si fingono poetiche, ma sono solo irritanti. Si tratta, comunque, di qualche particolare buttato lì, ma nulla di particolarmente eclatante. Insomma, una descrizione ambientale molto scarna («Le pareti erano rivestite da carta da parati rosso scuro. Il pavimento era coperto da una moquette dello stesso colore ma con grandi fiori blu – scelta apposta perché i clienti non distinguessero i punti in cui si sarebbe macchiata nel corso degli anni. Un lampadario impolverato sovrastava un letto matrimoniale marrone in legno laccato. Il copriletto era di raso bordeaux e presentava alcune bruciature di sigaretta. C’ erano due comodini coi ripiani in marmo grigio. Su uno era appoggiato un apparecchio telefonico […]» [e avanti così stile elenco della spesa]).

Forse si tratta solo di un ricordo errato, comunque sbiadito, ma ricordo che la prosa di Carrisi mi era piaciuta. Mi ero detta: ecco finalmente qualcuno che conosce l’esistenza delle subordinate (cordinate, ect.) e di una punteggiatura che vada oltre il punto e la virgola (e lo dice un’amante della virgola). E, quindi, che diavolo è successo? Qui abbiamo frasi brevi, semplici semplici; tante virgole; tanti punti. Non chiedo termini aulici, per carità!, ma frasi costruite sì. E frasi che abbiano un senso e che non fingano immagine poetiche («Sollevò la cornetta e gli squilli cessarono di colpo. Se la portò all’ orecchio e ascoltò un vuoto fatto di silenzio.»; «Gli strilli delle rondini passavano e svanivano in una sconosciuta lontananza.»).

Insomma, sono molto amareggiata. Carrisi era uno dei pochissimi autori italiani che consideravo davvero valido. Questa Ipotesi del male mi lascia davvero sfiduciata e mi chiedo se ho preso una botta in testa mente leggevo Il Suggeritore o dopo aver letto Ipotesi del male (a questo punto, non saprei se rileggere il primo per capire un po’ se devo preoccuparmi o meno).

Per carità: non tutte le ciambelle escono con il buco, così come non tutti gli scrittori  – soprattutto se abbastanza prolifici – incasellano sempre storie meravigliose tra le pagine di un libro.

Non escludo di poter rileggere in futuro Carrisi, in memoria de Il Suggeritore – salvo che un’eventuale rilettura non mi faccia ricredere. Al momento, però, sento di dovermi ritirare nel mio guscio sfiduciato e depresso. Sob…

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Lo scheletro che balla recensione

Lo scheletro che balla recensioneTitolo: The coffin dancer
Autore: Jeffrey Deaver
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 1998
Titolo in Italia: Lo scheletro che balla
Anno di pubblicazione ITA: 1998
Trad. di: Stefano Massaron

Preceduto da: 
Il collezionista di ossa

Il niner Charlie Juliet sta iniziando il suo avvicinamento alla pista d’atterraggio dell’aeroporto di Chicago. Nulla da segnalare: serata perfetta, stelle in cielo e vento propizio. Ma Edward (Ed) Carney ha addosso una strana sensazione di disagio e decide di chiamare la moglie. Nell’esatto istante in cui Percey – la moglie di Ed – risponde, un buco si apre nella fusoliera, l’esplosione si porta via il braccio di Ed e, be’, anche la sua vita e quella del copilota.
E non si tratta di un errore umano o tecnico o una disgrazia del destino dispettoso. No. C’era chi voleva Ed morto e… anche sua moglie (che solo grazie a un mal di testa ha aggirato la morte) e un loro amico Brit Hale. Loro tre saranno, infatti, testimoni nel processo contro Hansen, un imprenditore che si è fatto da sé, ma che non resta troppo simpatico al governo degli Stati Uniti, dal momento che vende armi – rubate all’esercito – sul mercato nero. Per far fuori questo scomodi testimoni, Hansen avrebbe assunto un temibile killer, spietato e così bravo da essere quasi un fantasma, una vecchia conoscenza di Lincoln Rhyme: lo scheletro che balla – dal nome di un tatuaggio che ha sul braccio. Ora: ci sono solo quarantacinque ore per salvare la vita dei due testimoni e incastrare anche una volta per tutte lo scheletro che balla. Ce la farà Rhyme?

