Il buio oltre la siepe: I classici di The Books Blender

Il buio oltre la siepe è una lettura che, per tutta una serie di motivi, non può mancare nella libreria di un lettore non fosse solo per il fatto che la nostra piccola narratrice, Scout (Jean Louise) Finch, è un’accanita lettrice (tanto che una delle citazioni che preferisco del libro è detta proprio dalla nostra piccola eroina: «Fino al giorno in cui mi minacciarono di lasciarmi più leggere, non seppi di amare la lettura; si ama, forse, il proprio respiro?»).

Il romanzo ricevette un successo immediato e valse alla sua autrice, Harper Lee, il premio Pulitzer (e questo sì che è un romanzo che vale il Pulitzer!).
In cifre: oltre 30 milioni di copie vendute, in classifica tra i bestseller del New York Times per 88 settimane, tradotto in 40 lingue (Fonte: Feltrinelli.it).

Ad oggi il libro si trova nel 70% delle scuole statunitensi (sebbene sia stato bannato in alcuni istituti perché – tieniti forte – considerato troppo razzistamah!).

Gregory Peck (Atticus Finch) e Mary Badham (Scout) nella trasposizione cinematografica de “Il buio oltre la siepe”, 1962

Conobbi per la prima volta Atticus Finch grazie alla magistrale e azzeccatisisma interpretazione (che gli valse l’Oscar) di Gregory Peck.

Da quel primo incontro, Atticus incarna per me un esempio perfetto di avvocato e di persona.

Il suo corrispettivo letterario, ovviamente, non è da meno e, grazie alla penna di Harper Lee, regala perle di vita:

«Aver coraggio significa sapere di essere sconfitti prima ancora di cominciare, e cominciare ugualmente, e arrivare fino in fondo, qualsiasi cosa succeda.»

Diamo, però, per scontato che nessuno di noi abbia mai sentito parlare de Il buio oltre la siepe. Di che parla?

A Maycomb, una cittadina dell’Alabama in cui il più grande passatempo è andare in chiesa e sparlare dei vicini, Atticus Finch si ritrova la difesa d’ufficio di un uomo accusato di violenza carnale su di una ragazza.

Le accuse sono un po’ (tanto) campate in aria, ma il processo si svolge a carico di un uomo di colore, davanti a una giura di uomini bianchi e la presunta vittima è una giovinetta – bianca – ignorante e terrorizzata.

Sostanzialmente il verdetto è già scritto prima ancora che Tom Robinson si sieda sul banco degli imputati.

Il processo scatenerà curiosità morbosa, vecchi pregiudizi e profondi rancori.

In realtà, questo mio riassunto è riduttivo. In primo luogo, perché il clou della vicenda – il processo – occupa solo la parte centrale del romanzo e, all’inizio, il caso giuridico viene solo sussurrato e vagamente compreso da Scout, la narratrice figlia di Atticus.

In secondo luogo, perché accanto alla ricerca di un processo veramente giusto ed equo senza alcuna distinzione per nessuno, si intrecciano tutta una serie di considerazioni ancora attuali: l’essere coerenti e corretti con se stessi, sapersi rapportare con gli altri e imparare a non farsi spaventare da nessuno camminando sempre a testa alta (se si di aver ragione e di aver agito per il meglio), immaginare come sarebbe “mettersi nei panni altrui”.

In poche parole, il mondo è cattivo, ma bisogna imparare a parare i colpi.

Di contro, Il buio oltre la siepe mette in luce e condanna l’ipocrisia dilagante (il tè delle signore e le loro superflue chiacchiere sono solo uno dei tanti esempi presenti nel romanzo); la morbosa curiosità; il godere delle disgrazie altrui; il giudicare gli altri; la religione portata ai suoi estremi; il fanatismo in generale e tutta una serie di comportanti che generano solo pregiudizio e scontro.

E con l’innocenza dei bambini saltano fuori tutte le incoerenze e le ipocrisie degli adulti.

La cittadina di Maycomb è descritta in modo così realistico da risultare un microcosmo pieno di sogni e di desideri, di invidie e di odi.

I posti ci diventano familiari (e sì, ha ragione Jem, sotto gli alberi la terra è più fresca); i personaggi ce li vediamo sfilare davanti come se fossero davvero di fronte a noi.

