La macchina del tempo recensione

Titolo: The Time Machine: an invention
Autore: H.G. Wells
Anno di pubblicazione: 1895
Genere: Fantascienza
Titolo in Italia: La macchina del tempo
Anno di pubblicazione ITA: 1902
Trad. di: Tullio Dobner

Ci si può spostare nelle tre dimensioni dello spazio, ma la quarta, quella del tempo, è sempre rimasta una dimensione a sé stante. Almeno fino a quando il Viaggiatore del tempo non riesce a creare una prodigiosa macchina che non si sposta nello spazio, ma nel tempo.

Ed è così che, con una leva in avanti e quell’altra stretta pronta a frenare, il Viaggiatore del tempo – con la sua macchina del tempo – si ritrova nell’anno 802.701.

Lì non ci sono macchine volanti e palazzi di cristallo; l’umanità è tornata a una specie di stadio originario di pace e prosperità.

Gli Eloi, efebi e avvenenti ma sprovveduti come bimbi, mangiano frutti, ridono tanto e si sperticano in manifestazioni d’affetto lanciandosi fiori addosso.

Però… però la notte, quando le tenebre calano e il silenzio ammanta tutto, dalle profondità della terra una seconda specie umana fa la sua comparsa: sono i Morlock. E anche loro hanno trovato il modo di sopravvivere: invece che ridere e lanciarsi fiori addosso, cacciano… e gli Eloi rappresentano la loro inerme e ben pasciuta forma di sostentamento.

Non conosciamo il Viaggiatore; non sappiamo il suo nome né perché ha deciso di costruire questa geniale invenzione, la macchina del tempo. Sappiamo, però, che è un uomo intelligente e coraggioso… forse un po’ pazzo (chi aggeggerebbe con una macchina del “tempo” non testata e non testabile che potrebbe tranquillamente ammazzarti?).

Insomma, il Viaggiatore è partito, scomparso in un attimo, ma ci racconta – stravolto e ancora scombussolato – la sua storia in un lungo flashback.

Gli Eloi (che il nostro Viaggiatore ritiene siano discendenti di una fantomatica classe agiata) sono vittime, tanto innocenti quanto apatiche, dei Morlock che non esitano a cibarsi delle loro carni.

In verità, dovremo però forse compatirli questi Morlock o almeno i loro progenitori. Il Viaggiatore del tempo, infatti, è convinto che questi esseri gretti e ormai privi di qualunque umanità siano, in realtà, discenti disgraziati di quella parte di umanità cacciata a forza nel sottosuolo dagli avi agiati e benestanti degli Eloi.

In pochissime pagine, quindi, il futuro – lo scontro tra classi portato alle sue più estreme e dolorose conseguenze – si dispiega a quest’uomo dell’Ottocento e a noi con lui.

Davanti al punto più alto della decadenza umana, dolore e avversità non temprano più l’individuo. Da una parte, la speranza e la rivalsa sono state cancellate; dall’altra, gli istinti grezzi hanno avuto la loro incontrastata vittoria.

Un romanzo interessante per i risvolti che propone e comunque affascinante, sebbene sia: brevissimo, i nuovi umani siano presentati molto in superficie e la storia non porti a una conclusione netta.

Sotto questo punto di vista, ammetto che il film del 2002 con Guy Pierce nel ruolo del Viaggiatore (e una piccola curiosità: il regista Simon Wells è bisnipote del nostro H.G.), raccoglie con arguzia l’eredità del romanzo riuscendo a porre una maggiore caratterizzazione ai personaggi.

Sopra le due versioni cinematografiche de “La macchina del tempo”; la prima del 1960 con Rod Taylor e la seconda – remake della prima – del 2002 con Guy Pearce

Nel film, infatti, viene fornita una motivazione al Viaggiatore che lo sprona a costruire la Macchina del tempo; si preme di più sentimenti del Viaggiatore di fronte alla sorte degli Eloi e sul di lui aiuto; si ipotizza una composita società dei Morlock; si inserisce anche un certo conflitto interiore nel Viaggiatore (in dubbio se andarsene o aiutare gli Eloi) e una spiegazione più sfaccetatta del presente e di quello che sarà un triste futuro per l’umanità (per la parte di superficie almeno).

Aspetti questi tutti taciuti nel libro; più somigliante un racconto che a un vero e proprio romanzo.