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Solitamente si dice: «Squadra che vince non si cambia». Be’, ottimo consiglio; non applicabile purtroppo al mondo letterario in cui il “già visto” fa subito storcere il naso. E così, ritroviamo Lincoln, con un giocattolo questa volta aggiornato e più figo del precedente, in “profonda meditazione” disturbato – il solito Thom che lascia passare gente! – da due facce note, Sellito e Banks. Cosa vogliono questa volta? Bah… nulla di nuovo. C’è un caso intricato; delle vittime – non ancora tali – da salvare e una corsa contro il tempo al fulmicotone (45 ore). Poi abbiamo una lavagna da compilare con i dati utili per trovare l’assassino, il quale dopo poche pagine si rivela essere già – guarda caso – uno psicopatico. Ti ricorda qualcosa?
Ma gli episodi “copioni” non finisco qui, perché abbiamo attentati alla vita di Saschs (no?!), arresti inconsulti – e contro il parere dei superiori – sempre di Saschs… insomma, siamo sicuri che stiano cercando Lo scheletro che balla o Deaver è rimasto bloccato in una sorta di loop criminoso a Il collezionista di ossa?
In alcuni punti, la questione CS (scena del crimine) si fa un po’ troppo vudù e Rhyme riesce davvero a carpire nozioni utili anche dalla capocchia di uno spillo tenuto in mano per tre secondi dal cugino del nipote dello zio dell’assassino. Insomma, questo per dire che alcuni elementi hanno un’eccessiva inclinazione al “divinatorio”. E, per carità, la scienza moderna ha fatto dei passi da gigante, ma ha comunque dei limiti (che qui sono molto molto sottili; Rhyme diventa una specie di macchina onnisciente della scena del crimine).
Comunque, eliminato questo fastidioso elemento del “già visto” e questa “misticità” nell’interpretazione dei microscopici indizi, la vicenda resta sempre ben intrecciata anche se l’ho trovata molto inferiore a quella raccontata ne Il Collezionista di ossa, in cui la tensione era crescente, i personaggi studiati e approfonditi, le situazioni realistiche e ben raccontate. Qui, sebbene manchi quella voracità della lettura causa l’effetto dejà-vù, qualcosa viene comunque recuperato verso la fine con l’unico colpo di scena di tutto il libro.

Passando a parlare dei personaggi. Il rapporto tra Amelia e Rhyme, pur prendendo una china già prevedibile nel precedente capitolo, si fa più profondo, sebbene scada un po’ nel banale con la “questione gelosia” (e nonostante le precedenti remore di Rhyme spariscano magicamente). A parte questo aspetto che subisce una sorta di “evoluzione”, non si rinviene tuttavia lo stesso con gli altri personaggi (ad esempio, sarebbe stato interessante approfondire la figura di Thom e il suo rapporto con Lincoln; oppure Dellrey, il camaleonte, è un personaggio sicuramente ben riuscito, ma che qui passa un po’ in sordina e fa solo qualche comparsata mostrando comunque capacità fenomenali; anche Banks è un elemento che viene eliminato rapidamente dalla scena e poi completamente dimenticato, ma avrebbe meritato un maggiore approfondimento). Insomma, ho avvertito una certa rapidità nell’attenzione prestata ai personaggi, cosa assolutamente non scontata o secondaria ne Il Collezionista di ossa.
La presenza di Percey – una dei testimoni da salvare – è sicuramente molto forte e caratterizzante, ma l’ho avvertita come una sorta di speculare di Saschs: laddove una ha un carattere forte e deciso e riesce in un ambiente prettamente maschile, lo stesso fa l’altra; se la prima ha avuto difficoltà in amore, vale lo stesso per la seconda (anche se per i motivi opposti); una ama i motori degli aerei, l’altra delle macchine. L’unica differenza sostanziale è nell’aspetto fisico perché se la prima viene chiamata la donna “troll”, la seconda è meravigliosa (ex modella non a caso).

Venendo poi all’elemento “ambienti“. Del primo capitolo di questa serie, avevo davvero molto apprezzato le descrizioni delle scene del crimine, ricche di dettagli, ma non per questo confuse, le quali garantivano al lettore di procedere al fianco di Amelia e visualizzare così il luogo nella mente. Qui, di contro, sembra in qualche punto che uno schizzato si sia impossessato della penna dello scrittore. In certi passaggi, le descrizioni si fanno un po’ confuse, più sfuggenti e meno curate rispetto a Il Collezionosta di ossa.

