La donna della cabina numero 10 recensione

Titolo: The woman in cabin 10
Autrice: Ruth Ware
Genere: Giallo (?)
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La donna della cabina numero 10
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Tra. di: Valeria Galassi

C’è qualcosa che non va.
Il gatto graffia la porta della camera per uscire, ma Lo, per quanto – parecchio – brilla la sera prima, non ricorda d’averla chiusa. Lo apre la porta per lasciare libero il gatto e… bam!, si ritrova davanti un uomo completamente imbacuccato con i guanti di lattice. Prima che ci sia tempo per dire o fare qualunque cosa, l’innominato gli sbatte la porta in faccia chiudendola nuovamente in camera. Paralizzata dal terrore e dolorante per la botta appena ricevuta, Lo attende che l’uomo finisca di svaligiare il suo appartamento e se ne vada.
L’arrivo della polizia non aiuta comunque Lo a riprendersi dallo shock… ma, come si dice, lo spettacolo deve continuare. Lo, infatti, è stata scelta dalla  rivista di viaggi per la quale lavora per un servizio su di un piccola nave da crociera di super-mega-lusso, l’Aurora.

Sebbene ancora profondamente turbata, Lo si imbarca, ma… non è destino che le sue notti possano rivelarsi tranquille. E infatti, e nonostante la forte sbronza (diciamo che per un buon 75% del romanzo Lo è ciucca) viene svegliata da un urlo. Poi.… un tonfo come di un corpo gettato in acqua.

Lo si precipita sul terrazzino a precipizio sul mare, ma… nulla. Nulla. Nulla. Anche se… oddio, c’è una macchia di sangue sulla terrazza della cabina di fianco la sua: la numero 10!
Eppure, avvisato il capo della sicurezza e ispezionata la fantomatica stanza, ancora nulla (la macchia di sangue è svanita). Lo, però, ha sentito un urlo e poi un tonfo e ha visto la striscia di sangue… e, nella cabina numero 10, c’era una ragazza che le ha prestato il mascara!
Eppure… nessuno del personale o dell’equipaggio manca all’appello… e la cabina numero 10, in verità, non è mai stata occupata da nessuno.

A quanto pare, sulla scia del successo ottenuto con il suo primo romanzo (L’invito), Ruth Ware tenta il colpaccio con La donna della cabina numero 10.
[Da leggere, quindi? La mia risposta si trova nell’ultima riga dell’articolo.]
Il libro, secondo quanto recita la fascetta rossa, è tra i bestseller del New York Times (ma, praticamente, tutti sono bestseller del New York Times… ok, ok, non cominciamo subito con la polemica).

Seguiamo la nostra Laura (alias Lo) nelle sue peregrinazioni in piena notte in pigiama, seguite da lunghi bagni in vasca, lunghi risciacqui in doccia (in generale frequenti visite al bagno); e ancora sfuriate da diva incallita, visioni di porte semoventi, riposi in déshabillez nonostante il terrore che qualche ladro possa nuovamente introdursi nella sua stanza/cabina e alcool… tanto alcool (e la conseguenza necessità di farmaci per attutire la sbornia).

Se tutto questo non bastasse a rendere antipatica la protagonista ed estremamente ripetitivo lo schema narrativo, ci si mette pure un insensato “mistero”, una donna che nessuno ha notato e un isolamento forzato su di una piccola barca in mezzo al mare.

Ora, per la verità, se questi elementi fossero mescolati bene assieme potrebbero davvero risultare una bomba (come nel caso del magnifico Dieci piccoli indiani di Agatha Christie, in cui dieci sconosciuti sono bloccati assieme in una villa su di un isola in mezzo al mare).
Il guaio è che ne La donna della cabina numero 10 vengono accostanti insieme con una tale inconsistenza  e goffaggine da rendere fastidiosa la lettura.

L’incostanza e l’inconsistenza alla quale la protagonista ci obbliga sono due elementi davvero irritanti che non invogliano certo a simpatizzare per lei o per le sue disgrazie. Inoltre, il fatto che a oltre metà libro ancora l’azione non sia partita non aiuta di certo ad apprezzare la storia.

L’azione, oltre che presentarsi in schemi abbastanza ripetitivi, è tutto un girovagare sulla nave alla ricerca di questa ragazza della cabina numero 10 tra dialoghi insulsi, considerazioni inutili e ripetitive e incontri/scontri  con gli altri passeggeri ai limiti dello stalking.
Ovviamente, anche qui (v. La ragazza del treno… le due protagoniste hanno problemi simili), dato il suo trascorso di farmaco-dipendente e alcool-simpatizzante, la nostra Laura/Lo non viene creduta da nessuno… o comunque le sue affermazioni vengono prese con una certa diffidenza (tranne che dall’ex, casualmente presente sulla barca e pronto a rendersi utile).

Anche la ripetitività delle scene è disarmante e, più o meno, segue il seguente schema: incontro con uno o più ospiti e, se non sono ubriachi, la nostra Lo nota quasi subito che c’è qualcosa di sospetto nel loro sguardo o modo di fare (allora forse lui/lei sa qualcosa della ragazza della cabina numero 10? È stato lui/lei?).
Quando non è intenta a giudicare gli altri e a fingersi, con parecchio imbarazzo per lo sfortunato lettore, una novella investigatrice, la proganista non fa altro che cianciare sui doveri dell’essere giornalista (perché, ricordiamolo, lei è lì per scrivere un servizio per la rivista per la quale lavora), sul senso di sicurezza che deve dimostrare all’esterno (per trovare “contatti utili” a lei e alla suddetta rivista), sull’importanza di mostrarsi solare e sicura (per fare bella figura e magari ottenere l’avanzamento di carriera)… per poi fare l’esatto contrario e rovinarsi con le sue stesse mani in un sconfortante misto di goffaggine, doddezza e infantilismo… ma come è vissuta nel mondo questa?!

