Un infausto inizio – Una serie di sfortunati eventi

un-infausto-inizio-una-serie-di-sfortunati-eventiTitolo: The Bad Beginning
Autore: Lemony Snicket
Anno di pubblicazione: 1999
Genere: Bambini
Titolo in Italia: Un infausto inizio
Anno di pubblicazione ITA: 2000
Trad. di: Valentina Danieli

Seguito da:
– La stanza delle serpi
– La funesta finestra
– La sinistra segheria
– L’atroce accademia
– L’ascensore ansiogeno
– Il vile villaggio
– L’ostile ospedale
– Il carosello carnivoro
– La scivolosa scarpata
– L’atro antro
– Il penultimo pericolo
– La fine

«Se vi interessano le storie a lieto fine,
è meglio che scegliete un altro libro.
In questo non solo non c’è lieto fine,
ma nemmeno un lieto inizio,
e ben poco di lieto anche in mezzo.
»

Nel seguire le vicende dei fratelli Baudelaire, ci sono alcune cose da tener presente.
In primo luogo, Violet, Klaus e Sunny, ragazzi intelligenti e non privi di caratteristiche positive, sono «estremamente sfortunati».
In secondo luogo e proprio in conseguenza del primo punto, la loro storia è piena di malasorte, tristezza e disperazione.
Ovviamente, con tali premesse, l’inizio della loro storia non può che essere «infausto».
E, infatti, la sfortuna dei ragazzi ha inizio il giorno in cui ricevettero dal signor Poe una tremenda, terribile notizia: «I vostri genitori […] sono periti in un terribile incendio».
Secondo le disposizioni testamentarie, di cui il signor Poe è stato nominato esecutore, i ragazzi dovranno abitare con il parente più prossimo… geograficamente.
E l’unico – lontanissimo ma vicinissimo – parente che hanno in città è un tale conte.
Cugino di terzo grado per parte del padre o di quarto grado per parte di madre, il Conte Olaf è geograficamente il parente più prossimo che resta agli orfani Baudelaire.
I ragazzi non possono far altro che accettare la situazione nella speranza che queste infauste premesse nascondano un lieto inizio.
E invece no…
Il Conte Olaf si rivela sin da subito un losco figuro, attorniato da amici e aiutanti ancor più loschi e ambigui, e, ben presto, salteranno fuori le sue reali intenzioni: entrare in possesso di tutto il patrimonio dei ragazzi Baudelaire.

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Una serie di sfortunati eventi rientra in quella – fortunatamente ristretta – parte di libri per bambini che non ho letto seguendo le età consigliate (assieme a “Il Piccolo Principe“, ma qui, senza offesa per nessuno, il discorso è stato diverso).

Non so come ho fatto nel corso degli anni a evitare gli spoilers, ma salvo che per questo primo infausto inizio, ce l’ho miracolosamente fatta. Con l’arrivo della serie Netflix (e con Neil Patrick Harris come Conte Olaf) ho deciso che era il momento di leggere la serie di sfortunati eventi per potermi avvicinare meglio alla versione televisiva.

La storia dei ragazzi Baudelaire e le vicende dell’assurdo Conte Olaf sono sicuramente perfette per un pubblico giovane. Da bambina ne avrei sicuramente apprezzato le illustrazioni, il tono narrativo incrociato tra serio e faceto (che, comunque sia, non mi dispiace nemmeno ora), la brevità e il ritmo degli eventi e anche i personaggi caricaturali, le situazioni ai limiti dell’assurdo e gli adulti che molto spesso si comportano come bambini.

Da “adulta” ovviamente qualcuno di questi elementi resta un po’ indigesto (non le illustrazioni).
E sì, resta una lettura carina, ma si ferma alla categoria del “per bambini”.
Ci sono troppi elementi grotteschi che un adulto fa fatica a far propri; le situazioni sono ai limiti dell’assurdo e – talvolta – anche oltre; i personaggi sono troppo caricaturali.