Ora, vedo che, nella mia recensione, i riscontri e i paragoni con Il Collezionista di ossa sono tanti, ma davvero non è possibile scinderli l’uno dall’altro dal momento che sono proprio il seguito l’uno dell’altro. Detto questo e volendo “valutare” Lo Scheletro che balla quale un libro a sé stante, questa è la mia valutazione…

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La verità sul caso Harry Quebert recensione

La verità sul caso Harry Quebert recensioneTitolo originale:La Vérité sur l’Affaire Harry Quebert La Vérité sur l’Affaire Harry Quebert
Autore: Joël Dicker
Anno di pubblicazione: 2012
Genere: Thriller
Titolo in Italia: La verità sul caso Harry Quebert
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Vincenzo Vega

Seguito da: 
Il libro dei Baltimore

Marcus è uno scrittore trentenne e, pur essendo giovane, ha già raggiunto un enorme successo: il suo romanzo d’esordio è stato un fenomeno in tutta l’America (il sogno di ogni scrittore e la speranza di ogni editore). Cartelloni con la sua faccia affollano le città, il suo ritratto ammiccante sorride dalla copertina e i talk show lo vogliono. Tuttavia, il successo è effimero. Nel giro di qualche tempo, il clamore sul libro si spenge, i cartelloni spariscono, i talk show lusingano altri per averli come ospiti.
Ma Marcus ha un contratto da rispettare con la sua casa editrice: deve scrivere cinque libri per onorare l’impegno che ha preso.
E… è arrivato: il blocco dello scrittore è diventato il suo miglior amico.

Marcus non ha idea di come risolvere la sua disastrosa situazione: l’editore gli farà causa, lo lascerà in mutande… sicuro. O forse… forse c’è ancora una soluzione: Harry Quebert. Marcus lo contatta e, in un attimo, tutto il tempo in cui sono stati distanti scompare e Harry, un grandissimo scrittore il cui romanzo è entrato a far parte della letteratura americana, invita il giovane allievo alla sua villa sull’oceano (altro sogno di tutti… scrittori e non).

Tuttavia, lì, nella pace di Aurora, Marcus scoprirà un segreto che cambierà drasticamente non solo la sua vita, ma l’intera esistenza della cittadina. Harry, nel 1975, ebbe una relazione con una ragazzina di quindici anni, Nola. Ma la questione è molto più ingarbugliata: Nola scomparve proprio in quell’estate in cui frequentò Harry. Una donna, Deborah Cooper, la vide mentre veniva rincorsa da un uomo. La ragazzina era coperta di sangue. Ma quando la polizia iniziò le prime ricerche non solo Nola era introvabile, ma la signora Cooper, l’ultima ad aver visto la ragazzina viva, fu uccisa con un colpo di pistola. Da allora, il mistero della scomparsa di Nola dura da trentatré anni nel silenzio di Aurora.

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Prima di scrivere questa recensione, ho dovuto un po’ meditarci sopra. Quindi, abbi pazienza e spero di non annoiarti mentre ti riassumo il processo che mi ha condotto poi a questa valutazione finale.

Primo punto: l’ho finito in meno di un giorno. È vero: finire in breve tempo un libro non è indice che si sta leggendo un capolavoro. E, infatti, “Il caso di Harry Quebert” NON è un capolavoro, ma un libro d’intrattenimento (come, d’altronde, la maggior parte dei libri che escono di questi ultimi tempi). Tuttavia, finire un libro in breve tempo (a prescindere se lo si ha IL tempo per dedicarsi alla lettura o se si cerca di sfruttare anche i ritagli di tempo) trovo che sia un indice importante della capacità di un autore di coinvolgere il proprio lettore nella storia che ha costruito. In questo senso, non c’è proprio nulla da obiettare: si resta incollati alla vicenda. Ci si appassiona. Ci si chiede cosa nasconda la pagina successiva. E si legge tutto d’un fiato. Inoltre, le brevi frasi/insegnamenti di vita/professione che aprono ogni capitolo sono molto interessanti.

