Il miniaturista recensione

Titolo: The Miniaturist
Autrice: Jessie Burton
Genere: Romanzo storico
Anno di pubblicazione: 2014
Titolo in Italia: Il miniaturista
Anno di pubblicazione ITA: 2015
Trad. di: Elena Malanga

Galeotto fu il liuto e Petronella (detta Nella), diciassette anni (quasi diciotto) e un promettente futuro in qualità di “moglie”,  va in sposa a Johannes Brant, affascinante trentanovenne dal sorriso obliquo nonchè mercante di Amsterdam molto ricco.

L’arrivo, dopo poco tempo, nella casa del marito è alquanto strambo. Ad accoglierla – si fa per dire – c’è Marin, la di lui sorella, “simpaticissima” con le sue uscite cariche di astio e derisione. In casa anche una domestica, Cornelia, senza peli sulla lingua e uno schiavo/servo/liberto di colore, Otto, dalla parlata enigmatica.

Se questo alone di mistero misto a una confidenza quasi offensiva che aleggia su tutta la casa non bastasse, ci si mette anche Johannes, il marito in questione, che alla sua novella moglie pensa bene di regalare una casa di bambole. Sì, il diventare moglie dovrebbe di diritto far entrare Nella nell’età matura, ma così non è.

E anzi pare che il rifiuto e la conseguente umiliazione come moglie-vergine di Nella per le scarse attenzioni del marito sia – o stia per diventare – di pubblico dominio. Un miniaturista, assunto dalla stessa Nella per riempire la sua casa di bambole, le invia strani pacchetti che, oltre a contenere delle inquietanti riproduzioni fedelissime dei vari oggetti della casa, le inviano anche dei moniti al limite del dispetto: per esempio una culla, segno evidente che il miniaturista sa perfettamente del talamo nuziale intatto. Ma chi è il miniaturista e cosa vuole da Nella?

All’inizio il lettore si ritrova a condividere il disorientamento e il disagio di Nella, sostanzialmente abbandonata a se stessa nella casa del marito come un pacco del quale non si sa bene cosa farne.
Frasi sussurrate e argomenti ammezzati sono gli unici appigli alla quotidianità che sono concessi alla novella sposa in attesa che il marito si ricordi d’averla presa in moglie.
I domestici impertinenti creano ancora più confusione in una familiarità dove il centro di tutto pare essere Marin, la cognata altezzosa e molto molto fredda che si serve delle massime della Bibbia per rimbrottare tutti gli abitanti della casa (fratello compreso).

Su tutto capeggia la figura della miniaturista – sì, è donna e lo si capisce nelle prime pagine del romanzo.… quindi non capisco la scelta di traduzione del titolo.

Il sospetto e l’ombra del dubbio iniziano ad accompagnare Nella, seguendola in ogni angolo di una casa non sua: com’è possibile che questa miniaturista sappia certi particolari intimi di cui sono a conoscenza solo gli abitanti della casa? Si tratta di una spiona/guardona? E dove si nasconde? Dietro una finestra… o in casa?

Per la cronaca, la storia si ispira al vero stipetto-casa-di-bambole della vera Petronella Oortman che nulla – ma proprio nulla – ha da condividere con la sua controparte letteraria (se non il nome e l’esistenza dello stipetto). La  figlia, Hendrina, affermò che il valore dello stipetto era di 30.000 fiorini (un’enormità); sebbene, da un inventario del fratello Jan, risultasse un valore stimato di 700 fiorini.
Lo stipetto, però, fu poi venduto, nel 1744, per la cifra di 1.200 fiorini (comunque, un’enormità per l’epoca).
E il marito Johannes non ebbe mai di che passar guai.
[Fonte: Wikipedia.org]

In verità, il possedere una casa di bambole per le donne sposate dell’epoca non era una cosa fuori dal normale né era da considerarsi un’onta o una presa in giro, anzi… era quasi d’obbligo per le dame “bene” intrattenersi con i decori e gli arredamenti della casa in miniatura (poverina, almeno un piccolo svago lo doveva pur avere). Ma la nostra Nella, magari, venendo dalla campagna la pensa diversamente.