Dati i contenuti dal grande impatto, Il buio oltre la siepe è una lettura super-consigliata… da tutti compreso l’ex presidente americano Barack Obama che, in occasione del 50° anniversario della pellicola, registrò una breve introduzione alla visione del film.

Di recente, è uscito il discutissimo seguito Va’, metti una sentinella (qui puoi leggere la mia recensione).
Si è speculato molto su questo nuovo romanzo (il Newyorker, di cui parlammo qui, parla addirittura di crollo di un mito) e qualcuno sostiene addirittura che non sia stato nemmeno scritto dalla Lee.

Secondo la mia modesta opinione, si tratta semplicemente di una stesura precedente de Il buio oltre la siepe anche perché, in alcuni punti, la storia presenta alcune incoerenze (qui ti spiego la mia teoria).

Insomma, concludendo: questo è uno di quei libri che non mi stancherei mai di leggere (e, infatti, mi sono pure ascoltato l’audiolibro con Alba Rohrwacher come narratrice… all’inizio ammetto che è un po’ monocorde, ma man a mano che si procede nella narrazione caratterizza molto i personaggi rendendo l’ascolto davvero interessante).

Da leggere e tenere in prima posizione sullo scaffale della libreria.


Scopri i classici di The Books Blender

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La donna in bianco: I classici di The Books Blender

Mea culpa: era un bel po’ che non aggiornavo questa rubrica, ma a mia parziale discolpa non è semplice trovare un libro da indicare come lettura altamente consigliata… anzi, diciamo pure d’obbligo.
Insomma, oggi l’articolo è dedicato a La donna in bianco di Wilkie Collins.

Nel precedente “episodio” de I classici di The Books Blender avevamo avuto modo di parlare – lungamente… ehehe! – de I Miserabili, capolavoro di Victor Hugo. Vorrei ora soffermarmi un attimo per spiegare che si tratta di due generi diversi… di due libri diversi, ma entrambi letture assolutamente da non perdere.

L’approccio alla storia è differente; ma l’attenzione per i personaggi è certosina. Il secondo è ricco di considerazioni – ancor oggi valide – sulla giustizia, il senso del dovere e quello civico, il rispetto per se stessi e per gli altri, sulla redenzione, ma anche sull’opportunismo, l’ipocrisia e l’amarezza. Il primo, da molti considerato il vero capostipite del genere investigativo, guarda più all’inganno e al tradimento come elementi pregnanti della nostra società, sebbene ben nascosti al suo interno.

Detto questo veniamo a parlare de La donna in bianco, un libro assolutamente da considerare se si è appassionati di gialli e mistery in modo da comprendere l’origine di un genere molto diffuso e apprezzato ancora oggi (cui gli autori contemporanei continuano ad attingere).

Dopo avergli salvato la vita, il signor Pesca, italiano tarchiatello, genuino e dai modi molto espansivi (che destabilizzano un po’ gli inglesi con il loro imperturbabile aplomb), s’intende di rendere al suo salvatore, Walter Hartright, lo stesso favore.
In breve il destino pare fornirgli l’occasione perfetta per sdebitarsi con l’amico e, tramite una specie di passaparola, Pesca trova a Hartright il lavoro di una vita (ben pagato, famiglia rispettabile, ect.).

La sera prima che Hartright si rechi a Limmeridge House per cominciare il suo nuovo fantastico – e ben pagato – lavoro, la madre e la sorella lo trattengono a lungo per i saluti e addii vari.
È sera tarda quando Walter Hartright è libero di tornare a Londra.

Lungo la strada di rientro, immerso nella tipica brughiera inglese, improvvisamente una mano emersa dal buio gli blocca una spalla. E Walter non può credere ai suoi occhi: una donna minuta, molta bella sebbene un po’ sciupata e completamente vestita di bianco gli chiede di indicarle la via per Londra. Da perfetto British man, Walter si offre di accompagnare la donna lungo il percorso per garantirle una “traversata” sicura attraverso la brughiera.

A parte i candidi vestiti, la donna è molto sfuggente: salta da un argomento all’altro, non vuol spiegare il motivo della sua presenza quella notte – a quell’ora tarda – né spiegare nel dettaglio dove ha intenzione di andare una volta arrivata a Londra. Chiede solo di non essere ostacolata in alcun modo dal suo accompagnatore.