Mi sono dilungata tanto sulla protagonista, perché ahimè gli altri personaggi sono… evanescenti. Ho fatto sinceramente fatica a comprendere chi era chi e, a metà romanzo, mi restavano ancora parecchi dubbi su qualche personaggio.

Insomma, si tratta di figure intercambiabili che si distinguono gli uni dalle altre solo per il nome… ma prima di trovare l’abbinamento corretto, si deve fare mente locale. Mancano, dal mio punto di vista, tratti caratterizzanti che permettano un’identificazione immediata da parte del lettore.
Intervengono solo con qualche inutile battuta, poi spariscono di scena.
Equipaggio o passeggeri non fa alcuna differenza: sono lì giusto per fare presenza.

Anche lo stacco che, almeno immagino, l’autrice voleva mostrare tra passeggeri-ricchezza ed equipaggio-povertà è grossolano ed esclusivamente formale, in alcun modo approfondito. Nonostante questo Lo ragiona per dei paragrafi sul lusso del ponte superiore paragonandolo ai corridoi stretti e poco luminosi e alle cabine condivise che occupa, invece, l’equipaggio.

Speravo che, verso la fine, comparisse un po’ di pathos… in verità, andava bene qualunque cosa pur di dare un senso a questa lettura…
Tuttavia, lo svolgimento resta prevedibile… assurdo.
Come ho scritto sopra, l’azione si trascina in chiacchiere inutili, passeggiate sulla barca alla ricerca di un determinato personaggio, ripetitivi riepiloghi su cosa ha visto e sentito Lo sulla barca o su come si è sentita “violata” quando il ladro le è entrato nell’appartamento e di come questo fatto la faccia simpatizzare con la ragazza della cabina numero 10.

E quando si arriva alla conclusione non si viene assolutamente ripagati della fatica fatta. Il finale è davvero insulso e, come ho scritto più volte, fin troppo prevedibile.

Nemmeno lo stile di scrittura, semplice e ridotto all’osso quanto a costruzione della frase, aiuta a digerire questa storia.

Nella tendina dello spoiler qui sotto ho raccolto tutte gli elementi poco coerenti nella trama secondo il mio punto di vista.

Cosa che non mi tornano nella trama **Attenzione Spoiler**

  • Per quanto nave di lusso, i “muri” tra una cabina e l’altra non sono certo fatti di piombo, quindi un urlo in piena notte… in mezzo al mare… si sente.
    Così come si sarebbe sentito l’urlo di Laura (o, comunque, i rumori di una colluttazione) in piena notte! Capisco che la cabina-prigione nella stiva sia già una situazione più complessa, ma urla e movimenti vari nel corridoio in mezzo a dieci cabine… è credibile che, più di una volta, nessuno abbia sentito nulla?
  • Capisco che la protagonista debba avere dei tratti peculiari… per giustificare il fatto di essere appunto “protagonista“. Ma Lo ce le ha tutte? Un rapido elenco…
    Soffre d’ansia e di frequenti attacchi di panico; butta giù pillole e/o farmaci come fossero mentine; beve come una spugna; ha il mal di testa costante; soffre il mal di mare; soffre di claustrofobia e pare pure che vada in ipoglicemia falcimente… non è una giornalista, ma un baraccone!
  • Si tratta di un viaggio di lavoro: chi è lì come giornalista; chi, invece, come ospite di un certo riguardo. Quindi, un minimo di apparenze andranno pur mantenute, no?!, in mezzo a un branco di sconosciuti… alcuni dei quali potrebbero scattarti una foto compromettente e gettarla in pasto all’opinione pubblica. E invece no: sono tutti costantemente ubriachi o alticci.
  • Carrie, la molto confusa assassina-ma-visto-che-ci-siamo-forse-cambio sostiene che Bullmer riteneva troppo «crudele» divorziare dalla moglie che stava morendo… perché ucciderla quando stava guarendo cosa sarebbe invece?
  • Punto secondo: Carrie e Bullmer hanno provato – più volte – in pubblico la loro farsa ed è sempre andata bene (in stile Se morisse mio marito, sempre Agatha Christie). E Anne, la moglie di Bullmer, non è mai venuta a sapere, anche per vie traverse, che il marito era andato a un evento pubblico in compagnia della finta moglie (giornali, televisioni… ?)?
  • Punto terzo: per quale assurdo motivo mettere in mezzo una terza persona (Carrie), inscenare ‘sto bailamme sulla barca? Non sarebbe stato sufficiente eliminare la vera moglie semplicemente approfittando della malattia di lei? E senza bisogno di portare tutti insieme-appassionatamente in barca?
  • Punto quarto: possibile poi che Anne (ex-modella) sia un essere così anonimo da poter essere scambiato per una Carrie dimagrita e con un foulard attorno alla testa (e non dimentichiamo che, verso la fine, Carrie vorrebbe far passare la stessa Lo per Anne)? Per quanto nessuno avesse mai visto prima Anne (anche se le sue foto si trovano tranquillamente in giro e tutti – tranne Lo – si sono documentanti), nessuno nota il cambiamento nel colore degli occhi, nel tono della voce? Insomma, dal punto di vista dell’autrice basta lo sguardo da cucciolo sperduto e un foulard in testa per scambiare tutti i malati i cancro?
  • Sostanzialmente, l’intero libro si basa sul senso di solidarietà delle donne. E, sotto certi aspetti, è un intento lodevole… anche se poco credibile. Considerando, soprattutto, che – incidente o meno – Carrie non si è fatta problemi a buttare in mare Anne… nonostante avesse il dubbio che fosse ancora viva. Questo improvviso moto di pietà per il solo fatto che “Lo si è preoccupata per me, quindi le rendo il favore” è davvero poco credibile…

Concludo questa mia lunga considerazione ricapitolando – come fa la protagonista, ma – con tre parole: anche no, grazie.


