Arma Infero Il mastro di forgia recensione

recensione Arma InferoTitolo: Arma Infero Il mastro di forgia
Autore: Fabio Carta
Genere: Fantascienza/Distopico
Anno di pubblicazione: 2015

– Ho ricevuto una copia di questo libro dall’autore in cambio di un’onesta recensione –

Maureb. Un pianeta ostile, spento, ormai finito: ceneri radioattive, polveri velenose, terremoti ne sconvolgono l’ambiente.

Un vecchio, assieme a numerosi altri “pellegrini”, si sta recando alla cerimonia di connessione. Eppure, subito la sua presenza salta all’occhio di molti dei fedeli. Perché? È vecchio, stanco e consumato nel corpo, anche se non nello spirito. Non è affatto adatto alla “connessione”. Una risposta di troppo lo mette in ulteriore evidenza rispetto agli altri ed ecco che manca davvero poco al linciaggio del povero uomo.

Tuttavia, lui non è “chiunque” e la storia che si appresta a raccontare agli astanti, una volta palesata la sua vera identità, è la storia del pianeta, della guerra e delle bombe che ne hanno distrutto completamente la civiltà.

Onore e gloria in un mondo ormai collassato.

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L’antefatto non è semplice da seguire, perché si viene di botto catapultati in una realtà completamente diversa e bisogna interfacciarsi con aspetti nuovi e diversi che impareremo a conoscere durante la narrazione. Rappresenta, tuttavia, il terreno necessario per preparare il lettore al mondo, complesso e sfaccettato, di Muareb.
Alcuni sostengono che la terza guerra mondiale sarà una guerra per l’acqua. Ecco, l’autore porta questa ipotesi alle sue estreme conseguenze, catapultando questa “profezia” sui terreni aridi e sferzati da venti di Muareb.

La narrazione parte con ottime premesse, ma prosegue alternando singoli episodi a passaggi descrittivi o dialogati molto minuziosi e, di conseguenza, lenti. In alcuni punti, infatti, ho trovato i blocchi di dialoghi – o i dettagli nelle descrizioni – un po’ pesanti da digerire. Rallentano lo scorrere della narrazione, minandone la fluidità, e creano dispersione (soprattutto quando ci si trova davanti a scambi di battute fra personaggi della lunghezza di alcune pagine). Per questi motivi, la storia (il cui finale verrà rivelato, immagino, in nuovi capitoli) procede con molta lentezza, a discapito, dal mio punto di vista, del ritmo narrativo.

Il linguaggio, volutamente pseudo-arcaico, richiama un’impostazione classica, quasi da poema cavalleresco. La trovata è interessante (e giustamente coerente con l’assetto generale della storia), ma ne risente, in alcuni punti, la chiarezza e la fluidità di qualche passaggio. Bisogna procedere leggendo lunghe frasi con molta attenzione e non sempre un paragrafo corposo – composto da un’unica frase – è di facile lettura.

Per quanto riguarda i personaggi, indubbiamente curata è la figura del narratore, Karan, la cui introspezione – grazie all’io narrativo – è buona. Gli altri “figuri” della vicenda tendono, tuttavia, ad una certa uniformazione del carattere: supponenti, capricciosi, orgogliosi e saccenti… chi perché nobile cavaliere chi perché nobile ricco. Lo stesso Karan non è esente da qualche punta di vanaglorioso astio.

Per quanto riguarda l’ambientazione, infine, è innegabile una cosa: lo studio accurato. Io ne sono davvero rimasta sbalordita. La precisione, l’attenzione per tutti i piccoli dettagli di un mondo completamente nuovo (la mancanza d’acqua, l’asse di rotazione del pianeta, la conseguente assenza delle stagioni, i pregiudizi razziali…), colonizzato dagli esseri umani in un’epoca così lontana, avvolta quasi dal mito, e tuttavia con alcuni richiami alla nostra (come papà Klausan che consegna regali ai bambini cavalcando il «ciclone perenne» del polo).