Tra discorsi lasciati cadere e altri un po’ strambi e sbalzi d’umore improvvisi, Walter scopre che la donna abitava o comunque aveva una certa dimestichezza con Limmeridge House, il luogo nel quale presto Walter presterà servizio come insegnate di disegno e pittura.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Insomma, ai margini i Londra, i due trovano una carrozza; la donna in bianco sale a bordo e scompare nella notte. Ma a Walter qualcosa continua a non tornare. Fino a quando non scopre un dettaglio inquietate dalla conversazione di due uomini giunti poco dopo che la carrozza è sparita nella notte: la donna in bianco è fuggita dal manicomio!

Tuttavia questa sembra essere solo una breve parentesi pittoresca (aver aiutato una matta!) nella vita di Walter che, l’indomani, parte per Limmeridge House. Arrivato lì fa la conoscenza del suo nuovo padrone, Mr Fairle, e delle due allieve. Se dal primo scaturisce un senso di disgusto e fastidio per i modi estremamente lassi, il suo esser preda di mal di testa costanti, infastidito dalla luce del sole e dal suono stesso delle parole, dalle due allieve Walter riceve invece un senso di profonda ammirazione. Miss Marian Halcombe, pur non essendo meravigliosa di viso, ha una mente sagace e veloce; l’altra, Miss Laura Fairle (le due sono sorelle di padri diversi per questo il cognome non è lo stesso), è una donna bellissima e minuta e… con una inquietante somiglianza alla donna in bianco! Com’è possibile?

Mi sono infognata ancora una volta con i delitti vittoriani grazie a Kate Summercale e il suo Omicidio a Road Hill House. Quest’ultimo, per la verità, non tratta di un caso di finzione, ma riguarda uno dei – tanti – delitti che fioccarono nella rispettabile Inghilterra vittoriana.

E l’aspetto, infatti, che trovo più interessante è proprio questa continua danza tra società e delitto: cioè il modo in cui il crimine – con tutte le sue implicazioni – influenza non solo e drammaticamente la vita di una famiglia, ma anche l’intera società modificandone gli usi, i comportamenti e talvolta persino innovando a livello “tecnologico” (come nel caso, ad esempio, dell’omicidio di Mr. Briggs che fu il motore per l’introduzione di importanti migliorie sui treni inglesi).

La signora in bianco fa parte poi – anzi, ne è il capostipite – di un genere, detto sensational fiction, che si sviluppò nella Londra vittoriana proprio a seguito di questa maggior attenzione e, in un certo qual modo, spettacolarizzazione del delitto da parte dell’opinione pubblica (un altro esempio di sensational fiction che abbiamo avuto modo di affrontare in passato è Il segreto di Lady Audley di Mary Elizabeth Braddon).

Ma gli intenti della sensational fiction non erano certo quelli di inneggiare all’omicidio o aggiungere altra morbosa attenzione alle umane vicende.
Questo genere, infatti, si sofferma più sull’intimità e le dinamiche interne a una famiglia (generalmente rispettabile), spesso molto diversa da come appare in pubblico o in presenza di estranei; sui segreti che spesso si possono nascondere tra le mura domestiche; sulle passioni travolgenti o errori in buona fede e, di contro, sulla perfidia e ingegnosità di certe figure. Nel mix non mancano altri elementi dotati di attinenza con altri generi letterari come il gotico, il romantico, il giallo e il mistery.

E, infatti, anche qui ne ritroviamo numerosi elementi: un segreto nascosto dietro un’apparente facciata di benessere e solidità morale; un’investigazione, più o meno dilettantistica, che si scontra con i ricordi offuscati e contrastanti dei pochi testimoni; foschi presagi e strane premonizioni.

Prima edizione americana de “La donna in bianco” [Fonte: Wikipedia.org]
La storia si svolge come una catena – prendo in prestito la similitudine da Mr. Gilmore, l’avvocato della famiglia Fairle e secondo narratore – cui ogni narratore (mi scuso per la ripetizione) contribuisce ad aggiungere un anello.
Praticamente, la narrazione prosegue grazie al racconto di più personaggi che si passano di volta in volta il difficile onere di portavoce.

