Il racconto dell’ancella recensione

il racconto dell'ancella recensioneTitolo: The Handmaid’s Tale
Autrice: Margaret Atwood
Genere: Distopico
Anno di pubblicazione: 1985
Titolo in Italia: Il racconto dell’ancella
Anno di pubblicazione ITA: 1988
Trad. di: Camillo Pennati

Una donna vestita in una specie di abito monacale rosso, con guanti, velo e ombrello dello stesso scarlatto colore, si aggira in una casa non sua. Tutte le donne della casa la trattano con un certo riserbo; alcune con diffidenza; altre con esplicito astio.
Ma chi è questa donna e dove si trova?
Lei è Difred (lo scopriremo solo dopo e, comunque, non si tratta del suo vero nome, ma di una sorta di patronimico). La casa è quella del Comandante (uno importante e la sua importanza è data anche dal fatto che Difred sia lì).
Le donne della casa ne devono imparare a sopportare la presenza; soprattutto, la Moglie del Comandante deve imparare a condurci una convivenza pacifica di silenziosa sopportazione, perché il loro luogo d’incontro non sono solo i corridoi e le stanze comuni della casa, ma la camera da letto matrimoniale.
Già, ma non pensate male. Difred non è una concubina, non deve dare piacere al padrone della casa, ma solo un figlio. Avete presente la Bibbia? Quel passaggio della Genesi in cui Rachele non può avere figli e le viene la geniale idea di farli concepire alla serva?
Ecco, qualcuno ha pensato bene che quello poteva diventare il modello per una nuova società dove le donne ancora fertili sono poche, le nascite pericolose e il corpo della donna un mero utero da sfruttare.

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Non mi aspettavo fosse un distopico. Quando ho cominciato (forse anche la mia precedente conoscenza con la Atwood ha contribuito a questo malinteso) ero convinta si trattasse di un giallo, ma se si legge la prima citazione a inizio libro e ci si aggiunge un pizzico delle prime pagine, si capisce già che questo mondo distopico avrà a che fare con sette religiose e Bibbia interpretata con spietata precisione.

citazione il racconto dell'ancella

Infatti, eccoci nella – non saprei come definirla – società di Galaad. Per una serie di sfortunati eventi, che noi apprendiamo solo dopo e solo tramite ricostruzioni “storiche”, il precedente (diciamo il nostro tempo) è diventato obsoleto, dannoso, decadente: l’amore mercificato, la donna puro strumento di piacere, i sentimenti veri nascosti o scomparsi. Ora, io non vorrei allarmare nessuno, ma ci siamo già pericolosamente vicini. Il libro è stato scritto nel lontano 1985, e, nonostante il monito dell’autrice, mi sembra che stiamo continuando a scendere lungo una pericolosa china.

Comunque non posso non pensare al re dei distopici, 1984. L’impostazione è la stessa: un colpo di mano; un manipolo di “Comandanti” che governa di altri; popolazione con mansioni inferiori, segregata e oppressa dal regime o, ancor più facilmente, estradata al fronte quando scomoda, inutilizzabile, troppo ribelle; distorsione delle notizie; scorte razionate; mercato nero e un manipolo clandestino a cui il mondo presente non piace.

La particolarità sta qui nel fatto che la follia del regime segue i dettami della Bibbia (il capofamiglia/patriarca, la moglie devota, letture sacre e concubi… anzi, le politicamente corrette schiave dell’utero), trincerandosi dietro un alto grado di moralità, cura per le donne e attenzione ai loro bisogni. Anche se poi, pur disprezzando la dissoluzione della precedente società, le più alte sfere ci ricadono senza troppe preoccupazioni.

Il clima di sospetto, oppressione, terrore, paura, repressione, ect., c’è tutto. E anche se non si perde tempo in pedanti descrizioni sull’organizzazione della biblica società, se ne distinguono comunque i protagonisti principali e i loro colori: i Comandanti, le Moglie (azzurro), le Ancelle (rosso), le Marte, gli Occhi, i Custodi (verde)… e si arriva a immaginare bene quanto non rivelato.