Insomma, sono aspetti che richiedono molta attenzione, molta precisione e anche molta fantasia. Lo stesso vale per la società di Dragan con i suoi costumi, le sue usanze ed i suoi zodion (e non aggiungo altri dettagli, perché l’autore si profonde in una descrizione così dettagliata e puntuale che io sicuramente, tentando di fare altrettanto in questa recensione, rovinerei l’effetto finale). Man mano che si procede nella narrazione si aggiungono piccoli pezzetti che spiegano questo mondo così complesso.

Forse ci ho visto più di quella che era la reale intenzione dell’autore (e, nel caso, me ne scuso), ma ho apprezzato i richiami, tra gli altri, anche al ciclo dei cavalieri (di re Artù, Mallory) e un po’ anche alle storie romanze dei cantori medioevali; Star Wars (con i suoi scudi deflettori); qualcosa anche dell’amor cortese; richiami anche dall’ambito scientifico (il boson, la città di Higgs, l’Hyperuran…); e dall’ambito greco-latino (come alcune cariche in seno alla Falange, parole rielaborate, il filosofo Anassiman, ect.).

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L’uomo di Marte recensione

L'uomo di marteTitolo originale: The Martian
Autore: Andy Weir
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2011
Titolo in Italia: L’uomo di Marte
Anno di pubblicazione ITA: 2014

Sol 6: Sono solo su Marte.

Comincia così la storia di Mark Watney (non con queste parole precise; io ho solo parafrasato il succo), astronauta NASA, sesto dei sei membri dell’equipaggio di Ares 3, terza missione sul pianeta rosso.

Insomma, a seguito di una serie di sfortunati eventi (tra cui: tempesta di sabbia, antenne divelte e appuntite), il resto dei compagni lo crede morto e, obiettivamente, poco c’è mancato che Mark lo fosse per davvero.

Fortuna per lui, seppur sesto di sei (nel senso che Mark sarebbe stato a comando dell’operazione solo dopo  tutti gli altri membri dell’equipaggio), non è proprio il primo capitato. Ingegnere nonché botanico dell’operazione su Marte, Mark inizia la sua battaglia per la sopravvivenza sul freddo, ostile e desolato pianeta.

Ovviamente, non è per nulla semplice. I viveri sono contati, l’acqua pure, le comunicazioni con la Terra sono impossibili e lui è bloccato lì. Mark, però, non è uno che si arrende; è uno ottimista ed è stato selezionato per la missione anche per la carica di positività che avrebbe trasmesso agli altri membri.
Adesso, c’è solo una cosa da fare: rimboccarsi le maniche e sopravvivere su Marte nella speranza che, dalla Terra, si accorgano che lui è ancora vivo.

l'uomo di marte percorso

Uno degli aspetti che mi è piaciuto di più nella narrazione è che, pur sostanzialmente mancando dei grossi colpi di scena o simili e trattandosi, nella sua ossatura fondamentale, di una sorta di diario redatto dal protagonista, la curiosità di continuare a leggere è fortissima dall’inizio fino alla fine.

E poi ci sono quei (rari) momenti in cui subentra il narratore esterno e mentre leggi ti rassicuri mentalmente: «Ok, ok, non può essere finita, non così!». Infatti, poco dopo riprendono le annotazioni del protagonista, tu tiri un sospiro di sollievo e, ormai partecipe delle sue vicende come se davvero la sua permanenza forzata su Marte si stesse svolgendo adesso, aspetti di vedere come se la caverà stavolta Mark.

Certo, obiettivamente, è un libro molto “cinematografico”, con numerose sequenze, passaggi di “telecamera” tra Terra e Marte, quindi non mi meraviglio affatto che ne abbiano tratto un film.

Infatti, più che considerarlo un libro vero e proprio, lo etichetterei più come una sorta di “sceneggiatura spiegata“.

