La macchina del tempo recensione

Titolo: The Time Machine: an invention
Autore: H.G. Wells
Anno di pubblicazione: 1895
Genere: Fantascienza
Titolo in Italia: La macchina del tempo
Anno di pubblicazione ITA: 1902
Trad. di: Tullio Dobner

Ci si può spostare nelle tre dimensioni dello spazio, ma la quarta, quella del tempo, è sempre rimasta una dimensione a sé stante. Almeno fino a quando il Viaggiatore del tempo non riesce a creare una prodigiosa macchina che non si sposta nello spazio, ma nel tempo.

Ed è così che, con una leva in avanti e quell’altra stretta pronta a frenare, il Viaggiatore del tempo – con la sua macchina del tempo – si ritrova nell’anno 802.701.

Lì non ci sono macchine volanti e palazzi di cristallo; l’umanità è tornata a una specie di stadio originario di pace e prosperità.

Gli Eloi, efebi e avvenenti ma sprovveduti come bimbi, mangiano frutti, ridono tanto e si sperticano in manifestazioni d’affetto lanciandosi fiori addosso.

Però… però la notte, quando le tenebre calano e il silenzio ammanta tutto, dalle profondità della terra una seconda specie umana fa la sua comparsa: sono i Morlock. E anche loro hanno trovato il modo di sopravvivere: invece che ridere e lanciarsi fiori addosso, cacciano… e gli Eloi rappresentano la loro inerme e ben pasciuta forma di sostentamento.

Non conosciamo il Viaggiatore; non sappiamo il suo nome né perché ha deciso di costruire questa geniale invenzione, la macchina del tempo. Sappiamo, però, che è un uomo intelligente e coraggioso… forse un po’ pazzo (chi aggeggerebbe con una macchina del “tempo” non testata e non testabile che potrebbe tranquillamente ammazzarti?).

Insomma, il Viaggiatore è partito, scomparso in un attimo, ma ci racconta – stravolto e ancora scombussolato – la sua storia in un lungo flashback.

Gli Eloi (che il nostro Viaggiatore ritiene siano discendenti di una fantomatica classe agiata) sono vittime, tanto innocenti quanto apatiche, dei Morlock che non esitano a cibarsi delle loro carni.

In verità, dovremo però forse compatirli questi Morlock o almeno i loro progenitori. Il Viaggiatore del tempo, infatti, è convinto che questi esseri gretti e ormai privi di qualunque umanità siano, in realtà, discenti disgraziati di quella parte di umanità cacciata a forza nel sottosuolo dagli avi agiati e benestanti degli Eloi.

In pochissime pagine, quindi, il futuro – lo scontro tra classi portato alle sue più estreme e dolorose conseguenze – si dispiega a quest’uomo dell’Ottocento e a noi con lui.

Davanti al punto più alto della decadenza umana, dolore e avversità non temprano più l’individuo. Da una parte, la speranza e la rivalsa sono state cancellate; dall’altra, gli istinti grezzi hanno avuto la loro incontrastata vittoria.

Un romanzo interessante per i risvolti che propone e comunque affascinante, sebbene sia: brevissimo, i nuovi umani siano presentati molto in superficie e la storia non porti a una conclusione netta.

Sotto questo punto di vista, ammetto che il film del 2002 con Guy Pierce nel ruolo del Viaggiatore (e una piccola curiosità: il regista Simon Wells è bisnipote del nostro H.G.), raccoglie con arguzia l’eredità del romanzo riuscendo a porre una maggiore caratterizzazione ai personaggi.

Sopra le due versioni cinematografiche de “La macchina del tempo”; la prima del 1960 con Rod Taylor e la seconda – remake della prima – del 2002 con Guy Pearce

Nel film, infatti, viene fornita una motivazione al Viaggiatore che lo sprona a costruire la Macchina del tempo; si preme di più sentimenti del Viaggiatore di fronte alla sorte degli Eloi e sul di lui aiuto; si ipotizza una composita società dei Morlock; si inserisce anche un certo conflitto interiore nel Viaggiatore (in dubbio se andarsene o aiutare gli Eloi) e una spiegazione più sfaccetatta del presente e di quello che sarà un triste futuro per l’umanità (per la parte di superficie almeno).

Aspetti questi tutti taciuti nel libro; più somigliante un racconto che a un vero e proprio romanzo.

La conclusione è più netta nel film che nel libro, dove un po’ d’amaro e mistero resta sulla sorte degli Eloi e poi su quella del Viaggiatore.

Nonostante questi “inghippi” mi sento di consigliarne la lettura: primo perché si tratta di un libriccino prezioso che ha ispirato centinaia di scrittori aprendo la strada a un genere completamente nuovo di storie (sebbene prima di lui Edward Page Mitchell nel suo racconto breve L’orologio che andò al contrario – 1881 – immaginasse l’esistenza di un orologio che permetteva di viaggiare indietro nel tempo).

In secondo luogo, appassionati del genere o meno, si tratta di una lettura rapidissima e ricca di spunti di riflessione con riferimento a quanto accennavo poco sopra.