Insomma, la storia si svolge dal punto di vista di Nella che, in prima persona, racconta gli avvenimenti di casa Brant e la sua strana ossessione-paura e poi cieco affidamento con la miniaturista. Se nella protagonista Nella si può ravvisare un qualche tipo di crescita e maggior consapevolezza di sé (sebbene con certe remore che dirò più avanti), lo stesso non si può affatto dire per gli altri personaggi. Incomprensibili – e pure lasciati senza una spiegazione – molti dei loro comportamenti: troppo disinvolti e troppo moderni per essere nella Amsterdam seicentesca e calvinista (vorrei porre l’attenzione su quest’ultima parola: calvinista!).
Lo stesso dicasi per il comparto “servi e domestici”: troppo confidenziali… assolutamente troppo (in altre case sarebbero stati rimessi a posto senza troppi complimenti… vorrei ricordarlo ancora: siamo verso la fine del seicento). E certi comportamenti – per esempio, il vizio di origliare dietro le porte o lo spiare dalla serratura – per quanto i Brant letterari siano una famiglia di buon cuore sono assolutamente inaccettabili… figuriamoci se un tale comportamento venisse realmente tenuto da un domestico per di più in una società calvinista! Silurato… subito!

Prima ho fatto riferimento a Nella come la protagonista della storia. Tuttavia, condivide questo ruolo con questa benedetta miniaturista (e qui posso ammettere d’aver continuato a leggere solo per saperne di più su questa figura, ma posso già dire di essere rimasta delusa). La sua figura è sfuggente: sostanzialmente, la sua non-presenza aleggia su ogni pagina del libro, ma in scena la miniutuarista non si fa quasi mai vedere.
Le sue miniature, oltre che essere precise in ogni dettaglio, paiono pure prevedere eventi futuri il che rende la miniaturista una sorta di profetessa. Insomma, da un personaggio così misterioso che dà pure il titolo al libro mi aspetto qualcosa di più di una mera presenza sibillina. E invece…

SPOILER

La miniaturista scompare senza confidare a nessuno il segreto della sua esistenza e i motivi di questo suo spasmodico interesse verso le dame di Amsterdam (perché non stalkerizza solo Nella).

Né sappiamo da dove vengono queste sue profezie né come fa a campare ‘sta donna se regala il suo lavoro (sì, perché, nonostante il suo studio sia pieno di lettere in cui la si prega di non inviare più nulla, questa miniaturista continua a inviare roba aggratis e anche laddove ci sia un vaglia da intascare questo resta nella busta… ma ‘sta donna campa d’aria?).

Inizialmente, pensavo che la miniaturista fosse una sorta di metafora dell’autrice stessa, considerando anche che la casa a stipetto viene descritta come la riproduzione fedele della casa del Brant letterario. Tuttavia, l’entrata in scena del padre della miniturista la rende – dal mio punto di vista – personaggio del libro, facendo così saltare la mia idea della metafora. E, quindi, una spiegazione sarebbe stata d’obbligo… considerando che, come ho già scritto, la miniaturista dà il titolo al libro!

La stessa Nella, per quanto posso capire che sia abbandonata a se stessa e cerchi delle figure di riferimento, ha questo strano attaccamento alla miniaturista, il quale si trasforma in tre balletti da paura a ma sì, fidiamoci di un’emerita sconosciuta che mi manda a casa oggettini non richiesti e dal significato inquietante perché sicuramente la miniaturista conosce la via giusta da seguire.

Sono tanti altri i comportamenti poco chiari e talvolta – parecchio – incoerenti nei personaggi di questo libro. Vorrei, però, soffermarmi sull’evento clou – anzi, eventi – di tutta la storia…

ATTENZIONE SPOILER

All’epoca, ma purtroppo anche oggi, non era per nulla facile essere omosessuali. L’omosessualità veniva considerata un vero e proprio abominio che andava scontato con la morte (un esempio su tutti visto che è stato anche oggetto di film, Alan Turing si suicidò per aver dovuto subire il trattamento chimico). Ed è vero che molto spesso si trattava di incontri occasionali, ma insomma si trattava anche di vita o di morte.

