Nobody recensione

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Titolo: Das andere Kind
Autrice: Charlotte Link
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2009
Titolo in Italia: Nobody
Anno di pubblicazione ITA: 2010
Trad. di: Umberto Gandini

Gwen è una dolce ragazza, premurosa e molto affettuosa, ma particolare: lo strambo accostamento che è in grado di fare dei colori e delle mode rende davvero imbarazzante – per gli altri – il vestirsi e la spiccata timidezza le rende quasi trovare un uomo. No, leva il quasi. Trentacinque anni e Gwen non ha praticamente mai avuto una relazione.
Eppure… qualcosa sta per cambiare.
All’uscita da un corso di self-help (quelli che ti spingono a uscire dalla tua timidezza e a raffrontarti con il mondo che ti circonda), Gwen incontra Dave Tanner. Lui è bello, colto e intelligente. Insomma, che ci fa un tipo del genere con una come Gwen? Be’, a quanto pare si sposano. Gli amici più stretti di Gwen sono esterrefatti; contenti per la ragazza certo, ma molto dubbiosi sulle reali intenzioni di questo bel quarantenne, avvenente, insegnante di francese per tre sere la settimana, sbucato dal nulla.
Ma fanno bene a preoccuparsi?
Scarborough, in ogni caso, non è più la tranquilla cittadina di un tempo. Pochi mesi prima una ragazza, Amy Mills, è stata brutalmente uccisa mentre rientrava a casa dopo un turno come babysitter. C’è un assassino in città?

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Nella mia mente il nome Scarborough è da sempre legato a dolci colline verde, gente simpatica e indaffarata nelle fiere settimanali (la causa di questa mia distorsione è la popolare ballata Scarborough Fair). Ora, con il libro di Charlotte Link, questo mio bucolico quadretto si è presto spezzato.

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L’efferato omicida arriva, infatti, a fracassare la testa della giovane Amy e ad attendere che la giovane rinvenga per spaccargliela di nuovo contro il muro. Venti minuti di tortura e la polizia non sa davvero che pesci prendere: si tratta di gelosia? Si tratta di un folle che ha scelto la sua vittima a caso? Insomma, chi è colpevole?

Si comincia a turbinare come una bussola alla ricerca del nord abbastanza velocemente; nonostante il primo prologo ci metta tutto il libro per essere spiegato, la vicenda obiettivamente parte con un buono slancio.

Accanto a questo drammatico scenario, corre la vicenda principale: la storia di normalissima quotidinità di Gwen e dei suoi amici e parenti. Certo, sconvolti e, in un certo qual modo, curiosi dall’improvvissa e tragica fine della giovane Amy, ma in fondo the show must go on e ognuno di loro ha la propria vita da portare avanti (e nessuno di loro poi conosceva la sventurata ragazza personalmente).

Ora, il problema è: come si combinano insieme questi due livelli narrativi? Perché è evidente che, prima o poi, ci sarà un punto di raccordo e la narrazione tornerà a essere unica. Ma dove? Quando?
Più tardi di quello che uno sprovveduto lettore potrebbe immaginarsi.

Tutto sommato si tratta comunque di un libro abbastanza lungo, denso di avvenimenti e sottotrame. La trama corre abbastanza sinuosamente, anche se non penso di poter parlare di page-turner.

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Non è scritto in maniera eccelsa, ma certo la Link è brava a giocare con la curiosità del lettore almeno per quello che riguarda la parte dello “scopri l’assassino“. Per esempio, perché Dave Tanner vuole sposare Gwen? Per crearsi un alibi per la notte dell’uccisione di Amy? Potrebbe… ma, no, ecco che arriva qualcosa che smentisce questa ipotesi. E allora? Potrebbe essere Jessica Blankley, l’amica/cliente di famiglia, con il suo oscuro segreto e l’estrema facilità con la quale si prende a cuore le storie altrui? Mmm, forse no… Oppure… Stan Gibson, il manovale oppressivo? È uno schizzato ci sta… e se, invece, fosse solo una storia del passato?

Insomma, devo ammettere che la mia rosa di candidati all’ambito titolo di “colpevole” è andata bellamente a farsi benedire. Quindi, sotto quest’aspetto tanto di cappello alla Link per avermi fatto cadere delle nuvole.

Sotto il profilo delle sottotrame, non posso dire di essere rimasta altrettanto sorpresa. I rapporti tra i personaggi sono abbastanza prevedibili; il loro comportamento subisce, talvolta, spinte un po’ troppo al limite del divinatorio.
Il loro passato è comunque molto curato, sebbene i personaggi restino un po’ legati alla struttura del “raccontino” e non abbiano proprio una carica tale da colpire il cuore o l’immaginario del lettore.

Carino è il modo in cui i personaggi ci vengono introdotti per la prima volta, e cioè tramite il passaggio dal punto di vista di uno di loro.

