Il sangue degli elfi recensione

Il sangue degli elfi recensioneTitolo originale: Krew elfów
Autore: Andrzej Sapkowski
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 1994
Titolo in Italia: Il sangue degli elfi
Anno di pubblicazione ITA: 2012
Trad.: Raffaella Belletti

Preceduto da: 

– Il guardiano degli innocenti;
– La spada del destino.

Seguito da: 

– Il tempo della guerra;
– Il battesimo di fuoco;
– La torre della rondine;
– La signora del lago.

Altro: 
– La stagione delle tempeste

È passato qualche tempo dalla sanguinosa guerra contro Nilfgaard; adesso, la pace si regge su di un traballante trespolo che potrebbe piegarsi a ogni nobile capriccio o – più o meno – ingegnosa macchinazione di re e regine, spie e agenti.

Troviamo Geralt dove lo avevamo lasciato nell’ultimo dei racconti: assieme a Cirilla (alias Ciri) in viaggio verso la fortezza degli strighi, Kaer Morhen, dove la ragazzina apprenderà le arti micidiali degli witcher, iniziando così la strada che il destino ha scelto per lei.

Nel frattempo, sotto le fronde del sacro albero dei Druidi Bleobheris, una nostra vecchia conoscenza, Ranuncolo, il bardo famoso e stimato per le sue rime poetiche, sta intonando una canzone proprio su di loro e sulla storia del loro incontro predestinato.

E, insomma, sebbene qualcuno pensi che questi siano solo i versetti romanzati di un poeta, c’è qualcun altro convinto che, invece, le parole di Ranuncolo raccontino la verità.

Così un certo Rience lo cattura, lo tortura e gli impone di raccontare la vera storia senza più sviolinate. Il provvidenziale intervento della maga Yennefer salverà Ranuncolo e lascerà un ricordino sul volto di Rience.

Ma una cosa è certa: Ciri è in pericolo. Qualcuno la sta cercando, qualcuno ne vuole fare la sua carta vincente per soppiantare gli avversari degli altri regni. Insomma, Geralt deve essere avvisato.

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Primo romanzo della saga (infatti, i due precedenti volumi sono una serie di racconti).

Le prime pagine servono un po’ da riepilogo sulle questioni e gli eventi più importanti affrontati nei racconti: necessario per chi non conosce i precedenti, ma ripetitivo per chi, invece, ha già avuto modo di conoscere Geralt. Comunque, una trentina di pagine opportune per avere un ricapitolo generale sulle vicende passate, ma più condensate sarebbero state maggiormente apprezzate (sebbene l’escamotage usato – Ranuncolo che rievoca le avventure di Geralt in una ballata di sua creazione – sia comunque interessante).

Ecco, questo è uno degli aspetti che meno apprezzo dello stile di Sapkowski: le chiacchiere… i paragrafi, le pagine dense di chiacchiere vuote e blablabla vari; chiacchiere che avvolgono la parte importante condensata in un paio di righe.

Comunque, veniamo al resto, ché qui già comincio a fare la pedante e non va bene. Come sai, però, non mi piacciono i dialoghi lunghi pagine e pagine in cui due o più personaggi ripetono lo stesso concetto in salse diverse o si rimpallano notizie e “pettegolezzi” di cui già tutti sono a conoscenza.

In ogni caso, procediamo.

Questa volta, come scrivevo all’inizio, non abbiamo dei singoli racconti, ma un romanzo più o meno lineare. “Più o meno” perché comunque anche qui le vicende si aprono e si chiudono come un sipario,  saltano e si rincorrono lasciando buchi narrativi che vengono riempiti o con i suddetti dialoghi tra personaggi o tramite flashback non proprio illuminanti e privi di qualunque pathos (dal momento che il lettore già ne conosce la conclusione).

Per il numero delle vicende raccolte e per la loro importanza per i (palesi) sviluppi successivi, “Il sangue degli elfi” assume più i connotati di un primo capitolo mooooolto lungo, prodromico ai libri successivi. Insomma, gli eventi di una certa rilevanza sono pochissimi; la storia si potrebbe riassumere in un paio di righe:

Non saprei se definirlo "spoiler", ma meglio evitare sorprese non gradite

Ciri inizia l’addestramento da strigo(a) e inizia anche quello nelle arti magiche, poiché il suo potenziale è tale da renderla o una potentissima donna-del-destino-striga-maga-nonché-fonte-di-ogni-potere o un bel problema, se non controllato. 