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Il cappello di Mr Briggs recensione

il-cappello-di-mr-briggs-recensione-tbbTitolo: Mr. Briggs’s Hat. A sensational account of Britain’s first railway murder
Autrice: Kate Colquhoun
Anno di pubblicazione: 2011
Genere: Saggio
Titolo ventilatore Italia: Il cappello di Mr Briggs ovvero il mistero della carrozza 69
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad. di: Ada Arduini

Londra, 1864. Il treno è terribile in ritardo (per la cronaca, si tratta di quattro minuti… per i nostri standard rientriamo ancora abbondantemente nella fascia ancora “in orario”), ma al momento è fermo alla stazione di Hackney.
Amis, il capotreno, è pronto per fischiare la partenza, ma dagli scompartimenti di prima classe giungono dei grossi grattacapi. Un uomo, in compagnia del socio, ha cercato di accomodarsi nella carrozza n. 69. Ne è uscito con le dita e il retro dei pantaloni impiastricciati di sangue. Dalla carrozza vicina, alcune signore lamentano di essere state a loro volta schizzate di sangue dal finestrino aperto.
… L’aplomb inglese è sempre un po’ inquietante…
Insomma, Amis entra nello scompartimento (ogni vagone è isolato dagli altri, come una micro-stanza per sole quattro persone) e, a parte strisciate di sangue sui sedili imbottiti, i cuscini, le pareti e il pavimento, trova solo un cappello, un bastone da passeggio con l’impugnatura in avorio e una borsa nera.

Poco distante, in una zona non edificata e paludosa alle porte della City, sui binari viene ritrovato un uomo in condizioni critiche. Di lì a poco, purtroppo, muore a causa delle ferite riportate. Pare che fosse proprio lui l’occupante della carrozza n. 69 e pare che non solo sia stato aggredito, ma sia stato spinto giù lungo i binari. C’è un problema, però. La vittima, identificata come Mr Briggs, distinto banchiere, non ha mai indossato il cappello ritrovato nella carrozza. E allora a chi appartiene quell’accessorio? Che sia stato dimenticato proprio dall’assassino?

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Confesso: grazie al libro Omicidio a Road Hill House, ho avuto un ritorno di fiamma per i gialli ambientati in epoca vittoriana (sì, ho avuto il bisogno di rientrare nelle atmosfere che ho imparato ad amare grazie ad Arthur Conan Doyle).
E, dopo la sensazional novel di Mary Elisabeth Braddon Il segreto di Lady Audley, citata più volte anche all’interno di questo libro, e dopo il libro di Colin Dexter La fanciulla è morta, torno ai saggi.

Sì, perché anche qui – come nel già richiamato Omicidio a Road Hill House – si tratta di una specie di reportage, talvolta un poco romanzato, del primo caso di omicidio su di un treno inglese.

Quindi, primo problema affrontato nel libro: un omicidio – un altro… – in epoca vittoriana per la neonata figura dell’investigatore di Scotland Yard.
E, secondo: un omicidio violento avvenuto sul vanto di ogni britannico: la loro rete ferroviaria e, di conseguenza, anche il loro progresso tecnologico.

Le carrozze dell’epoca, infatti, possedevano una conformazione particolare che non prevedeva il collegamento e la comunicazione tra ognuna di queste fra sé e con il capotreno (non avevano corridoio centrale e non prevedevano la possibilità di spostarsi di carrozza in carrozza).
La conseguenza era che, ad esempio, incendi scoppiavano nelle carrozze senza che il capotreno ne fosse a conoscenza e senza i passeggeri potessero avvertirlo in alcun modo (quindi, il treno non si fermava) e rispettabili cittadini venivano infastiditi, molestati e derubati nel segreto del vagone-treno.

Ma non solo. In questi crimini che, agli occhi della pubblica opinione divennero dei veri e propri intrighi, giocavano un loro ruolo anche la politica; le convinzioni più o meno personali dell’investigatore di turno; i pregiudizi e, in questo caso specifico, anche i difficili rapporti tra Stati Uniti e i vecchi padroni britannici o tra Gran Bretagna e Prussia (considerata l’invasione prussiana della Danimarca con cui la famiglia reale era imparentata).

Invece dell’ormai affezionato Jack Wicher, troviamo un altro investigatore della nuova sezione dedicata di Scotland Yard: Richard Tanner.
Entrambi nomi noti nel mondo investigativo inglese in era vittoriana, rappresentano la figura romantica dell’investigatore: corretto (persino con il sospettato), onesto, ligio al dovere e infaticabile.
Tuttavia, non infallibile.

Perché uno dei problemi principali sono proprio le indagini, spesso parziali e rapide; l’attendibilità dei testimoni; la volubilità delle giurie, martellate con continue illazioni e facili sentenze da riviste e giornali; i toni spesso di teatrino che assumeva un processo; la mancanza di un riesame; i diritti negati al sospettato (si pensi solo che l’imputato non poteva rendere dichiarazioni e poteva dar voce alla sua posizione solo attraverso il suo avvocato durante gli interrogatori dei testimoni; l’accusa non era obbligata a condividere con la difesa le proprie scoperte).