I personaggi sono un po’ buttati lì, poco approfonditi, ma solo accennati. Certo, resta a far da centro la forza incrollabile e l’estremo ottimismo del protagonista (davvero invidiabili e un po’ ai limiti del surreale, per la verità, considerando le sue condizioni critiche; tuttavia, questo aspetto del carattere di Mark è reso comunque credibile delle parole della psichiatra che segue gli astronauti in addestramento).

Lo stesso discorso del “poco approfondimento” vale per gli ambienti (certo non che mi aspettassi grandi descrizioni di Marte che, a parte landa deserta e gelida o pianeta rosso, non è che possa essere descritto in tanti altri modi). Mi sarei aspettata, tuttavia, una maggior precisione nella descrizione delle attrezzature, invece devo ammettere di averci capito pochino (fortuna che esiste la ricerca immagini di Google con le sue parole chiave: hab NASA, mav NASA, ect.).

Linguaggio semplice: chiaro, ma molto basilare (ma almeno non telegrafico; cosa che io davvero odio).

Tutto sommato, la storia è credibile, anche se in alcuni punti scade un po’ nella classica americanata.

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Maze Runner Il Labirinto recensione

Recensione Maze Runner Il labirinto

Titolo originale: The Maze Runner
Anno di pubblicazione: 2009
Autore: James Dashner
Genere: Fantascienza/Distopico/Ragazzi
Titolo in Italia: Maze Runner Il Labirinto
Anno di pubblicazione ITA: 2011

Prequel:
– Maze Runner La mutazione
– Il codice.

Seguito da: 
– La fuga;
– La rivelazione.

Thomas (Tom, Tommy, Fagio, da qui i nomignoli si sprecano) è intrappolato in un non meglio precisato cunicolo. È tutto buio (o quasi), ha paura e non ricorda niente. Niente. Manca poco è incerto pure sul suo nome.

Quando, ad un tratto, sente delle voci, vede delle mani. E si ritrova circondato da una banda di bimbi sperduti in mezzo ad una radura (detta, molto fantasiosamente, la Radura).

I radurai, alias i bambini sperduti, vivono lì. Hanno qualche animale per gli allevamenti (galline, mucche, ect.), un cuoco e una mensa comune, dei costruttori e altre amene occupazioni. Il più vecchio di loro avrà sì e no sedici anni.

Ovviamente, Thomas/Fagio (=fagiolo, in quanto ultimo arrivato) è confuso. Ma nessuno dei suoi nuovi compagni gli può spiegare nulla. Dovrà attendere l’indomani mattina, quando tutto sarà più chiaro e lui stesso sarà più ricettivo alle spiegazioni dei “colleghi”.

In ogni caso, le cose che non tornano sono tante e non sono poi così stupende e placide come appaiono a prima vista. In primis, Thomas scopre che il suo cunicolo viene chiamato dai radurai la Scatola, attraverso la quale dei non meglio specificati Creatori recapitano “regali” (ogni due settimane cibo e vestiti, ogni mese un ragazzo – n.b. solo ragazzi). Inoltre, uno strano gruppo detto “dei velocisti” si infila, ogni giorno, nel labirinto adiacente alla radura e corre e corre. Sembrano essere incastrati, ma nessuno sa bene come uscire.

E intanto ogni sera, le porte del Labirinto si chiudono per non lasciare che i Dolenti, mezzi umani mezze macchine assassine, invadano la radura e uccidano tutti i suoi abitanti.

Ovviamente, questa “calma piatta” è destinata a finire. Le scorte si interrompono, le porte del Labirinto non si chiudono più, la gente impazzisce, per la prima volta una ragazza viene ritrovata nella Scatola e annuncia che la fine è giunta.

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Il libro è per ragazzi. E il mio primo errore sta sempre qui: mi ostino a voler leggere romanzi per ragazzi, quando ormai non posso più essere annoverata tra i teenagers (comunque, ripeto, non sono così vecchia e non vedo perché la lettura per ragazzi debba essere considerata un settore pieno di roba quasi “scadente“).