Riguardo al mio «(palesi) sviluppi successivi», una piccola precisazione: se consideriamo che questo è un po’ l’inizio ufficiale della saga di Geralt/Ciri non è un bene che il lettore capisca già come andranno a finire i quattro (ma, teoricamente, il quinto è in arrivo) libri della serie. Voglio dire: generalmente, le carte si scoprono alla fine, no?

Questa volta, lo strigo deve fare i conti con una sorta di paternità surrogata, nella quale cerca di destreggiarsi come meglio può (e, poverino, secondo me, nemmeno se la cava male!). Lui, assieme a Ciri e Yennifer, restano, come nei racconti, i personaggi meglio realizzati e, tuttavia, non si assiste a una loro evoluzione. Gli altri (Ranuncolo e compagnia bella) restano le solite macchiette parlanti.
Confermo, almeno per il momento, la mia precedente opinione che tutti i caratteri siano omologati agli altri: freddi e distaccati all’esterno – oppure troppo frivoli per essere veri -, magari anche scostanti e scontrosi, ma in fondo tutti nascondono un cuore dolce.

Intendiamoci: non è un libro brutto. La trama fila senza troppi intoppi o sorprese; il tutto scorre rapidamente e si legge con molta facilità. Tuttavia, da una «saga bestseller», come fascetta gialla acclusa recita, mi sarei aspettata qualcosa di caratterizzante, al di sopra della media. Per quanto la storia possa presentare alcuni elementi originali (= gli strighi e il loro particolare ordine), non è che il resto sia tanto più “originale“: abbiamo le driadi – belle e capricciose -, abbiamo gli elfi – belli e capricciosi -, abbiamo i druidi – anziani e, talvolta, scorbuti -, abbiamo i bardi grandi cantori, i nani grandi guerrieri e le taverne straripanti di birra e loschi figuri. Abbiamo le maghe – avvenenti – e un grande potere concentrato nella mani di una piccola persona… ok, la smetto.

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La spada del destino recensione

la spada del destino recensioneTitolo originale: Miecz przeznaczenia
Anno di pubblicazione: 1992
Autore: Andrzej Sapkowski
Genere: Fantasy
Titolo in Italia: La spada del destino
Anno di pubblicazione ITA: 2011
Trad.: Raffaella Belletti

Preceduto da:
– Il guardiano degli innocenti

Seguito da:
– Il sangue degli elfi;
– Il tempo della guerra;
– Il battesimo di fuoco;
– La torre della rondine;
– La signora del lago.

Altro: 
La stagione delle tempeste

Continua la serie di racconti con questa nuova raccolta: La spada del destino.

Anche questa volta, Geralt si troverà di fronte ad abomini e mostri, ma incontrerà anche personaggi particolari, il cui aspetto, sebbene raccapricciante, non sempre rispecchia anche una deformità interiore.

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Lo stile resta invariato: numerosi richiami a favole e fiabe già noti e – leggermente – rimaneggiati per l’occasione, strane creature, donne lascive (e incomprensibili ‘sacrifici’ carnali a cui lo strigo, ovviamente, non si sottrae mai), ect. ect.

Il modo di raccontare questi nuovi avvenimenti nella vita di Geralt è leggermente più corposo, sebbene si tratti ancora di racconti e, quindi, molti aspetti e avvenimenti siano lasciati in sospeso o trattati rapidamente. Ogni tanto si assiste a qualche breve exploit (come la parte finale del racconto “Un piccolo sacrificio”), ma la tela narrativa formata dai racconti salta spesso di episodio in episodio con scarsa continuità, vittima di buchi temporali e di vuoti che spiazzano un po’ l’incauto lettore.

Una certa vena d’ironia, che nel precedente volume era molto velata anche se comunque presente, qui fa un po’ più mostra di sé, sebbene continui a restare un elemento secondario nello stile narrativo.