Le varie testimonianze raccontano gli eventi in maniera diretta e al cambiamento di oratore cambia anche il modo in cui gli eventi vengono raccontati.
Ad esempio, Mr. Hartright è più “poeta” rispetto a Mr. Gilmore: il primo si sofferma anche sulla descrizione degli ambienti, sulle sue sensazioni in relazione ai personaggi, agli eventi e all’ambiente stesso, analizza ricordi, riporta molti dialoghi diretti; mentre il secondo, Mr. Gilmore, da bravo avvocato, è più diretto, interessato agli eventi più che alle sensazioni, le quali trovano sì un certo spazio ma in modo diverso e meno sviolinato di Mr. Hartright.

E non solo i personaggi hanno il loro peculiare modo di raccontare la loro parte di storia, ma ognuno di loro, a seconda della conoscenza più o meno profonda che può vantare dei fatti, interpreta i comportamenti e le affermazioni degli altri in maniera diversa.

Ovviamente, il lettore, avendo in mano tutti i tasselli giusti per inquadrare i vari atteggiamenti e le varie espressioni dei personaggi, sa qual è la vera interpretazione da attribuire a un determinato comportamento e, quindi, non gli resta che godersi le “cantonate” dei personaggi ridendosela sotto i bassi.

Questo non vuol certo dire che tutti i personaggi siano in malafede o “malvagi”.

Anche il grande antagonista, il Conte Fosco, che per certi aspetti ricorda la figura storia del Conte di Cagliostro, è una mente sopraffina e un personaggio molto sfaccettato.
Subdolo, astuto, scaltro ha una freddezza di calcolo e una determinazione di spirito degne di una grandissima spia; e tuttavia è anche capace di piccole attenzioni e gentilezze che da un personaggio completamente “cattivo” difficilmente si potrebbero immaginare.
Questo perché, eccellente nella sua fedeltà al realismo, Wilkie Collins dimostra di conoscere bene l’animo umano: nessuno è completamente “cattivo” o completamente “buono”. I caratteri nella realtà sono più sfaccettati e complessi di quello che la letteratura vorrebbe farci credere.

Questa attenzione la si ritrova anche nei personaggi femminili; un’attenzione che, per la precisione, mostra anche profonda sensibilità verso la condizione femminile, le scelte spesso obbligate e la posizione di dipendenza e sudditanza di una donna di epoca vittoriana.

Illustrazione di John McLenan dalla prima edizione de La donna in bianco di Wilkie Collins, Harper & Brothers, New York

Rappresentativa della categoria è sicuramente Marian Halcombe: un personaggio eccelso e, per certi aspetti, molto molto moderno. Coraggiosa e, per certi versi, audace, Marian è una spalla e, poi, protagonista perfetta.
Nonostante questo suo carattere forte, resta però sempre vittima del potere e del volere degli uomini di famiglia, dell’assetto generale degli usi e dei costumi così come la sorella Laura, che di contro rappresenta più la parte “donzella in pericolo” incapace di fare un passo senza il sostegno di qualcuno di più deciso.

Onestamente, da amante dei gialli, mi chiedo ancora come abbia fatto tutti questi anni a orbitare attorno a Wilkie Collins senza mai entrarci in collisione (ma sto correndo ai ripari e, per cominciare, mi sono presa l’opera omnia di Collins).

Insomma, La donna in bianco, ma in generale tutto il lavoro immaginifico di Wilkie Collins ha avuto molto successo già in epoca coeva (con tanto di rappresentazioni teatrali e complimenti raccolti a piene mani dalla tutta la critica); ma ancora oggi gli autori moderni gli devono moltissimo (ad esempio, Ladra di Sarah Waters ne è un palese riadattamento; James Wilson, invece, ha immaginato un sequel per La donna in bianco).

Insomma, vado a concludere.

Non posso far altro che consigliare questo libro che, nonostante il suo assetto ottocentesco, presenta numerosi caratteri moderni. Dall’attenzione certosina per i personaggi traspare un’evidente sensibilità verso l’animo umano, ricco di sfaccettature e interpretazioni. Dalla tenuta del mistero e dalla costante presenza di inganni deriva la costruzione di una storia sagace, capace di intrattenere il lettore e coinvolgerlo profondamente nella vicenda.