La conclusione è più netta nel film che nel libro, dove un po’ d’amaro e mistero resta sulla sorte degli Eloi e poi su quella del Viaggiatore.

Nonostante questi “inghippi” mi sento di consigliarne la lettura: primo perché si tratta di un libriccino prezioso che ha ispirato centinaia di scrittori aprendo la strada a un genere completamente nuovo di storie (sebbene prima di lui Edward Page Mitchell nel suo racconto breve L’orologio che andò al contrario – 1881 – immaginasse l’esistenza di un orologio che permetteva di viaggiare indietro nel tempo).

In secondo luogo, appassionati del genere o meno, si tratta di una lettura rapidissima e ricca di spunti di riflessione con riferimento a quanto accennavo poco sopra.

Certo, non ti aspettare scene concitate o ritmo serrato, eroi senza macchia pronti a strapparsi i capelli per la perdita dell'”amato bene” o a immolarsi per il bene di sconosciuti. È comunque, sotto questi punti di vista, un romanzo a puntate ottocentesco.

P.S. Dal momento che il diritto d’autore vale per tutta la vita di un autore e fino a 70 anni dopo la sua morte e che H.G. Wells è venuto a mancare nel 1946, dal 2016 le sue opere sono di dominio pubblico, quindi puoi trovarne in rete delle versioni gratuite e soprattutto legali. Buona lettura!


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Nome in codice Diva

Titolo: Red Sparrow
Autore: Jason Matthews
Genere: Spy Thriller
Anno di pubblicazione: 2013
Titolo in Italia: Nome in codice Diva
Anno di pubblicazione ITA: 2014

Russia. Nathaniel (Nate) Nash sta incontrando un agente russo, Marmo – per lui, una specie di mentore. Le informazioni che si passano, anzi che Marmo passa da decenni agli Stati Uniti, sono preziosissime in questa continua lotta tra queste due super-potenze.

L’americano Nate sa che il gioco è pericoloso per entrambi, ma il senso del dovere e dell’onore, la forte determinazione e il profondo amore per la patria spingono queste spie a giocarsi la loro vita continuamente.

Sempre Russia, ma da un’altra parte. Dominika Egorova è una giovane ballerina (ovviamente, bella, ovviamente intelligente, trilingue, atletica, colta… ammazza, oh!) i cui radiosi progetti per il futuro si spengono quando un ballerino le pesta una piede durante una prova e, boh, la lascia con una leggerissima zoppia.

L’unica cosa che le resta da fare? Diventare una spia, al soldo (no, meglio dire, una sorta di velato riscatto) dello zio Egorov – pezzo grosso dello spionaggio russo.

Ma la giovane russa non sa ancora cosa nell’attende nell’addestramento per spie made in Russia: abusi, violenze e torture. Tutto per farla diventare una perfetta spia russa donna (leggasi anche prostituta)… ma, alla fine, anche lei ne avrà abbastanza.

Ah… le americanate… mi chiedo ancora come faccia a incapparci così spesso e come facciano ad arrivare in Italia, dal momento che questi sono libri fortemente adattati per l’americano medio.

Ma, in un certo qual modo, questi libri sono anche catartici, no? Ti risucchiano tutto l’entusiasmo, catapultandolo sulla prossima lettura.

Ecco, quindi, arrivarci il primo esempio che ogni americano medio dovrebbe affiggessi bene in testa: la spia americana perfetta. Capace, determinata, farebbe di tutto per la sua patria e per il bene dei suoi connazionali. Se sbaglia, lo fa solo in un’ottica superiore (quella del bene degli Stati Uniti); ma se sbaglia e altri soffrono per le sue azioni la spia americana ne soffre.

Dall’altra parte dell’oceano, eccoti invece i russi… in particolare, le spie russe (denti aguzzi, pancioni, profittatori di fanciulle e mangiatori di bambini). Com’è questa categoria? Be’… ah! ah! ah!, presto detto: viscida, schifosamente maschilista, irrispettosa, irriconoscente, accecata dalla gloria, dal controllo e dalla sete di potere.

Gli unici russi mertevoli di considerazione? Quelli d’influenza americana, che per gli Stati Uniti lavorano o fanno il doppio-gioco.