Tutto questo per dire che, dal punto di vista ambiente/clima/mondo la finzione è ben realizzata. Lo stesso dicasi per i tantissimi spunti di riflessione che la Atwood mette in campo: la mercificazione del corpo della donna; la dissoluzione dei costumi; i controsensi e le devianze; sbagliano loro o sbagliamo noi?; quale tipo di libertà è giusto: troppa? Troppo poca?

Rimango, tuttavia, perplessa dallo stile narrativo. Si tratta più che altro di una sensazione personale, ma mi è sembrato sempre di guardare con un certo distacco, nonostante si tratti di un racconto in prima persona. Non so se questa scelta è voluta, considerando che Difred vive apaticamente la sua storia come se non fosse nemmeno lei a subire quelle umiliazioni, tuttavia

SPOILER

quando lei inizia a raccontarla, si trova in salvo (teoricamente) e si può pensare che abbia raggiunto quel distacco e – magari – quel senso di rivalsa utili a dare corpo e coinvolgimento alla sua narrazione.

Altro aspetto di cui resto poco convinta sono i personaggi. È come se ognuno di loro rappresentasse un’emozione o un determinato stato d’animo (i Comandati: il senso di potere; le Mogli: l’invidia; le Marte: l’anonimato; i Custodi: il silenzio; le Ancelle: l’ubbidienza…). In fondo, fanno ciò che la società richiede loro; eppure, ognuno di loro – o almeno le Mogli, i Comandanti e le Ancelle – hanno sfaccettature che stentano a emergere. E comprendo che il racconto sia in prima persona, quindi sia difficile “scandagliare” il vicino, ma ci sono azioni di cui avrebbero potuto rendersi “responsabili”. Insomma, un discorso contorto per dire che anche qui ho avuto una sensazione di incompletezza.
Difred, sebbene per qualcuno irritante, è interessante proprio per la sua apatia. Non è un’eroina; ma una persona qualunque. Quello che fa è solo raccontare una storia. Non la sua di storia, perché lei non la vive, si fa semplicemente trascinare; lei racconta la storia di qualcuno che ha dovuto impersonare, facendo buon viso a cattivo gioco.

Quindi, concludendo. Nulla da dire circa il messaggio profondo, critico, sfaccettato e ancora terribilmente attuale che manda questo libro. Anche l’idea di servirsi di un passaggio così conosciuto della Bibbia, ma forse mai attentamente pesato nelle sue implicazioni femminili, è lodevole.
Quello che non riesco a identificare e inquadrare – e ancora sono qui che tentenno mentre scrivo la recensione – sono lo stile narrativo impersonale e quello di scrittura molto semplice. È come se mi mancasse qualcosa di definito; mentre leggevo ho sempre avuto questa sensazione di incompleto, di sfuggente. Non saprei, in verità, come definirla, ma mi ha impedito di immergermi completamente nella lettura.

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Wolf recensione

wolfTitolo originale: Wolf by Wolf
Autrice: Ryan Graudin
Genere: Distopico
Titolo in Italia: Wolf
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad.: Ilaria Katerinov

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

1956. È un altro mondo quello su cui sorge il sole ogni giorno: l’operazione Leone Marino (l’invasione della Gran Bretagna da parte della Germania nazista) è stata attuata con successo; i giapponesi e i tedeschi hanno schiacciato i russi in una doppia morsa; l’Asse ha vinto; la guerra è finita e il mondo è spaccato. Da una parte, la grande Germania; dall’altra la zona di co-prosperità della Grande Asia orientale (sotto dominazione giapponese).

Ogni anno, per celebrare questa grande alleanza tra Germania e Giappone, si tiene una gara: il Tour dell’Asse. Una gara particolare, anzi una corsa in moto («Ventimilasettecentoottanta chilometri suddivisi in nove tappe, percorse da venti concorrenti in cerca di vittoria, che veniva aggiudicata a chi faceva segnare il tempo cumulativo più basso»), durante la quale una ventina di giovani – maschi – si sfidano per portare alto l’onore della propria magnifica nazione.
Tuttavia, l’anno precedente, la svolta: a vincere la Croce di Ferro, l’ambito premio del vincitore simbolo di onore e gloria, è una ragazza Adele Wolfe, spacciatasi ragazzo e iscrittasi alla gara con il nome del gemello. A lei è spettato un grande onore: ballare con il Führer (il quale, trincerato in Cancelleria, difficilmente si mostra in pubblico).