Ora, un paragrafo a parte se lo merita il finale. Dopo aver ben condotto la caccia all’assassino (almeno, ripeto, io non me lo aspettavo), ecco che arriva una conclusione a dir poco insoddisfacente. In primo luogo, per i segnali dal futuro di Jessica Blankley; davanti a una profeta del genere, la stessa Sibilla Cuman di Harry Potter impallidirebbe. Altro aspetto assolutamente non altezza sono le chiacchiere con il colpevole. Minuti e minuti che si perdono in spiegazioni, recriminazioni, motivazioni (ho fatto questo perché mi sentivo/ero/sono…) con tanto di pistola puntata dritta al petto e spostamento in zona propizia per uccidere (con la conseguente perdita di minuti e il vantaggio fornito agli aiuti in arrivo).
Infine, la morte di Amy Mills:

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Da quei brevi passaggi con il siparietto della povera e molto inutile Ena Witty, pare che il principale indiziato per la morte della giovane baby-sitter sia Stan Gibson.
Tutto bene, tutto okay.
La stessa Valerie, l’investigatrice che conduce l’indagine, ci crede molto ed è convinta della sua colpevolezza (anche se, nel corso della narrazione, si convince abbastanza spesso della colpevolezza del sospettato di turno). E poi? Il fatto di possedere delle foto e, sostanzialmente, di stalkerizzare a distanza Amy Mills non sono prove sufficienti ad accusare Stan di omicidio. Fine. Manca qui una conclusione certa della storia con la quale si è sostanzialmente aperto il libro.

Questa storia non viene ulteriormente chiarita né sappiamo come (e se) va a finire.

In compenso, conosciamo la triste sorte di Nobody e ci sorbiamo un ricapitolo su “cosa fare della mia vita” da parte di Leslie, la conoscente-di-famiglia.
Grazie, ma come finale mi pare molto sottotono rispetto al modo in cui si sono girate le carte fa i vari sospetti (aspetto che, ripeto, ho apprezzato maggiormente).

In definitiva, un libro capace di giostarsi bene nella conduzione dell’indagine; tuttavia, lento o tirato via in alcuni passaggi. Personaggi curati, ma privi di empatia con il lettore.

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La ragazza del treno recensione

la ragazza del trenoTitolo: The Girl on the train
Autrice: Paula Hawkins
Genere: Thriller (?)
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: La ragazza del treno
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Barbara Porteri

Rachel è disperatamente sola (il marito l’ha abbandonata a favore dell’amante, con la quale ora ha una figlia; tutti e tre vivono allegramente nella stessa villetta, che si affaccia sui binari, dove abitava prima con Rachel), senza lavoro e con un grosso (grossissimo) problema con l’alcool (che abbastanza spesso la porta a fare una visitina molesta al suo ex marito e alla sua nuova moglie, Anna). Ma Rachel ha anche una coinquilina adesso, alla quale ancora non ha confessato d’aver perso il lavoro.

Ogni mattina, quindi, la donna prende il treno per recarsi a Londra e fingere di avere ancora una vita. Nel suo tragitto, il treno passa proprio di fronte alla sua vecchia abitazione e Rachel non può far a meno di sbirciare… la casa accanto (perché per guardare la sua c’è ancora troppo dolore).

Megan, quella della casa accanto, ha altri tipi di problemi, ma anche lei è senza lavoro. E con un grosso (grossissimo) problema in arrivo. Infatti… Megan scompare. Non si sa dove sia finita né cosa ne sia stato di lei, ma Rachel, troppo ubriaca per ricordare i dettagli, sa una cosa: sa di essere stata lì, in quel quartiere, proprio la notte in cui la donna è scomparsa. E Rachel sa anche, perché conosce già quella sensazione, d’aver fatto qualcosa di terribile.

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Per le prime pagine, ci troviamo alle prese con il caldo – abbiamo capito, grazie; basta una volta -, le sbirciatine nostalgiche alla casa dei vicini, il conseguente ricordo doloroso per la villetta abbandonata e l’amore tradito, l’attuale situazione depressa e la forte dipendenza dall’alcool, questo mucchietto di vestiti sporchi abbandonati al bordo dei binari (… per la serie: oh, non me lo sarei mai aspettata!). Dopo la terza volta, con anche l’alternanza tra mattina e sera, che veniva ripetuta questa solfa stavo per mollare la lettura. Poi da Rachel passiamo a Megan e ricomincia la stessa solfa scandita dal treno con la differenza che la prima ci viaggia sopra e la seconda se lo vede sfilare davanti e anzi, per la verità, sembra quasi che lo aspetti in giardino per regalare al mondo dei passeggeri sul treno un frammento della sua vita.

[E, tra parentesi, non si capisce nemmeno a che distanza è ‘sto giardino: prima la distanza è tale da non poter scorgere nemmeno i lineamenti delle persone poi una qualche distorsione spaziale consente una vicinanza tale da distinguere la differenza tra un bacio a stampo e uno «vero».]