Certo, non ti aspettare scene concitate o ritmo serrato, eroi senza macchia pronti a strapparsi i capelli per la perdita dell'”amato bene” o a immolarsi per il bene di sconosciuti. È comunque, sotto questi punti di vista, un romanzo a puntate ottocentesco.

P.S. Dal momento che il diritto d’autore vale per tutta la vita di un autore e fino a 70 anni dopo la sua morte e che H.G. Wells è venuto a mancare nel 1946, dal 2016 le sue opere sono di dominio pubblico, quindi puoi trovarne in rete delle versioni gratuite e soprattutto legali. Buona lettura!


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Gemina recensione

Titolo: Gemina
Autori: Amie Kaufman e Jay Kristoff
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Gemina (?)
Anno di pubblicazione: Inedito

Preceduto da: 
Illuminae

Seguito da: 
Obisidio [trovi i dettagli sull’uscita qui]

**Se non hai letto il primo volume della saga, proseguendo nella lettura di questo articolo, rischi spoiler**

Processo Kerenza, ottantunesimo giorno. La direttrice – che abbiamo imparato a conoscere in IlluminaeLeanne Frobisher della BeiTech Industries sostiene di non aver mai avuto conoscenza dell’attacco perpetrato ai danni della colonia dalla quale la nostra Kady Grant era fuggita assieme a Ezra Mason (e le cui vicende facevano parte del primo Illuminae Files)… anche perché lei – sostiene la direttrice – ha assunto l’incarico dopo.

Certo, si tratta di una versione un po’ difficile da sostenere, considerando comunque che la Frobisher era già in carico quando la stazione Heimdall è stata attaccata (sì, parliamo della stessa stazione verso la quale i sopravvissuti della Hypatia stanno disperatamente cercando salvataggio).

Quindi, un passo indietro (di circa un anno) e torniamo a un tempo in cui la Hypatia, dopo gli eventi raccolti in Illuminae, si trova a quindici giorni di viaggio dalla stazione orbitante Heimdall.

Sulla stazione, nessuno è a conoscenza della terribile situazione in cui la Hypatia si trova (anche perché non sanno nemmeno dell’attacco a Kerenza) causa sabotaggi da parte dello staff della stessa Heimdall – ovviamente, si tratta di operativi infiltrati della BeiTech.

Tra un po’ di sballo spaziale procurato grazie a vermi simil tenia che, però, si cibano di impulsi celebrali e i festeggiamenti per il giorno della Terra, tutto bene fino a quando… bè, ricordi che la BeiTech ha distrutto Kerenza, iniziato una caccia spietata ai superstiti nonché distrutto una nave UTA (l’Alexander)?
Se la Hypatia raggiungesse Heimdall sarebbe un bel problema.
E, quindi, ecco l’unica soluzione: distruggere la stazione Heimdall e poi fare lo stesso con la Hypatia.

Per farlo, la BeiTech ha già programmato ogni più piccolo dettaglio.
La carneficina – e il conto alla rovescia – ha inizio…

Il processo Kerenza è in corso e noi ne leggiamo i documenti raccolti come se fossimo uno dei giudici della Corte (e l’invito di girare a pagina tot per seguire il fascicolo cui giudici e accusatore fanno riferimento è un altro tassello in più che coinvolge il lettore nella storia).

Accanto ai coloriti report pieni di considerazioni personali dello stesso analista di Illuminae, le consuete pagine di Unipedia e le chat più o meno crittate tra i personaggi (anche se, grazie a WhisperNet, qui sono a un livello superiore in stile Google Glasses), abbiamo anche il taccuino-diario di Hanna, illustrato da Marie Lu (autrice di The Legend Trilogy… che adesso mi sono incuriosita di leggere), magistralmente macchiato di sangue in un angolo del foglio (chiazza che, tra parentesi, si allarga pagina dopo pagina… inquietante!).

Estratto da Gemina, Amie Kaufmann e Jay Kristoff, Rock the Boat, 2016

Si crea, quindi, una linea di narrazione mista a cui Illuminae ci aveva già abituati.
Sono stati fatti comunque alcuni passi in più nel modo di raccontare questa storia rispetto al capitolo precedente.

Sebbene la narrazione sfrutti maggiormente la ricostruzione scritta di video e filmati, ci sono altre soluzioni – alcune già note e qui forse ancora meglio realizzate – tra parallelismi, frasi che vorticano e girano portando un ulteriore grado di immedesimazione in chi legge.
Infatti, il lettore si trova costretto a girare il libro o inclinarlo. Questi movimenti corrispondo a momenti precisi nella narrazione.

Un passo in più anche nel ritmo degli eventi: si entra nel vivo della storia molto prima, i momenti concitati arrivano quasi subito. Anche perché non è solo l’assalto a Heimdall; c’è l’arrivo della Hypatia con pochissimo scarto, purtroppo, rispetto a una nuova flotta che la BeiTech ha inviato per distruggerla; ci sono il reattore e il generatore di wormhole in manutenzione; ci sono le mucche e i loro “figli” (nessun ulteriore dettaglio concesso =P).