La storia è molto semplice, molto lineare ed è proprio un inizio utile per gettare le basi su cui si svilupperanno i prossimi libri. Una specie di premessa, diciamo.

Il tono della narrazione mi piace; è perfetto per un pubblico giovane cui cominciare a insegnare un po’ di ironia e il narratore che accompagna il lettore diventa quasi una sorta di quinto personaggio (assieme ai tre fratelli e al Conte Olaf).

Detto questo, comunque, penso che continuerò – con calma – a leggere la serie per scoprire come i ragazzi riescono a giostrarsi nella loro nuova vita tra mille peripezie e un Conte che ha minacciato vendetta e per svelare finalmente questo finale non lieto.

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Il Quidditch attraverso i secoli recensione

il-quidditch-attraverso-i-secoli-recensioneTitolo: Quidditch Through the Ages
Autore:
Kennilworthy Whisp/J.K. Rowling
Genere:
Saggio
Anno di pubblicazione:
2001
Titolo in Italia:
Il Quidditch attraverso i secoli
Anno di pubblicazione ITA:
2002
Trad. di:
Beatrice Masini

Vedi anche: 

Eccomi ancora nella biblioteca di Hogwarts. Salani, infatti, ha curato delle edizioni nuove di “Animali fantastici e dove trovarli“, “Le fiabe di Beda il bardo” e “Il Quidditch attraverso i secoli” tutte accomunate dal bollone “Proprietà della biblioteca di Hogwarts” (me li sono regalati per Natale; i link alle recensioni sono inseriti sopra).

Ognuno di questi tre libri è legato al mondo di Harry Potter (ma non si tratta di veri e propri spin-off; sono una sorta di racconti/brevi approfondimenti del mondo della magia).

Il primo è un libro di testo adottato dagli studenti di Hogwarts; il secondo raccoglie delle fiabe, tra cui anche quella famosa sui tre fratelli che gabbano la morte (“La storia dei tre fratelli”/”I doni della Morte“); e il terzo è un curioso libello sulla storia del Quidditch.

Veniamo, quindi, al Quidditch attraverso i secoli. Anche l’incasso di questo libro viene devoluto in beneficenza; qui ancora una volta a Comic Relief, sicuramente la più conosciuta società di beneficienza inglese.

Lo sport del Quidditch ha origini molto antiche: la sua prima comparsa risale all’Undicesimo secolo,  nella palude di Queerditch, quando una palla di cuoio finì tra i cavoli della strega Gertie Keddle (per la cronaca, la strega in questione non apprezzò affatto l’incursione della palla nel suo orto).
Di secolo in secolo seguiamo, quindi, l’evoluzione di questo sport: dalle regole ai tanti falli, dal cavalcare una scopa (con o senza incantesimo “Imbottito” a incidere sulla comodità della cavalcatura) fino alla produzione dei fantastici modelli Nimbus; dalla sua diffusione nel mondo (in Oriente, le scope fanno un po’ fatica a soppiantare i tappeti volanti) alle tante squadre che si affrontano tra Coppa del Mondo, Coppa Europea, ect.

Anche qui, come nel caso di “Gli Animali fantastici e dove trovarli” e “Le fiabe di Beda il bardo, troviamo una prefazione a cura sempre di Albus Silente; in più, qui abbiamo una serie di autorevoli commenti. Ad esempio, Gilderoy Allock fa i complimenti a Whisp, sostenendo che «se continua così, uno di questi giorni potrebbe ritrovarsi fotografato assieme a me!»; mentre Rita Skeeter de La Gazzetta del Profeta non si sbilancia («Ho letto di peggio»).

Dal registro di restituzione all’inizio del libro scopriamo che abbiamo compagnia fra i lettori di Hogwarts: infatti, anche Cedric Diggory, Fred Weasley, Hermione Granger e Harry Potter hanno preso in prestito il libro dalla biblioteca di Madama Prince (che, per la verità, non è molto contenta di condividerlo con noi babbani… anche se, come ho già avuto modo di dire, sono convinta che la mia lettera per Hogwarts sia andata presa… del resto, Voldemort distrusse i registri dei nati babbani!).