Ma la curiosità del clamore suscitato da questo libro è stata più forte: dovevo capire il motivo di tutto questo fermento attorno al libro.

Ora, l’idea alla base potrebbe anche essere simpatica – se non fosse che esistono già dei precedenti in stile “spia il tuo vicino”, ma qui lo fa da un treno, quindi è sicuramente diversissimo -, ma io non so dove viva l’autrice o se la situazione treni a Londra sia diversa da quella italiana. Anche a me – penso alla maggior parte di noi – è capitato di essere pendolare di un treno che passava proprio in mezzo alla città e tante erano le case, i giardini, le terrazze che si affacciavano proprio sui binari.

Ma io non ci ho mai visto tutto questo affollamento.
Qui pare quasi descrivere un acquario per pesci e quelli sono lì pronti a mostrarsi al treno che passa (come se prendessero la rincorsa per mettersi in posa non appena il primo sferragliare si ode in lontanza). Un po’ difficile che questo accada tutti i santissimi giorni alla solita identica ora (anche perché i treni non sempre sono in orario ed è difficile riuscire a trovare libero sempre lo stesso posto nello stesso vagone,  soprattutto se si tratta di treni che viaggiano a orari di punta per i pendolari).

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Comunque, la fissa che si prende Rachel a livelli (gravemente) patologici potrebbe anche essere realistica – non escludo, infatti, che la gente raggiunga livelli di pazzia mooolto più elevati -, tuttavia sono davvero tanti gli elementi che vengono forzati per realizzare la vicenda e pigiati insieme (in primis, la faccenda vedi sopra del treno; poi l’ubriacona, tradita dal marito, la quale si fissa con la casa dei vicini e ci passa di fronte ogni giorno; quell’altra, “la maniaca” per così dire, che sembra passare le sue giornate ad attendere il treno in giardino; lo psicologo privo di senso etico e professionalità – o meglio con senso etico e professionale che si attiva a scoppio ritardato – e che invece di curare s’approfitta della malattia; il quotidiano online ficcanaso; questa incomprensibile tendenza a sbilanciarsi in slanci di fiducia e a confidarsi con gli estranei – ma, a onor del vero, non è il primo libro in cui si confessano segreti e peccati a un emerito sconosciuto; questa controproducente attenzione per dettagli inutili… perché se mi punti sempre sugli stessi particolari è abbastanza evidente dove vuoi andare a parare; e di come tutta Londra sembri girare attorno a un unico quartiere pieno zeppo di psicopatici… insomma, Una serie di sfortunati eventi esiste già come libro e non è questo).

Alla fine è troppo… di tutto. Sono così tanti gli elementi buttati e mescolati insieme che il risultato finale è uno strambo pachtwork disarticolato che fa storcere il naso.

SPOILER (velato, ma pur sempre spoiler)!!

E la lunga e pedante “confessione” finale, oltre a essere a dir poco surreale considerando che dall’altra parte c’è uno che non esita ad alzare le mani e agire senza porsi molti scrupoli, è davvero fuori luogo. Il periodo in cui il cattivo perde tempo a confessarsi per poi essere interrotto dal provvidenziale intervento di un deus ex machina dovrebbe considerarsi concluso (o essere usato con più accortezza).

La vicenda alterna Rachel, Megan e Anna (la nuova moglie dell’ex marito di Rachel; niente spoiler, tranquillo/a, lo si scopre nei primi capitoli). Insomma, una tale oscillazione tra tre personaggi (caratteri, storie, pensieri, punti di vista) diversi, personalmente mi fa supporre anche l’arrivo di un cambio di registro per meglio rimarcare il passaggio a un nuovo narratore/punto di vista (perché per quanto simili di carattere, non è possibile pensare alla stessa maniera e esprimersi allo stesso modo). E… ho immaginato male. Lo stile resta lo stesso, non ci sono cambi di registro, modi di parlare o intercalare differenti, non pare di calarsi nella mente di un altro personaggio.

Il comparto maschile soffre della stessa omologazione e non ho visto tutta questa cura nel rendere dei caratteri approfonditi e studiati.

È evidente che, in questo romanzo, si vuol puntare alla storia con risultati alterni. Alla descrizione degli ambienti, ad esempio, è concessa solo qualche rapidissima frase.

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Uno dei “pregi” di questa tipologia di libri è la scorrevolezza che accompagna uno stile e un registro di scrittura esile e basilare. Ovviamente, si tratta di una semplicità ricercata che consente al lettore di leggere il libro in pochissimo tempo, ma che, dal mio punto di vista, priva di qualunque caratterizzazione e soggettività lo stile dello scrittore e dalla scrittrice uniformandolo a un canone impersonale e scialbo.

Alla fine, ho l’impressione che si sia fatto molto rumore per nulla, vista la pubblicità serrata che è stata fatta a questo libro.