Ecco, quindi, la nostra Dominika, la giovane e bella russa (vede i colori delle persone; una specie di aura che naviga intorno alla testa… il termine tecnico dovrebbe essere sinestesia percettiva; per dovere di cronaca, ci terrei a precisare che questa abilità le serve davvero a poco… giusto a sopportare meglio l’addestramento da “Rondine” v. avanti).

Ha grandi ideali la nostra Dominika, ma, poveretta, lei non sa che tutte le belle cose che gli hanno propinato sulla grande e potente e bella e buona ect. Russia e sui cattivi e loschi e magiatori-di-bambini ect. americani sono falsità comunicate da un regime finto-repubblicano-ma-ancora-stalinista-nell’animo.

A questo punto, l’unica cosa da fare per la povera-ragazza-russa-dai-grandi-ideali è lasciarsi convincere da un losco zio, mai visto e che lavora per i servizi segreti russi, a diventare una spia per il bene della grande madre patria Russia.

Il primo incarico? Ah! Ah! Ah!
Cosa farà mai fare un losco burocrate russo arrivista e viscido a una giovane e bella donna piena di ideali?
Già… proprio quello: per parlar fine, che con Dominika si scade davvero nel morboso in certi passaggi della narrazione, la gentil donzella dovrà mostrare – e usare – le proprie grazie con un funzionario scomodo dell’industria russa.

L’operazione si concluderà proprio nel clou – per l’uomo, non certo per Dominika – con un atroce assassinio + scena alla Tarantino (= sangue sulla come-mamma-l’ha-fatta-gentil-donzella… okay…).

Ma dormiamo pure sonni sereni perché non sarà l’unica volta che all’apice della scena di sesso – che la gentil donzella si risparmierebbe anche – qualcuno arriva a interrompere, cogliendo Dominika costantemente in déshabillé.

E quanto alle scene alla “50 colpi di spazzola prima di andare a dormire“… bah, anche no grazie.

Insomma, per farla breve, questa è la storia di come

  • dei russi cattivi si approfittano della vita di una giovane donna, facendola diventare una prostituita (anzi, sorry, qui il termine appropriato è Rondine) per il bene della Russia;
  • di come questa giovane donna, come ad altre russe, sia vittima di profondo indottrinamento (che, ovviamente, coinvolge anche una visione dell’americano come materialista, gretto e pronto a beffarsi dell’onore di una giovane russa) e di come, alla fine, questa donna finirà per innamorarsi dell’americano e ricredersi su tutto ciò che le era stato inculcato dei cervello dai suddetti russi cattivi;
  • e di come l’americano si permetta di fare la paternale per la mancanza da parte della Russia del rispetto dei diritti e delle opinioni altrui.

Spolier-free, tranquillo/a, perché queste cose si capiscono già a pagina 80 (su 475… pensa un po’ te che divertimento è ‘sto libro).

Insomma, un concentrato di luoghi comuni:

  • russi pancioni e arrapati o tristi e oppressi del finto governo repubblicano o atleti/e dalla dubbia sessualità fisica;
  • americani tosti tosti ma dal cuore tenero;
  • donne belle e formose o minute e carine (ah, non dimentichiamo anche il dato più caratteristico della specie: imbranate alla guida).

Vuoi la ciliegina sulla torta? C’è, c’è. Non disperare, eccola: Putin a torso nudo. No comment

Insomma, la storia è così prevedibile da essere imbarazzante, con un intreccio infantile e pieno di luoghi comuni sciocchi.

Ogni nuovo personaggio comporta un prolisso profiling inutile ai fini della storia. Così ci si ritrova ad avere un’azione sbocconcellata e spesso interrotta da lunghe e inconcludenti digressioni sul passato di personaggi anche secondari e passeggeri.

Non è facile appassionarsi alla vicenda anche a causa dello stile impersonale e sbrigativo.

Che dire ancora? Scappa finché sei ancora in tempo (meno male che io avevo preso in prestito alla biblioteca!).


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Dentro l’acqua recensione

Titolo: Into the Water
Autrice: Paula Hawkins
Anno di pubblicazione: 2017
Genere: Thriller
Titolo in Italia: Dentro l’acqua
Anno di pubblicazione ITA: 2017

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione –

Nello stagno dal pittoresco nome di “delle annegate”, Libby pare oggetto di una tortura tanto antica quanto terrificante: essere immersa in acqua, sollevata e abbassata di nuovo fino a quando il respiro non si spegne.