Detto questo qualcuno deve spiegarmi, considerando che sulle spalle del Johannes Brant letterario ci sono almeno altre tre persone (compresa la moglie che ha preso per continuare la farsa di perfetto olandese), il motivo per cui continua a vedere il giovincello Jack Philips – quando, almeno per il periodo in cui è “attenzionato”, potrebbe astenersi come fa la moglie Nella da mesi – dopo che questi ha fatto irruzione in casa sua armato di un coltello, ha amazzato il povero cane minacciando di fare altrettanto con gli altri abitanti della casa, lottato con Otto e poi è fuggito con una ferita non si capisce bene di quale entità minacciano ancora una volta di metterli tutti nella mer**.

Secondo punto: questo benedetto zucchero dei Meermans rimasto invenduto.
Okay, Brant è incaricato di venderlo, ma non se ne capisce bene il motivo non fa altro che procrastinare fino a quando la corda della pazienza non si spezza. E il miglior modo, dal punto di vista di Frans Meermans, per recuperare il proprio patrimonio sotto forma di pani di zucchero è quello di denunciare per sodomia (quindi, condannare a morte) il mercante incaricato della vendita del suddetto zucchero.

Okay… Non capisco in che modo questo dovrebbe fargli recuperare lo zucchero (e soprattutto i soldi), perché a quanto pare l’onere di venderlo resta sul groppone alla vedova.

Ma… okay.

Si dice allora che si tratta di una vendetta maturata nel tempo (e allora, sapendolo, per quale assurdo motivo Brant ha accettato di vendergli lo zucchero e poi non ha fatto altro che rimandare?).

Okay… E non sarebbe stato sufficiente “montare il caso”, cosa che difatti fanno, senza bisogno di mettere nel mezzo lo zucchero, che, per stessa ammissione dei Meermans, potrebbe essere l’unico zucchero della piantagione per i prossimi anni?

Insomma, non mi dilungo oltre, ma il comparto personaggi non mi ha soddisfatto molto. Nelle tendine dello spoiler, riportando l’incoerenza dei personaggi ho implicitamente evidenziato anche i punti che nella trama – e dal mio punto di vista – non stanno né in cielo né in terra. La famosa “prova dell’idrovolante” non è stata superata: manca la coerenza logica.

Lo stesso posso dire anche per il clima che si respira in questo libro. Ripeto: siamo nella Amsterdam seicentesca, pregna delle idee calviniste che sono le azioni a renderci quello che siamo (massima spesso applicata in maniera ipocrita) e a permetterci di aspirare alla gloria divina.
Per il nostro nucleo famigliare, invece, le regole del tempo – per i loro pensieri troppo moderni – e le leggi calviniste – per i loro comportamenti troppo disinvolti – sembrano essere un’eccezione, perché loro vi si sottraggono senza spiegazione alcuna.

Il libro – pare – abbia venduto un sacco (Italia compresa: 30.000 copie… che, nel mercato italiano, sono davvero una gran cosa!). Tuttavia, non riesco a scrollarmi di dosso questa sensazione di artificio (anche se apprezzo che tutta l’idea sia nata – almeno secondo quanto racconta la scrittrice – dalla semplice visione dello stipetto di Ornella Oortman).
Insomma, un raccontino meditato per occhieggiare alla bontà del lettore, considerando:

  1. che viene venduto paragonandolo (ricordi cosa dicevo a proposito delle fascette “se ti è piaciuto questo libro, allora adorerai quest’altro!“?) a La ragazza con l’orecchio di perla con il quale ha da spartire solo l’ambientazione (Olanda) e il tempo (XVII secolo);
  2. che lo “stile” di scrittura è quello classico – e dal mio punto di vista impersonale – usato per i bestseller di consumo: semplice e basilare consente una lettura rapidissima (infatti, credo d’averlo finito in un paio di giorni… con scarso impegno). Anzi, in qualche passaggio, è così semplice che crea pure confusione (e mi sono dovuta rileggere qualche passaggio per capirlo!).


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Assalto a Villa del Lieto Tramonto

Ecco il finale della trilogia di Helsinki, Assalto a Villa del Lieto Tramonto!