Tuttavia, a onor del vero, ammetto che si ripresentano schemi narrativi già visti nel precedente volume. In particolare mi riferisco al fatto che la difesa viene sempre smollata a un gruppo di adolescenti i quali, per vari motivi, hanno sempre le abilità che servono per la “missione” (una per divertissement si “addestra” in strategia militare; un’altra è un hacker); poi abbiamo la solita squadra di assalitori super-mega-accessoriati e super-mega-addestrati che, però, si fa infinocchiare; il conto alla rovescia che parte, si ferma, torna indietro, riparte; i nostri, oltre a difendersi dall’inseguimento/invasione, devono guardarsi anche a un’altra minaccia

Piccolo spoiler

che di là era il virus mutageno, qui è il verme simil tenia mangia cervelli.

Insomma… siamo sempre sul filo di rasoio…

A bordo seguiamo principalmente le vicende della già citata Hanna (anche “Sua Maestà”), figlia del direttore della stazione; Nik, componente della Casa dei coltelli: e la di lui cugina Ella, piccola hacker vittima di un’atroce piaga (di cui non riporto il nome perché non so come decideranno di tradurlo in italiano).

Ma, come accadeva anche in Illuminae, i personaggi sono molti di più. Fanno alcune comparsate volti già noti ed entrano in scena altri solo citati.
Tuttavia, mi spiace dirlo, ma il passo in più qui non c’è e si resta impantanati in dinamiche già presenti in Illuminae: Kady è qui rappresentata per competenze, modi di fare, capacità e abilità in parte da Ella e in parte da Hanna; Ezra da Nik.
Il dinamico duo, ovviamente, finisce in dinamiche abbastanza prevedibili.
Non che non abbia apprezzato i nuovi protagonisti, anzi… anche qui mi sono ritrovata coinvolta nelle loro vicende come da molto tempo non mi succede per i “libri normali”, ma ammetto che gli autori si sono adagiati in scelte facili.

I personaggi secondari non ricevono molta di quell’attenzione che, invece, gli era riservata in Illuminae e che avevo davvero apprezzato molto.

La sensazione è quella di avere tra le mani sicuramente un buon prodotto che, per certi versi, gioca ancora meglio su alcune delle ottime trovate narrative (vortici di parole, una prosa spesso molto visiva) del precedente capitolo, ma per altri insiste in meccaniche già viste e ricade in scelte facili.

Ritengo Gemina una sorta di libro di raccordo, utile per completare il quadro iniziato in Illuminae e preparare la scena per il gran finale (almeno, questo è quello che mi aspetto!).

Ciò non toglie, comunque, che Kaufmann e Kristoff siano stati in grado di creare ancora una volta una storia intrigante di cui il lettore vuole, a questo punto, dannatamente conoscere la fine e dei personaggi cui, con tutti i loro pregi e difetti (e con le dovute remore che ho espresso), non si può far a meno di affezionarsi.


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Illuminae recensione

illuminae-recensione-tbbTitolo: Illuminae
Autori: Amie Kaufman e Jay Kristoff
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Illuminae
Anno di pubblicazione ITA: 2016

Seguito da:
Gemina
Obisidio [trovi i dettagli sull’uscita qui]

2575. Siamo sulla colonia mineraria di Kerenza, agli estremi di una zona di galassia praticamente disabitata. L’isolamento di Kerenza ha permesso alla compagnia proprietaria del giacimento, la Wallace Ulyanov Consortium, di gestire un’estrazione di hermium [avendolo letto in inglese non so in quale modo – e se – hanno deciso di tradurlo in italiano, quindi ho preferito lasciare questo termine inalterato] non proprio lecita. E un giorno pare che sia venuto il momento di pagare lo scotto: una società rivale, la BeiTech Industries, non solo si presenta sul pianeta con ben quattro navi da guerra, ma comincia senza alcun preavviso a bombardare la colonia piena di abitanti. La popolazione – una parte almeno – viene evacuta sulle navi della compagnia, la Hypatia, la Copernicus e la Brahe, aiutate da un quarto vascello, l’Alexander della United Terrain Authorithy, giunto in soccorso dopo aver captato la richiesta d’aiuto.

Segue un violento scontro e gli assalitori riportano grosse perdite e adesso possono contare solo su di una nave, la Lincoln; gli assaliti, invece, perdono la Brahe e gli almeno 2.000 civili che erano stati evecuati a bordo della nave.

I sopravvissuti di Kerenza vengono distribuiti sulle navi superstiti anche perché ora c’è bisogno di manodopera: i generatori di acqua sono fuori uso, i propulsori per generare worm-hole pure (e, quindi, non si può tentare il famoso salto nell’iperspazio), i sistemi di comunicazione sono andati e l’unica possibilità è raggiungere una stazione worm-hole Heimdall distante, però, 5/6 mesi.

A questo quadro già problematico si aggiunge la Lincoln, con l’intenzione di non lasciare testimoni, in inseguimento delle tre navi (l’Alexander, la Hypatia e la Copernicus – di cui, però, solo la prima è una nave da guerra – tutte cariche di coloni). Ogni sopravvissuto al disastro di Kerenza in grado di apportare qualche utilità alla comunità in fuga – o meglio ritiro strategico – sarà precettato.

Così il giovane Ezra passerà alla Alexander dove sarà reclutato nello squadrone piloti; mentre Kady, apparentemente inabile ad apportare utilità in tempo di guerra, resterà sulla Hypatia tra gruppi di supporto e aiuto psicologico al disastro di Kerenza.