Insomma, in questo libretto, scopriamo alcuni dettagli interessanti sul Quidditch. Ad esempio, sapevi che i primi Boccini d’oro non erano palline in metallo, ma poveri uccellini? I Golden Snidget rischiarono l’estinzione, poichè la cattura del Boccino d’oro consisteva in realtà nello schiacciamento del povero animaletto. Solo l’invenzione di Bowman Wright, che creò il Boccino come lo conosciamo noi oggi incantandolo con numerosi incantesimi affinché riproducesse il volo del Golden Snidget, pose fine a questo sterminio.

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Golden Snidget nella riproduzione grafica del libro

Per evitare poi che i Babbani scoprissero questo divertimento dei maghi, numerose furono le procedure adottate e i richiami e le sanzioni attribuite a chi violava le disposizioni. Tuttavia, qualche problemuccio nel corso dei secoli c’è stato tanto da arrivare, nel 1674 (con l’istituzione della Lega), a decidere di limitare il numero delle squadre professioniste. Ahimè, in Italia non abbiamo squadre di Quidditch o, almeno, non siamo forti abbastanza da essere nominati (Lussemburgo, Bulgaria, Portogallo, Francia e Germania hanno più fortuna di noi).

Insomma, tirando un po’ le fila del discorso che qui sennò ti racconto tutto il libro. Traspare una certa somiglianza tra le regole del Quidditch e quelle dei nostri calcio e basket (ad esempio il Quodpot americano pare una specie di schiacciasette), con la differenza sostanziale che il Quidditch è uno sport paritario e, nella stessa squadra, giocano indifferentemente maghi e streghe (l’unico caso di squadra interamente al femminile sono le Holyhead Harpies).

Anche qui, come nel bestiario di Scamander, la declinazione è sempre inglese, nel senso che prevalgono le squadre e aneddoti inglesi e irlandesi, affiancante da quelle di Galles e Scozia.

Tutto sommato un libro carino, interessante per i frammenti di mondo magico che ci regala, ma, come ho già scritto per le recensioni degli altri libri dalla biblioteca di Hogwarts, nulla di che. Simpatico, ma fino a un certo punto (perché le battute ci sono, ma, sarà l’umorismo inglese, mi è parso che occhieggiassero più al lettore nella speranza di farlo ridere che non impegnarsi seriamente per scaturire una risata sincera).

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Le fiabe di Beda il bardo recensione

le-fiabe-di-beda-il-bardo-recensioneTitolo: The Tales of Beedle the Bard
Autore: Beda il bardo/J.K. Rowling
Genere: Racconti
Anno di pubblicazione: 2008
Titolo in Italia: Le fiabe di Beda il bardo
Anno di pubblicazione ITA: 2008
Trad. di: Luigi Spagnol

Vedi anche: 

Eccomi ancora nella biblioteca di Hogwarts. Salani, infatti, ha curato delle edizioni nuove di “Animali fantastici e dove trovarli“, “Le fiabe di Beda il bardo” e “Il Quidditch attraverso i secoli” tutte accomunate dal bollone “Proprietà della biblioteca di Hogwarts” (me li sono regalati per Natale; i link alle recensioni sono inseriti sopra).

Ognuno di questi tre libri è legato al mondo di Harry Potter (ma non si tratta di veri e propri spin-off; sono una sorta di racconti/brevi approfondimenti del mondo della magia).

Il primo è un libro di testo adottato dagli studenti di Hogwarts; il secondo raccoglie delle fiabe, tra cui anche quella famosa sui tre fratelli che gabbano la morte (“La storia dei tre fratelli”/”I doni della Morte“); e il terzo è un curioso libello sulla storia del Quidditch.

Veniamo alle fiabe di Beda. Anche l’incasso di questo libro viene devoluto in beneficenza; qui ancora una volta a Comic Relief, sicuramente la più conosciuta società di beneficienza inglese.