Secondo punto: questa “scorrevolezza” della lettura è dovuta non solo a un linguaggio ben costruito, ironico in alcuni passaggi e non pesante, ma anche dal ritmo incalzante dato alla vicenda (cui si aggiunge anche la realizzazione ben fatta del libro nel libro). Sin dalle prime pagine la curiosità del lettore è subito stuzzicata e poi, un colpo di scena dopo l’altro, si procede aggiungendo nuovi pezzetti all’indagine e/o scardinando i punti precedentemente acquisiti.

Da qui mi ricollego subito al punto terzo: il modo in cui si arriva alla soluzione del caso. In molti romanzi, si preferisce rivelare tutti i lati oscuri e i retroscena sul finale (da una parte, se ben realizzato, mantiene la finzione e aumenta la suspence; dall’altro, se mal realizzato, un blocco di conclusione con episodi che, magari, sono successi nelle prime pagine fa perdere l’interesse e crea una certa confusione su eventi o nomi che non si ricordano più). Qui, invece, si opta per una soluzione che apprezzo molto ovvero fornire chiarimenti e spiegazioni in corso d’opera. Alcuni di questi poi sono frutto di fraintendimenti, incomprensioni o fatti taciuti, quindi, fungono da preludio per ulteriori sviluppi e soluzioni.

Sin qui tutto bene, ma, nel mio bilancio, mi è sembrato corretto tener conto anche degli aspetti negativi o che, comunque, mi hanno lasciata perplessa (mi scuso, ma mi rifiuto di usare quell’orripilante “perplimere“).

Quindi, aspetti negativi.

I colpi di scena: sono tanti, alcuni anche inattesi e inaspettati, ma, ad un certo punto della narrazione, diventano troppi, si viene quasi sommersi dai fatti non spiegati, taciuti, mal interpretati, ect.… anche meno…

Passando rapidamente a Marcus, il protagonista, sebbene possa non risultare simpatico (per lui quel motivetto pubblicitario “ti piace vincere facile?!” calza davvero a pennello), è sfaccettato e la sua crescita è evidente anche nel corso del libro. Come personaggio che si rintana nella sua nicchia di mediocri tra i quali spicca come il migliore (anzi, il Formidabile), è ben realizzato.
Il suo compito nelle indagini, tuttavia, se prima è più “dilettantisco” (e credibile), arriva a trasformarsi fino a diventare una sorte di Jessica Fletcher 2 a cui il sergente che conduce le indagini decide di appoggiarsi completamente e ciecamente (e questo è un fattore un po’ poco credibile… andava bene per Jessica a Cabot Cove, ma meno per Marcus e la piccola cittadina di Aurora dove lui, comunque, è sempre stato solo un ospite). Insomma, un’ingerenza così profonda e improvvisa che pecca di credibilità.

Il suo rapporto con Harry poi è ben composto anche se mi lascia alcune perplessità: l’uno ci vede il figlio che non potrà mai avere (comprensibile anche il fatto che Harry riveda, nelle aspirazioni e nel carattere di Marcus, se stesso); l’altro, però, ci vede il padre che… ? Non mi è chiaro cosa che sia che non va nel padre di Marcus…
E, visto che siamo in tema di parenti di Marcus, sua madre è una macchietta simpatica, in grado di spezzare la tensione dell’indagine… all’inizio. Dopo le sue comparsate diventano quasi irritanti, oltre che completamente inutili ai fini della storia.

Per concludere il “capitolo” personaggi e senza spoilerare troppo, alcuni di loro sono ben realizzati e convincenti, le loro scelte e reazioni sono dettate da esperienze passate; altri lasciano basiti per l’irragionevolezza e/o l’assurdità totale dei loro comportamenti, ad esempio…

... spoiler...

… il padre di Nola che, pur ammettendo che il reverendo Lewis è un pazzo, gli lascia tra le mani la figlia già non molto centrata di suo.

Infine, il rapporto tra Harry e Nola. In alcuni punti, è davvero imbarazzante e, okay tutti i discorsi sull’amore ect. ect., ma la storia sempliciotta e ingenua (da parte di un uomo di trent’anni che riempie quaderni di quattro lettere) stile Moccia anche no, grazie.

Vedo che, come al solito, non mi trattengo e scrivo poemi (eeeeh, magari!). Quindi, ultimissimo punto: gli ambienti. Quando mi riferisco a questa voce, non “valuto” solo le descrizioni, ma proprio il clima che si respira. E qui, la piccola cittadina di provincia dove ognuno ha i proprio scheletri nell’armadio è ben mostrata (sebbene con quelle perplessità circa qualche personaggio).