Comunque, sebbene l’idea di base sia indubbiamente originale (dei ragazzi spuntano fuori da una “Scatola”, alcuni sono “obbligati” a correre come topi in un labirinto senza senso, organizzati e accolti in questa “Radura” da dei non meglio identificati “Creatori”), è il contenuto che un po’ manca.

Nonostante si parta in quarta (con una dinamica di base, ripeto, originale), la narrazione non regge l’impianto. Il tutto si fa scontato e prevedibile, clichè a gogo, schemi e canoni già visti e rivisti nella dinamica distopica che, ultimamente, prende molto.

Il linguaggio inventato dei radurai (insomma, qualche parola), se da un lato è un’idea carina, dall’altro è davvero troppo elementare per poter essere ritenuto di una qualche rilevanza.

I personaggi non sono definiti per niente. I secondari sono delle macchiette, dalle quali può sparirne improvvisamente una senza che il lettore subisca gravi lutti. Lo stesso problema, però, si ha anche con i quattro/cinque personaggi principali: tutti fatti con lo stampino. Nemmeno il protagonista, Thomas, ha dei contorni ben chiari. Il modo in cui l’introspezione dei personaggi viene riportata… beh, a parte il fatto che è limitata al solo Thomas, ma poi è davvero a livello di scuola elementare: sono triste, mi sento solo, ho paura e via discorrendo.

Mi hanno lasciata scettica e perplessa anche le descrizioni. Non si capisce bene. Si cerca di precisare troppo, ingenerando semplicemente confusione. Insomma, non conta che una descrizione sia particolareggiata, ma che sia capace, anche con poche pennellate, di creare un quadro ben definito nella mente del lettore.

Insomma, purtroppo l’acquisto (dell’intera saga di Maze Runner, ahimè! Dovrei andare più cauta con gli sconti e non farmi prendere dalla trepidazione) è stato fatto e mi vedo costretta a finire la saga giusto per non sentire quella sgradevole sensazione d’aver sprecato i mie soldi, ma proseguo davvero a malincuore.

valutazione male runner il labirinto


 

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L’Erede della luce recensione

l'erede della luce recensioneTitolo: L’Erede della Luca
Autore: Luca Rossi
Genere: Fantasy/Fantascienza/Erotico
Anno di pubblicazione: 2014

Preceduto da: I Rami del Tempo

Avevamo lasciato Lil e Miril nel passato. Appena arrivate, avevano subito un attacco non solo da Bashinoir, folle di gelosia, ma anche da delle guardie del palazzo di Isk.

Insomma, ora le due, che da poco hanno scoperto di amarsi, sono divise, separate. Non conoscono la sorte che è toccata all’altra, non sanno come bloccare il mutamento della linea temporale e sono prigioniere di un mago perverso e malvagio.

A Lil, forse, spetta il destino più infausto: torturata e seviziata da un numero non ben precisato di guardie, perde completamente conoscenza di se stessa tanto da diventare quasi una bambola priva di anima desiderosa solo di compiacere i libidinosi soldati per essere lasciata in pace.

Intanto, nel presente, la regina Aleia può finalmente governare e creare un regno luminoso, pacifico e giusto. Cosa nella quale sta riuscendo discretamente bene. La sua guida è giusta; il suo regno (quasi interamente governato da donne… con alcune delle quali intrattiene ottime relazioni di letto) un faro di speranza e giustizia dopo le atrocità del folle Beanor.

Il guaio è che (come Ritorno al Futuro insegna) non si deve giocare e mettere le mani nel passato/presente/futuro e forze ancora più temibili si stanno preparando a sferrare un attacco di potenza inaudita.

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In questo secondo capitolo, vi sono sicuramente degli accorgimenti e delle attenzioni maggiori nella descrizione dei personaggi (almeno quelli principali) di cui viene descritto quantomeno l’aspetto fisico con un po’ più precisione rispetto al libro precedente.

Quindi, complimenti all’autore nell’aver saputo raccogliere le energie su di un progetto che correggesse i “difetti” del primo; anche se, purtroppo, ho avvertito la mancanza di un “quid” in più.