Nella stessa città di Adele vive un’altra ragazza, una ragazza particolare, Yael. È giovane anche lei, ma la sua vita è stata completamente diversa da quella della coetanea: un treno l’ha trasportata in un campo di concentramento; un ‘medico’ senza scrupoli ha fatto di lei una cavia per terribili esperimenti. Ha sofferto Yael e ha perso molto… tutto. Adesso, però, ha una missione. Una missione fondamentale; una missione che  non può assolutamente fallire. Ma per completarla deve diventare Adele.

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Ho sempre guardato con un certo fascino gli what if, soprattutto quando storici: cosa sarebbe accaduto se …? E qui il proseguo della domanda è uno di quelli che mette i brividi, ma al quale siamo stati davvero pericolosamente vicini: … Hitler avesse vinto la guerra? 

Partendo da elementi reali (i numerosi attentati a Hitler; le alleanze dell’Asse Roma-Tokyo-Berlino; i piani sulla costruzione di Germania – una sorta di Berlino 2.0, ect.), l’autrice costruisce la sua risposta proponendoci la storia di Yael, della sua lotta, della sua rabbia e anche della sua crescita alla ricerca della felicità, della vendetta e di un futuro migliore in nome anche di quelli che non ce l’hanno fatta.

Cominciando proprio con la protagonista, devo ammettere d’aver trovato il personaggio ben realizzato. Da una parte, l’abbandono, la solitudine; dall’altra la ricerca di una figura paterna, una volontà forte. E non solo: Yael nasconde in sé il coraggio per cambiare gli eventi, la forza e la determinazione di esporsi in prima persona per un bene superiore e, tuttavia, in lei è radicata la ferma decisione di non nuocere, se possibile, di non provocare altro dolore inutile.
Le dinamiche con gli altri personaggi, sebbene abbiano un’evoluzione prevedibile, non si concludono come si potrebbe immaginare e anche le loro decisioni nascondono un carattere sicuramente molto più sfaccettato e complesso di quanto non appaia in superficie. Restano un po’ in ombra i personaggi secondari.
Ciò che ho davvero apprezzato è il messaggio di fondo che emerge essenzialmente dalla figura della protagonista: è indifferente il modo in cui ci presentiamo (esternamente) agli altri; ciò che conta davvero è quello che siamo dentro.

Per quanto concerne gli ambienti, sebbene questi non siano un punto fondamentale della narrazione (descrizioni particolareggiate le abbiamo solo all’inizio dei capitoli) trovo il mix usato dall’autrice buono: da una parte, la narrazione non è appesantita da inutili lungaggini legate alla pedissequa descrizione degli ambienti; dall’altro, in poche frasi troviamo le coordinate necessarie per orientarci e immaginare uno sfondo per l’azione della nostra eroina.

Infine, passiamo al lato narrativo. Come scrivevo poco sopra, ho davvero molto apprezzato il messaggio che l’autrice si prefigge d’inviare, usando in particolare l’elemento surreale:

«Questo libro, in fin dei conti, parla di identità. Non solo del modo in cui vediamo noi stessi, ma anche di come consideriamo gli altri. Cosa determina l’identità di una persona? Il colore della pelle? Il sangue nelle vene? La divisa che indossa?»

Estratto da: Wolf, Ryan Graudin, trad. Ilaria Katerinov, pag. 507-508, DeAgostini, 2016

Ne ho apprezzato anche il finale, il quale, nonostante lasci ampio margine per una futura evoluzione (infatti Wolf è solo il primo di una serie di libri: Iron to iron e Blood for blood), mette un punto fermo alla vicenda con la conclusione della missione di Yael.
La narrazione procede poi in maniera molto scorrevole (e, infatti, ho terminato la mia lettura in pochissimi giorni). Insomma, dovessero arrivare anche in Italia i seguiti sono curiosa di leggerli, anche per comprendere meglio l’evoluzione dei personaggi.