Quindi, alla fine dei conti, ho deciso di considerare preponderante una storia ben costruita e appassionante (anche se in qualche passaggio lo scrittore si è fatto prendere la mano); i personaggi strutturati con un carattere definito formato da esperienze passate (anche se qualcuno di loro è davvero troppo stereotipato); e l’ambiente da piccola cittadina americana in cui anche il più insospettabile ha un segreto, più o meno grande e inquietante, da nascondere.


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L’eredità Scarlatti recensione

l'eredità scarlatti recensioneTitolo originale: The Scarlatti Inheritance
Autore: Robert Ludlum
Anno di pubblicazione: 1971
Genere: Giallo/Spionaggio
Titolo in Italia: L’eredità Scarlatti
Anno di pubblicazione ITA: 1979
Trad. di: Margherita Bignardi

Si stanno muovendo strani e vecchi fili e molte questioni irrisolte troveranno finalmente una giusta conclusione.
Siamo a Washington e alcuni funzionari hanno appena ricevuto un’importantissima informazione: se concederanno il “fascicolo Scarlatti” forse potrebbero giungere a una conclusione precoce della (seconda) guerra (mondiale)  contro la Germania nazista.
In verità, dietro questa richiesta si celano ragioni ben più profonde e personali di quello che possono immaginare i funzionari governativi americani. Si tratta di una storia; anzi, della storia di una famiglia, la Scarlatti. Di come Giovanni Scarlatti riuscì a far fortuna, di come creò un impero, di come sua moglie riuscì a moltiplicare il loro potere, di come i suoi figli vennero ribattezzati Scarlett… e di come tutto questo rischi di venir distrutto dal sangue del suo sangue, Ulster.
Ma la storia è ben più intricata e vede entrare in campo molti altri giocatori: ognuno con i suoi interessi (patrimoniali e non); ognuno con la propria dose di follia e pazzia.
Anche il governo americano è interessato a sbrogliare la vicenda e un anonimo ispettore contabile, Matthew Carnfield, si troverà ben presto invischiato in qualcosa molto più grande di lui.

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Diciamo che la questione comincia a farsi un po’ più coinvolgente e interessante con la seconda parte del romanzo (dopo la metà del libro); e ho trascinato la parte precedente per dei giorni senza riuscire ad appassionarmi alla vicenda. La situazione è un po’ migliorata con l’avvicinarsi al finale.
Per carità, c’è l’intrigo internazionale, c’è una specie di genio del crimine (anche se i suoi suppoters sono convinti che sia solo uno stupido fanatico) e la figura della signora Scarlatti (pardon, madame) mi è piaciuta davvero molto, ma manca completamente la tensione nel raccontare i fatti (considerando che si tratta di spionaggio).
Forse, anzi, sicuramente il problema sono io, ma non sono riuscita ad appassionarmi alla vicenda; il racconto procede in maniera un po’ piatta e sale un poco la suspance solo per brevissimi momenti (poi torna il piattume).
Qualche passaggio della vicenda poi mi è apparso un po’ troppo surreale.

SPOILER

Complimenti al prezzolato gigante che resiste a ben tre pallottole, di cui una al fianco, e trova ancora la forza di sollevare pesi, scagliarli con irruenza, lottare e scappare via. Sembra che in lui la sola adrenalina abbia fatto miracoli!
Un deus ex machina con i controcog**** – scusa, ma questa mi è proprio scappata! – considerando che sarà lui a far avvicinare la madame e il contabile.

Per gli altri elementi poco chiari, vedi in fondo all’articolo.

La conclusione non è assolutamente all’altezza di tutte le premesse che si sono messe in campo nel corso della narrazione e sa giusto di chiusura a toppa (messa lì giusto perché la vicenda andava conclusa… in qualche modo).

Detto questo, va considerato che si tratta(va) di un romanzo d’esordio e che Ludlum è molto più conosciuto per la saga di Jason Bourne (già, quella da cui hanno tratto i film con Matt Damon) sicuramente più riuscita e conosciuta di questa. Sono comunque rimasta un po’ delusa considerando la nomea dell’autore.

