Fuga dal campo 14 recensione

Titolo: Escape from Camp 14 – One man’s remarkable Odyssey from North Korea to freedom in West
Autore: Blaine Harden
Genere: Reportage
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Fuga dal Campo 14
Anno di pubblicazione: 2014
Trad. di: Ilaria Oddenino

A causa dei crimini ereditati dai fratelli di suo padre, Shin  vive – per modo di dire – dietro la recinzione elettrificata dal segretissimo Campo 14.

Lì la sua non-vita consiste in fame, privazioni, violenze, torture e lavori forzati.

Obblighi primari: non fuggire, lavorare sodo, obbedire alle guardie e denunciare chi rinnega la benevolenza dello Stato nord coreano.

È così che, dopo essere stato imprigionato al buio e torturato col fuoco, Shin assiste – con uno stranito senso di sollevo – all’esecuzione della madre e del fratello maggiore, colpevoli d’aver tentato la fuga dal campo.

Shin ancora non incolpa il regime nord-coreano (di cui a malapena conosce l’esistenza) e non pensa nemmeno lontanamente alla fuga.

Perché Shin, nato da una madre e un padre scelti per passare insieme cinque notti l’anno, non conosce nulla al di fuori del Campo 14 e non è in grado di immaginare una realtà diversa di quella del lavoro forzato,  delle botte e dagli ordini delle guardie.

È cresciuto con una madre che altro non è se non una rivale per il cibo; un fratello praticamente estraneo e un padre altrettanto sconosciuto.

Ma per Shin questa situazione è la normalità: lui non sa come dovrebbe essere l’amore di una madre o di un padre; non conosce la complicità di un fratello; e non ha nemmeno idea di cosa sia stato privato perché «all’inferno ci [è] nato».

«I campi di lavoro nordcoreani, tuttora funzionanti, esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag sovietici e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a Internet, mostrano ampi perimetri recitanti disseminato lungo le impervie montagne della Nord Corea. Secondo le stime del governo sudcoreano sarebbero circa centocinquantamila i prigionieri rinchiusi nei campi, mentre secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il numero toccherebbe quota duecentomila.» [estratto da Fuga dal Campo 14, Blaine Harden, Codice edizioni, 2017]

Secondo alcuni rilevamenti svolti da Amnesty International, le costruzioni all’interno dei sei campi di concentramento sarebbero in aumento.

Il Campo 14 visto da Google Earth;
immagine estratta dal sito North Korean Economy Watch

Il più grande di questi è lungo circa cinquantuno chilometri e largo quaranta. Una città praticamente (più grande di Los Angeles) che comprende (quasi) tutto per l’autosufficienza: fattorie, fabbriche per i vestiti, dormitori, centrali elettriche, miniere, ect..

In due di questi campi vi si applicano sistemi “rieducativi” che, se “superati con successo”, possono consentire al fortunato di tornare in società (per sempre, però, sotto la sorveglianza del regime).

Il Campo 14 è, invece, quello cui viene applicato il regime duro ed è tristemente noto per l’inflessibilità e il rigore con cui le violenze sono perpetrate.

Shin Dong Hyuk in una foto dell’Indipendent.co.uk

La vita nel campo offre giornate lavorative di dodici/quindici ore; dieta a base di mais, cavolo e sale; abusi e umiliazioni; esecuzioni pubbliche; diffidenza, isolamento e disprezzo persino tra gli stessi internati.

Insomma, in poche parole, lotta per la sopravvivenza (a ogni costo).

Shin, comunque, è riuscito a fuggire: il primo a esser nato in un campo ed esser poi riuscito a scappare.

Ha ventisei anni (è scappato da tre) quando incontra il nostro narratore cinquantaseienne Blaine Harden, corrispondente del Washington Post.

Tra segreti, menzogne (già…), confessioni, correzioni e spiegazioni Harden ci introduce nella realtà vissuta da Shin all’interno del campo e di come questo abbia cambiato drasticamente la sua esistenza e il suo carattere (e, ovviamente, ne influenzi ancora fortemente la vita).

Accanto alle terrificanti esperienze di Shin, le rivelazioni e le confessioni di altri nord coreani, riportate da Harden, ci aiutano a comprende il clima e la realtà di una nazione completamente alla deriva e chiusa in un violento oscurantismo.