La storia, purtroppo, non mi ha colpito e, anzi, ho avuto la bruttissima sensazione che fosse stata costruita a tavolino con l’unico scopo di impressionare il lettore. Il cambio di punto di vista tra le tre donne protagoniste, sebbene aggiunga movimento al racconto, non è stato purtroppo ben eseguito dal momento che non si avverte un cambio di registro nella narrazione quando interviene una nuova narratrice.

Insomma, in sé considerato è un gialletto, scontato e senza troppe pretese, buono solo per passare qualche ora senza troppi pensieri.

P.S. Le immagini nell’articolo sono prese dal trailer di lancio del film ispirato a questo libro (Emily Blunt interpreterà Rachel). Per i dettagli sul film, puoi consultare l’articolo de IlPost.

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Un po’ di follia in primavera recensione


Un po di follia in primavera recensioneTitolo: Un po’ di follia in primavera
Autrice: Alessia Gazzola
Genere: ChickLit/Giallo
Anno di pubblicazione: 2016

Preceduto da:
L’Allieva;
– Un segreto non è per sempre;
– Sindorme da cuore in sospeso;
– Le ossa della principessa;
– Una lunga estate crudele.

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

Manca poco alla specializzazione; un importante capitolo della sua vita si sta per concludere… Alice Allevi deve iniziare a tirare un po’ le fila della situazione. Nel frattempo, il lavoro non può certo essere accantonato ed ecco che sul tavolo autoptico arriva il corpo di un uomo suicida. Pare che soffrisse di parecchi disturbi mentali… il miracolo è che sia rimasto in vita così a lungo, nonostante fosse seguito da un ottimo psichiatra, il dott. D’Armento (alle cui lezione, Alice ha assistito da studente).
Tuttavia, il problema non sta qui… o almeno non solo qui. Sì, perché ecco che segue subito un altro cadavere: proprio quello di D’Armento che, il giorno prima, aveva riferito sul paziente morto a Alice e Claudio Conforti.

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A quanto pare il mio viaggio con Alice non era terminato ed è ripreso di botto con l’ultimo (al momento) capitolo della saga, gentilmente inviatomi in lettura da parte dell’Ufficio stampa di Longanesi.
Ammetto, quindi, d’aver un buco di quattro libri. Nonostante questo mio gap iniziale, la storia si segue abbastanza bene e sinceramente non ho sofferto molto della mancanza dei capitoli centrali.

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Ritroviamo, quindi, Alice, testa fra le nuvole come la ricordavo, imbranata come la ricordavo, sempre in ritardo per tutto… come la ricordavo; Claudio Conforti (aka CC), se possibile, più antipatico, cinico e brusco (e nel vuoto di lettura che ho deve essere successo quello che immaginavo tra i due); Arthur, ugualmente perfetto e filantropo, ma scostante quando vocazione giornalistica chiama; e buona parte della combriccola al fianco di alcune new entry (il cui ingresso, purtroppo, non mi è ben chiaro causa il già citato gap, ma ripeto la vicenda si segue ugualmente bene).

Per quanto riguarda il plot non posso dire di esserne rimasta sorpresa. Colpi di fortuna ai limiti del miracolo – la stessa Alice nota questo particolare… e fa onore alla Gazzola essere riuscita a ironizzare proprio su questa aspetto della narrazione -, poco sospette affinità, libere confessioni spontanee e semplici trovate condurranno la nostra dottoressa alla conclusione di un caso lineare e abbastanza prevedibile. Allo stesso modo, i rapporti tra i personaggi e gli schemi che avevo intravisto nel primo romanzo della serie si ripetono senza troppe sorprese o tentativi di costruire qualcosa di nuovo.

A onor del vero, il giallo è più il contorno, la ciliegina sulla torta che accompagna la storia di Alice sulla cui vita (Sophia Kinsella docet) il lettore si concentra – a discapito delle descrizioni ambientali. Sotto quest’ultimo aspetto, passa un poco in sordina il clima dell’Istituto, le lotte per raggiungere i posti disponibili, la fretta nel rendere qualcosa di ben fatto, la necessità di mostrarsi bene ai docenti.
Il romanzo, data la preminenza dell’aspetto sentimentale della questione, assume i più familiari tratti di un Chick-Lit con i suoi noti schemi: la protagonista un po’ dodda, alla quale tutti gli altri personaggi – principali – non possono fare a meno di affezionarsi (i secondari si aprono in slanci confessionali o buttano lì qualche piccola verità sulla quale si tacciono subito); lui (in questo sono stata profetica), un po’ cinico e un po’ sconfortante, fintamente non-geloso; e l’altro (troppo bello e bravo per essere vero… oh, nel caso io sono a disposizione! XD).