Non sappiamo altro di lei per il momento, ma, nell’agosto 2015, Nel si getta, senza spiegazioni e addii, nella parte più bassa del fiume: proprio lo stesso stagno delle annegate.

Tocca alla sorella Jules occuparsi della nipote Lena rimasta sola. La ragazza, tuttavia, non sembra così disposta ad accettare una zia estranea e bugiarda, mai realmente presente nella sua vita.

Nella cittadina di Beckford, però, non si è trattato dell’unico caso legato all’acqua, a una donna e a una morte improvvisa, sospetta e dolorosa. E c’è qualcuno che sa: Nel ha lottato prima di affondare tra le acque… non si è semplicemente «buttata».

Non solo: Nel stava scrivendo un libro sul fiume e sullo Stagno delle Annegate; stava cercando notizie e unendo tutti i dati; stava rivangando un passato; stava scoprendo segreti e non tutti a Beckford erano felici di questa sua ingerenza.

E se il suo lavoro avesse dato fastidio a qualcuno? E se Nel avesse trovato il mistero dentro l’acqua, ma questo mistero l’avesse inghiottita?

Dopo la prova – per me scarsina, ma obiettivamente di successo – de “La ragazza del treno“, Paula Hawkins torna alle prese con un nuovo thriller.

Questa volta ci troviamo in un paesotto inglese: Beckford. Qui acqua, streghe e un profondo maschilismo si mescolano da secoli creando leggende e ricordi dolorosi (per qualcuno, affascinanti).

Jules torna nel luogo d’infanzia per ritrovarsi una sorella (pare) suicida da dover identificare, una nipote praticamente estranea e molto ostile a cui dover badare e parecchi demoni personali che tornano a riaffacciarsi a ogni angolo della casa familiare.

Devo ammettere che si nota un bel salto di qualità per quanto riguarda la “voce” e i punti di vista dei personaggi (nella mia recensione de “La ragazza del treno“, mi ero infatti lamentata che non si avvertiva un cambio di registro corrispondente al cambio di narratore).

Qui ammetto che questa problema è stato affrontato e la questione “voce” dei personaggi è sicuramente maturata.

I personaggi che prendono la parola in prima persona sono più numerosi e anche più variegati. Ad esempio, Jules (la sorella), Lena (la figlia) e Erin (la poliziotta) fortunatamente vedono le cose in maniera diversa e la seconda infagotta le sue frasi di parolacce da brava adolescente arrabbiata (Erin la segue un po’ in questo, ma poi recupera l’aplomb di poliziotto); mentre la zia Jules è più pacata nella sua esposizione rivolta direttamente alla sorella scomparsa.

Dall’altra parte, una rosa di comprimari, ognuno con la sua “faccenda-poco-chiara” da nascondere, viene, invece, seguito dal narratore onnisciente.

Poi c’è Nel (la-non-siamo-proprio-sicuri-che-si-sia-suicidata) che si compone nell’immaginario del lettore grazie ai ricordi della sorella, dai quali traspare una ragazzina spietata, ossessionata dall’acqua e dalle morti per annegamento, perfetta solo in superficie… ma non solo.

Nella conduzione della storia, tuttavia, si ricade un pochetto negli stessi errori presenti ne “La ragazza del treno” (troppa prevedibilità, qualche scena un po’ “da Hollywood”, calo d’intensità con il progredire del libro, personaggi simili per genere – nel senso che continuo a trovare più approfonditi e meglio realizzati i personaggi femminili).

Tutto sommato, però, l’ho trovata meglio condotta: lo stesso passaggio tra la decina di personaggi più variegati dona indubbio movimento alla storia.

Prima d’arrivare alla conclusione del romanzo (una per ogni personaggio… un po’ tirate per le lunghe per i miei gusti), c’è tempo anche per soffermarsi con un certa dolcezza sui difficili rapporti umani: le incomprensioni e i rancori che queste scatenano, i segreti e le animosità, le frasi non dette e i sentimenti repressi.

E affronta anche, senza superficialità e senza scadere nel melenso, la difficile situazione delle donne spesso vittime di attenzioni indesiderate, colpevoli a prescindere di “aver attirato” la violenza con il loro comportamento provocatorio, ma talvolta anche semplicemente succubi di un uomo autoritario.