Il racconto che dà il titolo a tutta la raccolta, “La spada del destino“, è uno snodo importante tra la precedente raccolta e quello che sarà il futuro dei romanzo (sì, purtroppo ho avuto qualche spoiler avendo armeggiato col videogioco); tuttavia, manca sempre di quella tensione che incolli il lettore al libro.
L’ultimo racconto, “Qualcosa di più“, l’ho trovato un passo avanti rispetto agli altri, anche solo per l’interessante (iniziale) cambio di punto di vista. L’azione viene raccontata in modo diverso tramite una particolare (e ben realizzata) alternanza tra presente e passato. Ogni evento è ben concatenato e questo racconto è davvero la premessa perfetta per i romanzi futuri. Qui sì che arriva davvero tutta la carica di tensione necessaria a invogliare il lettore nella lettura. I dubbi e i tormenti che assalgono il protagonista finalmente ottengono corpo e non restano solo in superficie. Anche i dialoghi si fanno più incalzanti, rendendo così il ritmo più serrato.
Davvero, ho trovato questa racconto notevolmente superiore a tutti i suoi predecessori.

Tuttavia, qui si tratta di fornire un’opinione su di una raccolta e non su di un singolo racconto. Quindi, tirando le fila del discorso e premettendo che il mio è quanto più possibile generale sull’intero volume, manca sempre il mordente. Insomma mi ritrovo a rivendicare quello che ho scritto anche nella precedente recensione: si avverte che le idee sono tante e gli sviluppi praticamente infiniti, ma ancora non percepisco quella tensione, quella maturità e quell’approfondimento tali da farmi appassionare alla storia o a un personaggio in particolare.

Per quanto riguarda quest’ultimi, non si assiste a un’evoluzione dei principali… problemi, aspetti del carattere: siamo sempre al solito punto e, anzi, talvolta si segue un’evoluzione un po’ altalenante della figura del personaggio.
I comprimari sono sempre numerosi, ma quelli che già si conoscevano non si evolvono e a quelli nuovi è dato, viceversa, poco spazio. I personaggi e le comparse sono tantissimi, ma pochi sono i fortunati cui viene concesso un po’ di spazio.

Tuttavia, devo concludere con la speranza (che, considerando l’ultimo racconto, potrei spingermi a considerare quasi certezza) che i miglioramenti siano dietro l’angolo. La qualità dell’ultimo racconto – ripeto – è nettamente superiore a quella di tutti gli altri e questo mi suggerisce che lo scrittore abbia affinato la sua tecnica (o abbia trovato un editor capace col quale andare d’accordo).

Insomma, avanti col prossimo!

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Il Guardiano degli innocenti recensione

il guardiano degli innocenti recensioneTitolo originale: Ostatnie życzenie
Autore: Andrzej Sapkowski
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 1992
Titolo in Italia: Il Guardiano degli innocenti
Anno di pubblicazione ITA: 2010
Trad.: Raffaella Belletti

Seguito da:
– La spada del destino;
– Il sangue degli elfi;
– Il tempo della guerra;
– Il battesimo di fuoco;
– La torre della rondine;
– La signora del lago.

Altro:
La stagione delle tempeste.

Capelli bianchi, occhi felini. Due spade: una di acciaio e una di argento.
Lui è Geralt di Rivia, uno strigo (witcher, in inglese).

Mutazioni, veleni e pozioni varie ne hanno modificato il fisico, i riflessi fino a renderlo una perfetta macchina per uccidere. Il suo compito, infatti, è  distruggere, annientare i mostri che affollano le contee e disturbano i borghi.

Uscito dalla fortezza di Kaer Morhen, dove ogni stringo si allena per diventare tale, Geralt si è conquistato una fama (non sempre positiva) e un nome (che incute un certo timore).

Tuttavia, dopo l’ennesimo contratto risolto con successo e dopo aver incassato una lauta ricompensa, Geralt riporta una grave ferita ed è costretto a rifocillarsi presso il tempio della dea Melitele, in cui una sua vecchia conoscenza, Nenneke, è la “somma” sacerdotessa.
Ciò che Geralt ha imparato in questi anni, però, è che non tutti i mostri hanno le zanne pregne di sangue, artigli affilati ed efferati istinti omicidi; alcuni possono avere tutt’altro aspetto e presentarsi sotto le più insospettabili apparenze.