Continua, tuttavia, a restarmi un po’ indigesto questo attaccamento di Calligaris, anzi dell’ispettore Calligaris, per la nostra imbranata Alice. Avevo notato questa strana simbiosi, con la quale Alice imbecca il poliziotto di ipotesi abbastanza semplici ne L’Allieva e permane ancora questa stramba simbiosi: mi chiedo come sia possibile che un poliziotto di una certa esperienza debba basarsi sulle idee di una specializzanda in medicina legale pasticciona e poco affidabile (in quanto a serietà sul lavoro). A onore del vero, è possibile che abbia mancato la spiegazione nei volumi precedenti e, in ogni caso, in questo nuovo capitolo i due hanno sedimentato il loro sodalizio.

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La nostra Alice continua a essere la solita pasticciona, un po’ bistratta – spesso a ragione – dai superiori, ma comunque imbeccata con utili dritte (magari…); spalla su cui piangere per gli assassini e i loro familiari; alle prese con i tormenti di un cuore ballerino.

Molto apprezzata è la migliorata attenzione nella caratterizzazione dei personaggi (non per quanto riguarda la loro simpatia, però). Se ne L’Allieva, prima esperienza da scrittrice per la Gazzola, ero rimasta perplessa da questi elementi, qui devo ammettere che si nota un maggior approfondimento e uno stile maturato. Okay, le dinamiche e i rapporti fra i personaggi restano gli stessi e hanno i soliti prevedibili sviluppi; permane una certa steotipizzazione da genere (Chick-lit), ma ho apprezzato la maggiori attenzioni per i piccoli gesti, modi, atteggiamenti dei personaggi secondari.

Rinnovo il mio apprezzamento per lo stile di scrittura: ironico, fresco e leggero.

Come Chick-Lit, quindi, un romanzo simpatico, facile e veloce da leggere, perfetto per quei momenti in cui si vuol avere tra le mani qualcosa di sereno e poco impegnativo.
E per gli amanti delle avventure di Alice un capitolo sicuramente da aggiungere alla collezione!

valutazione un po' di follia in primavera


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Il bambino numero 44 recensione

il bambino numero 44Titolo: Child 44
Autore: Tom Rob Smith
Genere: Thriller/Spionaggio
Anno di pubblicazione: 2008
Titolo in Italia: Child 44. Il bambino numero 44
Anno di pubblicazione ITA: 2008
Trad. di: Annalisa Garavaglia

Leo è un agente dell’MGB, il Ministero per la Sicurezza di Stato. Il suo compito? Prevenire il crimine, tutelare i probi cittadini, ma… siamo in Russia, la Russia di Stalin. Il regime è forte, terribilmente restrittivo. La popolazione è allo stremo, sospettosa, diffidente persino verso la propria famiglia. Gli oppositori del regime vengono fatti sparire o buttati nei Gulag.
Chiunque potrebbe essere il nemico. Chi si rivela amico potrebbe, in realtà, essere uno sporco capitalista schiavo della sporca Europa.
E, alla fine, lo stesso Leo diventa quell’avversario. La sua colpa? Be’, ce ne sono più di una: la sua posizione di rilievo all’interno dell’MGB, il collega invidioso e arrivista e, non ultimo, la sua ferma convinzione di non denunciare la moglie Raisa come spia (perché, povera donna, tutto è tranne che spia).
Così, la punizione è più blanda di quanto lo stesso Leo potesse sperare: lui e la moglie vengono mandati ad ammuffire in un paesino sperduto. Ovviamente, qui le cose non saranno più facili. Nonostante fuori dal controllo di Mosca, la milizia – una sorta di polizia locale – non vede la nuova coppia proprio di buon occhio: che siano spie mandate da Mosca? Il rapporto tra Leo e Raisa si svela per quello che era realmente: una farsa.
Insomma, a che serve continuare a vivere? Be’, forse qualcosa c’è. Dei bambini scomparsi, ritrovarti morti, nudi in mezzo alla neve, con il ventre squarciato, il fegato asportato e la bocca piena di terra. La popolazione già parla di un mostro che rapisce i bambini; ma nessuna fantasia può ridurre dei poveri ragazzini in quelle condizioni. No. Si tratta di una persona, una persona in carne e ossa. E Leo ha appena trovato il nuovo scopo per la sua inutile vita: scoprire il colpevole.

logo commentoIn questo clima di sospetto, diffidenza e circospezione, seguiamo Leo (cognome molto russo che non sto a riportare – i nomi sono stati per me una nota dolente… meno male che quelli dei personaggi principali sono facili). Sebbene non condivida proprio tutte le scelte del regime, comunque le giustifica quando per il bene comune quando per un qualunque motivo nemmeno a lui conosciuto; ben presto, però, la convinzione di Leo comincia a vacillare e i tentennamenti diventano domande e dubbi pericolosi. Fino, ovviamente, alla rottura definitiva, costellata da un vortice (purtroppo prevedibile) discendente di eventi uno peggiore dell’altro.

