Kobane Calling recensione

Titolo: Kobane Calling
Autore: Zerocalcare
Genere: Graphic Novel
Anno di pubblicazione: 2015

Altri volumi dello stesso autore:

  • La profezia dell’armadillo
  • Un polpo alla gola
  • Ogni maledetto lunedì su due
  • Dodici
  • Dimentica il mio nome
  • L’elenco telefonico degli accolli
  • Ferro e piume

Sulla fiducia, visto che La profezia dell’armadillo aveva – dal mio punto di vista – ottime basi e ottimi margini di miglioramento, ho ripreso ancora una volta una storia di Zerocalcare. Questa volta, quindi, parliamo di Kobane Calling.

Che c’entrano i Nirvana?, mi sono detta prima di iniziare la lettura (la battuta, comunque, la propone anche l’autore, per cui, via, non sono poi così fuori dal mondo). La riposta è: nulla. Ma proprio nulla, nulla.

Kobane Calling nasce da una sorta di reportage giornalistico, in forma di fumetto, di una quarantina di pagine pubblicato per la prima volta sul numero 1085 di “Internazionale“, frutto della permanenza dell’autore a Mehser, città turca a «tre fermate di metro» da Kobane.

Kobane è una città situata nel nord della Siria, teatro dal 2014 della guerra portata dall’autoproclamatesi Stato Islamico e strenue resistenze da parte dei tanti militanti curdi (cui si aggiunsero anche i noti peshmerga [Fonte: IlPost.it]).

Dopo mesi di combattimenti, nel 2015 la città è tornata alle forze curde, ma le cicatrici rimaste sono tantissime e i lunghi combattimenti hanno lasciato alla città il soprannome di “Stalingrado” [fonte: L’Espresso.it].

Ammetto di essermi “covata” questa recensione per qualche tempo, indecisa se pubblicare questa mia che – noto – va un po’ in controtendenza rispetto al generale.

Premetto che lo stile di ZeroCalcare c’è tutto e, nel giro di poche vignette, si riesce a passare dal faceto al serio sempre in maniera simpatica e mai sciocca.

Tuttavia, mi pare che la questione sia realizzata un po’ a volo d’uccello: uno sguardo rapido nella speranza di abbracciare un po’ tutto, ma senza soffermarsi in particolare su nulla.

La storia inizia con l’annuncio di ZeroCalcare ai genitori, nelle vesti ormai note di Lady Cocca del film animato Disney “Robin Hood” e del signor Ping di “Kung Fu Panda”: vado in Siria (no, per la precisione, sul confine siriano-turco).

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Estratto da “Kobane Calling” di ZeroCalcare, Bao Publishing, 2016

Da qui, seguiamo ZeroCalcare che, dal contraddittorio mondo italiano tutto sommato pacifico, si ritrova catapultato in una zona di guerra in cui i Ratatata dell’Isis si mescolano ai Tutum e agli Sboom delle forze americane e curde.

Nella nota e caratteristica suddivisione in episodi, faremo la conoscenza dei combattenti e dei resistenti, del campo profughi, del filo spinato, delle case occupate, dei villaggi rasi al suolo, del coraggio e della forza di andare avanti e combattere, combattere.

Come scrivevo poco sopra, purtroppo, i tanti argomenti e il poco spazio a disposizione rende impossibile soffermarsi con maggior precisione. Quindi, questa coesistenza tra le tantissime cose da dire (e dar far conoscere) e le poche pagine a disposizione genere una rapida occhiata al generale.

Se vuol essere un modo per avvicinare le persone ai reportage di guerra, la graphics novel è sicuramente un innovazione interessante. Tuttavia, c’è modo e modo di affrontare tali argomenti e, per quanto lodevole, in questo caso l’intento mi pare completamente non riuscito.