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La saga di Geralt nasce in modo “particolare”; diciamo che non rispetta il canone a cui siamo abituati (= romanzo). Infatti, i primi episodi in cui incontriamo il macellaio di Blaviken (anche Lupo Bianco) sono dei racconti e vennero pubblicati su alcune riviste polacche specializzate in fantasy (ora introvabili).

Solo successivamente sono stati raggruppati in più libri (cioè i primi due: Il guardiano degli innocenti e La spada del destino) e arrivarono anche in Italia grazie al successo del videogioco.

Io stessa devo ammettere di essermi avvicinata ai libri grazie al corrispettivo ludico, ma la saga di Geralt vanta numerosi adattamenti. Oltre ai videogiochi, infatti, abbiamo anche una serie televisiva e un film (entrambi, però, erano diretti al pubblico polacco).

gerla di riva

Venendo a noi.

La convalescenza di Geralt nel tempio di Melitele è la scusa che collega tutti i singoli racconti, i quali si presentano come una serie di flashback in cui il protagonista ricorda eventi precedenti.
Tutto sommato quindi, da questo punto di vista, la raccolta è ben realizzata e il “collante” tra i vari racconti è stato ben cementato.

Il linguaggio è semplice, ma molto chiaro e la lettura procede in modo scorrevole.

Tuttavia, si avverte la natura del “racconto”: manca una certa attenzione nella cura dei personaggi che vengono presentati lasciando in sospeso molto; gli ambienti sono abbozzati; le vicende interessanti (anche se riprendono davvero molto dalle fiabe più conosciute: Biancaneve, Cenerentola, La Bella e la Bestia, Rumpelstiltskin), ma poco approfondite.

Ripeto però, nascendo come racconti non mi sarei aspettata nulla di diverso (forse, un po’ di cura in più per i dettagli): per sua stessa natura, il racconto richiede di concentrarsi maggiormente sulla storia narrata. Le pagine a disposizione, infatti, sono poche e in esse va concentrato tutto l’utile per raccontare l’evento e personaggi e ambienti rischiano di allungare inutilmente la narrazione.

Ovviamente, non boccio la lettura, anzi… però, mi sarei aspettata qualcosa in più visto il successo. Considerando, tuttavia, che si tratta di una saga che vanta di numerosi seguiti, mi aspetto un’evoluzione importante dai prossimi libri, soprattutto dai romanzi.

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Erenvir e l’anno zero recensione

Erenvir e l'Anno ZeroTitolo: Erenvir e l’anno zero
Autrice: Effe C.N. Cola
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autrice in cambio di un’onesta recensione – 

«Immagina che il mondo, così come lo conosci, venga spazzato via in un solo giorno.»

Jonathan White: un nome comune, una vita comune. Be’, questo almeno fino a quando, un bel giorno, sulla Terra non si abbatte l’Apocalisse. Terremoti sconquassano il nostro povero pianeta, lo zolfo ne ingolfa l’aria; poi fulmini e tempesta, grandine. Alla fine, eccoli: i cavalieri dell’Apocalisse in persona scendono dal cielo per portare la devastazione a noi poveri esseri umani.
Non resta altro che scappare e trovare rifugio da qualche parte.

L’alba del nuovo domani vede morte e devastazione, ma Jonathan e la sua famiglia (padre e fratellino) sono riusciti a resistere e adesso si trovano assieme a un gruppo di sopravvissuti con i quali dovranno rimparare a vivere in questo nuovo mondo.
Tuttavia, le novità cui abituarsi non finiscono qui. Jonathan è tartassato da strambe visione e sogni oscuri di un mondo futuro, lontano, ma sereno. Un mondo in cui il suo nome è cambiato: ed è Erenvir.