La raccolta delle fiabe ne comprende cinque, tradotte dal runico dalla nostra Hermione Granger (che cura anche l’introduzione al libretto), e sono le seguenti:

  • Il Mago e il pentolone salternino; 
  • La fonte della Buona Sorte; 
  • Lo stregone dal cuore peloso; 
  • Baba Raba e il Ceppo Ghignante; 
  • La storia dei Tre Fratelli.

Ognuno di queste storie è seguita poi da alcune pagine di commento, espunte da alcuni appunti ritrovati fra le carte che Albus Silente ha donato alla scuola di Hogwarts (e con il permesso di utilizzarle venuto direttamente dal nuovo preside della scuola: Minerva McGranitt).
Da queste note, ricaviamo alcuni dettagli – certo non significativi, ma comunque curiosi per un appassionato – sul mondo della magia. Spesso si consiglia di leggere anche “Gli animali fantastici e dove trovarli” per ricevere maggiori informazioni.

Laddove le fiabe babbane hanno inizio a causa di una magia (v., ad esempio “La Bella Addormentata nel Bosco” che viene appunto addormentata a causa di una maleficio; “la Sirenetta” che perde la voce e ci guadagna un paio di gambe), le fiabe di Beda, le quali hanno incantato i piccoli maghi, partono da un presupposto diverso «la magia crea tanti problemi quanti ne risolve.».

Gli insegnamenti di Rumpelstiltskin/Tremotino, interpretato dal bravissimo Robert Carlyle,
nella serie tv Once Upon a Time

Ogni protagonista, quindi, si serve sì della magia, ma in un certo qual modo ne subisce anche gli effetti. Quindi, la magia va saputa usare con attenzione, cervello e anche un pizzico di umiltà.

Ovviamente, si tratta di fiabe, quindi le storie sono molto brevi e nascondono un insegnamento o, comunque, messaggio (spesso spiegato dallo stesso Silente nel suo commento). Il tutto accompagnato da alcune illustrazioni (questa volta molto più curate e numerose degli scarni disegnini che si trova ne “Gli animali fantastici e dove trovarli“).

A parer mio, la migliore in assoluto è la storia dei tre fratelli e il loro incontro con la Morte; i fan della saga di Harry Potter la ricorderanno ne “I doni della morte“. Sarà perché magari già la conoscevo, ma ritengo questa storia di una spanna superiore a tutte le altre sia per il messaggio riportato sia per come è condotta la narrazione a livello di idee.
Subito dietro vengono, sempre a parer mio (si tratta proprio di gusti personali), “La fonte della buona sorte” e “Baba Raba e il Ceppo Ghignante” (il nome della protagonista ricorda molto quello della strega russa Baba Jaga, dispensatrice di consigli, ma anche pronta ad azioni malvagie).

Le altre… meh! Sono carine certamente, ma sono proprio ine, delle favolette insomma (però, ecco, se si cercano delle fiabe da leggere a dei bambini, io resterei molto sul classico – Perrault, Andersen, i Grimm… i favolisti sacri, insomma).

Detto questo anche qui mi vedo confermare quanto detto in precedenza. Apprezzo l’approfondimento sul mondo della magia e il proposito benefico dietro alla pubblicazione del libro, ma resta comunque un libello un po’ così: simpatico, carino, un modo per conoscere qualche breve dettaglio in più sulla storia del mondo della magia, ma nulla di che.

Sinceramente, mi sono piaciute più le fiabe che non il bestiario di Scamander un poco tirato via sia per la maggior cura nei dettagli delle fiabe (più elaborate, anche se certamente brevi, rispetto alle tre righe dedicate agli animali quasi che dovessero solo far numero) sia per le illustrazioni migliori e più numerose.

