Salone del Libro 2017

Il Paradiso esiste e io l’ho trovato a Torino… al Salone del libro!

Famelica. Per quanto mi possa definire una buongustaia, non sono mai stata famelica… nel senso che, a un certo punto, capisco quando è arrivato il momento di fermarsi.

Be’, Torino ha distrutto questa mia sicurezza… sarà stata l’aria pregna del magico odore delle pagine stampate di fresco, saranno stati quei due gradi di latitudine differente, ma ho bisogno di un altro Salone del libro… possibilmente a breve (un anno da aspettare è troppo).

Venendo a noi.

Il Salone è enorme, gli spazi vastissimi, le sale incontri gettonatissime, ospiti prestigiosi e gli stand tra cui curiosare infiniti. Una giornata non basta per girarlo tutto con attenzione.

Le novità SUR al Salone del Libro

Tuttavia, anche con poco tempo a disposizione, si possono fare scoperte preziose.

Gli operatori dei vari stand sono, infatti, disponibili a illustrare le novità e i titoli esposti, accompagnandoti praticamente per mano nella ricerca del libro-fatto-a posta-per-te (e io cedo facilmente a chi mostra impegno e passione nel fare il proprio lavoro… qui puoi scorrere la lista che la mia smania d’acquisto ha prodotto).

Uno stand al Salone del Libro è effettivamente una vetrina immensa per farsi conoscere e per conquistare nuovi lettori.

Per darti un’idea: dal Salone sono passati circa 140mila lettori – o aspiranti tali – cui vanno aggiunti gli oltre 65mila che hanno partecipato al Salone Off (totale: 165.746).

Dalla ormai famosa Piazza del Lettori (chi mi segue su Facebook e social vari ha già visto la mega torre di libri), sono stati venduti oltre 12mila volumi.

Insomma, bei numeri…

Protagoniste indiscusse del Salone del Libro sono da sempre le case editrici indipendenti – piccole, medie e grandi – tutte molto attive nel farsi conoscere e nel promuovere i loro autori.

Le grandissime case editrici – Mondadori e il corposo gruppo GeMs – non hanno partecipato a questa edizione del Salone, preferendo a questa la versione di Milano (ma provocando inconsapevolmente una sorta di tsunami di rivalsa nell’organizzazione del Salone di Torino, come riportato in questo articolo de IlPost).

Ma, come riportato da La Stampa di Torino sono già stati invitati per il prossimo Salone, che si svolgerà dal 10 al 14 maggio 2018.

«Ai grandi gruppi editoriali che quest’anno non sono venuti al Salone dico “vi aspettiamo l’anno prossimo”» ha aggiunto La Gioia: «amici di Mondadori vi sento vicini. Aiutateci a fare di questo Salone qualcosa di ancora più bello e lasciate che gli amici di Einaudi siano restituiti al loro Salone. Ritroviamo lo spirito di vera amicizia e collaborazione».
[Fonte: LaStampa.it]

Concludo rimandandoti agli acquisti che ho fatto al Salone, scoprendo anche alcune case editrici molto appassionate.

In fondo all’articolo, trovi lo slider con le foto che ho scattato – purtroppo, non mi entravano tutte le corpo dell’articolo.

Insomma… l’anno prossimo saprai già dove trovarmi! ^^


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6 personaggi femminili letterari cazzuti

Sono loro i miei sei personaggi femminili letterari cazzuti.
Determinate, coraggiose; nessuno può metterle in un angolo!

Cominciamo!

  • Elizabeth Bennet, Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen

Keira Knightley in Orgoglio e Pregiudizio (2005)

Sarcastica e indipendente, Elizabeth è il tipo che non si fa mettere i piedi in testa da nessuno.

Protagonista in “Orgoglio e Pregiudizio“, uno dei capolavori di Jane Austen, Elizabeth ha le idee ben precise ed è pronta a difenderle (anche a costo di incappare in qualche piccolo pregiudizio).

  • Marian Halcombe, La donna in bianco di Wilkie Collins

 Maria Friedman nel ruolo di Marian Halcombe, nel cast originale dello spettacolo di Broadway

Marian è un personaggio femminile di un’estrema grandezza, considerando anche – e senza offesa alcuna – che viene delineato con precisione da un autore (Wilkie Collins ne “La donna in bianco“) nel 1859.

Nonostante la situazione critica che dovrà affrontare, non si farà problemi a raccogliersi le gonne e arrampicarsi sui tetti!