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Come siamo diventati nordcoreani recensione

Titolo: How I Became a North Korean
Autrice: Krys Lee
Genere: Romanzo
Anno di pubblicazione: 2016
Titolo in Italia: Come siamo diventati nordcoreani
Anno di pubblicazione ITA: 2017
Trad. di: Stefania De Franco, Flavio Iannelli e Daria Restani

– Ho ricevuto una copia di questo libro in cambio di un’onesta recensione – 

«La memoria […] è una superficie scivolosa, uno specchio che va in frantumi appena lo sfioro.»
Krys Lee, Come siamo diventati nordcoreani,
Codice edizioni, 2017

Poche cose contano quando fai parte dell’élite in Nord Corea: l’ascesa di carriera e la volubile approvazione del tuo leader (che poi entrambe sono sinonimo di sicurezza e soprattutto di sopravvivenza).

I chiari di luna del signore di Pyongyang sono repentini, imprevedibili e si abbattono sulla vita delle persone come uno tsunami.

Sotto i colpi di questa psicotica tempesta cade, durante una serata di gala e festeggiamenti, nell’impotenza/indifferenza e sotto gli occhi di tutti, il padre di Yongju. Sua madre è una nota attrice nordcoreana, ma nulla li salva.

L’originale piano di fuga deve proseguire, ma finire nelle mani dei trafficanti senza protezione alcuna è la rovina per tutta la famiglia. In breve, Yongju si ritrova solo separato dalla madre e dalla sorella – destinate con probabile certezza allo sfruttamento sessuale.

Dall’altra parte dell’oceano, apparentemente tranquillo, c’è Danny, le cui origini cinesi e coreane e la cui sensibilità lo rendono purtroppo vittima dei cretini. Per lui è difficile ambientarsi e l’unica soluzione pare esser quella di tornare in Cina dalla madre.

Last but not least, c’è Jangmi. La sua – forse – è la storia più dura (anche se un paragone certo non si può fare, ma forse essendo donna mi sono trovata più sensibile verso le vicende di questo personaggio).

Insomma, Jangmi è nordcoreana (come Yongju, ma non fa parte della “società bene”); è incinta (perché ovviamente Jangmi è stato il divertimento di un signorotto locale) e deve scappare per salvare la vita alla sua bambina (perché ovviamente, se venisse a saperlo il succitato signorotto, non ci sarebbe scampo per la bambina… e forse nemmeno per lei).

Jangmi, però, non è il suo nome, ma quello che il nuovo marito cinese – ignaro ancora della gravidanza – le ha affibbiato.

Per pochi spicci, l’uomo ha comprato la ragazza, la usa come un oggetto e la guarda dall’alto in basso solo perché è nordcoreana (quindi, a prescindere, ignorante, stupida, arretrata).

Soprattutto negli ultimi tempi si fa un gran parlare di Nord Corea perché Kim Jong-un fa arrivare missili nel Mar del Giappone, perché fa marciare le truppe in piazza… e poi il suo ridicolo taglio di capelli, le sue casacche nere, ect.

A parte questo motteggio – che lascia un po’ il tempo che trova – verso il dittatore, non ci si sofferma molto su altro.

Quello che, però, manca è un’altra fetta – fondamentale – della realtà nordcoreana: quella dei nordcoreani che il regime lo vivono, anzi lo subiscono ogni giorno.

Qualcosa di questa atroce verità l’avevamo imparata grazie al giornalista statunitense Blaine Harden che, nel suo “Fuga dal Campo 14” (Codice Edizioni, 2014), ci raccontava l’epopea geografica ma anche personale di Shin Dong-hyuk. Il suo era un incrocio tra un’inchiesta giornalistica, un reportage e una biografia (per i dettagli ti rimando alla mia recensione).

Quello che abbiamo qui in “Come siamo diventati nordcoreani” è, invece, un romanzo che, scisso in tre punti di vista, segue le vicende dei tre ragazzi (che si trovano, si perdono, si ritrovano).