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Gli animali fantastici e dove trovarli recensione

animali-fantastici-e-dove-trovarli-recensioneTitolo: Fantastic Beasts and Where to Find Them
Autore: Newt Scamander/J.K. Rowling
Genere: Libro di testo/Meta-libro
Anno di pubblicazione: 2001
Titolo in Italia: Gli animali fantastici e dove trovarli
Anno di pubblicazione ITA: 2002
Trad. di: Beatrice Masini

Vedi anche: 

Finalmente, eccomi nella biblioteca di Hogwarts. Salani, infatti, ha curato delle edizioni nuove di “Animali fantastici e dove trovarli“, “Le fiabe di Beda il bardo” e “Il Quidditch attraverso i secoli” tutte accomunate dal bollone “Proprietà della biblioteca di Hogwarts” (me li sono regalati per Natale, quindi aspettati a breve anche le recensioni degli altri due ^^).

Ognuno di questi tre libri è legato al mondo di Harry Potter (ma non si tratta di veri e propri spin-off; sono una sorta di racconti/brevi approfondimenti del mondo della magia).
Il primo è un libro di testo adottato dagli studenti di Hogwarts; il secondo raccoglie delle fiabe, tra cui anche quella famosa sui tre fratelli che gabbano la morte (“La storia dei tre fratelli/”I doni della Morte“); e il terzo è un curioso libello sulla storia del Quidditch.

Parliamo qui di “Animali fantastici e dove trovarli“, considerando anche che questo libro e, in particolare, il suo autore Newt Scamander sono lo spunto per la storia raccontata nell’omonimo film (nel gennaio 2017 sarà reso disponibile lo script originale a cura di Salani).

Per quanto riguarda questo libro, inoltre, tutti gli incassi vengono donati in beneficenza a Comic Relief.

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Perché noi babbani (ma io so che la mia lettera da Hogwarts è andata smarrita…) non vediamo la magia? 

Be’, la colpevole è la clausola 73 (anche i maghi hanno i loro accordi internazionali), con la quale ogni ministero di magia si impegna ad occultare la presenza delle creature magiche al mondo babbano.

Ma anche i maghi hanno i loro accordi non rispettati.

E quindi: Tibet e Scozia sono colpevoli di non tener doverosamente a bada lo Yeti il primo e il mostro di Loch Ness la seconda.

Interessante, per un fan della saga principale, è scoprire nuovi elementi e pezzetti dal mondo di Harry Potter.
Tuttavia, eccezion fatta per l’affetto che un appassionato può nutrire, non si tratta certo di nulla di eccelso (si legge, comunque, in pochissimo tempo; si tratta di un libriccino).

Il libro è una sorta di mini-micro-compedio composto da una premessa, stile raccontino, in cui Newt spiega rapidamente le varie fasi della gestione delle creature magiche da parte del mondo magico e una finta prefazione a cura di Albus Silente in cui si riporta solo l’utilità del libro in questione per tutte le generazioni di maghi che ci hanno studiato sopra.
Poi, si passa alla fase “enciclopedica” in cui sono riportati, in ordine alfabetico, le “bestie” (in inglese, infatti, il titolo è “Fantastic Beasts and Where to Find Them”).

Gli “animali fantastici” nascono un po’ dalla mitologia classica greca (chimere, cavalli alati, centauri) ed egizia (con le sfingi), un po’ dalle tradizioni popolari (in Irlanda e Gran Bretagna in particolare abbondano, ma anche Giappone, Nord Europa, Africa, Cina). Una piccola parte rimanente è frutto della fantasia della scrittrice.
Si tratta comunque di brevi annotazioni, poche righe per ognuno degli animali fantastici. Delle creature che, invece, abbiamo incontrato nei libri si spende qualche parola in più.

Sarebbe stato molto interessante (e magari più realistico dal momento che si tratta di un libro di testo), trovarci qualche disegno o immagine o figura di queste bestie.

Essendo che finzione vuole che questa edizione sia una copia fedele dell’edizione sulla quale ha studiato Harry Potter, in alcuni punti troviamo qualche annotazione o disegnino suo o di Ron e Hermione (ora, beato lui! Io nei miei libri di testo facevo molti più ghirigori e sottolineature pasticciate!).
Una trovata simpatica, sì; ma nulla di che. Infatti, non aggiunge nulla alla narrazione e la maggior parte delle battute sono legate al fatto che Hagrid avrebbe dovuto leggere il libro prima di gettarsi in una delle sue tante idee (il cucciolo di drago, Fierobecco, ect.).