Tuttavia, i problemi non sono finiti qui. Ben presto la Copernicus registerà grossi danni – vale a dire esploderà – come pure AIDAN, l’intelligenza artificiale che controlla la Alexander, la quale subirà un improvviso arresto. Ma le informazioni che trapeleranno all’equipaggio e ai civili saranno pochissime e non del tutto veritierie.

Insomma, che sta succedendo? Riusciranno le navi in fuga a raggiungere la stazione di Heimdall e salvarsi? Oppure ci saranno altri disastri? E se poi la Lincoln dovesse arrivare prima?

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Un paio di premesse prima del mio commento. In primo luogo, odio gli spoiler e cerco sempre di scrivere i miei pareri tenendo bene a mente questo come una specie di monito. In questo caso, sebbene la trama sia lineare, si tratta tuttavia di una vicenda concatenata e collegata che si spinge molto in là nel libro e molto a fondo, quindi qualche aspetto cui farò riferimento si trova in un punto parecchio avanti nella storia. Mi è impossibile non fare un piccolo cenno a questi elementi, ma cercherò di essere il più spoiler-free possibile. Dove non riuscissi, troverai la consueta tendina blu che avvisa dello spoiler (che quindi potrai ignorare e magari leggere una volta finito il libro).

Per finire il discorso spoiler, se come me non sei di questo partito, ti consiglio – se leggi nella versione originale – di non leggere la quarta di copertina. Strano, ma vero in quella italiana non ho visto spoiler (complimenti!), mentre nella versione in lingua originale ci si addentra parecchio in là nella narrazione, rivelando praticamente quasi una buona metà del libro.
Se ti fidi, il riassunto che faccio sempre all’inizio della mia recensione è il più spoiler-free possibile (proprio perché aborro dal profondo le quarte di copertina spoileranti).

L’altra premessa è che mi sono scoperta fan di questo nuovo modo di raccontare una storia. Già ne ero rimasta piacevolmente impressionata con “S. La nave di Teseo“, che, in un certo qual modo, possiamo quasi considerare il capostipite di questa nuova metodologia narrativa. Sebbene abbia cercato di mantenere una certa imparzialità, è giusto ammettere che ho “giudicato” molto positivamente il connubio tra una buona resa della storia e dei personaggi con un sistema narrativo così diverso dal solito.

Anche qui in Illuminae si cerca un modo diverso per raccontare una storia. Non ci sono, quindi, i classici paragrafi o dialoghi o descrizioni. Quello che abbiamo tra le mani sono documenti segreti e decrittati, chat, email, trascrizioni di registrazioni video e audio, pagine estratte dall’enciclopedia hacktivista Unipedia (chiaro riferimento, anche per l’estetica del sito, a Wikipedia).

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Estratto da “Illuminae”, Amie Kaufman & Jay Kristoff, Rock the boat, London, 2015

Tutta questa mole di documenti crea un fascicolo – cioè il nostro libro. E, per la precisione, il primo fascicolo che il gruppo Illuminae spedisce al direttore esecutivo Frobisher con oggetto l’Alexander (una di quelle navi di cui parlavamo poco sopra).

Il lettore, come se fosse lui il vero ricevente di quelle informazioni, deve collegare i vari materiali per inquadrare la vicenda e seguire la storia.

Quindi, dopo aver a lungo meditato su cosa scrivere nella mia recensione, veniamo finalmente a noi.

La narrazione, nonostante il libro sia abbastanza corposo (praticamente seicento pagine anche nella versione originale), è ben tenuta, ma, dal mio punto di vista, raggiunge il suo culmine nelle ultime centocinquanta/duecento pagine quando tutti i fili narrativi hanno raggiunto il loro apice (e con alcuni colpi di scena ben piazzati).
Da quel momento, mi è stato quasi impossibile mollare il libro.

I vari documenti seguono il filo narrativo principale, ma nel tracciare il percorso non si disdegnano storie e personaggi secondari. Magari ne viene fatto solo un semplice accenno, ma il modo scelto è molto d’impatto.

Ad esempio, sono davvero rimasta impressionata dalle numerose voci senza volto: registrazioni e storie che occupano lo spazio di una pagina o addirittura poche righe, capaci però di coinvolgere il lettore. Di un determinato personaggio non conosceremo mai l’aspetto fisico o magari nemmeno il nome, ma ne conosceremo i desideri o le speranze o i sogni o il credo.

Nonostante la trama riguardi i due ragazzi, Ezra e Kady (e, in particolare, quest’ultima), c’è spazio infatti per alcuni personaggi secondari – molti più di quanti me ne sarei aspettata (uno dei quali, poi, diverrà uno dei principali). Non solo soldati e analisti trovano un loro spazio di espressione, ma anche ai capitani dei vascelli in gioco, anche se in un certo qual modo divisibili in due schieramenti (assennati e non), è dedicata attenzione e una certa caratterizzazione. Tanto che, seppur di alcuni non si possono certo condividere le scelte, se ne comprendono le ragioni che li hanno spinti in quella direzione.
Il gioco che si crea tra le molti voci che esistono ma non si vedono è davvero interessante.