Allora, come scrivevo poco sopra, l’intrigo internazionale c’è: furto, truffe, affari loschi, magnati dell’industria, accordi sottobanco, identità riscritte, ect. ect. Però, forse, ce n’è troppo… Alla fine, dal mio punto di vista, qualcosa risulta davvero eccessivo e l’aggancio con i nazisti è un po’ forzato (dal momento, comunque, che tutti i super piani che la Scarlatti elabora non serviranno certo a tagliare le risorse finanziarie dei nazisti).

Venendo ai personaggi principali, poiché i secondari hanno giusto un nome e una professione. Come già ho scritto, madame Scarlatti è il personaggio meglio riuscito. Forte, decisa, intelligente e anche spietata sotto certi punti di vista, capace di provare paura e compassione. Insomma, un personaggio abbastanza sfaccettato, certo non tra i migliori che abbia visto, ma comunque ben riuscito.
Anche Carnfield non è malaccio, sebbene non mi spieghi, in quanto semplice contabile fiscale – e… nemmeno di quelli migliori parrebbe -, tutta la sua intelligenza e il suo intuito. Insomma, il classico eroe senza arte né parte, con qualcosa di speciale e con quel luccichio negli occhi perfetto per incantare le signore, distrarre i nemici e meditare vendetta (attenzione, solo quando il momento è propizio!).
Infine, Janet. Bah, penso che esista solo perché la pulzella in pericolo, vittima di un bruto, ferita e violata, ci sta sempre bene (altrimenti, l’eroe come fa a meditare vendetta?). Infatti, non è che il suo ruolo si discosti molto da quello che ho indicato. Tuttavia, soprattutto nella prima parte, tanto stupida non sembra, considerata la sua intenzione di accumulare ricchezza e potere sposando uno Scarlatti, sebbene poi questa decisione le si ritorca ovviamente contro. Alla fin fine, però, Janet sembra più travolta dagli eventi, quindi non mi spiego questa sua scintilla iniziale di “furbizia”.
Ultimo, ma non ultimo: Ulster. Senza entrare troppo nel dettaglio per evitare spoiler, il suo ruolo è evidente fin dall’inizio. Tanto bello e affascinate, quanto spietato e calcolatore, sebbene alla fine questo suo “genio” scompaia. Davvero il classico antagonista con troppo di tutto (bellezza, soldi, potere, libertà…), ma non ancora soddisfatto.

Ci rimangono da valutare gli ambienti e il linguaggio. Quanto al primo, posso affermare che, sebbene ci siano delle descrizioni fisiche degli ambienti interni ed esterni, non sono importanti per lo sviluppo della storia né per il contesto dei personaggi. Sebbene, Carnfield si trovi un po’ spiazzato da alcuni aspetti del mondano mondo delle due Scarlatti/Scarlatt, la questione poi rimane in sospeso. Quindi, ci si limita a classiche descrizioni ambientali.
Quanto al secondo, infine, credo che, nella traduzione, sia stato fatto un po’ di pastrocchio con gli accenti… ovviamente, questione non imputabile all’autore, il cui stile appare molto diretto e scorrevole. Niente di eccezionale, ma, se si trova la giusta spinta per leggere, si possono consumare molte pagine in poco tempo.

Ciò che non mi torna nella trama - Attenzione! SPOILER!
  • Come fa Ulster a mettersi d’accordo per i progetti nazisti (o, comunque, per i grandi piani tedeschi) durante prima guerra mondiale?
  • È come fa a imparare, nel giro di pochissimi mesi, tutti i segreti della finanza tanto da rigirare non solo la banca e sua madre, ma praticamente l’intero sistema bancario mondiale?
  • E tutto ‘sto casino solo perché la madre, un lontano giorno, sembra avergli fatto intendere (o, più probabilmente, è lui ad aver inteso male) che solo il potere conta davvero?
  • E come fa Ulster, dal momento che ha cambiato faccia E nome, ad avere ancora agganci, amicizie e conoscenze potenti e influenti?
  • E come fa un semplice contabile a tenere testa ad assassini prezzolati e agenti addestrati? Per carità, bravo eh, ma forse un po’ surreale…
  • E, infine, perché Ulster richiama il figlio? Se abbiamo appurato che non gli importava di lui nemmeno quando è nato (non dimentichiamoci poi che lo voleva uccidere assieme al resto della famiglia senza troppe cerimonie), cosa è cambiato improvvisamente? In tutti questi anni, non ha trovato un altro psicopatico che potesse proseguire i suoi folli piani?

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