il bambino numero 44 citazione

Leo si ritrova così con una vita che credeva essere perfetta ridotta a pattume: degradato, umiliato, sfiduciato, ma ancora convito d’aver fatto una scelta giusta in nome dell’unica cosa giusta della sua vita: la sua famiglia. Ben preso arriverà a ricredersi. E qui, gioco forza, i ruoli quasi s’invertono e diventa Raisa, la moglie, quella in un certo qual modo doppiogiochista.
Quella che potrebbe apparire, nelle prime cento pagine, come la storia di un matrimonio sotto i riflettori di un regime, con convinzioni, illusioni, opportunismi e tante cose taciute e nascoste, si trasforma però in un’indagine.
Come una sorta di senso di rivalsa quando la sua vita va a rotoli e dopo averne mandate a rotoli lui stesso parecchie, Leo indaga su questo strano circolo di violenza così simile eppure così distanti l’una dall’altra. In condizioni precarie, dato che sotto il regime le morti criminose – anzi, i crimini in generalenon esistono e immerso in un clima fatalmente mescolato di (comprensibile) omertà, paura e sospetto, Leo inizia questa sua personale crociata, un po’ in ritardo, alla ricerca dell’assassino.
Insomma, in questo mondo di artifizi e raggiungi, in cui una sola è la vera verità – quella del regime – , Leo cercherà di scoprire cosa si cela nel freddo e nella paura di questa Russia stalinista.

Ora, considerando che Leo è entrato nell’MGB spontaneamente, immagino ne condividesse, in qualche modo, anche gli intenti e i propositi, quindi, sebbene sia comprensibile che a un certo punto si faccia delle domande e apra gli occhi, meno comprensibili sono i suoi giudizi morali assolutamente contrari a quelli che ha creduto fino a tre secondi prima (e mi riferisco all’avere una versione di crimini e criminali diversa da quella ufficiale; discorso molto improbabile se si considera che era Leo stesso a incriminare e imbastire casi contro la gente).

La stessa Raisa è descritta con qualche incoerenza come vittima di un allupato membro dell’MGB. Va considerato, tuttavia, che lo stesso autore descrive la scelta del suo personaggio come calcolata, anzi quasi obbligata. Di contro, però, la donna non si pone dubbi a reagire alle avances del dottore Zarubin, mettendo a repentaglio la sua vita (quindi, come può un personaggio avere questa reazione improvvisa, considerando che decide di sacrificare tutta la vita con un uomo di cui è terrorizzata?).

E poi questo incomprensibile odio di Vasili – il vice/collega/superiore – nei confronti di Leo; considerando che qui il rapporto non è come tra quello di guardia e ladro (stile Lupin e Zenigata), sarebbe stato piacevole avere un indizio almeno sulle ragioni di questo odio profondo (avrei un sospetto, ma si tratta di qualcosa di davvero troppo scontato e mi rifiuto di crederci).

Trattandosi di un thriller, l’indagine in sé non è niente di che; lo stesso vale per l’effetto sorpresa e i colpi di scena (già m’immagino chi sarà uno dei “nemici” dei prossimi seguiti). L’effratezza e la follia dell’assassino fanno da contraltare a un’indagine prevedibile, a sviluppi della storia palesi (e, in alcuni casi, molto improbabili e molto forzati per far tornare la vicenda) e a rapporti tra i personaggi altrettanto evidenti e immaginabili.

I dialoghi sono a scarso impatto, molto impersonali, nel senso che il tono piatto impedisce di distinguere un interlocutore da un’altro.

Ciò che ho veramente apprezzato in questo libro è la ricostruzione del clima di diffidenza e paura della Russia stalinista, legando al fittizio avvenimenti storici reali. Come scrivevo all’inizio della mia recensione, questo senso di forte oppressione e di sospetto, i sistemi della polizia e dei servizi segreti, le difficili vite e comdizioni della gente comune sono aspetti ben approfonditi. Sotto questo aspetto, sembra che il mio ringraziamento non debba andare tutto all’autore, ma in buona parte anche a Natalina Sanina.

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L’ipotesi del male recensione

l'ipotesi del maleTitolo: L’ipotesi del male
Autore: Donato Carrisi
Genere: Thriller
Anno di pubblicazione: 2013

Preceduto da:
– Il Suggeritore

È una carneficina. Un’intera famiglia distrutta in una sola notte. Da un solo uomo. E l’assurdità della situazione non finisce qui, perché quest’uomo vuole anche farsi riconoscere, obbligando l’unico sopravvissuto della famiglia, il piccolo Jes, a chiamare la polizia.
Quindi, sparisce.
Ma la polizia sa chi è. Roger Valin.
Un nome già noto, non perché di un criminale… ma perché di una vittima. Un volto che al Limbo, la sezione che si occupa dei casi di sparizione, conoscono da diciassette anni. E, dalla descrizione che il bimbo fornisce, sembra non essere minimamente cambiato in questi anni di scomparsa: stesso taglio di capelli, anche se un po’ più bianchi, stesso volto scavato e stessi identici vestiti della foto che al Limbo sono riusciti a reperire.
Che sta succedendo? E perché quest’uomo, sparito e dimenticato dal mondo, adesso ritorna? Perché ha ucciso un’intera famiglia, lasciando come testimone il piccolo Jes?
Interrogativi ai quali, Mila Vasquez dovrà rispondere a caro prezzo.