Yongju, Danny e Jangmi non esistono, ma le loro storie purtroppo sì. Sono le storie di tantissimi nordcoreani: storie di abusi; storie di fughe; storie di speranze. Nordcoreani che poi magari

«Entrano in Corea del Sud pieni di fantasie e piombano nella vergogna quando si accorgono di essere guardati dall’alto in basso, o rimangono scioccati quando scoprono di essere sospettati di essere spie, oppure cominciano a comportarsi in maniera circospetta, o peggio finiscono per fregarsene di tutto.»
[estratto da “Come siamo diventati nordcoreani”, Krys Lee, Codice edizioni, 2017]

I personaggi letterari, quindi, si fanno portavoce di testimonianze e storie che sono accadute e che stanno accadendo anche ora, in questo preciso istante… mentre magari il mezzobusto di turno ridicolizza l’assurda scelta di vestiario di Kim Jong-un (il quale, però, ha un’ascendente tale sulla vita delle persone da lasciare in secondo piano le insensatezze della sua persona).

Insomma, anche in questo libro gli argomenti trattati sono duri; aberrante e vergognoso è che continuino nell’indifferenza generale (anche se anche qui ci sarebbero alcuni risvolti da approfondire a partire dall’influenza della Cina, la sicurezza della Corea del Sud e le conseguenze di un eventuale intervento militare in Nord Corea).

Il punto, però, è che non si tratta di essere sudcoreani o nordcoreani, cinesi o americani e via discorrendo.

È questione di essere umani.

Umanità vuol dire anche provare compassione, empatia verso il prossimo. Eppure, per qualche ragione, in qualcuno approfittarsi della debolezza di un altro è come un istinto primordiale che ne impregna il sangue. La facilità con cui lo fanno gli si confà come un guanto e anzi è appositamente ricercata; approfittarsi del prossimo, in modo volutamente abietto, diventa semplicemente un lavoro, un modo di fare, uno stile di vita, normale routine (un po’ come l'”eseguivamo solo gli ordini” della seconda guerra mondiale).

E l’umanità che traspare da questo libro – lo ripeto: sono storie vere – è una che preferirei non fosse mai esistita.

Concludendo. Si tratta di un libro interessante – sebbene devastante – da leggere per completare il quadro iniziato con “Fuga dal Campo 14“.

Le storie di Yongju, Danny e Jangmi raccontano di matrimoni combinati e gelide serate di gala, di silenzi terrorizzati e partenze obbligate, di dolore e addii imposti, di trafficanti e di sfruttatori, di cristianità e di ipocrisia.

Tuttavia – e mi riferisco allo stile e alla tecnica narrativa – ammetto che la storia è condotta in maniera molto elementare; la definizione dei punti di vista tra i tre ragazzi non sempre è ben definita e distinguibile l’uno dall’altro.


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La bottega dello speziale recensione

Titolo: La bottega dello speziale
Autore: Roberto Tiraboschi
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2016

Preceduto da: 
– La pietra per gli occhi

Alvise, approfittando di una provvida mareggiata che ha scoperto una zona di laguna sepolta da ben dodici anni, è a caccia di granchi belli saporiti.

I crostacei ovviamente non sono molto propensi a far da cena al ragazzo e uno di questi si nasconde sotto dei filamenti grigiastri.

Se non che i filamenti grigiastri si rivelano essere un bel viso di donna. Il cadavere della poveretta, mezzo incastrato nella melma e completamente nudo, per esser rimasto sotto l’acqua dodici anni è davvero troppo perfetto e ben conservato.

Il ragazzo è sconvolto, ma il bello deve ancora venire.

Colpito dagli ultimi raggi di sole, il corpo della donna irradia luce e resta sospeso nel vuoto.

Alvise scappa (e chi non l’avrebbe fatto davanti a uno zombie), ma il dubbio resta: chi è quella donna? Come a fatto a finire nella melma lagunare e restare perfettamente intatta? È ancora viva?