  • Éowyn, Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien

Éowyn interpretata da Miranda Otto nella trilogia di Peter Jackson

Re degli stregoni: «Stupido. Nessun uomo può uccidermi. Ora muori.»
Éowyn: «Io non sono un uomo!»

E qui parte l’ovazione… ogni-volta!

Coraggiosa, determinata e intelligente, Éowyn è un personaggio femminile forte, ma ha anche il cuore di una giovane ragazza un po’ sognatrice. Tuttavia, la guerra la metterà davanti a scelte critiche, le farà trovare un amico fidato e, finalmente, le indicherà la giusta strada da seguire.

  • Irene Adler, Sherlock Holmes di Arthur Conan Doyle

Irene Adler disegnata da Charles Dana Gibson

Semplicemente “La donna“.

Scaltra, intelligente, astuta, bellissima e affascinante, Irene è l’unica ad aver gabbato Sherlock Holmes. Pur comparendo come personaggio attivo in un solo racconto dell’universo poliziesco di Doyle (“Uno scandalo in Boemia“; seppure citata, più o meno velatamente, in altri), Irene Adler è una figura di grande riferimento nel mondo dei gialli.

Nella recente serie televisiva con Benedict Cumberbatch nel ruolo del caro Sherlock, devo purtroppo ammettere che la sua figura è stata un po’ bistratta e non è affatto degna del corrispettivo letterario.

  • Hermione Granger, Harry Potter di J.K. Rowling

Parliamoci chiaramente: se Hermione non ci fosse stata, dubito seriamente che Harry Potter se la sarebbe cavata così bene nella sua lotta contro tu-sai-chi. Sarà saccente, ma è coraggiosa, determinata e intelligente; sempre pronta a rischiare e sacrificarsi per le persone alle quali vuole bene.

Nella recente versione “matura” che abbiamo (in “Harry Potter e la maledizione dell’erede“), sinceramente mi cade in qualche banalità non degna di lei… ma le vogliamo bene in ogni caso!

  • Ella, Il dono della fata di Gail Carson Levine

Anne Hathaway in “Ella Enchanted” (2004)

Fare ciò che gli altri ci impongono? Giammai! Ma, purtroppo, è quello che accade alla sventura Ella grazie a una psicopatica fata madrina che le dona l’ubbidienza.

Nonostante legata a questo assurdo “Dono della fata“, Ella riesce a ritagliarsi la propria indipendenza grazie a un carattere forte e deciso.


Il prezzo dei libri

Da quanto ho aperto il blog (nel lontano settembre 2014) scopro ogni giorno come il mondo legato ai libri sia variegato, sfaccettato, meraviglioso e, , anche ricco di contraddizioni e punti critici.

No, stavolta non parlerò del numero basso di lettori o dei parametri che vengono presi in considerazione per rendere un libro “bestseller“. Oggi… parliamo di aspetti più vili e materiali come il prezzo dei libri.

Non tutti – forse – sanno che esiste una legge che regola il prezzo dei libri. La legge in questione – odiata, amata e rimaneggiata nel tempo – è l’art. 11 della legge 62/2001 poi modificato dalla legge n. 128/2011 (oggi nuovamente oggetto di discussione).

In breve, la legge impone uno sconto massimo del 15% sul prezzo fissato all’origine dall’editore (o dall’importatore). Si può sperare in qualcosina di più (fino al 20%) se ci si predispone ad acquistare determinati libri «venduti in occasione di manifestazioni fieristiche e per quelli destinati a particolari categorie di consumatori (ONLUS, scuole, centri di formazione, università, istituzioni o centri scientifici e di ricerca, biblioteche, archivi e musei pubblici)» oppure in presenza di campagne promozionali (fino al 25%).

Nonostante sia stato segnalato che una tale ingerenza sui «tetti massimi agli sconti sul prezzo dei libri [possa] limitare la libertà di concorrenza dei rivenditori finali», la nostra legge è ancora al suo posto.

Comunque, questa è la parte finale del nostro percorso, perché quando il libro arriva nella libreria – scontato o meno – ha già il suo bel prezzo iscritto in copertina.

E la domanda è: come si fa a determinare questo costo e differenziarlo da volume a volume?

Partiamo dal presupposto che i prezzi di tutti i generi in commercio hanno subìto delle variazioni dovute a una variegata quantità di elementi: inflazione, crisi economica, percezione del proprio potere d’acquisto (io, ad esempio, sono ai minimi storici), ect.