In definitiva, simpatico per i fan della saga principale (anche se avrei preferito che la questione si concentrasse sull’attenzione e la storia del mondo della magia verso le creature magiche e che queste, magari anche in numero inferiore, fosse dato un approfondimento un po’ più preciso); lodevole che tutti gli incassi vadano in beneficenza. Ma fine.

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La profezia di mezzanotte recensione

la-profezia-di-mezzanotteTitolo: The Hawkweed Prophecy
Autrice: Irena Brignull
Genere: Ragazzi
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: La profezia di mezzanotte
Anno di pubblicazione ITA: 2016
Trad. di: Alessandra Maestrini

– Ho ricevuto una copia di questo libro dalla casa editrice in cambio di un’onesta recensione –

La strega Raven Hawkweed ha lanciato un subdolo incantesimo: due neonate, nate nello stesso secondo della stessa ora, si scambieranno il posto, la madre, le famiglie. All’insaputa di tutti, tranne che della strega stessa.
Ma c’è una spiegazione a questa perfidia: una vecchia profezia predisse, infatti, che la figlia di Raven o quella di Charlock, sua sorella minore, sarebbe diventata regina. Ma Charlock, fino a quel momento, ha sempre partorito maschi e, nella congrega di cui fanno parte, non c’è posto per i maschi. Il guaio arriva nel momento in cui Charlock annuncia di essere nuovamente incita… ma stavolta di una femmina. E ché la figlia di Raven, Sorrel, non è quindi destinata a compire la profezia? Che si tratti della figlia ancora non nata di Charlock?
Questo non è possibile. Sua figlia è destinata alla grandezza e Raven è disposta a tutto per far sì che la ottenga.

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Ovvio risultato dell’incantesi/maledizione di Raven è che le due ragazze si ritrovano in una vita che non è la loro: Poppy Hopper fa esplodere finestre e allarmi antincendio (e gli insegnanti pare diano la colpa a lei anche se non presente al momento del misfatto – o se è obiettivamente sovrannaturale considerarla colpevole – con la conseguenza che la ragazza frulla le scuole come una trottola impazzita); Ember Hawkweed, bionda e caruccia, si sente ovviamente come un elefante in una cristalleria nel villaggio delle streghe/hippy/gitane scure di capelli e poco pulite.

Lo scambio di culle, il vivere con una famiglia diversa da quella di origine, ma che ugualmente ama il nuovo nato come un membro effettivo è sicuramente una questione complessa, densa di sfaccettature, emozioni. Qui, tramite una serie di escamotage nemmeno troppo elaborati, si taglia la testa al toro rendendo pazza una delle due madri, inserendoci violazione di “codici” e destini ed eliminando così il problema alla radice. A questo punto, la secessione che avverrà nelle due famiglie sarà sostanzialmente indolore.

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È un peccato perché la storia avrebbe potuto affrontare maggiormente e con più maturità una situazione del genere, confrontandosi con le difficoltà delle ragazze di scoprisi in un certo qual modo sorelle, d’aver vissuto una vita non loro, con delle persone che non sono i loro veri genitori ma che le hanno amate proprio come figlie. Invece qui è tutto gettato insieme molto alla rinfusa, senza troppa attenzione. In poche frasi viene risulto il “guaio”, eliminati gli “oppositori”, scontro con il destino ineluttabile e via.

La trama saltella tra trovate scontate, passaggi prevebidili e un’evidente goffaggine nel legare il tutto insieme.