Bè, a Ca’ Grimani, dimora della famiglia per cui Alvise lavora, c’è qualcuno che forse potrebbe fare un po’ di luce sulla figura di questa miracolosa donna…

… ma anche gli abitanti di Ca’ Grimani hanno i loro bei problemi. Costanza, la giovane sorella della padrona di casa, sparisce improvvisamente nei pressi del monastero di San Zaccaria. Di lei nessuna traccia.

Prima di cominciare con il mio commento, una piccola precisazione. “La bottega dello speziale” è il secondo volume della serie dedicata alla nascita di Venezia, cominciata con “La pietra per gli occhi” (ambientato nel 1106). Ci tengo a precisarlo, perché questo dato in copertina non è molto chiaro.

Sebbene la storia riguardi sempre lo scriba storto Edgardo, la vicenda di questo nuovo romanzo si segue comunque bene.

Verso la fine, però, dati i richiami a personaggi e vicissitudini passati, si soffre un po’ nel non conoscere le avventure raccolte ne “La pietra per gli occhi”.

Tutto questo per dire che, se questa lettura dovesse interessarti, leggere prima “La pietra per gli occhi” e seguire il giusto ordine nella storia di Edgardo è la scelta giusta (io mi attrezzerò per leggere anche il primo volume).

Veniamo, quindi, a “La bottega dello speziale”.

Ciò che più mi ha affascinata in questa lettura è la certosina ricostruzione di Venezia e le tantissime curiosità sugli usi, i costumi (dal trucco ai vestiti) e sulla medicina (un misto di intrugli disgustosi e falegnameria alla buona).

La Venezia di Tiraboschi è lontana dal comune immaginario seicentesco ricco di colori, balli, maschere, intrighi.

Siamo, infatti, nel 1118.
Venezia, vittima di alcune calamità naturali che – solo l’anno precedente – si sono crudelmente abbattute una dopo l’altra sulla lacustre città, è priva di un doge e in mano a ladri e stupratori e, nel periodo del Carnovale, anche a folli – e alcuni davvero schifosi – eccessi.

Un ristretto, ma efficace gruppo di personaggi ci accompagna tra le calli, i ponti e le isole. La tipica parlata veneziana (che, però, in alcune parti, somiglia al Jar Jar Binks di Star Wars) è riservata ai più umili; mentre per gli altri il latino si fonde con italiano.

Ma niente panico: si capisce tutto senza problemi e, laddove la lingua si fa un po’ più ostica, ci viene in soccorso un glossario finale.

La storia, pur partendo dal misterioso ritrovamento nel limo lagunare, segue due figure molto particolari: quella di Edgardo, lo scriba mezzo cieco e con una protuberanza purulenta sul petto, e quella di Abella, magister mulier sapiens (un medico donna).

E ben presto si trasforma in un’indagine dilettantesca condotta dalle intuizioni di Edgardo (che non sempre ci azzecca) e dalla ferma logica di Abella (che, è evidente, nasconda qualcosa).

Certo, per entrare nel vivo del storia ci vuole un po’ di pazienza. Solo a metà del romanzo, finalmente, la storia comincia a intrecciarsi, gli eventi si ingarbugliano e le domande si infittiscono.

Insomma, un romanzo interessante a mezzo tra un manuale breve di curiosità storiche e un gialletto piacevole e non scontato.


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Lo scherzo di Solimano recensione

Titolo: Comment les grands de ce monde se promènent en bateau
Autrice: Mélanie Sadler
Genere: Racconto
Anno di pubblicazione: 2015
Titolo in Italia: Lo scherzo di Solimano
Anno di pubblicazione: 2016
Trad. di: Alberto Bracci Testasecca

J(aver) L(eonardo) Borges, professore emerito dell’università di Buenos Aires, si prepara per un convegno internazionale, programmato per l’anno successivo, sui dirigenti politici del XV e XVI secolo.

Il suo argomento sarà Solimano il Magnifico.