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I personaggi sono tanti, ma l’unico su cui si concentra l’azione è Mila (gli altri sono più che altro nomi che si susseguono e classici clichè: come la mega “capa” – tosta, sexy, bellissima e con uno spiccato gusto per i bagni nello Chanel N.5). Sempre con questo suo problema con le emozioni (Mila è assolutamente incapace di empatia e ha rapporti solo con la paura e il dolore)… anche in questo capitolo, non ci schiodiamo e non andiamo molto avanti rispetto a quelle che erano le “pecurialità” di questo personaggio ne Il Suggeritore.

Mila è anche brava, qui come non mai; era brava ne Il Suggeritore, perché non dovrebbe esserlo anche qui? Però, le sue intuizioni sanno davvero troppo di divinazione. Voglio dire: apparentemente, anche Sherlock Holmes – cui Mila non è paragonabile – pareva un indovino. Cosa che, in realtà, non era, perché le sue “intuizioni” erano il frutto asettico di un’attenta analisi e ponderata logica. E, quando rivelavi il “trucco”, tutto era così palese e perfettamente logico. Qui, be’, qui rimaniamo bloccati alla “fase intuitiva”, istinto femminile, folgorazione sulla via di Damasco… chiamiamolo come preferiamo, ma è davvero esagerato. Ovviamente – e immancabilmente -, l’idea, la sensazione, la rivelazione divina di Mila si rivela fondata. Ora, non è difficile per il lettore capire dove andrà a parare la situazione, complice gli accenti che vengono posti nelle scene a particolari apparentemente inutili, ma per Mila? E va bene una, due, tre volte… ma, ben presto, è un escamotage che stufa: un’indagine non può proseguire solo per le intuizioni mistiche di un unico personaggio (che va avanti da solo perché non può/vuole chiamare i colleghi; dimentica/è impossibilitato ad usare la pistola/il cellulare). Se non è Mila a ricevere la folgorazione, allora è Berish; anche lui, però, impossibilitato a servirsi dell’aiuto dei colleghi – eccezion fatta per Mila – perché non può/vuole.

E veniamo allora a Simon Berish, il reietto, l’antropologo nonché controparte maschile di Mila in questo secondo capitolo dopo Il Suggeritore (dove ne aveva un’altra di controparte). Figura quella di Berish, da un lato un poco curiosa (che cosa mai avrà fatto di così terribile per inimicarsi l’intero corpo di polizia senza che Mila, che sono anni che lavora come poliziotta, ne abbia mai sentito un vaghissimo accenno?); dall’altro, insulsa e contraddittoria e, Dio, quanto è bravo anche lui con le intuizioni mistiche (i superiori non gli passano più casi, nessuno vuole più lavorare con lui, ma – non si capisce bene come – arriva fino all’interrogatorio di un sospettato… insomma, una fase delicatissima messa improvvisamente e inspiegabilmente nelle mani di uno di cui tutti diffidano? Da qui, Berish si crea una nicchia in un mondo che non lo vuole e non lo considera più nemmeno. E anche il motivo per cui è considerato un reietto… boh… non ci sono nemmeno prove… e, nota personale, il suo “rivoluzionario” modo di condurre gli “interrogatori” con psicologia spiccia è assolutamente non credibile).

Ovviamente, tra i due c’è simpatiiiiiiiia (come diceva l’Olmo di Fabio De Luigi).

Non so, mentre leggevo ho avuto questa spiacevole sensazione come di dejà-vu: l’assassino che lascia briciole di pane ai poliziotti per condurli attraverso un macabro tour dell’orrore e per sfidarli/indottrinarli; dita scarnificate, case piene di cianfrusaglie… insomma, si cerca – o quantomeno questa è stata la mia sensazione – di occhieggiare alle cacce al criminale americane, mancando però di quel pathos e di quell’escalation nello srotolamento della storia.

Insomma, evoluzioni tra i personaggi scontate; passaggi narrativi prevedibili; fastidiose ripetizioni. Durante la narrazione, si mette l’accento su alcuni aspetti, alcuni personaggi, alcuni elementi con la conseguenza che, quando questi si rivelano o si presentano in quello che dovrebbe essere un colpo di scena, la sorpresa è sparita nel sospetto – o meglio certezza – che le cose sarebbe andate esattamente in quel modo (altrimenti perché concentrasi su quell’inutile particolare?).