Qui avviene, infatti, ciò che io più preferisco e mi auguro sempre succeda in un libro: i personaggi agiscono e dalle loro azioni consegue il loro carattere, le loro forze e debolezze.

Il modo in cui vengono trattati i personaggi dà forza alla vicenda, consentendo al lettore di immedesimarsi nelle loro vicende.

Una menzione speciale va, però, a un personaggio in particolare:

SPOILER

Aidan. A parte la scelta del nome – che sono convinta sia un altro dei numerosi riferimenti presenti nel libro, ma al momento mi sfugge completamente quale possa esserne la fonte -, l’IA (Intelligenza artificiale) è tutto fuorché “artificiale”. La coscienza di sé; il compito da eseguire a qualunque costo; i dubbi; la percezione di se stesso e degli altri; il provare sentimenti… insomma, il modo in cui Aidan concepisce se stesso e apprende è davvero ben realizzato (già che io abbia considerato Aidan “umano” nella lettura è indice di quanto sia stata efficiente la resa di questo mega-cervellone). Fra tutti è il personaggio indubbiamente meglio riuscito, la cui realizzazione è davvero congeniata con attenzione.

illuminae-citazione

Poi, okay, ammetto che qualche passaggio – soprattutto, in relazione ai rapporti tra personaggi – sia prevedibile e che qualche punto della storia non sia proprio originale

Spoiler

(come, ad esempio, il mega virus mutageno che si propaga tra le persone con estrema facilità rendendole completamente folli; la mega intelligenza artificiale che “rimbambisce” prendendo coscienza di sé e interpretando il perseguimento del suo obiettivo in maniera letterale).

Tuttavia, direi che sono aspetti ben mescolati assieme e ho apprezzato molto il risultato finale, considerando anche questo nuovo metodo narrativo in grado di rappresentare con la stessa efficacia – e, in certi casi, anche meglio – narrazione e personaggi al pari di un “libro normale”.

Prima di concludere, mi soffermo un altro attimo per una breve considerazione su questo metodo narrativo di cui ho tanto parlato, ma del quale non ho avuto modo di dire una cosa importante. Come ho avuto modo di scrivere, si tratta di documenti, trascrizioni e simili che creano una specie di fascicolo. Questo va letto con attenzione. Ci sono date e orari da notare e, anche se il filo da seguire è abbastanza lineare, è bene prestare attenzione al tempo narrativo in modo da non incappare in un po’ di confusione circa il prima o il dopo fra gli eventi. Se si presta attenzione ai singoli documenti, si vedrà anzi che tutto era già nascosto lì.

Detto questo, confermo di aver particolarmente apprezzato il gioco nella stesura della trama che non disdegna d’attenzioni anche i personaggi.

Ammetto che le tradizionali descrizioni ambientali mancano, ma sono realizzate in maniera diversa tramite precisi particolari che permettono comunque di immaginarsi un personale sfondo per i personaggi e grazie ad alcune illustrazioni che forniscono la base per l’assetto immaginativo generale.
Inoltre, il clima di tensione e paura e poi di dovere e obblighi che coinvolgono i personaggi è reso molto bene.

Ho scritto un poema (strano… non succede quasi mai negli ultimi tempi XD)… ma Illuminae è sicuramente un libro di cui suggerirei la lettura non solo agli appassionati di fantascienza, ma anche a coloro che sono curiosi di cimentarsi con un nuovo metodo narrativo.

P.S. Mi sto attrezzando per leggere Gemina, il secondo volume degli Illuminae Files.
**Aggiornamento 28/02/2017: qui trovi la mia recensione di Gemina, il secondo volume degli Illuminae Files.**

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Il viaggio di Tuf recensione

il-viaggio-di-tuf-recensioneTitolo: Tuf Voyaging
Autore: George R.R. Martin
Genere: Fantascienza
Anno di pubblicazione: 1976-2003
Titolo in Italia: Il viaggio di Tuo
Anno di pubblicazione ITA: 2013
Trad. di: Sergio Altieri e G.L. Staffilano

Una strana stella brilla in cielo. La stella del morbo (eh, se non è qualcosa di terribilmente mortifero, non è un libro di Martin!). Ma prima che Janeel e l’uomo con lei arrivassero in quel luogo con il desiderio e la speranza di aprire il loro avamposto commerciale era una normale stella, identica alle altre. Adesso… adesso, il morbo dilaga. Janeel è già morta… e il ricordo di ciò che resta dell’uomo che era con lei è affidato a un cristallo di registrazione.

Tempo dopo. Ceelise Waan, antropologa-matrona (vista la circonferenza del suo girovita), vuole recuperare la stella del morbo… o ciò che ne resta… se resta. Lei non crede alle dicerie su maledizioni e sciocchezze varie. Lei immagina che la stella altro non sia un’Arca dei tempi passati. Una nave, insomma, dagli armamenti così sofisticati e una biobiobiblioteca (=biblioteca contenente codici genetici) così vasta da valere… boh, una cifra inestimabile!