È qui che comincia la lotta per la sopravvivenza e la ricerca verso una nuova speranza per il genere umano. Questo difficile compito spetterà proprio a Jonathan, ma a portare questo peso non sarà da solo e, ben presto, al suo fianco comparirà un’inaspettata guida.

logo commentoLe premesse ci sono davvero tutte: un evento terrificante che impone al protagonista di crescere in fretta, un mondo tutto nuovo al quale il genere umano rimasto dovrà abituarsi, angeli, creature strane e esseri corrotti. Anche le idee sono tante, ma la narrazione richiede pulizia dai numerosi dettagli che rallentano il fluire della storia. L’azione, infatti, viene spesso diluita da continue descrizioni sullo stato d’animo d’incertezza, insicurezza e inadeguatezza provati dal protagonista, rendendo così l’intera vicenda molto lenta. Personalmente, preferisco più percepire il carattere dei personaggi guardandoli agire e ascoltandoli parlare ché non tramite lunghi passaggi di dubbi introspettivi.
Numerose sono anche le descrizioni degli ambienti, le quali avvengono a più riprese e, per questo, concorrono a bloccare il naturale scorrere dell’azione.

Qualche passaggio narrativo è, dal mio punto di vista, un po’ scontato e prevedibile; talvolta, poco plausibile (come il gruppo che si mette a far festa nelle caverne, ben sapendo che qualcuno potrebbe udirli e, di conseguenza, attaccarli… cosa che prontamente accade). Verso la fine, aumentano i passaggi pochi curati e, dal grande scontro finale, si avverte quasi una necessità di chiudere in fretta la vicenda.

Per quanto riguarda i personaggi, a parte quanto ho già avuto modo di scrivere poco sopra, i secondari non ben identificati e mancano di caratteristiche (caratteriali) proprie che li facciano spiccare e che consentano al lettore di partecipare alle loro vicende e tribolazioni (ad esempio, il grande sacrificio del “vegetariano” non è stato un evento penoso, perché non c’è stato modo – prima – di affezionarsi al personaggio).

Anche il protagonista, sebbene davvero numerosi siano gli spazi dedicati alla sua introspezione, accetta il suo compito quasi passivamente, adeguandosi alla sua condizione di “leader del nuovo mondo” in pochi passaggi. In un primo tempo, gli avvenimenti si susseguono senza che ne sia quasi consapevole; tanto che è il bastone (del dominio) a guidarlo e comandarlo.

Quando finalmente Erenvir si scarica del controllo possessivo dell’oggetto (o, quantomeno, riesce a instaurarci una convivenza pacifica), non perde tuttavia l’abitudine di adeguarsi ai comportamenti dell’angelo Belael, suo custode. Insomma, il protagonista è pur sempre un ragazzo, ma sembra quasi alla disperata ricerca di un esempio da seguire e non mi spiego bene come un gruppo di persone adulte decida di affidarsi ciecamente e senza troppe domande a un “leader” del genere, facile preda degli svenimenti (solo perché gli vengono riportate strane e confuse profezie). Sarebbe stato magari interessante scoprire i risvolti problematici legati all’accettazione di un “capo” inesperto e giovane da parte di un gruppo di adulti, alcuni dei quali ben capaci di combattere e prendere decisioni.

Linguaggio semplice e adeguato allo stile narrativo. Tuttavia, manca un po’ di rifinitura. In alcuni passaggi, c’è un po’ di confusione con la consecutio temporum e troppi avverbi di modo. Ora: io amo gli avverbi di modo, ma mi rendo conto che, nella narrazione, è bene limitarli, evitando di metterne troppi e troppo vicini, perché appesantiscono la frase e il procedere della vicenda.

Mi spiace davvero non essere riuscita a farmi coinvolgere da questo libro. Mi rammarico sempre quando ciò accade e, in particolare, quando si ha a che fare con autori gentili e disponibili, che giustamente credono nella loro opera.
Detto questo, mi sembra giusto riportare la mia impressione sincera e, se la lettura ti incuriosisce, ti invito a leggere comunque qualche estratto di questo libro.