Insomma, non griderei al miracolo letterario nemmeno questa volta, ma sicuramente lo trovo un buon passo avanti da parte di un’autrice capace di rimboccarsi le maniche e migliorarsi.

Una lettura comunque piacevole e interessante per il modo in cui si giostra tra l’acqua e i segreti umani.


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Titolo: No nome
Autore: Wilkie Collins
Genere: Romanzo (Sensational fiction)
Anno di pubblicazione: 1862
Titolo in Italia: Senza nome
Anno di pubblicazione ITA: 1999 (?*)
Trad. di: Adriana Altavilla

Combe-Raven, bellissima residenza dell’alta borghesia inglese. La abitano un padre affettuoso, una madre premurosa, due figlie bellissime e intelligenti e una governante fedelissima e dal pugno di ferro.

E le cose, in verità, non potrebbero andare meglio: l famiglia gode di tranquillità negli affetti e stabilità economica; Lady Vanstone aspetta un altro bimbo; la figlia più giovane, Magdalen, si sposerà a breve con Frank il pupillo di suo padre Mr Vanstone.

Cosa potrebbe andare storto? Be’, in verità la dea bendata sembra aver voltato bruscamente le spalle ai Vanstone e tutto precipita in un battito di ciglia.

Mr Vanstone muore in un incidente ferroviario; sua moglie, e il loro piccolo nascituro, lo seguiranno a breve per il dolore e lo shock della perdita.

Ma ancora non è finita. I due signori Vanstone – per una serie di vicissitudini che verrano fuori nel corso della narrazione – non erano sposati. Hanno, quindi, “vissuto nel peccato” e ora questo peccato si abbatte come un macigno sulle giovani e inermi figlie.

Il patrimonio di famiglia passerà a un fratello del padre, meschino e avaro, il quale deciderà di tenersi tutto per sé riservando alle povere ragazze, e solo dietro loro esplicita richiesta, cento sterline (delle 80.000£ che compongono il patrimonio del loro defunto padre… insomma, proprio un samaritano caritatevole questo zio!).

Le due ragazze, senza nome e senza denaro, dovranno far i conti con una vita priva degli affetti più cari e già colpita da una grande ingiustizia.

Tuttavia, Magdalen non pare pronta ad accettare passivamente questo nuovo destino è ben presto ordirà il suo piano di vendetta.

«Niente a questo mondo rimane nascosto per sempre.
L’oro che è rimasto sotterrato per secoli nel terreno, a un certo punto spunta in superficie.
La sabbia è traditrice e mostra i piedi che l’hanno calpestata;
l’acqua restituisce alla superficie del corpo che era annegato.
Persino il fuoco lascia traccia, sottoforma di cenere, della sostanza che ha consumato.
L’odio evade dalla prigione segreta del pensiero attraverso la porta degli occhi
e l’amore scopre il Giuda che lo tradisse grazie a un bacio.
Ovunque si guardi, la legge inevitabile della liberazione è una delle leggi della natura:
un segreto che rimane tale è un miracolo a cui il mondo non ancora avuto la fortuna di assistere.»

Proprio come in un british drama, Senza nome inizia con una carrellata sulla quotidianità.

La casa si sveglia e i suoi abitanti si preparano alle loro giornate mentre il sole inizia il suo cammino in cielo. Così – ovviamente per primi perché sono loro i primi a mettere in moto la macchina familiare – ecco i domestici: la cuoca, le cameriere e i camerieri. Poi ecco che arrivano anche gli effettivi membri del nucleo familiare.

Al solito, Collins ci delizia con questi caratteri magnifici e in continua evoluzione, dove nessuno è bianco o nero (salvo rarissime eccezioni), ma l’animo umano è ricco di infiniti frammenti come un caleidoscopio.

Magdalen, un po’ titubante nell’animo ma determinata nella sua vendetta (tanto da accettare di azzerare se stessa pur di ottenerla), si riscuote – o almeno cerca – da un futuro che non le appartiene; sbaglia e impara, ma la fortuna sembra contraria a chi cerca l’escamotage nella vita (Ah, caro Collins, fosse così davvero…). Di contro Norah, la sorella maggiore, esempio di rettitudine e determinazione, accetta ciò che il fato le ha proposto senza abbattersi, senza meditare vendette, ma rimboccandosi le maniche e cercando di ricevere il meglio da una situazione disperata.