Tuttavia, non ci può arrivare da sola (anche perché è una donna davvero molto pittima). Insomma, ha bisogno di una squadra. Per il compito, quindi, abbiamo una mercenaria Rica Dawnstar, che dovrebbe difenderla dalle possibili mire degli altri, un cybertech di nome Anittas, un esperto di strategia militare Jefri Lion e Kaj Nevis.

Manca il trasporto. Hanno bisogno, però, di qualcuno di inoffensivo, senza equipaggio; qualcuno che, vista l’epica nave da battaglia dei genieri ecologici, non si faccia venire la bava alla bocca e tenti di fregargli il colossale e inestimabile relitto.
Eccolo questo qualcuno: il suo nome è Tuf, un colosso di due metri, bianco come il latte e praticamente glabro, con la sua navicella sgangherata, la Cornucopia di eccellenti merci a basso prezzo.

Il guaio? Be’, il pericolo di appropriazione indebita non viene certo da Tuf, ma dai componenti originari della squadra. E, quindi, appena la grande Arca è in vista, ecco che parte una folla gara mortale a chi arriva per primo al ponte di comando. Nessuno è disposto a collaborare o a condividere e molti ci rimetteranno la vita (altrimenti non sarebbe una vera storia di Martin!) e lo stesso Tuf si ritroverà coinvolto suo malgrado.

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Dal momento che il nuovo capitolo de “Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco” (o Il Trono di spade per chi lo conosce con il nome della serie televisiva) non si sa a che punto è e se mai arriverà in dirittura d’arrivo, mi sono attrezza con dei “surrogati”.

Questo è un libro di fantascienza nato prima ancora della ormai celeberrima saga ambientata nei Westeros.

Il viaggio di Tuf, per la verità, è una raccolta di racconti scritti tra il 1976 e il 1986, pubblicati originariamente in ordine sparso, qui sistemati non in base alla data di pubblicazione, ma in base alla cronologia della storia stessa (quindi, niente panico: la storia si segue molto bene).
Quindi, troviamo brani scritti dopo, ma che vengono prima e brani scritti prima che vengono dopo. Impressionante è la coerenza narrativa degli eventi che questi racconti, pubblicati lungo l’arco di un decennio, hanno. Infatti, pur coprendo un raggio temporale davvero molto ampio, i racconti, anche quelli più “vecchi”, hanno lo stesso stile e la stessa capacità narrativa di quelli più recenti.

Alla fin fine, è come se il libro fosse un unicum, in cui i racconti non sono altro che capitoli molto lunghi.

Comunque, una cosa da tener presente: sebbene ben realizzato e coerente, data la struttura del racconto, si procede comunque per singoli episodi (nonostante una parte del viaggio ritorni per ben tre volte), quindi, se decidi di leggerlo, assicurati prima che lo schema della raccolta di racconti faccia per te.

I racconti in questione sono:

  • La stella del morbo;
  • Pane e pesci;
  • Guardiani;
  • Fare il bis; 
  • Una bestia per Norn;
  • Chiamatelo Mosé;
  • Manna;

preceduti da un prologo che introduce le storie e le leggende su questa misteriosa e dannatamente precisa stella del morbo alias mega-nave da battaglia.
Infatti, ogni tre generazioni, quando la vita su Hro b’rana sta ricominciando a crescere a livello demografico, culturale, militare, ect., la stella brilla inspiegabilmente in cielo portando pestilenze, miasmi e morte. Ma ogni cosa verrà spiegata a tempo debito.

Insomma, in questi racconti c’è un po’ di tutto. Da una lotta a squadre per arrivare alla sala di comando che poi diventa una gara singola a bizzarri scontri di belve; da mondi brulicanti di vita (forse troppo) a pianeti da poco abitati alle prese con mostri apparentemente invincibili; da miasmi biblici a gatti con poteri psionici.

Una delle ambientazioni che torna maggiormente è S’uthlam, pianeta densamente popolato, densamente tecnologico, densamente evoluto, eppure terribilmente sciocco.
Nell’affollata e brulicante S’uthlam non si può non vedere uno specchio delle metropoli americane (no, okay, dell’occidente in generale) con l’invadenza dei paparazzi; l’indifferenza della gente o di contro la sua viscerale curiosità; le misure standardizzate e compresse per posti a sedere nei ristoranti o nei teatri; il diffuso politichese; le distorsioni dei media; ect. il-viaggio-di-tuf-citazione

Tuf è un protagonista particolare e non solo per lo strambo e ampolloso modo di esprimersi. Prende tutto sul serio; ama i gatti (e la scelta dei nomi e il loro utilizzo durante la narrazione è davvero ben fatto); ha il trippone; e non sopporta i posti troppo affollati… insomma, non corrisponde proprio all’immagine dell’avventuriero galattico. E, per questo, mi è piaciuto.

Gli altri personaggi, nonostante il racconto non conceda molto spazi, sono ben definiti, perché agiscono – proprio come piace a me. Non ci si perde in pedisseque dissertazioni personali o elucubrazioni private: si agisce punto e da qui il lettore è in grado di comprendere il carattere di un determinato personaggio.