Gli investigatori devono destreggiarsi tra testimonianze fallate dalla memoria o dettate dall’avidità (nel caso specifico, era, infatti, prevista una notevole ricompensa), mitomani e detective da salotto. Ed è impossibile sotto un martellamento così costante, non formarsi una propria opinione e seguirla ciecamente, sebbene in buona fede, ignorando così tutte le prove contrarie.

Ciò che doveva essere evidente, infatti, era l’altissimo grado di efficenza raggiunto dalla giustizia inglese. E dimostrare tale efficienza spesso andava a discapito di molto altro… anche della vita.

Ciò che mi affascina maggiormente è vedere come questi delitti divennero particolarmente coinvolgenti all’epoca perché scardinarono un punto fisso delle certezze vittoriane.
Nell’Omicidio a Road Hill House era la quotidianità, l’inviolabilità del domicilio; qui venne accresciuto un senso preesistente di disagio verso la modernità e l’avvento del progresso.

Come scrivevo poco sopra, la fitta rete ferroviaria inglese, che sbocciò nel giro di pochissimi anni conquistandosi l’orgoglio di ogni inglese, celava in sé anche numerosi pericoli. Gli incidenti ferroviari erano molto frequenti, nonostante proporzionalmente inferiori al grado tecnologico raggiunto. L’avvento della nuova rivoluzione industriale aveva portato con sé benessere e innovazione, ma anche un senso di disagio e irrequietezza; sentimenti confermati (e acuiti) dalla tragica dipartita del signor Briggs.

Insomma, mi rendo conto d’aver fatto molti parallelismi tra questo libro e Omicidio a Road Hill House. Ammetto che, se sulla copertina non fosse stato specificato il cognome della scrittrice (perché, per l’appunto, si chiamano entrambe Kate!) non avrei notato che si trattava di due autrici diverse.

I punti in comune tra i libri sono molti e non solo perché entrambi trattano, nella forma di saggio, di un omicidio di grande risonanza durante l’epoca vittoriana.
Entrambi mettono in luce numerosi altri aspetti: in primo luogo, il contorno dell’epoca, le problematiche non solo personali dei singoli testimoni o dello stesso sospettato, ma anche i notevoli risvolti nell’opinione pubblica. Il già noto problema delle giurie e della loro possibilità di essere fortemente influenzate da giornali e rotocalchi vari; la fallibilità delle testimonianze; dubbi e domande irrisolte che non possono assolutamente perdurare in un processo penale; l’abbozzo, ancora informe, di una scienza investigativa; la crescita giurisprudenziale e le tante contraddizioni di un mondo cristiano pronto a mandare a morte sulla base di un sospetto, di una folla pronta a giudicare e a bearsi della morte sul patibolo.
E, infine, la solita amara verità: arriva un punto in cui l’attenzione quasi morbosa per il carnefice supera il cordoglio e il rispetto delle vittime.

Ecco, a voler essere puntigliosi, una differenza tra i due libri c’è ed è questa: la parte centrale de Il cappello di Mr Briggs, dedicata alle tre (!) giornate di processo, è un po’ troppo dettagliata tanto da arrivare quasi a smarrirsi tra i tanti quello ha detto, quell’altro ha riportato della sfilata di testimoni e figuri vari durante il processo.
Inoltre, molto spesso, nel corso dell’intero saggio, si ripetono domande e concetti.

Quindi, i due libri sono davvero quasi identici, ma il “voto” leggermente più basso del romanzo in questione è determinato solo da una certa tendenza alla ridondanza e prolissità de Il cappello di Mr Briggs che, in ogni caso, resta un ottimo e interessantissimo saggio sull’epoca vittoria e le sue contraddizioni.

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La fanciulla è morta recensione

la-fanciulla-e-morta-recensione-tbbTitolo: The Wench is Dead
Autore: Colin Dexter
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 1989
Titolo in Italia: La fanciulla è morta
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Luisa Nera

Preceduto da:
1. L’ultima corsa per Woodstock
2. Al momento della scomparsa la ragazza indossava
3. Il mondo silenzioso di Nicholas Quinn
4. Niente vacanze per l’ispettore Morse
5. I morti di Jericho
6. Il mistero del terzo miglio
7. Il segreto della camera 3

Seguito da: 
9. Il gioiello che era nostro
10. La strada nel bosco
11. L’enigma dei coltelli
12. Death is now my neighbor [inedito in Italia al momento in cui scrivo questa recensione]
13. The remorseful day  [inedito in Italia al momento in cui scrivo questa recensione]

Morse ha qualche problemino con l’alcol. Ok, forse qualcosina in più dal momento che un bel giorno si ritrova l’ulcera perforata.

Così, in ospedale, con la compagnia di pazienti che si confrontano sulle reciproche malattie, tra avvenenti infermierine attratte da uomini più anziani (di cui Morse pare essere un degno rappresentate agli occhi delle fanciulle) e terrificanti caposala scorbutiche, libri porno di contrabbando e visite amichevole che si concludono quasi tutte con una sfuriata della suddetta caposala, Morse trascorre le sue giornate ospedaliere. Fino a quando non decide di metter mano ai libri che gli sono stati regalati.

A parte il già citato porno e un prolisso manuale – dono il primo del collega Lewis e il secondo della moglie dello stesso -, Morse ha da poco ricevuto un volumetto dalla moglie di un defunto (e appena conosciuto) compagno di sala. Il libello racconta la tremenda storia di Joanna Franks, brutalmente uccisa nel 1859.