Insomma, Fuga dal Campo 14 è un reportage accurato e non pesante (nel senso che è facilmente comprensibile anche da non esperiti di geo-politica e questioni internazionali; ovviamente sono gli argomenti trattati e la realtà mostrata a essere pensanti).

Una lettura importante per conoscere il mondo e non ficcare la testa sotto la sabbia, ignorando certe realtà. E ovviamente io non posso che consigliarne la lettura.

Ma forse la verità è quella contenuta nell’editoriale dell’Economist (e riportata da Harden): «Forse la portata delle attività è tale da anestetizzare l’indignazione. […] È molto più facile ridicolizzare il regime e le pazzie del suo leader piuttosto che affrontare realmente la sofferenza che quel regime infligge alla popolazione […] la Corea del Nord commette praticamente ogni attività che rientra nella categoria “crimine contro l’umanità“».


Qui sotto trovi il docu-film Camp 14: Total Control Zone diretto da Marc Wiese (in inglese).


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Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.

Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.

Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]

La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).

Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.

E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?

Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).

Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media.

Quindi, come dire che si tratta di pazzi?

Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi?

Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.

Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.


 

Il farmacista del ghetto di Cracovia recensione

il-farmacista-del-ghetto-di-cracoviaTitolo: Apteka w getcie krakowskim
Autore: Tadeusz Pankiewicz
Genere: Biografia/Memoir
Anno prima pubblicazione: 1982
Titolo in Itala: Il farmacista di Cracovia
Anno prima pubblicazione ITA:
Trad. ed. Utet di: Irene Picchianti

– Ho ricevuto dalla casa editrice una copia del libro in cambio di un’onesta recensione –

«Le parole, le considerazioni, le analisi, ma soprattutto l’eroica condotta di questo mite farmacista e delle sue assistenti, tra i pochi a considerare quel maledetto luogo pur sempre una “patria comune”, ci insegnano che la vita di ogni persona, pur in una situazione devastata dalla morte di massa, può ancora essere ritenuta il più grande dono che ci è stato dato e che abbiamo sempre il dovere di salvaguardarla, anche quando sembra impossibile farlo.»

Estratto dalla perfezione di Marcello Pezzetti,
Utet, 2016

A dispetto di un titolo così romantico ed evocativo, Il farmacista del ghetto di Cracovia non è un racconto né un romanzetto.
È una testimonianza dura – terribilmente dura – ma diretta delle follie naziste.

Siamo qui in una Polonia appena diventata il nuovo parco giochi nazista, in particolare ci troviamo a Cracovia… nel ghetto – pardon, “Quartiere ebraico” – di Cracovia.

E il quartiere con i suoi edifici chiusi sul “lato ariano” e stipati fino all’inverosimile di persone (circa 17.000), con le sue strade nelle quali si riversano anche bambini e ammalati e malati di mente durante i “trasferimenti”, con i suoi accessi militarmente controllati, è un quartiere completamente trasformato.

Non solo per la nuova conformazione, i nuovi limiti invalicabili in filo spinato, il coprifuoco… sono le persone a essere cambiate…

il-farmacista-di-cracovia-citazione

 

La preoccupazione per l’oggi cancella il ricordo del passato e la prospettiva per il futuro. Così sono costretti a vivere gli abitanti del ghetto: bugie, inganni, percosse, insulti, minacce.

Trasferimenti e rastrellamenti sono gli unici eventi che si ripresentano nel ghetto con una certa terribile frequenza e gli unici dopo i quali si fa la conta di chi è rimasto e la conta di chi non c’è più.

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA

[Fonte: Wikipedia.org]

La farmacia All’Aquila è uno dei pochi luoghi dove ancora è permesso piangere un caro picchiato a morte o deriso o trascinato via da qualche nazista; dove è permesso gioire per aver ottenuto un permesso – un  semplice pezzo di carta – grazie al quale, però, aver salva la vita; e dove poter trovare un nascondiglio anche durante il coprifuoco.

Tadeusz Pankiewicz e le sue collaboratrici Irena Droździkowska, Aurelia Danek-Czortowa e Helena Krywaniuk si impegnano in questo ogni giorno e assistono impotenti, come moltissimi altri, a ciò che sta avvenendo proprio davanti alle finestre della farmacia.