Ora i racconti in sé sono abbasta standardizzati: nuovo pianeta = problemi da risolvere; delegazione di rappresentanti e conseguente giro tra le vasche genetiche per raggiungere il ponte di comando dove vive Tuf; piano di Tuf (al quale, con Dax al fianco, piace vivere facile); guai di vario genere e durata (i clienti di Tuf partono sempre molto diffidenti); quindi soluzione di Tuf, saluti, fine.

Complessivamente, però, il quadro che emerge è originale.
Insomma, tra il 1976 e il 1985, Martin è riuscito a esporre idee che si sarebbero sviluppate solo un ventennio, un trentennio dopo. Impressionante. Per fare qualche rapido esempio di questo:

  • Lì per lì, mentre leggevo, mi sono mentalmente rivista un episodio di Doctor Who (settimana stagione, secondo episodio), il quale tratta proprio di una nave-arca, con tanto di materiale genetico prezioso, assalto da parte di nemici, sistemi di sicurezza e dinosauri che vagano per la navicella. Tuttavia, come ho scoperto, il viaggio di Tuf è del 1986; l’episodio di DW è stato, invece, trasmesso per la prima volta l’8 settembre 2012. Tuttavia, non è la prima volta che mi imbatto in un caso così simile nelle sceneggiature della storia del Dottore (leggi qui);
  • Non solo. Il racconto “Guardiani” è una versione, ovviamente in miniatura, del romanzo “Il quinto giorno“. Trovi la mia recensione del romanzo in questione qui (si tratta di una delle prime recensione che ho scritto sul blog, quindi chiedo in anticipo clemenza!). L’idea di base è la stessa (l’esistenza di un’altra insospettabile razza senziente e moooolto intelligente a parte quella umana), con la differenza che “Il quinto giorno” è un libro del 2004; il racconto di Martin è del 1981.

Certo, noto alcuni punti ricorrenti dell’impostazione di Martin. In primo luogo, il vecchio adagio “chi fa da sé fa per tre“. Anche nella sua serie più famosa, Le Cronache del Ghiaccio e del fuoco, Martin non fa certo mistero che i suoi personaggi si muovono meglio da soli, imparano da soli e muoiono da soli. Insomma, non fidarsi degli altri è molto difficile: va trovata la persona giusta (un familiare, un amico…), ma siamo poi sicuri che ci resti fedele per sempre? No… meglio soli che male accompagnati.
Insomma, diffidenza, odio, stupidità, profittatori vari e anche qualche sopruso sono argomenti ricorrenti nelle trame di Martin.

Il secondo punto che “ritorna” è la petulanza dei personaggi con nomi simili. In questo caso, la grassa Celise è davvero una donna antipatica, boriosa, noiosa… ok, mi fermo. Quale personaggio, dal nome simile, ricorre con queste stesse caratteristiche (non fisiche) ne Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco? Cersei.
Poi ritroviamo antiche casate dai colori sgargianti; giovani snelli, biondi e un poco strafottenti di nome Jaime… E non si può non notare in Tuf una certa rassomiglianza con il nostro Martin (a parte la panza, sono entrambi degli affezionati del basco!). Anche questa citazione mi pare d’averla già trovata (però mi piace ogni volta che la leggo): il-viaggio-di-tuf-citazione-2

Comunque, tematiche ricorrenti nell’immaginario di uno scrittore sono assolutamente normali, anzi sono una sorta di certificato d’origine, quindi ben vengano!

Insomma, in conclusione si tratta di un romanzo piacevole. Martin si conferma una buona penna e un buon narratore. I singoli racconti hanno, comunque, uno schema di svolgimento delle vicenda abbastanza lineare e simile, ma le idee alla base delle storie si dimostrano davvero originali considerando che saranno riproposte solo anni dopo.

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Il racconto dell’ancella recensione

il racconto dell'ancella recensioneTitolo: The Handmaid’s Tale
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Il racconto dell’ancella
Anno di pubblicazione ITA: 1988
Trad. di: Camillo Pennati

Una donna vestita in una specie di abito monacale rosso, con guanti, velo e ombrello dello stesso scarlatto colore, si aggira in una casa non sua. Tutte le donne della casa la trattano con un certo riserbo; alcune con diffidenza; altre con esplicito astio.

Ma chi è questa donna e dove si trova?

Lei è Difred (lo scopriremo solo dopo e, comunque, non si tratta del suo vero nome, ma di una sorta di patronimico). La casa è quella del Comandante (uno importante e la sua importanza è data anche dal fatto che Difred sia lì).

Le donne della casa ne devono imparare a sopportare la presenza; soprattutto, la Moglie del Comandante deve imparare a condurci una convivenza pacifica di silenziosa sopportazione, perché il loro luogo d’incontro non sono solo i corridoi e le stanze comuni della casa, ma la camera da letto matrimoniale.

Già, ma non pensate male. Difred non è una concubina, non deve dare piacere al padrone della casa, ma solo un figlio. Avete presente la Bibbia? Quel passaggio della Genesi in cui Rachele non può avere figli e le viene la geniale idea di farli concepire alla serva?
Ecco, qualcuno ha pensato bene che quello poteva diventare il modello per una nuova società dove le donne ancora fertili sono poche, le nascite pericolose e il corpo della donna un mero utero da sfruttare.