Ma mentre osserva un peri, una composizione pittorica in stile turco, del 1520 scopre un minuscolo particolare assolutamente fuori posto: la dea azteca Coatlicue e una scritta “In memoria del terribile anno 870“, cioè secondo il calendario gregoriano il 1492 (anno della scoperta dell’America).

Che ci fa una dea azteca in un disegno turco?

Le implicazioni di una risposta a tale domanda potrebbero rivoluzionare la storia così come la conosciamo. Ma il rischio insito in una rivelazione così esplosiva vale davvero?

In un centinaio di pagine – e con pochi (volatili) personaggi sulla scena – scopriamo come Spagna, America e sì anche Turchia siano legate da un unico personaggio e da un grande viaggio.

La curiosa vicenda si svolge su livelli diversi (sia spaziali che temporali): il primo è quello occupato da Borges e dal suo amico e collega Hakan, sguinzagliato sul campo a fare ricerche dirette (quando non ci sono dei sottopagati assistenti a fare da bieca manovalanza… con scarsi risultati).

Il secondo livello, invece, ci porta in America ai tempi dell’arrivo di un Marco Polo alla ricerca degli indiani d’India e poi di un Cortes coadiuvato dalla figura molto discussa della Malinche, donna dotata – a quanto pare – di grande scaltrezza, interprete nonché amante del suddetto conquistadores.

Infine, l’ultimo livello è quello riservato a Solimano, al suo meraviglioso palazzo, alle sue grandi ricchezze, alle suo vasto harem e alla sua geniale consorte Roxelana (prima semplice concubina del sultano).

Il tutto accompagnato da un linguaggio ritmato, fresco e molto simpatico.

Insomma, in poche parole: raccontino senza troppe pretese, veloce da leggere se si è del giusto umore.

Mancano, data la brevità e la compattezza della storia, particolari analisi sui personaggi; la storia, ugualmente poco approfondita, avrebbe forse meritato di ottenere la profonda costruzione di un romanzo un po’ più sostanzioso.

Onestamente, se non lo avessi avuto gratis per via delle offerte al Salone del Libro (di cui ti ho parlato qui), dubito che avrei mai adocchiato questo romanzetto: il prezzo di copertina è di gran lunga superiore ai contenuti del libro.

Tuttavia, la penna della Sadler – al suo esordio – mi è rimasta simpatica e non escludo di leggere altro – possibilmente più corposo – di questa scrittrice.


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Fuga dal campo 14 recensione

Titolo: Escape from Camp 14 – One man’s remarkable Odyssey from North Korea to freedom in West
Autore: Blaine Harden
Genere: Reportage
Anno di pubblicazione: 2012
Titolo in Italia: Fuga dal Campo 14
Anno di pubblicazione: 2014
Trad. di: Ilaria Oddenino

A causa dei crimini ereditati dai fratelli di suo padre, Shin  vive – per modo di dire – dietro la recinzione elettrificata dal segretissimo Campo 14.

Lì la sua non-vita consiste in fame, privazioni, violenze, torture e lavori forzati.

Obblighi primari: non fuggire, lavorare sodo, obbedire alle guardie e denunciare chi rinnega la benevolenza dello Stato nord coreano.

È così che, dopo essere stato imprigionato al buio e torturato col fuoco, Shin assiste – con uno stranito senso di sollevo – all’esecuzione della madre e del fratello maggiore, colpevoli d’aver tentato la fuga dal campo.

Shin ancora non incolpa il regime nord-coreano (di cui a malapena conosce l’esistenza) e non pensa nemmeno lontanamente alla fuga.

Perché Shin, nato da una madre e un padre scelti per passare insieme cinque notti l’anno, non conosce nulla al di fuori del Campo 14 e non è in grado di immaginare una realtà diversa di quella del lavoro forzato,  delle botte e dagli ordini delle guardie.

È cresciuto con una madre che altro non è se non una rivale per il cibo; un fratello praticamente estraneo e un padre altrettanto sconosciuto.