Non so se avendo letto Il Suggeritore e conoscendone la fine ho cominciato con un gap, dal momento che già avevo un’idea di chi potesse essere il “cattivo” in stile Pifferaio Magico (o “manipolatore di coscienze” se preferiamo); però, trattandosi del secondo di una serie di thriller, non penso che i fatti e gli “intrighi” debbano essere così evidenti e palesi (e simili al precedente) come lo sono qui. Alla fine, diventa davvero irritante: tutto ciò che ti aspetti accade. Si cerca di uscire dal banale, ma non si fa altro che ricadere nel prevedibile. Sono così tanti i passaggi scontati e banali e poco credibili da essere irritanti. E certe uscite in stile “coniglio dal cilindro” puzzano davvero troppo di “colpo di scena” da telenovelas (segreti che sbucano dal nulla, nascosti a tutti, ma gettati addosso al primo sconosciuto che capita).

citazione l'ipotesi del male

Mi ripetevo stile mantra: “Il Suggeritore ti è piaciuto un sacco; vai avanti, vai avanti… il finale sarà una bomba…“.
La bomba letteraria purtroppo non arriva; in compenso abbiamo un inutilissimo riepilogo della vicenda, come se non fosse stato già sufficiente l’averlo immaginato e poi l’averlo letto mentre accadeva il tutto.

Comunque, si tratta di una lettura non troppo impegnativa, non troppo ingarbugliata, non troppo coinvolgente; non imprevedibile; non appassionante; sotto molti punti di vista scontata. Alcune delle storie degli “insonni” (in particolare mi riferisco a quella di Diana e della madre) sono ben costruite, ma restano comunque una parentesi di poche pagine nella narrazione della storia principale.

Devo ammettere che la lettura mi ha pesato molto (complice forse la sfiducia improvvisa che mi ha preso… v. avanti per la spiegazione).

Si tratta di un thriller, ma qui mancano molti degli elementi del genere: l’affannosa ricerca del sospetto; personaggi – non necessariamente belli e abilissimi nel loro lavoro – capaci di artigliare il lettore al cuore; una storia con dei colpi di scena che siano tali; il ritmo alla narrazione…

Qualche perplessità me l’hanno lasciata la sfila di marche automobilistiche. Che ci sia stato un qualche accordo con le principali case automobilistiche del mondo? Ovviamente la mia è una – triste – battuta, ma è una sfilza ininterrotta di marche d’auto (per quella che è la mia conoscenza non fa nessuna differenza identificare il modello per immaginarmelo). A parte questa precisione nell’indicare il modello dell’auto, le descrizioni soffrono un po’ di asetticità con qualche frase e immagine che si fingono poetiche, ma sono solo irritanti. Si tratta, comunque, di qualche particolare buttato lì, ma nulla di particolarmente eclatante. Insomma, una descrizione ambientale molto scarna («Le pareti erano rivestite da carta da parati rosso scuro. Il pavimento era coperto da una moquette dello stesso colore ma con grandi fiori blu – scelta apposta perché i clienti non distinguessero i punti in cui si sarebbe macchiata nel corso degli anni. Un lampadario impolverato sovrastava un letto matrimoniale marrone in legno laccato. Il copriletto era di raso bordeaux e presentava alcune bruciature di sigaretta. C’ erano due comodini coi ripiani in marmo grigio. Su uno era appoggiato un apparecchio telefonico […]» [e avanti così stile elenco della spesa]).

Forse si tratta solo di un ricordo errato, comunque sbiadito, ma ricordo che la prosa di Carrisi mi era piaciuta. Mi ero detta: ecco finalmente qualcuno che conosce l’esistenza delle subordinate (cordinate, ect.) e di una punteggiatura che vada oltre il punto e la virgola (e lo dice un’amante della virgola). E, quindi, che diavolo è successo? Qui abbiamo frasi brevi, semplici semplici; tante virgole; tanti punti. Non chiedo termini aulici, per carità!, ma frasi costruite sì. E frasi che abbiano un senso e che non fingano immagini poetiche («Sollevò la cornetta e gli squilli cessarono di colpo. Se la portò all’ orecchio e ascoltò un vuoto fatto di silenzio.»; «Gli strilli delle rondini passavano e svanivano in una sconosciuta lontananza.»).

Insomma, sono molto amareggiata. Carrisi era uno dei pochissimi autori italiani che consideravo davvero valido. Questa Ipotesi del male mi lascia davvero sfiduciata e mi chiedo se ho preso una botta in testa mente leggevo Il Suggeritore o dopo aver letto Ipotesi del male (a questo punto, non saprei se rileggere il primo per capire un po’ se devo preoccuparmi o meno).

Per carità: non tutte le ciambelle escono con il buco, così come non tutti gli scrittori  – soprattutto se abbastanza prolifici – incasellano sempre storie meravigliose tra le pagine di un libro.

Non escludo di poter rileggere in futuro Carrisi, in memoria de Il Suggeritore – salvo che un’eventuale rilettura non mi faccia ricredere. Al momento, però, sento di dovermi ritirare nel mio guscio sfiduciato e depresso. Sob…

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