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The Order of Guardians L’Ombra del male recensione

recensione the order of guardians l'ombra del maleTitolo: The Order of Guardians L’Ombra del male
Autore: Marco Ternevasio
Genere: Fantasy
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione – 

Nella Terra dei Quattro Venti, il male si nasconde e aspetta, nascosto tra i ghiacciai delle montagne, nelle c.d. Terre Dimenticate.
Pochi conoscono gli abomini che si celano in questi luoghi ed il Tempio di Nayset, con il suo ordine di Guardiani, è l’unico baluardo per mantenere la pace.
Ognuno di questi paladini è un guerriero eccezionale, dotato di poteri strabilianti.
Tuttavia, questo importante ordine non solo deve proteggere il mondo, ma anche se stesso. Al suo interno, infatti, sono numerosi i membri che vengono tentati e soggiogati dal potere. Perdono la retta via, diventando così dei Disertori.
E Hastan, uno dei migliori fra i Guardiani, dovrà affrontare proprio uno di questi traditori; ma il prezzo da pagare sarà caro.

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Sono racchiuse davvero tantissime idee in questo romanzo e numerosissimi sarebbero i percorsi narrativi da poter sviluppare e approfondire anche solo all’interno di questo volume iniziale (di una saga).
Premesso questo, tuttavia, ho trovato qualche passaggio narrativo confuso o poco spiegato, talvolta incoerente. È come se si osservassero le vicende dei personaggi con un teleobiettivo. Non si scende quasi mai nel dettaglio ed è come se si guardasse lo svolgimento delle loro storie da lontano. Molti salti temporali non vengono spiegati né approfonditi (passarono alcune generazioni, passarono alcuni mesi, passarono due anni, due mesi dopo, ect.); un po’ come se si giocasse ad aprire e chiudere una finestra affacciata sulla piazza di un mercato in diverse ore del giorno. Alle 8 si montano i banchini ed i loro proprietari cominciano ad allestire la merce, alle 14 uno di loro ha già venduto qualche pezzo, alle 18 litiga con un cliente, alle 20 restano in piazza solo i sacchetti di carta e/o di plastica. Manca quell’approfondimento che, oltre a raccontare semplicemente una storia, te la fa assorbire, assaporare ed è capace di coinvolgere nelle vicende dei personaggi.

La narrazione procede, inoltre, tramite topos già visti e scontati (alcuni ripresi da manga e fumetti), infilati nella storia con poca personalizzazione (es. il vecchio saggio che muore, immancabilmente al termine della conversazione, con queste precise parole: «Ho… fiducia… in… te»; oppure il demone che muore agonizzando con queste ultime parole «N…non…f…finisce qui!»).
Da una parte, si dà attenzione ad eventi poco rilevanti; dall’altra, se ne tralasciano altri che dovrebbero essere approfonditi invece che gettati molto rapidamente in mezzo alla narrazione di altre vicende. Magari, alle sole storie di Hastan e/o agli eventi di Fereth sarebbe stato meglio dedicare un unico libro (o comunque più spazio all’interno della narrazione) per meglio spiegare le vicende al lettore e permettergli così di entrare più in contatto con i personaggi e con le loro vicissitudini.

I personaggi – davvero troppo numerosi – hanno poco spessore. I riferimenti a una loro descrizione fisica spesso mancano (o arrivano pagine dopo che sono già stati introdotti) e, dove presenti, sono scarsi o simili (di corporatura robusta, capelli lunghi, barbe di varie lunghezze e colori e cicatrici di vario spessore e dimensione; tutti incappucciati e/o avvolto nei mantelli). L’introspezione è poco curata e si limita a qualche banale domanda che il personaggio di turno si pone, per la verità, con molta rapidità e poco approfondimento.
Questo inficia un po’ sul ritmo narrativo e sulle vicende che diventano un po’ ripetitive.

Per quanto riguarda le pochissime descrizioni degli ambienti, queste sono molto scarne e, in  alcuni casi, poco chiare e ripetitive (spettacolare, mozzafiato, maestoso, bello sono aggettivi sicuramente utili in una descrizione, ma, senza ulteriori dettagli, esemplificano ben poco di un paesaggio o dell’aspetto fisico di una persona). Si ravvisa, comunque, un certo miglioramento verso la fine.
Infine, il linguaggio è molto basilare e, talvolta, impreciso.

Mi spiace davvero non essere riuscita ad apprezzare questa lettura. recensione the order of guardians l'ombra del male


 

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