Così come avevo amato il Conte Fosco de “La donna in bianco“, anche qui ho adorato il capitano Wragge, vero esempio di malandrino dal cuore tenero. Vanesio, maleducato e terribilmente venale, il capitano subisce una trasformazione profonda che, alla fine del romanzo, lo porterà a diventare un imprenditore rinnovato con una vena furbesca che – probabilmente – mai lo abbandonerà.

E, a proposito di sciocchi, un piccolo accenno non posso non farlo a Francis (Frank) Clare Jr., il protetto dei Vanstone di cui scrivevo all’inizio. Frank è davvero una piaga per l’umanità – e gli sto facendo un complimento -, un’ameba di persona buona solo a rubare l’aria agli altri.
Ma anche la sua inutilità ha un certo scopo nella narrazione di Collins: dimostrare che spesso sono proprio gli sciocchi, i vittimisti e gli indolenti a ottenere le migliori occasioni dalla vita.

Tuttavia qui, a differenza di quello che avviene con “La donna in bianco“, i personaggi scadono un poco di più nelle macchiette (come la figura, tenera ma dodda, di Mrs Wragge) e in schemi già noti (come il menefreghismo e la totale mancanza di spina dorsale di Mr Noel Vanstone che ricorda molto quella di Mr Hascombe). E quelli che lasciano un’impronta al lettore sono davvero pochi (per me è stato solo il capitano Wragge… simile, per le sue macchinazioni e la sua scaltrezza, al Conte Fosco).

Nonostante la narrazione, per certi versi molto simile – sebbene a parti invertite – a “La donna in bianco“, colpisca con le continue peripezie e gli incastri degni di uno sceneggiatore dispettoso (sennò non sarebbe una sensazional fiction!), in questo caso la lettura mi è risultata un poco più uggiosa.

Forse – ripeto – era la sensazione di déjàvu, ma sicuramente le troppe pagine (che si perdono in qualche inutilità), i troppi (davvero troppi) intoppi nelle peripezie dei protagonisti, le tante considerazioni sorvolabili e le elucubrazioni dei personaggi ripetute con una certa insistenza non agevolano la lettura.

Tuttavia, non si può tacere l’attenzione, sempre dominante nelle pagine dei romanzi di Collins, per un aspetto sociale coevo. In questo caso, la tutela della volontà dei defunti e la difficile situazione dei figli illegittimi (per la serie: le colpe dei genitori non devono ricadere sui figli… un pensiero molto moderno per la Londra vittoriana).


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(*) Non sono riuscita a trovare una data di pubblicazione italiana antecedente al 1999 (curata da Fazi). Se qualcuno possedesse notizie più certe circa la prima edizione in assoluto della versione italiana di questo romanzo, è caldamente invitato a farmelo sapere (cosicché io possa eventualmente correggere). Grazie!

Il valzer degli alberi e del cielo recensione

Titolo: La Valse des arbres et du ciel
Autore: Jean-Michel Guenassia
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Il valzer degli alberi e del cielo
Anno di pubblicazione ITA: 2017

Trad. di: Francesco Bruno

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«Io non ho altro interesse che quello di ristabilire la verità,
non di mascherarla, giustificarmi o di sminuire le mie colpe,
né di preservare il mito.
»

A diciannove anni, Marguerite ha un’idea ben precisa di quello che non sarà: non sarà schiava di un marito scelto da suo padre e non permetterà a suo padre di trattarla come merce di scambio.

Tuttavia, ci sono alcuni conti da fare e alcuni grossi problemi da superare: in primo luogo che Marguerite è una giovane donna in una antisemita, ipocrita, patriarcale, chiusa e un po’ snob Francia del 1890.

In secondo luogo, dove mai potrebbe fuggire una donna per aspirare ad avere un trattamento pari a quello di un uomo? Pare che l’America sia una terra promessa per molti… ma i problemi che sorgono qui sono di natura economica, legati anche alla difficile traversa a cui molti non sopravvivono.

Tuttavia, qualcosa è destinato a cambiare: in quell’estate del 1890, un uomo si presenterà in qualità di paziente alla porta di casa del dottor Gachet, il padre di Marguerite.