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Maze Runner Il Labirinto recensione

Recensione Maze Runner Il labirinto

Titolo originale: The Maze Runner
Anno di pubblicazione: 2009
Autore: James Dashner
Genere: Fantascienza/Distopico/Ragazzi
Titolo in Italia: Maze Runner Il Labirinto
Anno di pubblicazione ITA: 2011

Prequel: Maze Runner La mutazione

Thomas (Tom, Tommy, Fagio, da qui i nomignoli si sprecano) è intrappolato in un non meglio precisato cunicolo. È tutto buio (o quasi), ha paura e non ricorda niente. Niente. Manca poco è incerto pure sul suo nome.
Quando, ad un tratto, sente delle voci, vede delle mani. E si ritrova circondato da una banda di bimbi sperduti in mezzo ad una radura (detta, molto fantasiosamente, la Radura). I radurai, alias i bambini sperduti, vivono lì. Hanno qualche animale per gli allevamenti (galline, mucche, ect.), un cuoco ed una mensa comune, dei costruttori e altre amene occupazioni. Il più vecchio di loro avrà sì e no sedici anni.
Ovviamente, Thomas/Fagio (=fagiolo, in quanto ultimo arrivato) è confuso. Ma nessuno dei suoi nuovi compagni gli può spiegare nulla. Dovrà attendere l’indomani mattina, quando tutto sarà più chiaro e lui stesso sarà più ricettivo alle spiegazioni dei “colleghi”.
In ogni caso, le cose che non tornano sono tante e non sono poi così stupende e placide come appaiono a prima vista. In primis, Thomas scopre che il suo cunicolo viene chiamato dai radurai la Scatola, attraverso la quale dei non meglio specificati Creatori recapitano “regali” (ogni due settimane cibo e vestiti, ogni mese un ragazzo – n.b. solo ragazzi). Inoltre, uno strano gruppo detto dei velocisti si infila, ogni giorno, nel labirinto adiacente alla radura e corre e corre. Sembrano essere incastrati, ma nessuno sa bene come uscire.
E intanto ogni sera, le porte del Labirinto si chiudono per non lasciare che i Dolenti, mezzi umani mezze macchine assassine, invadano la radura e uccidano tutti i suoi abitanti.
Ovviamente, questa “calma piatta” è destinata a finire. Le scorte si interrompono, le porte del Labirinto non si chiudono più, la gente impazzisce, per la prima volta una ragazza viene ritrovata nella Scatola e annuncia che la fine è giunta.

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Il libro è per ragazzi. Ed il mio primo errore sta sempre qui: mi ostino a voler leggere romanzi per ragazzi, quando ormai non posso più essere annoverata tra i teenagers (comunque, ripeto, non sono così vecchia e non vedo perché la lettura per ragazzi debba essere considerata un settore pieno di roba quasi “scadente“).
Comunque, sebbene l’idea di base sia indubbiamente originale (dei ragazzi spuntano fuori da una “Scatola”, alcuni sono “obbligati” a correre come topi in un labirinto senza senso, organizzati e accolti in questa “Radura” da dei non meglio identificati “Creatori”), è il contenuto che un po’ manca. Nonostante si parta in quarta (con una dinamica di base, ripeto, originale), la narrazione non regge l’impianto. Il tutto si fa scontato e prevedibile, clichè a gogo, schemi e canoni già visti e rivisti nella dinamica distopica che, ultimamente, prende molto.

Il linguaggio inventato dei radurai (insomma, qualche parola), se da un lato è un’idea carina, dall’altro è davvero troppo elementare per poter essere ritenuto di una qualche rilevanza.

I personaggi non sono definiti per niente. I secondari sono delle macchiette, dalle quali può sparirne improvvisamente una senza che il lettore subisca gravi lutti. Lo stesso problema, però, si ha anche con i quattro/cinque personaggi principali: tutti fatti con lo stampino. Nemmeno il protagonista, Thomas, ha dei contorni ben chiari. Il modo in cui l’introspezione dei personaggi viene riportata… beh, a parte il fatto che è limitata al solo Thomas, ma poi è davvero a livello di scuola elementare: sono triste, mi sento solo, ho paura e via discorrendo.