Villa del Lieto Tramonto non è più la stessa. Un avveniristico progetto di teleassistenza, combinato alle stravaganti invenzioni della domotica, ha scombussolato ritmi e abitudini della residenza per anziani alla periferia di Helsinki. Che fare se il frigorifero parlante ripete all’infinito la lista degli alimenti in scadenza? Come intrattenere il robottino da compagnia per evitare la raffica dei suoi stupidi quiz? Tra una partita di canasta e un caffè solubile, sono questi i nuovi argomenti di conversazione di Siiri, Irma e Anna-Liisa, le tre arzille e affiatate amiche che mai avrebbero immaginato – a novant’anni suonati – di doversi difendere dai minacciosi prodigi della tecnica. Da quando il personale in carne e ossa è stato licenziato, gli ospiti del Lieto Tramonto comunicano con l’esterno attraverso sofisticate e irritanti pareti intelligenti, mentre le macchine si occupano di tutto. Ma chi controlla dal cloud questa fredda tecnologia e chi lucra sul suo massiccio impiego? I dubbi si infittiscono nell’impavido e inseparabile terzetto di nonnine dopo la comparsa di misteriosi volontari: si presentano come fervidi credenti, ma la loro ostinazione nel racimolare donazioni in denaro è a dir poco sospetta. Per fare luce sulle loro reali intenzioni serviranno tutto il sangue freddo di Siiri, la spensierata vaghezza di Irma, l’acume di Anna-Liisa… e un inatteso aiuto della cara, vecchia Madre Natura.

Dopo Mistero a Villa del Lieto Tramonto e Fuga da Villa del Lieto Tramonto, la Trilogia di Helsinki si chiude con una nuova commedia dolceamara, che ci trasporta in un mondo non troppo futuribile e dimostra, con intelligente e tenera ironia, che all’avanzata della tecnologia si può anche resistere.

L’autrice

Minna Lindgren è giornalista, melomane e vive a Helsinki. Assalto a Villa del Lieto Tramonto è il terzo episodio della sua fortunata trilogia, già tradotta in 11 paesi

Titolo: Assalto a Villa del Lieto Tramonto
Autrice: Minna Lindgren
Casa editrice: Sonzogno
Pagine: 240
Prezzo ed. cartacea: 16,50€



In libreria dal 16 marzo 2017!


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

Mind, Maps and Infographics – Moleskine Books

I libri Moleskin si arricchiscono con i disegni, le mappe concettuali e le infografiche delle idee di graphic designers quali Nicolas Felton, Joost Grootens, Paula Scher e Giorgia Lupi in Mind, Maps and Infographics!

Uno sguardo singolare sui taccuini dei graphic designer di oggi per capire come riescono a trasformare la realtà in linguaggio visivo

Dalle infografiche di Nicholas Felton alle creazioni di Paula Scher, fino agli atlanti e agli spazi urbani pianificati da Joost Grootens, ogni capitolo esamina il linguaggio cartografico da una diversa prospettiva, iniziando dall’esigenza primordiale dell’uomo di esplorare il proprio universo attraverso lo scambio di informazioni e dal suo bisogno altrettanto istintivo di pianificare e strutturare la realtà in cui è immerso. E osservando i taccuini degli artefici di queste innovative forme di espressione e comunicazione, possiamo cogliere quel magico istante che dal pensiero porta al disegno, dall’osservazione all’astrazione, e viceversa.
Con oltre un centinaio di illustrazioni a colori, Mind, Maps and Infographics, a cura di Pietro Corraini, si colloca naturalmente tra i titoli della collana The Naked Notebook, iniziativa editoriale di Moleskine Books che scandaglia gli appunti di viaggio, gli schizzi improvvisati e le idee all’origine dei progetti immaginati da nomi noti e meno noti dell’effervescente panorama del graphic design. Poche parole e molte immagini ci guidano in questi percorsi di ricerca, alla scoperta di gesti e processi creativi.

Titolo: Mind, Maps and Infographics
A cura di Pietro Corraini
Pagine: 144
Prezzo: 29,90€


Qui trovi tutti i Moleskine Books.

L’universo nei tuoi occhi

Dall’autrice di Raccontami di un giorno perfetto Jennifer Niven, arriva per DeAgostini L’universo nei tuoi occhi!

Libby e Jack.
Due anime ferite, una sola storia d’amore.
Un indimenticabile inno contro il bullismo.