L’amicizia tra Poppy e Ember parte molto bene. L’imbarazzo delle due ragazze nel rapportarsi con il loro mondo e il vedere nel mondo dell’altra una possibilie alternativa a tutti gli imbarazzi e le offese è un aspetto inizialmente curato, ma poi inciampa lungo il percorso più volte. Prima con lo scambio di tomi magici che porta a uno studio matto e disperatissimo (portando in secondo piano gli incontri delle due ragazze nel loro luogo segreto), poi con l’arrivo del giovin barbone che sconvolge gli animi delle fanciulle fuori contesto nei rispetti ambienti. Insomma, questa amicizia che le due ragazze sentono come eterna, voluta dal destino, fondamentale per entrambe, scivola inesorabilmente – e rapidissimamente – in secondo piano a favore di interessi evidentemente maggiori creando un’evidente incoerenza nei personaggi.

Stessa incoerenza la ritroviamo anche nel giovane barbone Leo che ruba i cuori di tutte, ma il suo – pare – appartiene solo a Poppy.

SPOILER

La conclusione scardinerà questa – e altre – certezze, portando un finale molto amaro in cui la nostra Poppy accetta con mesta rassegnazione il suo infausto e solitario destino – niente uomini, niente amore, fai la regina delle streghe di un clan che fino a due minuti prima ti era sconosciuto e vai avanti così – e quell’altra Ember, che teoricamente ha vissuto una vita immaginando che quel destino fosse il suo, se la spassa sorridente con Leo, senza pensieri per il passato e l’amica-mezza-sorella che si è lasciata alle spalle, senza preoccupazioni per la sorte della cugina-addormentata-abaeterno o della madre Charlock, alla quale teoricamente la ragazza si dice affezionatissima.

Non che gli adulti facciano una figura più coerente dei giovani. Raven, da grande strega del nord, si rivela essere solo una donnetta piccata e rancorosa, incape di guardare alle scorrettezze da lei commesse, ma pronta ad argersi a censore quando viene ripagata con la stessa moneta (anzi, per la verità, una moneta molto meno pesante). Charlock è la classica acqua cheta che rovina i ponti. E non parliamo dei genitori – adottivi – di Poppy: una è pazza e accusa quella che non riconosce come figlia propria di essere il diavolo; quell’altro se ne lava completamente le mani, facendo credere che l’ultimo spostamento di dimora sia causa della ragazza…

Micro spoiler

… e non dei suoi pruriti.

Insomma, il problema non sono le scelte dei personaggi – buoni o cattivi che siano -, quanto il processo che li conduce lì. Nessuno di loro è giustificato e comprensibile nel suo agire. La narrazione dice una cosa, presenta un determinato modo di essere del personaggio e, in conseguenza di ciò, gli fa anche dire determinate cose, ma poi tre pagine dopo tutto cambia senza alcuna spiegazione.

Pare quasi che al narratore onnisciente non interessi dare una coerenza logica ai suoi personaggi quanto che la storia vada in quella direzione e basta.

E, purtroppo, la storia risente di questa impostazione che poco si cura di dare coerenza narrativa. Molti passaggi sono scontati; molti eventi semplicistici e mal condotti (ad esempio, tutte le streghe avvertono quando una grande magia viene lanciata e sono anche in grado di individuare da chi è stata lanciata; tuttavia, quando la strega Raven lancia il primo incantesimo che dà il via a tutto… nessuno delle altre streghe del circolo se ne accorge?) piazzati lì solo per risolvere la storia. Mi spiace dirlo, ma il risultato finale mi pare molto raffazzonato e traballante.

La conclusione porta a evidenti postulati: accettazione passiva del proprio destino – per la serie: inutile combattere per cambiare le cose -, sola sei e sola sostanzialmente rimani, gli amici alla fine faranno a meno di te o comunque ti dimenticheranno in fretta.

Quando leggo narrativa per ragazzi sono propensa a non dare molto peso alla eventuale semplicità della trama o delle dinamiche tra i personaggi, perché credo che ciò a cui dovrebbe puntare questo genere lettarario è il messaggio al lettore. Un messaggio che deve contenere qualche traccia di istruzione, educazione, rivalsa, fiducia in se stessi, coraggio, etc.

Be’, qui, se ho ben interpretato, il messaggio è: 1) non fidarti di nessuno, nemmeno dei tuoi stessi genitori perché pretermetteranno al tuo bene il loro interesse e 2) sei sostituibile.

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