Mi hanno lasciata scettica e perplessa anche le descrizioni. Non si capisce bene. Si cerca di precisare troppo, ingenerando semplicemente confusione. Insomma, non conta che una descrizione sia particolareggiata, ma che sia capace, anche con poche pennellate, di creare un quadro ben definito nella mente del lettore.
Insomma, purtroppo l’acquisto (dell’intera saga di Maze Runner, ahimè! Dovrei andare più cauta con gli sconti e non farmi prendere dalla trepidazione) è stato fatto e mi vedo costretta a finire la saga giusto per non sentire quella sgradevole sensazione d’aver sprecato i mie soldi, ma proseguo davvero a malincuore.

valutazione male runner il labirinto


 

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Allegiant recensione

Tirecensione allegianttolo originale: Allegiant
Anno di pubblicazione: 2013
Autrice: Veronica Roth
Genere: Fantascienza/Distopico
Titolo in Italia: Allegiant
Anno di pubblicazione ITA: 2014

Preceduto da:

Attenzione! Pericolo spoiler!!!
Se non avete letto i precedenti capitoli, la seguente recensione contiene importanti spoiler della trama! 

… E dopo aver scoperto che i fondatori della città avevano lasciato un messaggio alle future generazioni (mi ricorda tantissimo Ember – il mistero della città di luce) e aver sedato tutte le rivolte scaturite in seguito alla visione di questo breve messaggio, il controllo adesso è nelle mani degli Esclusi e di Evelyn, la madre-non-sono-più-morta-era-solo-una-burla di Quattro (o Tobias, come preferite).

Ovviamente, le fazioni che facevano sparire la gente nel nulla o che trucidavano la gente durante le difficili iniziazioni andavano benone, ma, ehi, in mano agli Esclusi che-guidano-gli-autobus (vorrei capire da dove viene tutto questo astio nei confronti degli autisti) proprio no.

Così, si organizzano per soppiantare il – chiamiamolo – regime. La pacifica Johanna Reyes e Cara, la sorella di Will, creano gli Alleganti, il cui obiettivo è quello di buttar giù la tirannia di Evelyn.

Non dimentichiamoci, però, che il messaggio dei fondatori (rappresentati da una lontana parente di Beatrice, Edith Prior) chiedeva di mandare una rappresentanza all’esterno, una volta che il numero dei Divergenti fosse aumentato (non c’è dato sapere i numeri precisi… diciamo, q.b. come quando si prepara una ricetta…).

Indovina, indovinello: chi verrà scelto per questo fardello?
Esatto: i nostri amici. Ma va bene, del resto sono i protagonisti.

I preparativi per l’uscita dalla città vengono eseguiti in un lampo e, in quattro e quattr’otto, il nostro gruppo (Tris, Tobias, Christina, Uriah, Cara, Peter e Tori) è pronto. Purtroppo, ai confini della città vengono colti in un imboscata degli Esclusi e Tori non ce la fa. Niente di irreparabile, comunque: i nostri sono già al di là della recisione, mura, recinto o qualunque altra cosa divida la città dal resto mondo e sono prontissimi a prestare il loro aiuto agli esterni.

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Al termine della saga, confermo i miei giudizi precedenti. Lieta d’aver finalmente concluso una trilogia che non mi ha appassionata per nulla. Tuttavia, almeno in parte, sono dispiaciuta che il libro non mi abbia coinvolto e appassionata.

I personaggi non mi sono diventati cari; non mi sono immedesimata nelle loro vicende e non li ho seguiti durante le loro sfide e tribolazioni. Le deficienze, che avevo riscontrato nei precedenti capitoli, si ripresentano invariate: linguaggio elementare, personaggi piatti e fatti con lo stampino (nel senso che persone diverse hanno gli stessi atteggiamenti: ad esempio, quando sono nervosi si mordono tutti l’interno della guancia…), eventi che non coinvolgono il lettore.