Il processo vide la condanna unanime di quattro barcaioli i quali avrebbero derubato, stuprato e infine ucciso la povera donna che non aveva nessuna colpa se non quella di aver usato la chiatta dei malfattori per raggiungere il marito.
Ma… nel libello che la moglie del defunto colonnello ha fatto pervenire a Morse (e a tutta la camerata nella quale il marito ha passato le ultime ore della sua vita), c’è qualcosa che non torna. Certo, i barcaioli paiono gli unici colpevoli possibili… ma… e se non fosse proprio così?

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Come si può immaginare, si tratta di una saga molto prolifica… (ma non saprei dire quanto produttiva, considerando che le recensioni che ho letto in giro dei precedenti volumi si attestano tutti nella media) di cui questo volume rappresenta l’ottavo capitolo.
In effetti, uno degli inconvenienti del mio scegliere i libri a scatola chiusa è che non sempre mi rendo conto che sto acquistando una “serie”.
Nello specifico, però, ammetto che non ci sono stati problemi.
Il protagonista è l’ispettore Morse, del quale qui non ci è dato sapere il nome (almeno non in questo volume… magari è un tratto distintivo della serie). Al suo fianco abbiamo il fedele sergente Lewis e poi una serie di comparse (la maggior parte delle quali avvenenti donne destinate a scomparire).
Quindi, nulla di irrecuperabile: la storia si segue bene.

Ora… premetto quanto segue: la lettura è piacevole perché è davvero ben scritta (e, ormai lo sai, scusa se mi ripeto, a me le storie ben scritte piacciono); il grosso guaio, però, è il contenuto.

Cominciando proprio dall’inizio. Ammettiamo pure che la moglie di un uomo appena morto decida di tornare  immediatamente nell’ultimo reparto in cui il marito è stato per regalare – a quanto pare secondo espressa richiesta di lui – una copia del libro scritto dal caro trapassato a tutti i camerati (… insomma, un libro che ha fatto faville in libreria, eh?!). Ammettiamo anche – tutto è possibile – che il libello di questo defunto presenti per l’appunto un caso di omicidio, per l’appunto con dei passaggi non molto chiari, per l’appunto con delle forti incongruenze a livello investigativo e che – per l’appunto – ‘sto libretto finisca pure nelle mani del nostro ispettore, il quale non ha al momento nulla di meglio da fare dato il suo fermo obbligato in ospedale.
Quando si dice la casualità

Molto bene. Appurati questi primi momenti fortunelli e immaginando già che Morse resterà abbacinato da questo caso, apprezziamo pure l’ispettore che risolve il suddetto “caso” stando sostanzialmente seduto (no… aspetta… non si chiamava Nero Wolfe? … vabbè dai qui è diverso perché il nostro investigatore è bloccato in ospedale e non su una comoda poltrona…).

La faccenda comincia a farsi moderatamente curiosa attorno al decimo/undicesimo capitolo, quando la gran parte del caso dell’Assassinio sul canale di Oxford (il libretto incriminato di cui parlavo sopra) è stata srotolata – e si capisce anche come si sono svolti realmente i fatti… – e Morse si è finalmente preso un nuovo passatempo per la sua permanenza in ospedale diversa dal guardare le infermiere.

Ma qui mi fermo e non sono disposta ad accettare altri miracoli narrativi.

In primo luogo, posso anche chiudere un occhio sul fatto – comunque molto improbabile – che tre giovani e belle ragazze + 1 (l’infermiera Fiona, l’infermiera Eileen e la figlia Christine del compagno di camerata… tra l’altro, quest’ultimo, non pare affatto disturbato che la figlia dedichi il tempo delle visite in ospedale ad occhieggiare all’attempato ispettore. Il +1 è la caposala… ma questa è più una mia supposizione), per quanto intelligenti, si infatuino di un vecchietto stempiato, ubriacone e con il trippino, quasi alla prima occhiata. Anche perché la descrizione di Morse non è certo quella che possa lusingare con un semplice sguardo una giovane donna:

« […] sulla metà dei cinquanta, capelli bianchi e radi, qualche chilo di troppo e con il fisico di chi amava non poco l’alcol»

Estratto da “La fanciulla è morta”, Colin Dexter, trad. di Sellerio Editore, 2015

Un vero adone, insomma, che colpisce al primo sguardo…

Veniamo, però, alla vera assurdità di tutto l’impianto narrativo… l’omicidio che ammorba i pensieri di Morse (ma non del lettore, perché – ripeto – la soluzione è abbastanza lampante) si è svolto 1859!
E il problema non è tanto nella data quanto nella quantità (e qualità) del materiale che Morse – grazie anche al contributo dei suoi aiutanti – riesce a recuperare.
Per carità, complimenti all’efficienza della polizia britannica che, stando a quanto riporta Dexter, ha un serio problema di disposofobia… ma mi è assurdo concepire che le prove vengano conservate (e, soprattutto, si conservino perfettamente senza alcuna manutenzione) per più di un secolo. Perché siamo nel 1989, cari e care miei/mie, ma Morse riesce a ritrovare pure un paio di mutande ottocentesche perfettamente conservate (altro che criogenia: mettiamo i cadaveri negli sgabuzzini inutilizzati dei dipartimenti di polizia inglese!).