Quell’uomo è destinato a sconvolgere l’esistenza di quella ragazza e a mostrarle il mondo con occhi e colori completamente diversi. Il suo nome? Vincent Van Gogh.

La figura di Vincent Van Gogh, tanto bistratta in vita quanto amata in seguito, possiede ormai un fascino incontenibile.

Autoritratto dell’artista eseguito nel 1889, National Gallery of Art, Washington

Pazzo o genio?
Oppure è uno di quei particolari casi in cui genio e pazzia coesistono per creare meraviglie? Oppure… nessuna delle due: solo una persona magari avanti rispetto al suo tempo, con una sensibilità diversa e proprio per questo incompresa?

Qui scopriamo un Van Gogh da un punto di vista particolare, quello di Marguerite, la figlia del dottor Gachet presso cui Vincent andò per curarsi consigliato da un altro grande impressionista Pissarro.

La narrazione non solo è declinata al femminile, ma pure in prima persona – una scelta, sotto certi punti di vista, coraggiosa e difficile per un autore.

È così che Margerite Gachet si forma davanti agli occhi come se ogni pagina aggiungesse una pennellata al suo ritratto: da «ochetta diciannovenne» come lei stessa si definisce, orfana di madre, convinta che la vita abbia qualcosa di più da offrirle si trasforma in donna i cui pensieri sono costantemente rivolti al passato.

Per la precisione, però, avviene il contrario: grazie a un certo distacco opaco che il tempo lascia sempre, una Marguerite ormai anziana ci racconta la giovane Marguerite instancabile, alla costante ricerca di qualcosa, sotto certi punti di vista ribelle, ma ancora ingenua e sciocca.

Attraverso Marguerite cogliamo non solo il disagio dell’essere una donna dalle larghe prospettive e aspirazioni le cui ali vengono tarpate da ciò che la società richiede al genere femminile (essere un grazioso ornamento e procreare), ma soprattutto riscopriamo attraverso i suoi occhi l’essenza romantica e estatica con la quale l’occhio dell’impressionista impone la direzione al suo pennello, creando tele fuggenti e meravigliose (pittura che, per la cronaca, era vietata alle donne per le quali doveva essere un semplice passatempo… guai ad avere l’aspirazione di eguagliare un uomo, sperando di diventare pittrice!).

Insomma, attraverso lo sguardo di Marguerite, scopriamo un Vincent un po’ lunatico, testa fra le nuvole, talvolta un po’ brusco e scorbutico, dal carattere sensibile e incline al fascino dell’alcol, ma tutto sommato normale. Certo, fuori dai canoni standard di educazione e rispetto pubblico (che, in verità, celano solo ipocrisia), vittima di scatti d’ira particolarmente furenti ed eccessivi, ma tutto sommato normale.

Di contro, il dottor Gachet, il medico degli impressionisti, fa una figura più cacina: pieno di sé, borioso, tirannico… la sua storica amicizia con il gruppo degli impressionisti, il suo dilettarsi con la pittura e le stampe (espose le proprie opere sotto lo pseudonimo di Van Ryssel) qui si trasformano in mera venalità, cupidigia. E culminano con la vendita di quadri impressionisti fasulli (sebbene sia storicamente vero che la famiglia Gachet donò numerose opere degli impressionisti ai musei).

La narrazione, dal linguaggio molto semplice e per questo estremamente scorrevole (sebbene adagiato su standard poco impegnativi), procede in maniera singolare e, accanto ai pensieri e alla vita di Marguerite, scorrono anche estratti, considerazioni o date che non solo aiutano a contestualizzare la vicenda permettendo al lettore di calarsi maggiormente nell’ambientazione, ma creano anche un peculiare parallelismo tra i personaggi e la storia.

Anche la ricostruzione (basata su una fantasiosa interpretazione degli storici dell’arte Steven Naifeh e Gregory White Smith nella biografia Van Gogh: The Life) di quei produttivi mesi a Auvers-sur-Oise è interessante e ben si incastra nella costruzione della storia.

Tuttavia, i personaggi soffrono un po’ di unidimensionalità; le loro vicende non trasportano il lettore; manca – o almeno io non l’ho avvertita – un certo sentimento, una certa passione nel raccontare.

 


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