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Non mi aspettavo fosse un distopico. Quando ho cominciato (forse anche la mia precedente conoscenza con la Atwood ha contribuito a questo malinteso) ero convinta si trattasse di un giallo, ma se si legge la prima citazione a inizio libro e ci si aggiunge un pizzico delle prime pagine, si capisce già che questo mondo distopico avrà a che fare con sette religiose e Bibbia interpretata con spietata precisione.

citazione il racconto dell'ancella

Infatti, eccoci nella – non saprei come definirla – società di Galaad. Per una serie di sfortunati eventi, che noi apprendiamo solo dopo e solo tramite ricostruzioni “storiche”, il precedente (diciamo il nostro tempo) è diventato obsoleto, dannoso, decadente: l’amore mercificato, la donna puro strumento di piacere, i sentimenti veri nascosti o scomparsi. Ora, io non vorrei allarmare nessuno, ma ci siamo già pericolosamente vicini. Il libro è stato scritto nel lontano 1985, e, nonostante il monito dell’autrice, mi sembra che stiamo continuando a scendere lungo una pericolosa china.

Comunque non posso non pensare al re dei distopici, 1984. L’impostazione è la stessa: un colpo di mano; un manipolo di “Comandanti” che governa di altri; popolazione con mansioni inferiori, segregata e oppressa dal regime o, ancor più facilmente, estradata al fronte quando scomoda, inutilizzabile, troppo ribelle; distorsione delle notizie; scorte razionate; mercato nero e un manipolo clandestino a cui il mondo presente non piace.

La particolarità sta qui nel fatto che la follia del regime segue i dettami della Bibbia (il capofamiglia/patriarca, la moglie devota, letture sacre e concubi… anzi, le politicamente corrette schiave dell’utero), trincerandosi dietro un alto grado di moralità, cura per le donne e attenzione ai loro bisogni. Anche se poi, pur disprezzando la dissoluzione della precedente società, le più alte sfere ci ricadono senza troppe preoccupazioni.

Il clima di sospetto, oppressione, terrore, paura, repressione, ect., c’è tutto. E anche se non si perde tempo in pedanti descrizioni sull’organizzazione della biblica società, se ne distinguono comunque i protagonisti principali e i loro colori: i Comandanti, le Moglie (azzurro), le Ancelle (rosso), le Marte, gli Occhi, i Custodi (verde)… e si arriva a immaginare bene quanto non rivelato.

Tutto questo per dire che, dal punto di vista ambiente/clima/mondo la finzione è ben realizzata. Lo stesso dicasi per i tantissimi spunti di riflessione che la Atwood mette in campo: la mercificazione del corpo della donna; la dissoluzione dei costumi; i controsensi e le devianze; sbagliano loro o sbagliamo noi?; quale tipo di libertà è giusto: troppa? Troppo poca?

Rimango, tuttavia, perplessa dallo stile narrativo. Si tratta più che altro di una sensazione personale, ma mi è sembrato sempre di guardare con un certo distacco, nonostante si tratti di un racconto in prima persona. Non so se questa scelta è voluta, considerando che Difred vive apaticamente la sua storia come se non fosse nemmeno lei a subire quelle umiliazioni, tuttavia

SPOILER

quando lei inizia a raccontarla, si trova in salvo (teoricamente) e si può pensare che abbia raggiunto quel distacco e – magari – quel senso di rivalsa utili a dare corpo e coinvolgimento alla sua narrazione.

Altro aspetto di cui resto poco convinta sono i personaggi. È come se ognuno di loro rappresentasse un’emozione o un determinato stato d’animo (i Comandati: il senso di potere; le Mogli: l’invidia; le Marte: l’anonimato; i Custodi: il silenzio; le Ancelle: l’ubbidienza…). In fondo, fanno ciò che la società richiede loro; eppure, ognuno di loro – o almeno le Mogli, i Comandanti e le Ancelle – hanno sfaccettature che stentano a emergere. E comprendo che il racconto sia in prima persona, quindi sia difficile “scandagliare” il vicino, ma ci sono azioni di cui avrebbero potuto rendersi “responsabili”. Insomma, un discorso contorto per dire che anche qui ho avuto una sensazione di incompletezza.
Difred, sebbene per qualcuno irritante, è interessante proprio per la sua apatia. Non è un’eroina; ma una persona qualunque. Quello che fa è solo raccontare una storia. Non la sua di storia, perché lei non la vive, si fa semplicemente trascinare; lei racconta la storia di qualcuno che ha dovuto impersonare, facendo buon viso a cattivo gioco.

Quindi, concludendo. Nulla da dire circa il messaggio profondo, critico, sfaccettato e ancora terribilmente attuale che manda questo libro. Anche l’idea di servirsi di un passaggio così conosciuto della Bibbia, ma forse mai attentamente pesato nelle sue implicazioni femminili, è lodevole.
Quello che non riesco a identificare e inquadrare – e ancora sono qui che tentenno mentre scrivo la recensione – sono lo stile narrativo impersonale e quello di scrittura molto semplice. È come se mi mancasse qualcosa di definito; mentre leggevo ho sempre avuto questa sensazione di incompleto, di sfuggente. Non saprei, in verità, come definirla, ma mi ha impedito di immergermi completamente nella lettura.

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