Il libro si divide seguendo il punto di vista di Tris e di Quattro (un capitolo a testa). La trovata poteva esser carina, ma è realizzata terribilmente male. E qui va un grazie all’editor (o a chi per lui/lei) che ha pensato bene di inserire il nome del personaggio all’inizio del capitolo, perché, ti giuro, che non si riscontra alcuna differenza tra Tris e Quattro. Se non si presta bene attenzione a chi sta parlano, i due si possono benissimo confondere (cosa che, infatti, mi è capitata più di una volta).

Il carattere di Quattro cambia improvvisamente in quest’ultimo volume e diventa doddo quanto e più di Tris. Nei primi episodi, infatti, Quattro è tenebroso, scaltro, intelligente, sveglio e apprezzato dal genere femminile; qui è tonto, lento a comprendere le cose (quando le capisce) e ricorda episodi di quando, nella fazione degli Intrepidi, le ragazze lo schifavano… Stiamo parlando sempre della stessa persona?

Numerose continuano poi ad essere le incoerenze dal punto di vista narrativo: adulti che continuano ad appoggiasi a ragazzini; capi degli Alleganti che chiedono l’opinione dei sottoposti e decidono di selezionare (giustamente) come i membri della squadra che andrà all’esterno persone competenti, ma che non destino l’attenzione di Evelyn… E, quindi, quale miglior modo di NON destare l’attenzione se non farle sparire improvvisamente il figlio-da-poco-ritrovato-nonchè-braccio-destro?

E potrei andare avanti ancora per molto con le incongruenze di questo stampo…

Spoiler

Vogliamo parlare, ad esempio, dei confini della città che sono sostanzialmente evanescenti? La squadra di Tris e Quattro ci mette tre secondi a passare nel mondo esterno. E non poteva essere fatto prima? No, perché ai due o tre che ci hanno provato prima i Pacifici hanno resettato la memoria…
Okay… ? …

Vogliamo ancora parlare di come dal Dipartimento di Sanità si vedano i grattacieli della città, ma dalla città l’esterno appaia solo come una massa scura? Una spiegazione di questo orizzonte distorto sarebbe stata interessante.

Oppure vogliamo parlare di come, una volta entrati nel Dipartimento, la nostra squadra di eroi si disinteressi completamente alla vicende dei loro amici, compagni, simpatizzanti e si limiti a dargli sbirciatina ogni tanto attraverso gli schermi di controllo disseminati per la città? Se ne ricordano solo (e si indignano pure) quando i membri del Dipartimento decidono di cancellare la memoria di tutti gli abitanti della città.
I ricordi sono quello che rende tale una persona…
Perché quando il Dipartimento li spia? Quando fa arrivare sieri mortali agli Eruditi? Quando li controllano giocando a fare dio? No… in questi casi, va tutto bene, ma non toccatemi i ricordi! Ma stiamo scherzando?
Ok, ok… mi fermo.
Alla fine, quindi, il tutto si riduce ad un Truman Show della chimica.  

bah è l’unico commento che posso fare al termine di questa trilogia.

valutazione allegiant

valutazione totale divergent


 

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Insurgent recensione

recensione insurgentTitolo originale: Insurgent
Anno di pubblicazione: 2012
Autrice: Veronica Roth
Genere: Fantascienza/Distopico
Titolo in Italia: Insurgent – Una scelta può annientarti
Anno di pubblicazione ITA: 2013

Preceduto da:
– Divergent

Seguito da:
Allegiant

Secondo libro della saga di Divergent (quindi, attenzione: presenza di grossi spoiler per chi non avesse letto il primo libro della serie).

Avevamo lasciato Tris/Beatrice sul treno a farsi coccole consolatorie con Quattro/Tobias di fronte al di lei fratello Caleb/Caleb (per lui niente soprannomi) e con il famoso hard disk nascosto in una tasca dei vestiti della ragazza.

Assieme al trio, abbiamo anche Marcus (psicopatico padre di Tobias, ma molto apprezzato e stimato tra gli Abnegati… e non solo!) e Peter (altro simpaticissimo personaggio purtroppo apparentemente immortale…).