Per quanto gli fu possibile cercarono di aiutare  regalando medicinali a chi stava per partire (e forse non tornare mai più) o fingendo di esserne privi per consentire a qualcuno di uscire dal ghetto e scomparire oppure fornirono tintura per capelli a chi era troppo anziano (e di conseguenza considerato “inabile al lavoro” e di conseguenza deportato); nascondendo pergamene e libri e effetti personali all’interno della farmacia organizzandosi anche con scomparti segreti. Quando possibile cercano di addolcire i tedeschi per convincerli a rilasciare permessi (e di conseguenza salvare vite) o ottenere la grazia.

Non solo soli. Con loro tantissimi altri, nomi più o meno noti ma tutti ugualmente importanti: Feliks Dziuba e il suo collaboratore Józef Zając, il dottor Ludwik Żurowski, il dottor Biberstein, tutti i componenti dello ŻOB che collaborava con la resistenza esterna, Oskar Schindler e tantissimi altri.

Non mancano, tuttavia, anche i nomi dei delatori e degli informatori della Gestapo e delle SS che con gioia riportavano ogni genere di segnalazione ai tedeschi. E, anzi, è bene fare anche i loro di nomi sebbene poi molti di loro, per questa loro devozione alla Gestapo o alle SS, furono fucilati dai loro stessi padroni.

Insomma, le testimonianze di questo periodo non sono mai facili né di agile lettura. Si tratta di un periodo oscuro, ignominioso della nostra storia umana, ma va conosciuto.
Va affrontato.
E ritengo che il modo migliore sia quello di leggere e informarsi. Non c’è nulla di meglio che ascoltare e leggere le testimonianze dirette di chi ha visto e sentito e provato e vissuto la violenza nazista sulla propria pelle.

Una prima edizione del libro fu presentata nel 1947 piena, però, di censure. Una seconda edizione, cui questa si rifà, aggiunge nuovi ricordi e nuove vite spezzate. Nonostante questo – e allo stesso autore pare sia capitato in prima persona un incontro del genere – c’è chi comunque continua a non credere che una tale quantità di atrocità fu commessa (o che un tale massacro sia davvero avvenuto).

Tadeusz Pankiewicz, Giusto fra le nazioni, non è uno scrittore – e questo si avverte nella lettura del libro – ma è stato un testimone. Non si creda, quindi, che gli episodi da lui riportati siano “gonfiati” o esagerati, perché purtroppo non furono i soli episodi che si verificano nell’Europa nazista.

E le deportazioni, il viaggiare giorni e giorni stipati in vagoni bui e pieni senza acqua né cibo, l’orrore dei campi di sterminio, le camere a gas, i forni crematori, gli stanzoni ricolmi di effetti personali strappati, famiglia distrutte, bambini amputati e torturati usati come cavie, violenze, stupri, furti, percosse. 
È successo tutto e molto altro.

Quindi, per ricordarsi che la vita umana non deve essere alla mercé di un capriccio, che nulla vale quanto una vita, ti consiglio di leggere questa testimonianza (e, se hai interesse, anche gli altri libri qui indicati).

E non dovremo solo ricordare e vergognarci per le bassezze di cui il genere umano è stato capace, ma dovremo fare altrettanto – qui a maggior ragione vergognarsi – sapendo che molti mostri nazisti non hanno ricevuto la loro giusta punizione tra chi non ha mai dovuto venire a patti con la giustizia e chi, invece, quella stessa giustizia assurdamente assolse.


P.S. Ti ricordo che i libri biografici non hanno la scheda di valutazione per i seguenti motivi.

Il caso Bellegueule recensione

il-caso-eddy-belleguele-recensione-tbbTitolo: En finir avec Eddy Bellegueule
Autore: Édouard Louis
Genere: Autobiografia
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il caso Bellegueule
Anno di pubblicazione ITA: 2014
Trad. di: Alberto Cristofori

Non è semplice chiamarsi Bellegueule, bellimbusto; e ancora di più non è semplice se sei omosessuale e vivi in un paesino di provincia dove se non rutti a tavola e non hai una quasi costante ubriacatura molesta non sei sufficientemente “duro” per la zona.
Lo sfottò della gente è sempre dietro l’angolo e, quando gli viene fornito pure un cognome come pretesto e un orientamento sessuale diverso, be’ puoi dire addio alla tua tranquillità. E questo è quello che, purtroppo, deve sopportare Eddy: sputi, offese, botte e pestaggi. Lui è pure mingherlino. Insomma, tutti questi elementi combinati insieme rendono Eddy il bersaglio perfetto per tutti i deficienti.