Se si è amanti del genere giallo, Wilkie Collins deve essere una lettura obbligata dal momento che la letteratura contemporanea continua ad attingervi idee a piene mani. In ogni caso, come scrivevo sopra, visto che all’interno della storia coesistono diverse anime narrative, La donna in bianco è una lettura “per tutte le stagioni”.


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I Classici di The Books Blender: I Miserabili

Qualche tempo fa, era partita una campagna (della quale, per la verità, eravamo rimasti tutti un po’ scioccati) in cui venivano ripresentati, in una nuova veste grafica, i grandi classici. Ora, la sorpresa era determinata non tanto dalla nuova edizione (che, anzi, ben venga, dal momento che portava anche una nuova traduzione), ma dal modo in cui questi libri, capisaldi della letteratura mondiale (i titoli erano tre: Anna Karenina, Orgoglio e Pregiudizio e Cime Tempestose), venivano presentati: I classici di After.

Senza nulla togliere a questo(i) libro(i) di Anna Todd, il cui successo è innegabile (e sul quale non mi posso esprimere, avendo letto solo qualche estratto che, in ogni caso, non mi ha convita per nulla), sarei curiosa di capire se (e in quale quantità), in questa nuova versione, questi grandi classici abbiano venduto.

Comunque, tutto questo mi ha dato l’ispirazione per una nuova rubrica del blog: I Classici di The Books Blender.

Come bookworm accanita (sono, infatti, convinta che la mia quasi cecità sia stata determinata anche dal troppo leggere), vorrei condividere e confrontarmi con te sui grandi classici. Tuttavia, non solo vorrei “parlare” di libri-capolavoro, ma anche (più in piccolo, se vogliamo) di libri così belli e profondi (magari anche non comunemente ritenuti dei “classici”) tanto da poter essere inseriti in una ideale lista dei “da leggere assolutamente“. Insomma, una sorta di elenco di libri caldamente consigliatii classici di The Books Blender - i miserabili

Cominciamo subito con un mostro sacro per inaugurare la rubrica: I Miserabili di Victor Hugo.
Prima, però, premetto che è stata una faticaccia scrivere questo articolo. Ci ho messo dei giorni solo a pensarlo, poi un sacco di ore per scriverlo, cancellare, ricominciare tutto da capo e poi lasciarlo a decantare perché mi ero bloccata di nuovo. Insomma, la colpa, ovviamente, non è di questo capolavoro, ma mia. Vorrei cercare di rendere in parole la bellezza di questo libro nonché l’empatia e la consapevolezza che mi ha trasmesso. Tuttavia, non essendo una scrittrice (anche se, ecco la mia confessione, la cosa non mi dispiacerebbe affatto!), non sono per nulla certa del risultato finale.
Insomma, se, alla fine di questo articolo, la voglia di leggere I Miserabili non ti sarà comparsa, la colpa è solo mia!

Fine della premessa e veniamo al dunque.

Sei hai avuto modo di girellare un po’ per il blog, avrai notato che, proprio questo libro, rientra nella mia personale top 6, assieme a Notre-Dame de Paris (di cui parlerò sicuramente in un prossimo articolo); segno inequivocabile che ho un rapporto particolare con il suo autore.

I Miserabili (anno di pubblicazione 1862) si presenta come un libro complesso e molto sfaccettato, pieno di personaggi e ricco di importantissime tematiche (alcune molto attuali anche oggi; come ad esempio, il senso di dovere e Giustizia che permea la figura dell’ispettore Javert).

Innanzitutto, trattasi di romanzo storico e non perché è stato scritto nella seconda metà dell’Ottocento, ma perché il suo stesso autore, Victor Hugo, ha deciso di postdatare l’ambientazione del romanzo e collocarla nell’arco di circa vent’anni, dal 1815 al 1833.

Tutto ha inizio così: dopo diciannove anni e grazie ad un’amnistia, Jean Valjean, è finalmente libero. La sua colpa? Aver rubato un tozzo di pane per sfamare i figli della sorella (5 anni) ed aver tentato numerose volte la fuga, ovviamente sempre fallita (14 anni). Insomma, per la società si tratta di un reietto: nessuno è disposto ad offrirgli un alloggio o garantirgli un posto di lavoro. In queste condizioni di indigenza, esasperato e arrabbiato con il mondo intero e con l’ingiustizia delle cose, Valjean finisce nella città di Digne. Qui un vescovo – un uomo eccezionale per la verità -, Monsignor Myriel, con un semplice e umano gesto di compassione, comprensione e fiducia, sarà la salvezza, il biglietto per una nuova vita per il “criminale indegno”. Nonostante, infatti, Valjean abbia rubato al vescovo dei preziosi candelabri d’argento, l’alto prelato lo difende dalla polizia e gli regala la refurtiva, comprando così l’anima di Jean Valjean. 