La chicca finale è davvero indegna

Sì, perché Morse riesce a ritrovare la casa della giovane Joanna (nata nel 1821). Casa – guarda caso – al momento abbandonata – nonostante si trovi in un quartiere abitato e non sia un rudere abbandonato in mezzo alla campagna – e perfettamente conservata. Tanto che Morse, assieme al fido Lewis, ritrova dei segni incisi così in profondità nella struttura dell’edificio da essere perfettamente visibili (e che erano scritte col trapano?!). Non solo… le incisioni riportano le altezze dei rampolli di famiglia (Joanna e il fratello).
È una cosa carina… la faceva anche mia mamma… quando ero piccola.
Ma qui no!, perché la fortuna di Morse vuole che la zelante madre – o chi per lei – di Joanna continui a segnare l’altezza della figlia fino al 1841, cioè fino a quando la figlia – ormai già ventenne – va via di casa per sposarsi con il “primo” marito… m’immagino il quadretto familiare con giovane donna ventenne che sorride alla madre la quale, col trapano in mano, incide il muro per riportare l’altezza della figlia…  

Insomma… il libro è ben scritto, anche scorrevole, ma pecca assolutamente di credibilità.
I personaggi sono pochissimi e – esclusi Morse e Lewis – se non sono solo dei nomi che ci allietano con un paio di battute, sono donne carine, giovani, in qualche modo insoddisfatte della propria vita (?) e infatuate di Morse… e che è?!
Anche gli ambienti sono abbandonati a sé stessi e le uniche coordinate che abbiamo – a parte la sala d’ospedale (che mi sono autonomamente immaginata simile a quelle che si vedono nella serie tv Call the midwife) e il Tamigi con i barcaioli allupati – non ci sono altre indicazioni se non nomi di vie che non dicono proprio nulla.
Nemmeno la ricostruzione dell’omicidio porta qualche miglioramento. Dato l’andazzo del libro, è abbastanza evidente capire dove finirà anche il caso di Joanna Franks. Le incongruenze dell’omicidio sono chiare fin dall’inizio e non ci vogliono molte pagine per fare due più due e scoprire la reale soluzione.

Insomma… boh!

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Nobody recensione

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Titolo: Das andere Kind
Autrice: Charlotte Link
Genere: Giallo
Anno di pubblicazione: 2009
Titolo in Italia: Nobody
Anno di pubblicazione ITA: 2010
Trad. di: Umberto Gandini

Gwen è una dolce ragazza, premurosa e molto affettuosa, ma particolare: lo strambo accostamento che è in grado di fare dei colori e delle mode rende davvero imbarazzante – per gli altri – il vestirsi e la spiccata timidezza le rende quasi trovare un uomo. No, leva il quasi. Trentacinque anni e Gwen non ha praticamente mai avuto una relazione.
Eppure… qualcosa sta per cambiare.
All’uscita da un corso di self-help (quelli che ti spingono a uscire dalla tua timidezza e a raffrontarti con il mondo che ti circonda), Gwen incontra Dave Tanner. Lui è bello, colto e intelligente. Insomma, che ci fa un tipo del genere con una come Gwen? Be’, a quanto pare si sposano. Gli amici più stretti di Gwen sono esterrefatti; contenti per la ragazza certo, ma molto dubbiosi sulle reali intenzioni di questo bel quarantenne, avvenente, insegnante di francese per tre sere la settimana, sbucato dal nulla.
Ma fanno bene a preoccuparsi?
Scarborough, in ogni caso, non è più la tranquilla cittadina di un tempo. Pochi mesi prima una ragazza, Amy Mills, è stata brutalmente uccisa mentre rientrava a casa dopo un turno come babysitter. C’è un assassino in città?

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Nella mia mente il nome Scarborough è da sempre legato a dolci colline verde, gente simpatica e indaffarata nelle fiere settimanali (la causa di questa mia distorsione è la popolare ballata Scarborough Fair). Ora, con il libro di Charlotte Link, questo mio bucolico quadretto si è presto spezzato.

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L’efferato omicida arriva, infatti, a fracassare la testa della giovane Amy e ad attendere che la giovane rinvenga per spaccargliela di nuovo contro il muro. Venti minuti di tortura e la polizia non sa davvero che pesci prendere: si tratta di gelosia? Si tratta di un folle che ha scelto la sua vittima a caso? Insomma, chi è colpevole?

Si comincia a turbinare come una bussola alla ricerca del nord abbastanza velocemente; nonostante il primo prologo ci metta tutto il libro per essere spiegato, la vicenda obiettivamente parte con un buono slancio.

Accanto a questo drammatico scenario, corre la vicenda principale: la storia di normalissima quotidinità di Gwen e dei suoi amici e parenti. Certo, sconvolti e, in un certo qual modo, curiosi dall’improvvissa e tragica fine della giovane Amy, ma in fondo the show must go on e ognuno di loro ha la propria vita da portare avanti (e nessuno di loro poi conosceva la sventurata ragazza personalmente).

Ora, il problema è: come si combinano insieme questi due livelli narrativi? Perché è evidente che, prima o poi, ci sarà un punto di raccordo e la narrazione tornerà a essere unica. Ma dove? Quando?
Più tardi di quello che uno sprovveduto lettore potrebbe immaginarsi.

Tutto sommato si tratta comunque di un libro abbastanza lungo, denso di avvenimenti e sottotrame. La trama corre abbastanza sinuosamente, anche se non penso di poter parlare di page-turner.

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Non è scritto in maniera eccelsa, ma certo la Link è brava a giocare con la curiosità del lettore almeno per quello che riguarda la parte dello “scopri l’assassino“. Per esempio, perché Dave Tanner vuole sposare Gwen? Per crearsi un alibi per la notte dell’uccisione di Amy? Potrebbe… ma, no, ecco che arriva qualcosa che smentisce questa ipotesi. E allora? Potrebbe essere Jessica Blankley, l’amica/cliente di famiglia, con il suo oscuro segreto e l’estrema facilità con la quale si prende a cuore le storie altrui? Mmm, forse no… Oppure… Stan Gibson, il manovale oppressivo? È uno schizzato ci sta… e se, invece, fosse solo una storia del passato?