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Altro giro, altro caso editoriale (qui 200.000 copie vendute nella sola Francia). Questa volta parliamo de “Il caso Bellegueule”. Dietro il romanzo, c’è in verità l’autobiografia del suo giovanissimo autore, ventunenne quando scrisse il libro.

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Ripercorrendo gli anni della sua infanzia fino ai primi anni di adolescenza e fuga dal disagio e degrado nel quale è sempre vissuto, Édouard Louis – ha, infatti, chiesto e ottenuto il cambio di nome – non le manda a dire a nessuno. Un’asprissima critica sferza e investe tutti i componenti della famiglia (si salvano solo i fratellini minori). E, per carità, certamente hanno le loro grosse – colossali – colpe, però è una scelta molto dura quella di mettere alla berlina una famiglia intera in visione mondiale (il libro è in corso di traduzione in ventidue paesi).

Padre alcolizzato, arrabbiato e rabbioso, ma fermamente convinto nel non alzare le mani sui suoi familiari per non essere come suo padre; madre molto poco materna, collerica, una donna del popolo.

Il tutto si muove sullo sfondo di un piccolo paese (= piccole vedute, piccole persone) dove sono gli uomini a lavorare, le donne in casa a occuparsi dei bambini o, al massimo, a lavorare come commessa; televisione sempre accesa; un’igiene non proprio perfetta; mensa dei poveri; e come  unico divertimento bere, bere e ancora bere.

Ma questa non è solo la triste storia dei Bellegueule; è la triste storia di tutti. Nel paese, le donne sono invecchiate prima del tempo; gli uomini collerici e violenti. I ragazzi mollano la scuola presto e vanno a lavorare in fabbrica; le ragazze mollano la scuola presto e sfornano figli.

In questa realtà, Eddy combatte per fingersi “duro”, per controllare le mani che danzano sempre in movimenti troppo effemminati, per costringere il suo corpo a reazioni che non gli vengono naturali.

Insomma, una testimonianza di molte delle difficoltà e delle cattiverie che un ragazzino omosessuale deve affrontare: le botte nel corridoio della scuola, lontano dalla vista di tutti e nella speranza che nessuno lo scopra mai e faccia, di conseguenza, delle scomode domande; la necessità di mostrarsi per ciò che non si è, di imporsi determinati atteggiamenti; il rimorso, il rimpianto di non essere «normale» come tutti gli altri. Nemmeno la famiglia gli risparmia qualche frecciata, qualche insulto e qualche epiteto (e qualche botta).

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Detto questo non vorrei apparire insensibile, ma farne un caso editoriale mi pare eccessivo. Non sono nessuno per poter giudicare la storia del protagonista o per poter comprendere fino in fondo le sue difficoltà e il suo grandissimo tormento. Nel rendere una storia così aspra – per l’idiozia e l’insensibilità che certa gente riesce a raggiungere – esistono, tuttavia, esempi – anche nel mondo del cinema come, ad esempio, il meraviglioso film di Jonathan Demme, Philadelphia con Tom Hanks, Denzel Washington e Antonio Banderas – che trasmettono in profondità una carica così forte di sentimenti e di emozioni da lasciarmi ogni volta annientata.

Qui, ripeto senza voler (e poter) in alcun modo esprimermi sulle vicende vissute e subite dallo scrittore, non ritengo questo libro così al di fuori dagli schemi, così fenomenale da essere un “caso editoriale”.

L’elemento più preponderante nelle pagine di Louis pare essere la rabbia e il rancore profondo, ma anche una certa superiorità che l’autore ritiene d’avere nei conforti dei familiari, degli “amici”, dei conoscenti… insomma, di tutto il mondo concentrato nel paesino. E non metto in dubbio che non sia così (soprattutto, per come li descrive lui, nei confronti di qualcuno di loro), ma se si è avuta la fortuna di studiare e di trovare delle alternative nella vita non si può certo ritenere “inferiori” quelli che questa possibilità, per un motivo o un altro, non l’hanno avuta.