Per combattere la crisi, ad esempio

GFK calcola che dal dicembre 2015 all’aprile 2016 il numero di libri venduti è calato del 2,3 per cento, ma gli incassi sono cresciuti del 3,6. Secondo l’analisi del Post, «l’unica spiegazione possibile – dal momento che si può escludere che all’improvviso si stiano vendendo solo i libri che costano tanto, viste le classifiche – è che gli editori stiano rispondendo al calo di vendita alzando i prezzi medi dei loro libri». Ogni libro in commercio in Italia costerebbe, mediamente, 0,73 centesimi in più.
[Fonte: Cultora.it]

E, in ogni caso, il prezzo medio di copertina di quest’anno si aggira attorno ai 16€, mentre l’anno passato era di 13,30€.

Il punto è che il libro ci arriva tra le mani già prezzato… ma quali variabili rientrano in questa valutazione finale?

Una serie.

In primo luogo, una parte della valutazione è fatta in base alle “materie prime” usate: qualità della carta, copertina rigida (o no), sopraccoperta (o no).

L’uso di una carta più “scadente” comporta ovviamente un prezzo più basso; mentre, di contro, una copertina rigida, magari cartonata, lo alza.

Personalmente, non sono una patita delle versioni tascabili o meno, ma apprezzo il costo contenuto delle prime.
Trovo competitiva e lungimirante la scelta del mercato anglo-americano di pubblicare – a breve distanza l’una dall’altra – la versione “bella” e la versione “meno bella” di un libro in modo da coprire ogni fascia di lettori e ogni tasca (se qualcuno è in ascolto, potrebbe essere un’idea fare una cosa simile anche in Italia – cioè tempi brevi tra la prima edizione e quella più economica – visto che molti lettori preferiscono comprare gli e-book o aspettare la disponibilità in biblioteca dato l’alto costo delle nuove edizioni).

Poi rientrano tutta una serie di determinanti dette di gestione, tra le quali rientrano: costi di traduzione, impaginazione, correzione di bozze, editing, ufficio stampa ect. a cui vanno aggiunte anche quelle meramente d’ufficio (come, ad esempio, la luce, il telefono et similia).

Altro fattore che concorre alla formazione del prezzo sono i lettori stessi; per la precisione, il pubblico a cui il libro è rivolto.
Un libro di un autore famoso, magari atteso da tempo, avrà un costo un po’ più alto; il libro di una star del web avrà un costo più ridotto considerato che si rivolge a un pubblico prevalentemente giovane (quindi, non stipendiato).

Ma potrebbe incidere sul prezzo anche quanto il libro è stato pagato alla fonte (ad esempio, se si tratta di un autore straniero a cui sono stati pagati forti diritti per la pubblicazione).

Alla fine, però, non pensare che l’editore voglia fare la cresta sul prezzo per approfittarsi spudoratamente del lettore. Infatti

 […] oggi per un editore medio grande – che sia cioè in grado di stampare un numero sufficiente di copie per spuntare prezzi competitivi – il costo di produzione di 7-8 mila copie di un libro di 250 pagine in brossura (cioè non con la copertina rigida) è di 1,5-1,8 euro a copia. Il prezzo di vendita è circa dieci volte più alto. In libreria, infatti, quel libro costerà tra i 16 e i 19 euro. È un ricarico che appare simile a quello di beni di lusso, quelli dove il marchio risulta determinante rispetto al prodotto. I libri, invece, sono tra le merci che offrono margini di guadagno più bassi. Su un campione di 100 libri pubblicati, la media di margine per l’editore è intorno al 4-5 per cento, che può salire fino al 7-8 quando la casa editrice va molto bene, cioè se in quell’anno imbrocca uno o più bestseller.
[Fonte: IlPost.it]

Questo perché, esclusi i costi di produzione (che incidono, tutto sommato, poco sul prezzo finale), sul prezzo della singola copia devono conteggiarsi anche i costi di gestione e d’ufficio che indicavano poco sopra, i diritti dell’autore (che possono andare dal 6 al 15%), ma sopratutto i costi di distribuzione che incidono per il 50% sul prezzo finale.

Detto questo, però, come non si deve pensare male dell’editore, non si deve pensare troppo male del distributore che

trattiene per sé il 50/55% del prezzo di copertina di un libro ma il suo vero guadagno è del 20/25% in quanto cede il 30/35% al libraio nel momento in cui raccoglie gli ordini dei libri (le catene più grandi come il circuito di librerie Feltrinelli o Mondadori o Librerie Coop spesso richiedono il 40% e in questo caso il guadagno del distributore scende).
[Fonte: Sololibri.net]

Tuttavia, se le copie dovessero restare invendute, chi ci rimette non sono né il distributore né il librario (che potrà azionare il reso dopo 60-180 giorni), ma ancora una volta l’editore.