Insomma, devo ammettere che la mia rosa di candidati all’ambito titolo di “colpevole” è andata bellamente a farsi benedire. Quindi, sotto quest’aspetto tanto di cappello alla Link per avermi fatto cadere delle nuvole.

Sotto il profilo delle sottotrame, non posso dire di essere rimasta altrettanto sorpresa. I rapporti tra i personaggi sono abbastanza prevedibili; il loro comportamento subisce, talvolta, spinte un po’ troppo al limite del divinatorio.
Il loro passato è comunque molto curato, sebbene i personaggi restino un po’ legati alla struttura del “raccontino” e non abbiano proprio una carica tale da colpire il cuore o l’immaginario del lettore.

Carino è il modo in cui i personaggi ci vengono introdotti per la prima volta, e cioè tramite il passaggio dal punto di vista di uno di loro.

Ora, un paragrafo a parte se lo merita il finale. Dopo aver ben condotto la caccia all’assassino (almeno, ripeto, io non me lo aspettavo), ecco che arriva una conclusione a dir poco insoddisfacente. In primo luogo, per i segnali dal futuro di Jessica Blankley; davanti a una profeta del genere, la stessa Sibilla Cuman di Harry Potter impallidirebbe. Altro aspetto assolutamente non altezza sono le chiacchiere con il colpevole. Minuti e minuti che si perdono in spiegazioni, recriminazioni, motivazioni (ho fatto questo perché mi sentivo/ero/sono…) con tanto di pistola puntata dritta al petto e spostamento in zona propizia per uccidere (con la conseguente perdita di minuti e il vantaggio fornito agli aiuti in arrivo).
Infine, la morte di Amy Mills:

Spoiler

Da quei brevi passaggi con il siparietto della povera e molto inutile Ena Witty, pare che il principale indiziato per la morte della giovane baby-sitter sia Stan Gibson.
Tutto bene, tutto okay.
La stessa Valerie, l’investigatrice che conduce l’indagine, ci crede molto ed è convinta della sua colpevolezza (anche se, nel corso della narrazione, si convince abbastanza spesso della colpevolezza del sospettato di turno). E poi? Il fatto di possedere delle foto e, sostanzialmente, di stalkerizzare a distanza Amy Mills non sono prove sufficienti ad accusare Stan di omicidio. Fine. Manca qui una conclusione certa della storia con la quale si è sostanzialmente aperto il libro.

Questa storia non viene ulteriormente chiarita né sappiamo come (e se) va a finire.

In compenso, conosciamo la triste sorte di Nobody e ci sorbiamo un ricapitolo su “cosa fare della mia vita” da parte di Leslie, la conoscente-di-famiglia.
Grazie, ma come finale mi pare molto sottotono rispetto al modo in cui si sono girate le carte fa i vari sospetti (aspetto che, ripeto, ho apprezzato maggiormente).

In definitiva, un libro capace di giostarsi bene nella conduzione dell’indagine; tuttavia, lento o tirato via in alcuni passaggi. Personaggi curati, ma privi di empatia con il lettore.

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La ragazza del treno recensione

la ragazza del trenoTitolo: The Girl on the train
Autrice: Paula Hawkins
Genere: Thriller (?)
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: La ragazza del treno
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Barbara Porteri

Rachel è disperatamente sola (il marito l’ha abbandonata a favore dell’amante, con la quale ora ha una figlia; tutti e tre vivono allegramente nella stessa villetta, che si affaccia sui binari, dove abitava prima con Rachel), senza lavoro e con un grosso (grossissimo) problema con l’alcool (che abbastanza spesso la porta a fare una visitina molesta al suo ex marito e alla sua nuova moglie, Anna). Ma Rachel ha anche una coinquilina adesso, alla quale ancora non ha confessato d’aver perso il lavoro. Ogni mattina, quindi, la donna prende il treno per recarsi a Londra e fingere di avere ancora una vita. Nel suo tragitto, il treno passa proprio di fronte alla sua vecchia abitazione e Rachel non può far a meno di sbirciare… la casa accanto (perché per guardare la sua c’è ancora troppo dolore).
Megan, quella della casa accanto, ha altri tipi di problemi, ma anche lei è senza lavoro. E con un grosso (grossissimo) problema in arrivo. Infatti… Megan scompare. Non si sa dove sia finita né cosa ne sia stato di lei, ma Rachel, troppo ubriaca per ricordare i dettagli, sa una cosa: sa di essere stata lì, in quel quartiere, proprio la notte in cui la donna è scomparsa. E Rachel sa anche, perché conosce già quella sensazione, d’aver fatto qualcosa di terribile.

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Per le prime pagine, ci troviamo alle prese con il caldo – abbiamo capito, grazie; basta una volta -, le sbirciatine nostalgiche alla casa dei vicini, il conseguente ricordo doloroso per la villetta abbandonata e l’amore tradito, l’attuale situazione depressa e la forte dipendenza dall’alcool, questo mucchietto di vestiti sporchi abbandonati al bordo dei binari (… per la serie: oh, non me lo sarei mai aspettata!). Dopo la terza volta, con anche l’alternanza tra mattina e sera, che veniva ripetuta questa solfa stavo per mollare la lettura. Poi da Rachel passiamo a Megan e ricomincia la stessa solfa scandita dal treno con la differenza che la prima ci viaggia sopra e la seconda se lo vede sfilare davanti e anzi, per la verità, sembra quasi che lo aspetti in giardino per regalare al mondo dei passeggeri sul treno un frammento della sua vita. Ma la curiosità del clamore suscitato da questo libro è stata più forte: dovevo capire il motivo di tutto questo fermento attorno al libro.
[E, tra parentesi, non si capisce nemmeno a che distanza è ‘sto giardino: prima la distanza è tale da non poter scorgere nemmeno i lineamenti delle persone poi una qualche distorsione spaziale consente una vicinanza tale da distinguere la differenza tra un bacio a stampo e uno «vero».]