Di contro, la descrizione degli ambienti è stata un po’ dimenticata rispetto al precedente capitolo.

Detto questo, e mi spiace davvero molto, sono rimasta un po’ perplessa dalla lettura.

Le premesse, letto il precedente capitolo, erano davvero molte: alcune originali e sicuramente da approfondire.

Nel secondo volume, però, sembrano perdere di spessore. In alcuni punti (soprattutto verso la fine), la narrazione si fa un po’ confusa. Le vicende sfuggono un po’ ad una certa linearità e ordine… forse perché le idee in giro sono molte.

Seduzione, tocchicciamenti vari, sfregamenti e stupri diventano una costante del libro un po’ troppo marcata e dominante, arrivando ad essere una meccanica per uscire degli inghippi o da situazioni di pericolo un po’ assurda e forzata (e qui la colpa è sicuramente mia per non aver compreso sin da subito che si trattava di una lettura erotica).

I comportamenti dei personaggi e le loro scelte sono, talvolta, dati un po’ troppo per scontati e semplicistici. Si risollevano da situazioni e sevizie terrificanti nel giro di poche righe senza alcuna ripercussione sul loro carattere o sul loro agire.

Tutto sommato si tratta di un progetto ambizioso che mescola assieme vari generi (fantasy e fantascienza e romanzo erotico).

La mia resta, comunque, una personalissima (e isolata) opinione.

Le recensioni sono molto positive e i libri dell’autore sono stati inseriti anche tra le letture consigliate per quest’estate dalla rivista Wired. Quindi, ti consiglio di non soffermati troppo sulla mia recensione, ma di leggerne anche altre e magari provare direttamente con un estratto del libro in modo da poterti fare subito un’opinione.

scheda valutazione l'erede della luce


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Allegiant recensione

Tirecensione allegianttolo originale: Allegiant
Anno di pubblicazione: 2013
Autrice: Veronica Roth
Genere: Fantascienza/Distopico
Titolo in Italia: Allegiant
Anno di pubblicazione ITA: 2014

Preceduto da:

Attenzione! Pericolo spoiler!!!
Se non avete letto i precedenti capitoli, la seguente recensione contiene importanti spoiler della trama! 

… E dopo aver scoperto che i fondatori della città avevano lasciato un messaggio alle future generazioni (mi ricorda tantissimo Ember – il mistero della città di luce) e aver sedato tutte le rivolte scaturite in seguito alla visione di questo breve messaggio, il controllo adesso è nelle mani degli Esclusi e di Evelyn, la madre-non-sono-più-morta-era-solo-una-burla di Quattro (o Tobias, come preferite).

Ovviamente, le fazioni che facevano sparire la gente nel nulla o che trucidavano la gente durante le difficili iniziazioni andavano benone, ma, ehi, in mano agli Esclusi che-guidano-gli-autobus (vorrei capire da dove viene tutto questo astio nei confronti degli autisti) proprio no.

Così, si organizzano per soppiantare il – chiamiamolo – regime. La pacifica Johanna Reyes e Cara, la sorella di Will, creano gli Alleganti, il cui obiettivo è quello di buttar giù la tirannia di Evelyn.

Non dimentichiamoci, però, che il messaggio dei fondatori (rappresentati da una lontana parente di Beatrice, Edith Prior) chiedeva di mandare una rappresentanza all’esterno, una volta che il numero dei Divergenti fosse aumentato (non c’è dato sapere i numeri precisi… diciamo, q.b. come quando si prepara una ricetta…).

Indovina, indovinello: chi verrà scelto per questo fardello?
Esatto: i nostri amici. Ma va bene, del resto sono i protagonisti.

I preparativi per l’uscita dalla città vengono eseguiti in un lampo e, in quattro e quattr’otto, il nostro gruppo (Tris, Tobias, Christina, Uriah, Cara, Peter e Tori) è pronto. Purtroppo, ai confini della città vengono colti in un imboscata degli Esclusi e Tori non ce la fa. Niente di irreparabile, comunque: i nostri sono già al di là della recisione, mura, recinto o qualunque altra cosa divida la città dal resto mondo e sono prontissimi a prestare il loro aiuto agli esterni.