Riferimenti

Abbasso le classifiche dei libri!

Ormai è già da tempo che la rubrica dedicata alla classifica dei libri più venduti è scomparsa dal blog.

Il motivo era abbastanza semplice e avevo avuto modo di darti una mia personale spiegazione anche qui, quando parlammo dei bestseller in generale.

Mi ero, infatti, molto sorpresa di come i libri in classifica difficilmente corrispondessero con le letture realmente discusse dai lettori in quello stesso periodo. Anzi, tornando a ricontrollare dopo qualche tempo, i libri che rientravano in classifica (salvo ovviamente alcune eccezioni) non avevano avuto poi tutto questo ritorno a livello di commenti, valutazioni e interesse da parte del mondo dei lettori.

Oggi, quindi, vorrei tornare sull’argomento, cercando di comprendere meglio come funziona la stesura delle classifiche dei libri. E, se possibile, scongiurare dall’acquisto di un libro solo perché rientra in una classifica (per la serie: non facciamoci gabbare così facilmente!, v. anche la questione fascette).

Innanzitutto, chi si occupa di stilare queste liste di libri-più-venduti sono due società di cui avrai sicuramente già sentito parlare: GfK e Nielsen (che, nel 2015, hanno annunciato una partnership).

Raccolta dati e algoritmi vari sfornano le classifiche che poi troviamo sui maggiori quotidiani, stampa online, ect. ect.

Insomma, alla fine si ottiene un discreto ritorno in pubblicità e un’attenzione verso il libro-più-venduto quasi capillare.

Tutto bene, quindi?

Oddio, quasi

Attenzione, non metto affatto in dubbio che il libro in vetta alla classifica abbia venduto più degli altri o che l’ultimo abbia avuto più successo dei libri che non sono riusciti a rientrare in classifica. Il punto, però, è quanto? Cioè di che numeri stiamo parlando?

Considerando quello che avevamo già avuto modo di dire circa l’ottenimento dello status di bestseller, per le classifiche ci sono alcuni dati importanti da valutare e tenere a mente.

In primo luogo, il campione di riferimento. Le due società di servizi di analisi statistica ricevono le proiezioni di vendita (non le vendite effettive che saranno valutate in un secondo momento) di circa 900 punti vendita (su circa 1.400 come fa notare IlPost.it). Da questi “punti vendita di riferimento” però dobbiamo escludere quello che, negli ultimi anni, è diventato il colosso delle vendite di libri: Amazon (e con lui sono esclusi anche tutti gli altri rivenditori online).

Da escludere anche la grande distruzione (supermercati e autogrill) e tutto il comparto ebook (che sta vedendo, proprio negli ultimi anni, una grandissima impennata).

Cosa resta, quindi? Librerie indipendenti o legate a grandi gruppi come Feltrinelli, Mondadori o Giunti, ma di queste – dicevo – ne vengono prese in considerazione solo una parte (900 su 1.400).

A prescindere dal campione di riferimento, però, c’è anche un altro tasto dolente: i numeri. Perché nelle classifiche ci viene riportata la percentuale… ma in cifre grezze cosa significa?

Per darti un’idea della media che registriamo in Italia: circa i tre/quarti dei titoli pubblicati arrivano – talvolta con fatica – a tre copie vendute… in un anno.

All’estremo opposto, nell’Olimpo dei bestseller, una decina – risicata – di libri ottiene l’ambìto alloro del più-venduto. Per rientrare in questo Pantheon di cellulosa deve aver venduto almeno 50.000 copie.

Considerato questo e il fatto che le classifiche vengono aggiornate e riviste ogni settimana, quanto deve aver venduto un libro per rientrare in classifica?

…e il punto è questo: boh. Potrebbero anche bastare qualche centinaio di copie dato che una soglia minima per l’ingresso in classifica non pare esserci.

Secondo quanto riporta La Stampa, i capofila ex aequo dei best-seller di una delle passate settimane hanno venduto circa quattromila copie (4350, per la precisione) e tenendo sempre ovviamente conto che solo alcune librerie rientrano nel campione di riferimento per stilare poi la classifica.