Ora, l’idea alla base potrebbe anche essere simpatica – se non fosse che esistono già dei precedenti in stile “spia il tuo vicino”, ma qui lo fa da un treno, quindi è sicuramente diversissimo -, ma io non so dove viva l’autrice o se la situazione treni a Londra sia diversa da quella italiana. Anche a me – penso alla maggior parte di noi – è capitato di essere pendolare di un treno che passava proprio in mezzo alla città e tante erano le case, i giardini, le terrazze che si affacciavano proprio sui binari.
Ma io non ci ho mai visto tutto questo affollamento.
Qui pare quasi descrivere un acquario per pesci e quelli sono lì pronti a mostrarsi al treno che passa (come se prendessero la rincorsa per mettersi in posa non appena il primo sferragliare si ode in lontanza). Un po’ difficile che questo accada tutti i santissimi giorni alla solita identica ora (anche perché i treni non sempre sono in orario ed è difficile riuscire a trovare libero sempre lo stesso posto nello stesso vagone,  soprattutto se si tratta di treni che viaggiano a orari di punta per i pendolari).

la ragazza del treno film 2

Comunque, la fissa che si prende Rachel a livelli (gravemente) patologici potrebbe anche essere realistica – non escludo, infatti, che la gente raggiunga livelli di pazzia mooolto più elevati -, tuttavia sono davvero tanti gli elementi che vengono forzati per realizzare la vicenda e pigiati insieme (in primis, la faccenda vedi sopra del treno; poi l’ubriacona, tradita dal marito, la quale si fissa con la casa dei vicini e ci passa di fronte ogni giorno; quell’altra, “la maniaca” per così dire, che sembra passare le sue giornate ad attendere il treno in giardino; lo psicologo privo di senso etico e professionalità – o meglio con senso etico e professionale che si attiva a scoppio ritardato – e che invece di curare s’approfitta della malattia; il quotidiano online ficcanaso; questa incomprensibile tendenza a sbilanciarsi in slanci di fiducia e a confidarsi con gli estranei – ma, a onor del vero, non è il primo libro in cui si confessano segreti e peccati a un emerito sconosciuto; questa controproducente attenzione per dettagli inutili… perché se mi punti sempre sugli stessi particolari è abbastanza evidente dove vuoi andare a parare; e di come tutta Londra sembri girare attorno a un unico quartiere pieno zeppo di psicopatici… insomma, Una serie di sfortunati eventi esiste già come libro e non è questo).

Alla fine è troppo… di tutto. Sono così tanti gli elementi buttati e mescolati insieme che il risultato finale è uno strambo pachtwork disarticolato che fa storcere il naso.

SPOILER (velato, ma pur sempre spoiler)!!

E la lunga e pedante “confessione” finale, oltre a essere a dir poco surreale considerando che dall’altra parte c’è uno che non esita ad alzare le mani e agire senza porsi molti scrupoli, è davvero fuori luogo. Il periodo in cui il cattivo perde tempo a confessarsi per poi essere interrotto dal provvidenziale intervento di un deus ex machina dovrebbe considerarsi concluso (o essere usato con più accortezza).

La vicenda alterna Rachel, Megan e Anna (la nuova moglie dell’ex marito di Rachel; niente spoiler, tranquillo/a, lo si scopre nei primi capitoli). Insomma, una tale oscillazione tra tre personaggi (caratteri, storie, pensieri, punti di vista) diversi, personalmente mi fa supporre anche l’arrivo di un cambio di registro per meglio rimarcare il passaggio a un nuovo narratore/punto di vista (perché per quanto simili di carattere, non è possibile pensare alla stessa maniera e esprimersi allo stesso modo). E… ho immaginato male. Lo stile resta lo stesso, non ci sono cambi di registro, modi di parlare o intercalare differenti, non pare di calarsi nella mente di un altro personaggio.

Il comparto maschile soffre della stessa omologazione e non ho visto tutta questa cura nel rendere dei caratteri approfonditi e studiati.

È evidente che, in questo romanzo, si vuol puntare alla storia con risultati alterni. Alla descrizione degli ambienti, ad esempio, è concessa solo qualche rapidissima frase.

la ragazza del treno film

Uno dei “pregi” di questa tipologia di libri è la scorrevolezza che accompagna uno stile e un registro di scrittura esile e basilare. Ovviamente, si tratta di una semplicità ricercata che consente al lettore di leggere il libro in pochissimo tempo, ma che, dal mio punto di vista, priva di qualunque caratterizzazione e soggettività lo stile dello scrittore e dalla scrittrice uniformandolo a un canone impersonale e scialbo.

Alla fine, ho l’impressione che si sia fatto molto rumore per nulla, vista la pubblicità serrata che è stata fatta a questo libro.

La storia, purtroppo, non mi ha colpito e, anzi, ho avuto la bruttissima sensazione che fosse stata costruita a tavolino con l’unico scopo di impressionare il lettore. Il cambio di punto di vista tra le tre donne protagoniste, sebbene aggiunga movimento al racconto, non è stato purtroppo ben eseguito dal momento che non si avverte un cambio di registro nella narrazione quando interviene una nuova narratrice.

Insomma, in sé considerato è un gialletto, scontato e senza troppe pretese, buono solo per passare qualche ora senza troppi pensieri.

P.S. Le immagini nell’articolo sono prese dal trailer di lancio del film ispirato a questo libro (Emily Blunt interpreterà Rachel). Per i dettagli sul film, puoi consultare l’articolo de IlPost.

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