Ma per Shin questa situazione è la normalità: lui non sa come dovrebbe essere l’amore di una madre o di un padre; non conosce la complicità di un fratello; e non ha nemmeno idea di cosa sia stato privato perché «all’inferno ci [è] nato».

«I campi di lavoro nordcoreani, tuttora funzionanti, esistono da un periodo di tempo doppio rispetto ai gulag sovietici e dodici volte superiore rispetto ai campi di concentramento nazisti. Sulla loro collocazione geografica non ci sono dubbi: le immagini satellitari ad alta risoluzione, disponibili su Google Earth a chiunque abbia accesso a Internet, mostrano ampi perimetri recitanti disseminato lungo le impervie montagne della Nord Corea. Secondo le stime del governo sudcoreano sarebbero circa centocinquantamila i prigionieri rinchiusi nei campi, mentre secondo il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America il numero toccherebbe quota duecentomila.» [estratto da Fuga dal Campo 14, Blaine Harden, Codice edizioni, 2017]

Secondo alcuni rilevamenti svolti da Amnesty International, le costruzioni all’interno dei sei campi di concentramento sarebbero in aumento.

Il Campo 14 visto da Google Earth;
immagine estratta dal sito North Korean Economy Watch

Il più grande di questi è lungo circa cinquantuno chilometri e largo quaranta. Una città praticamente (più grande di Los Angeles) che comprende (quasi) tutto per l’autosufficienza: fattorie, fabbriche per i vestiti, dormitori, centrali elettriche, miniere, ect..

In due di questi campi vi si applicano sistemi “rieducativi” che, se “superati con successo”, possono consentire al fortunato di tornare in società (per sempre, però, sotto la sorveglianza del regime).

Il Campo 14 è, invece, quello cui viene applicato il regime duro ed è tristemente noto per l’inflessibilità e il rigore con cui le violenze sono perpetrate.

Shin Dong Hyuk in una foto dell’Indipendent.co.uk

La vita nel campo offre giornate lavorative di dodici/quindici ore; dieta a base di mais, cavolo e sale; abusi e umiliazioni; esecuzioni pubbliche; diffidenza, isolamento e disprezzo persino tra gli stessi internati.

Insomma, in poche parole, lotta per la sopravvivenza (a ogni costo).

Shin, comunque, è riuscito a fuggire: il primo a esser nato in un campo ed esser poi riuscito a scappare.

Ha ventisei anni (è scappato da tre) quando incontra il nostro narratore cinquantaseienne Blaine Harden, corrispondente del Washington Post.

Tra segreti, menzogne (già…), confessioni, correzioni e spiegazioni Harden ci introduce nella realtà vissuta da Shin all’interno del campo e di come questo abbia cambiato drasticamente la sua esistenza e il suo carattere (e, ovviamente, ne influenzi ancora fortemente la vita).

Accanto alle terrificanti esperienze di Shin, le rivelazioni e le confessioni di altri nord coreani, riportate da Harden, ci aiutano a comprende il clima e la realtà di una nazione completamente alla deriva e chiusa in un violento oscurantismo.

Insomma, Fuga dal Campo 14 è un reportage accurato e non pesante (nel senso che è facilmente comprensibile anche da non esperiti di geo-politica e questioni internazionali; ovviamente sono gli argomenti trattati e la realtà mostrata a essere pensanti).

Una lettura importante per conoscere il mondo e non ficcare la testa sotto la sabbia, ignorando certe realtà. E ovviamente io non posso che consigliarne la lettura.

Ma forse la verità è quella contenuta nell’editoriale dell’Economist (e riportata da Harden): «Forse la portata delle attività è tale da anestetizzare l’indignazione. […] È molto più facile ridicolizzare il regime e le pazzie del suo leader piuttosto che affrontare realmente la sofferenza che quel regime infligge alla popolazione […] la Corea del Nord commette praticamente ogni attività che rientra nella categoria “crimine contro l’umanità“».


Qui sotto trovi il docu-film Camp 14: Total Control Zone diretto da Marc Wiese (in inglese).


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