Il successo (o meno) di un libro potrà essere noto – forse – solo a fine anno o al sesto mese dalla pubblicazione (in generale quando, secondo contratto con lo/la scrittore/scrittrice viene fatto questo conteggio): dalla tiratura (cioè le copie che il distributore ha distribuito) andranno sottratte le copie effettivamente vendute e i famosi resi (cioè le copie rimaste invendute che la libreria rispedisce alla casa editrice).


Riferimenti

La crisi dell’editoria in Italia

I numeri sono, ahimè, noti e, ogni anno, calano a picco verso il basso: non si legge più, chi legge un libro al mese è una specie di übermensch (super-uomo), le case degli italiani sono nella maggior parte dei casi spoglie di libri.
In qualunque modo li si voglia leggere, questi dati evidenziano una sola verità: la crisi dell’editoria in Italia.

E, se a salvare la disastrosa situazione pare restino solo i bambini e gli anziani indefessi lettori, il tunnel  della crisi sembra così profondo e buio da essere impossibile vederne la fine.

Già in passato, l’AIE (Associazione Italiana Editori) evidenziava una situazione precaria in cui il mercato del libro avrebbe visto la sua drastica discesa nel giro di pochi anni con segni negativi a puntellare quasi ogni voce del mercato editoriale italiano.
Ed effettivamente così è stato: molte piccole e medie case editrici hanno chiuso, altre hanno cercato di reinventarsi e ci sono riuscite… altre meno; i grandi gruppi hanno cercato la sopravvivenza nell’unione (non c’è bisogno che riporti il caso Mondazzoli) .

Tuttavia, chi è riuscito a barcamenarsi fino a oggi può sorridere intravedendo finalmente una luce in fondo al tunnel. Secondo una recente rapporto dell’AIE, infatti, il mercato dei libri torna a essere in – piccola – crescita:

«Se si considera come comprendente il “perimetro del mercato” l’usato, il remainders, il non book (cioè i prodotti non strettamente librari venduti in libreria ma in cui sempre più spesso gli editori si cimentano con linee produttive dedicate, e che costituiscono parte importante e crescente per l’equilibrio economico) la crescita raggiunge il +0,5% sul 2014, pari a 2,680miliardi. Se si osservano solo i canali trade e per i soli libri nuovi, il valore cresce al +0,7%.»
[Fonte: “Rapporto sullo stato dell’editoria in Italia. Un consolidato 2015 e uno sguardo sul primo semestre 2016” a cura dell’Ufficio Studi AIE]

Tuttavia, il numero dei lettori/non-lettori pare assestarsi più o meno sulle stesse cifre. E allora?

Allora, in primo luogo vorrei riportare le considerazioni che Pietro Biancardi, editore di Iperborea, fece un paio di anni fa in un’intervista di Linkiesta:

«[…] si deve stare attenti a distinguere i dati sulla lettura da quelli sull’acquisto di libri, che non sono esattamente la stessa cosa. Sull’acquisto di libri il calo è generalizzato, ma come lettura, per esempio, la fascia dei lettori forti si mantiene stabile. Questo per esempio è un dato positivo, perché dimostra come il calo delle vendite non sia un dato strutturale che dimostra che la stagione del libro stia tramontando, ma che sia piuttosto un dato congiunturale, ovvero che, semplicemente, i lettori spendono meno perché hanno meno soldi o hanno la percezione di avere meno soldi. Quindi, banalmente, un lettore forte prima andava in libreria e comprava dieci libri, ora ne compra cinque, e magari gli altri cinque li prende in prestito in biblioteca. Quindi, se ha cambiato effettivamente al ribasso le sue abitudini di acquisto, non ha cambiato le sue abitudini di consumo. Risparmia, ma continua a leggere a tassi non troppo diversi da prima. Questo comporta che, per editori che hanno saputo costruirsi una nicchia di riferimento, che fanno libri di qualità e che hanno le energie per costruire una cultura del libro intorno ai propri titoli, le cose non sono così tragiche. Diverso è il caso di chi invece non ha un catalogo forte, ma che punta molto sui fenomeni editoriali, sui lettori deboli o occasionali.»

Se il numero di lettori – crisi o no; acquisti o prestiti; cartaceo o digitale – resta più o meno costante, per la qualità dei libri il discorso è diverso… molto diverso e mi sento di dire anche peggiore.

Traduzioni raffazzonate, svarioni nella correzione ortografica e grammaticale, fascette ammiccanti per ammaliare lo sventurato lettore.

E… il fenomeno degli ultimi anni: il proliferare di astri del web che nulla ci incastrano con i libri.