Si stanno tutti insieme recando dai Pacifici, sperando di ricevere ospitalità, data la neutralità e imparzialità proprie di questa fazione.
Una volta lì, infatti, vengono accolti (certo i Pacifici non sprizzano gioia da tutti i pori).
Dopo una lunga quanto paradossale “discussione”, i Pacifici gli concedono il permesso di restare nelle loro fattorie a patto di rispettare poche regole: niente botte, niente liti, consegna delle armi (indovinate chi ha l’idea di tenersela una giusto per sicurezza? Esatto, non Tris) e impegnarsi per contribuire alla vita e al sostentamento della comunità.

Ovviamente, i primi problemi di convivenza con soggetti del calibro di Peter si fanno sentire sin da subito, quindi Quattro e Tris a breve lasceranno, di comune accordo, i Pacifici. Se non che, per puro caso (ripeto quello che avevo già scritto nella mia recensione sul primo libro: il fattore C è evidentemente determinante nell’intera vicenda!), Tris scorge oltre i cancelli delle fattorie dei Pacifici, appollaiata sui rami di un melo, le macchine degli Eruditi con gli Intrepidi traditori al fianco (ora un melo non è un albero colossale, quindi mi chiedo che “recinzioni” siano quelle dei Pacifici o che meli ha visto la scrittrice… ma non importa).
Insomma, si scatena il finimondo (strano…): gente che scappa a destra e a manca, tiro al bersaglio degli Abneganti in fuga.
Ovviamente, Tris e Quattro riesco a fuggire e assieme decidono di raggiunge la città. Salgono sul vagone di un treno et voilà! ci trovano sopra un gruppo di Esclusi.

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Dal mio tono sarcastico, avrai capito che non mi è piaciuto molto nemmeno questo secondo capitolo, ma ammetto che almeno il linguaggio è leggermente (n.b. leggermente eh; non gridiamo al miracolo!) migliorato… anche se non so quanto sia merito della traduzione.

Gli inciampi di trama e le assurdità di narrazione, però, restano. Battute che non fanno ridere, fantomatiche perle di saggezza che sarebbe più giusto chiamare “frasi fatte”, ragionamenti sconclusionati e descrizioni degli ambienti che stentano a bucare l’immaginazione.

Qualche esempio? Ma sì; attenzione, però, agli spoiler:

Spoiler

Alcune situazioni sono a dir poco surreali e alcuni comportamenti sono davvero illogici (considerando che Tris mostra predisposizione anche per gli Eruditi…).
1. Tris ha un braccio “sparato” e, comunque, molto mal messo, dal precedente capitolo (nel quale si era anche slabbrata i punti di sutura). L’ha “curato” con qualche antidolorifico, ma ha continuato a farci sforzi come nulla fosse… Agganciarsi ai parapetti, fare a botte… Che super donna!
2. Generalmente quello con le idee più intelligenti, quello che ha già capito tutto il piano dei nemici è Tobias… e Tris che ci sta a fare?? Il riassunto per il lettore…
3. In pubblico, sono più le volte che Tris si asciuga le mani dal sudore sui pantaloni, parla con voce stridula o roca, parte impappinandosi… Ma, ehi, è figa lo stesso e tutta la vedono quasi come un idolo.
4. Un piccolo accenno all’episodio in cui Tris decide di “sacrificarsi” per gli altri Divergenti (ma, in particolare per Tobias), consegnandosi spontaneamente agli Eruditi, lo devo fare. A parte il fatto che l’offrirsi come cavia per testare e sviluppare sieri che blocchino e controllino anche gli altri Divergenti non mi sembra una grandissima mossa per aiutarli, non vedo perché non parlarne con Tobias, che ha dimostrato più volte di avere più intelligenza di lei. E, infatti, quando si fa rinchiudere anche lui nel quartiere generale degli Eruditi, lui ha un’idea e un motivo utili al piano generale. Ricordami un attimo chi è il protagonista?
5. Questa cosa che gli adulti (vedi tipo Marcus) si debbano appoggiare a dei ragazzini ancora non l’ho capita benissimo…
6. Ultima cosa, anche se la lista potrebbe essere più lunga: il fattore C continua ad imperare!

Diciamo, quindi, che resta invariato quello che pensavo del precedente libro, salvo quanto scritto sopra per il lieve miglioramento del linguaggio.

valutazione insurgent

valutazione totale divergent


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