È così che la nuova vita di Valjean ha inizio.

I suoi passi lo condurranno a Montreuil-sur-Mer, cittadina nella quale non solo stabilirà la sua fiorente attività industriale, ma di cui diverrà anche sindaco (data la sua bontà, la sua gentilezza e la sua attenzione verso tutti i concittadini). Tuttavia, anche le belle storie sono destinate a finire. Il passato è una bestia che non può essere scacciata con una semplice pennellata bianca e i conti in sospeso con la giustizia verranno presto a galla (ah, ovviamente, nella ridente cittadina nessuno conosce la vera identità di Jean Valjean, che si fa chiamare Madeleine).i miserabili - i classici di The Books Blender

Non so davvero da dove cominciare, così ho pensato che fosse meglio rimandare in fondo la mia sviolinata e cominciare dagli “aspetti negativi“.

Quindi, numero uno: la lunghezza. Dipende ovviamente dalle varie edizioni, ma si tratta pur sempre di un bel tometto: almeno un migliaio di pagine scritte in carattere molto piccolo. Nonostante questo, è un libro che scorre come un fiume in piena, ma bisogna certo aver il tempo per poterlo leggere tutto insieme con calma.
Anche per questo ho sempre rimandato la lettura. Non solo: i grandi tomi nascondono al loro interno qualche fase piatta. Per cui, numero due: qualche parte sorvolabile. Attenzione, perché con “parte sorvolabile” non in intendo le parti narrative inerenti alle vicende dei personaggi e all’evoluzione della storia. La struttura dei romanzi di Hugo vede alcune parti completamente dedicate ad una specie di analisi storico-sociale che, se da un lato si rivelano comunque interessanti, dall’altro si tratta talvolta di “lungaggini” già risapute e tranquillamente sorvolabili.

Ok… Fine degli aspetti negativi! ^^

Veniamo a quelli positivi.

Si entra in un mondo terribilmente vicino a noi (anche se così “datato” nel tempo); un mondo che si srotola davanti ai nostri occhi come se stessimo assistendo alle vicende dei protagonisti al loro fianco, seppur invisibili ai loro occhi. I personaggi (tutti) arrivano con il loro carico di umiliazioni, convinzioni, credenze e pregiudizi, errori e dubbi, perché semplicemente sono umani. Nessuna storia è tralasciata, perché tutte le storie sono importanti. Eppure, nonostante queste siano spesso tragiche o le convinzioni dei personaggi particolarmente radicate, c’è spazio per ripensamenti e dubbi, per la redenzione e per il sacrificio.i classici di The Books Blender - i miserabili - les miserables
Nessuno è esente da colpe, ma si può provare a correggersi e a migliorarsi. Anche se, talvolta, bisogna affrontare il crollo dei propri valori e dei propri ideali ed il fardello è troppo grande per essere trasportato e la convinzione di aver vissuto invano sconfigge.

Ora: di questo libro esistono miliardi di trasposizioni. Personalmente, quella che ho apprezzato di più (quella che, per la verità, è la prima colpevole del mio amore spassionato per questo libro e che ritengo maggiormente aderente alla trama originale del libro) è una mini-serie del 2000 interpretata da Gérard Depardieu (Jean Valjean) e John Malkovic (Javert). Interpreti m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-i!

La recente trasposizione (2012) del musical (con cast stellare: Hugh JackmanRussell CroweAnne HathawayAmanda SeyfriedSacha Baron Cohen, Helena Bonham CarterEddie Redmayne), sebbene le interpretazioni dei protagonisti siano molto alte e le musiche molto belle (che ti consiglio di ascoltare; memorabile resta, comunque, l’interpretazione che Susan Boyle fece per la sua audizione a Britain’s got talent), non trasmette – almeno dal mio punto di vista – la stessa carica emotiva presente, invece, nel libro.


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