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Al termine della saga, confermo i miei giudizi precedenti. Lieta d’aver finalmente concluso una trilogia che non mi ha appassionata per nulla. Tuttavia, almeno in parte, sono dispiaciuta che il libro non mi abbia coinvolto e appassionata.

I personaggi non mi sono diventati cari; non mi sono immedesimata nelle loro vicende e non li ho seguiti durante le loro sfide e tribolazioni. Le deficienze, che avevo riscontrato nei precedenti capitoli, si ripresentano invariate: linguaggio elementare, personaggi piatti e fatti con lo stampino (nel senso che persone diverse hanno gli stessi atteggiamenti: ad esempio, quando sono nervosi si mordono tutti l’interno della guancia…), eventi che non coinvolgono il lettore.

Il libro si divide seguendo il punto di vista di Tris e di Quattro (un capitolo a testa). La trovata poteva esser carina, ma è realizzata terribilmente male. E qui va un grazie all’editor (o a chi per lui/lei) che ha pensato bene di inserire il nome del personaggio all’inizio del capitolo, perché, ti giuro, che non si riscontra alcuna differenza tra Tris e Quattro. Se non si presta bene attenzione a chi sta parlano, i due si possono benissimo confondere (cosa che, infatti, mi è capitata più di una volta).

Il carattere di Quattro cambia improvvisamente in quest’ultimo volume e diventa doddo quanto e più di Tris. Nei primi episodi, infatti, Quattro è tenebroso, scaltro, intelligente, sveglio e apprezzato dal genere femminile; qui è tonto, lento a comprendere le cose (quando le capisce) e ricorda episodi di quando, nella fazione degli Intrepidi, le ragazze lo schifavano… Stiamo parlando sempre della stessa persona?

Numerose continuano poi ad essere le incoerenze dal punto di vista narrativo: adulti che continuano ad appoggiasi a ragazzini; capi degli Alleganti che chiedono l’opinione dei sottoposti e decidono di selezionare (giustamente) come i membri della squadra che andrà all’esterno persone competenti, ma che non destino l’attenzione di Evelyn… E, quindi, quale miglior modo di NON destare l’attenzione se non farle sparire improvvisamente il figlio-da-poco-ritrovato-nonchè-braccio-destro?

E potrei andare avanti ancora per molto con le incongruenze di questo stampo…

Spoiler

Vogliamo parlare, ad esempio, dei confini della città che sono sostanzialmente evanescenti? La squadra di Tris e Quattro ci mette tre secondi a passare nel mondo esterno. E non poteva essere fatto prima? No, perché ai due o tre che ci hanno provato prima i Pacifici hanno resettato la memoria…
Okay… ? …

Vogliamo ancora parlare di come dal Dipartimento di Sanità si vedano i grattacieli della città, ma dalla città l’esterno appaia solo come una massa scura? Una spiegazione di questo orizzonte distorto sarebbe stata interessante.

Oppure vogliamo parlare di come, una volta entrati nel Dipartimento, la nostra squadra di eroi si disinteressi completamente alla vicende dei loro amici, compagni, simpatizzanti e si limiti a dargli sbirciatina ogni tanto attraverso gli schermi di controllo disseminati per la città? Se ne ricordano solo (e si indignano pure) quando i membri del Dipartimento decidono di cancellare la memoria di tutti gli abitanti della città.
I ricordi sono quello che rende tale una persona…
Perché quando il Dipartimento li spia? Quando fa arrivare sieri mortali agli Eruditi? Quando li controllano giocando a fare dio? No… in questi casi, va tutto bene, ma non toccatemi i ricordi! Ma stiamo scherzando?
Ok, ok… mi fermo.
Alla fine, quindi, il tutto si riduce ad un Truman Show della chimica.  

bah è l’unico commento che posso fare al termine di questa trilogia.

valutazione allegiant

valutazione totale divergent


 

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