Sul primo punto, è evidente che presentare testi anche buoni, ma con scarsa (in certi casi, scarsissima) cura  nella traduzione, nella correzione, nell’impaginazione, ect. porti inevitabilmente un allontanamento del lettore che, al prossimo acquisto con quella determinata casa editrice/autore/autrice, ci penserà sopra due volte… magari anche tre e, magari, alla fine opterà per altre soluzioni.

Va da sé, infatti, che se la casa editrice/ect. in primis non è interessata a dare forma e consistenza ai suoi stessi progetti, perché un lettore ci dovrebbe perdere tempo?

Di contro, e così è per molte case editrici fortunatamente, la cura per i dettagli e le piccole attenzioni premiano a lungo andare e, se qualche volta le cose non vanno come dovrebbero, il lettore, ormai fidelizzato, è più disposto a chiudere un occhio.

E se l’assetto formale indispone quasi subito ma stufa davvero dopo qualche tentativo non andato a buon fine, lo stesso non si può dire per quello contenutistico.

È il caso, ad esempio, delle fascette che promettono miracoli, ma che fanno da cornice a un libro mediocre o addirittura pessimo.
Al lettore – ma, in generale, a nessuno – piace essere preso in giro.

Dopo la prima fregatura, si guarderà bene dall’acquistare titoli di quello stesso autore.
Anzi… se i bidoni cominciano ad accumularsi e a ripresentarsi con frequenza sospetta tra le proposte di una casa editrice, il lettore inizierà a guardare con un certo sospetto anche gli altri libri di quella casa editrice… arrivando, in un probabile domani, ad abbandonare per sempre quell’editore.

Ma è un altro caso che tenta molte case editrici – anche se, meno male!, c’è ancora qualcuno che resiste: quello delle personalità del web che nulla hanno da spartire con il mondo dei libri. Il loro fioretto? Raccontare i loro vent’anni di vita in cento/duecento pagine e il segreto del loro successo (bonus: considerazioni di varia natura).

Certo, comprendo perfettamente che queste siano vendite assicurate e ottenute con il minimo sforzo pubblicitario/economico/altro, perché una fetta dei followers più fedeli acquisterà sicuramente il libro.

Ma si tratta di vendite destinate a sparire… nel lungo periodo (e, in effetti, non boccio a priori questo “genere”… semplicemente penso che vada gestito con maggior accortezza senza cioè inondare il mercato e monopolizzare le scelte editoriali di una casa editrice):

  • in primo luogo, perché non è detto che i “followers fedeli” siano anche lettori… se poi, come spesso accade, l’ambito in cui si muove il personaggio di turno difficilmente si incastra nel mondo libri & co.
    Questa tipologia di “libri”, cioè, non coinvolge tutta una larghissima fetta di persone che leggono più libri e magari arrivano a “fidarsi” di una casa editrice o di un/a determinato/a autore/autrice (quindi potenzialmente fanno più acquisti)… anzi, potrebbe rivelarsi controproducente andando, in un certo qual modo, a “indisporre” quei lettori che cercano libri (avventura, sentimenti, thriller, ect.);
  • in secondo luogo, perché – sempre con riferimento a personaggi estranei al mondo dei libri – esauriti gli argomenti del libro appena nato si esaurisce anche la loro potenzialità come “scrittore” (certamente dal cassetto non tirano fuori un giallo o un romanzo di fantascienza… poi, per carità, mai dire mai!).

Invece di immettere in un mercato già saturo libri che – potenzialmente – durano una sola stagione, ci dovrebbe essere l’impegno di tutti gli operatori editoriali a selezionare anche libri che durino nel tempo e autori/autrici che – potenzialmente – siano in grado di sfornare altre idee (non necessariamente al ritmo di Stephen King).

Di contro, non è giusto risparmiare una tiratina d’orecchie nemmeno a quei lettori che si fanno condurre dalle mode, dalle pubblicità martellanti e dalle fascette ammiccanti o che acquistano solo dalle major dando per scontato che il resto sia fuffa.


Riferimenti

Per scrivere questa considerazione sul mondo dei libri in Italia, mi sono servita di inchieste e rapporti che, oltre a fornire utili dati per questa mia analisi, mi hanno anche fornito ottimi spunti di riflessione.

E, last but not least, grazie a tutte le persone che mi hanno ascoltata, anche virtualmente, in queste mie elucubrazioni editoriali e mi hanno incoraggiata a scrivere.