Dal momento che si tratta di un’autobiografia, non vale la mia usuale “valutazione”. Ripeto, però, quello che ho scritto poco sopra: una testimonianza certamente, ma non un libro e men che meno un caso editoriale. Devo dire comunque che il linguaggio è molto strutturato per essere quello di un ventenne e presenta alcune particolarità, cioè quella di riportare stralci di discorso diretto nella narrazione (un esempio lo trovi nella prima citazione dal libro presente in articolo). Certo, non una novità, ma comunque uno strumento non sempre semplice da gestire e qui comunque sfruttato abbastanza bene.


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La teoria del tutto recensione

recensione la teoria del tuttoTitolo originale: Travelling to infinity: my life with Stephen
Anno di pubblicazione: 2008
Autore: Jane Wilde Hawking
Genere: Autobiografico
Titolo in Italia: Verso l’infinito
Anno di pubblicazione ITA: 2015

Tutto comincia nel 1962 (sebbene qualche anno prima, Stephen e Jane si fossero incrociati casualmente a scuola, ma non si fossero rivolti la parola né prestato troppa attenzione l’uno all’altra), quando uno strano giovanotto con l’andatura goffa ed il volto seminascosto dalla scomposta frangia di capelli castani viene notato (e fissato «in modo un po’ villano») da Jane e le sue amiche.

Una di loro ha una rivelazione da fare: si tratta di Stephen Hawking, con il quale la ragazza in questione è uscita una volta. Ne tratteggia una rapida descrizione: «strambo, ma molto intelligente».

Jane, pur nel fugace incontro, rimane turbata, ma affascinata dall’eccentricità di Stephen.

L’arrivo delle vacanze estive, il viaggio in Spagna, poi Paesi Bassi e Lussemburgo ritardano la conoscenza tra i due, che hanno modo di incontrarsi e finalmente conoscersi il 1° gennaio 1963, ad una festa di Capodanno.

Da qui, cominciano a frequentarsi saltuariamente, però, fino a perdersi di vista. È solo a febbraio che Jane viene a sapere, tramite conoscenze comuni, della terribile diagnosi che è stata fatta a Stephen.

Si tratta di una autobiografia, quindi niente punteggio (come ho già avuto modo di spiegare qui), ma alcune cose te le posso dire.

La scrittrice cerca di descrivere la sua vita nel modo più “distaccato” possibile, per evitare di ingenerare compassione o pietà nel lettore, ma solo per dar voce anche alla sua versione.

E questo è già di sé un fatto davvero encomiabile.

Certo, si tratta di una storia non facile (e non solo per il peso dalla malattia, ma anche per l’esposizione mediatica, il coinvolgimento di persone care, ma anche di estranei ect.), quindi qualche sassolino dalla scarpa se lo leva anche Jane, pur essendo capace di mantenere una certa costanza nella sua narrazione, senza mai cedere a pretenziose picchettine.

Alla fine, il ritratto che ne esce fuori è quello di una donna dal gran animo, forte e decisa, ma anche vittima inerme di momenti di difficoltà, indecisione, tensione, sfiducia e paura.

Dall’altro lato, esce fuori uno Stephen Hawking più umano (e meno genio-scienziato): coraggioso nell’affrontare ogni giorno la sua malattia, ma anche inquieto, indeciso e bisognoso di affetto. Anzi, a dir la verità, talvolta si vede uno Stephen Hawking quasi infantile, borioso ed egocentrico (non che Jane Wilde Hawking faccia nessun commento di questo tipo; lei si limita a riportare i fatti, evitando di commentarli).

Con questo non voglio dire che la versione scritta da Jane Hawking sia il vangelo; certo bisogna considerare che i due sono stati sposati per 25 anni (ed il secondo matrimonio, con una delle infermerie che seguivano Stephen Hawking, prima del divorzio avvenuto nel 1995, si sia rapidamente concluso nel 2006 e sia la famiglia che il suo staff personale sospettavano abusi psicologici, tanto da far partire anche un indagine di polizia, sebbene Hawking non abbia voluto sporgere denuncia. A seguito del divorzio con la seconda moglie, Stephen e Jane sono tornati in buoni rapporti).

Ultima nota: Verso l’infinito è in realtà il testo condensato e rimaneggiato di un’autobiografia, uscita nel 1999, scritta dalla stessa autrice, ma con titolo diverso Music to Move the Stars: A Life with Stephen.

Consigliato.

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