AffascinanteDivertenteDistaccato. Ecco le tre parole d’ordine di Jack Masselin, sedici anni e un segreto ben custodito. Jack non riesce a riconoscere il volto delle persone. Nemmeno quello dei suoi fratelli. Per questo si è dovuto impegnare molto per diventare Mister Popolarità. Si è esercitato per anni nell’impossibile arte di conoscere tutti senza conoscere davvero nessuno, di farsi amare senza amare a propria volta. Ma le cose prendono una piega inaspettata quando Jack vede per la prima volta Libby. Libby che non è come le altre ragazze. Libby che porta addosso tutto il peso dell’universo: un passato difficile e tanti, troppi chili per farsi accettare dai suoi compagni. Jack prende di mira Libby in un gioco crudele, un gioco che spedisce entrambi in presidenza. Libby però non è il tipo che si lascia umiliare, e il suo incontro con Jack diventa presto uno scontro. Al mondo non esistono due tipi più diversi di loro. Eppure.. più Jack e Libby si conoscono, meno si sentono soli. Perché ci sono persone che hanno il potere di cambiare tutto. Anche una vita intera.

L’autrice 

Jennifer Niven vive a Los Angeles, dove il suo film Velva Jean Learns to Drive ha vinto un Emmy Award. Ama i popcorn, i rossetti, le librerie, i girasoli, i viaggi in macchina, il sushi e la serie tv Supernatural e anche se ha sempre voluto essere un “angelo di Charlie”, la sua vera passione è la scrittura. Raccontami di un giorno perfetto è il suo romanzo d’esordio in Italia.

Titolo: L’universo nei tuoi occhi
Autrice: Jennifer Niven
Genere: Romanzo
Pagine: 416
Prezzo ed. cartacea: 14,90€


“La vita è troppo breve per perdere tempo a giudicare gli altri. Che diritto abbiamo di dire al prossimo come dovrebbe sentirsi o cosa dovrebbe essere? Perché non cerchiamo di migliorare noi stessi invece? «Non sei desiderata.»
Recentemente qualcuno mi ha scritto questo in un bigliettino anonimo. Vorrei proprio sapere chi si sente legittimato a dire una cosa del genere a una persona. No, sul serio, rifletteteci.
«Non sei desiderata.»
È la cosa più meschina che possiate dire a qualcuno.
In realtà quello che penso è: mi fai schifo perché sei grassa. Allora perché non lo dite? Voi non potete sapere se sono desiderata o no.
Be’, vi dico questo: io mi sento desiderata e desiderabile.”


In libreria dal 21 marzo!


Mindhunter recensione

Titolo: Mindhunter
Autore: John Douglas con Mark Olshaker
Genere: Biografia
Anno di pubblicazione: 1995
Titolo in Italia: Mindhunter
Anno di pubblicazione ITA: 1996
Trad. di: Maria Barbara Piccioli

Fare profiling, quando ancora la parola risuonava simile a un rito di propiziazione degli dei, non è proprio un compito facile tra casi che si accumulano in ogni parte del mondo; pressioni e – comprensibili – insistenze da parte delle famiglie offese, della comunità, magari anche dei media; burocrazia governativa; diffidenza e circospezione da parte dei poliziotti di turno.

Ma questo è il lavoro di John e questa è la sua storia, degnamente raccontata da lui e da Mark Oldhaker.

John Douglas è un profiler del Federal bureau of investigation (FBI); praticamente lo possiamo pure definire il primo della sua specie.
Il suo lavoro lo porta a giro per gli Stati Uniti (e per il mondo), lontano dalla famiglia; immerso in una dimensione di atrocità in cui il tempo è il peggior nemico.
Nella pratica, il suo ruolo è quello di calarsi nella mente dell’assassino, comprenderne i movimenti, le motivazioni; scoprire chi potrebbe nascondersi dietro atrocità al di fuori di ogni immaginazione. Ma il profiler si deve anche calare nella mente della vittima cercando di comprendere cosa l’ha resa vittima: perché proprio lei e non altri?

John Douglas [Foto: Criminal Minds wikia]

La figura di Douglas ha dato a molti l’ispirazione. Thomas Harris ne trasse spunto per creare il suo Jack Crawford, personaggio in Red Dragon e Il silenzio degli innocenti (famosi anche per la loro versione cinematografica).
Il creatore della serie Hannibal, Bryan Fuller, ha ammesso che la figura di Will Graham è basata – almeno in parte – su John Douglas.
E ancora: i creatori di Criminal Minds, nel 2015, hanno confermato che il profiler Jason Gideon è anche lui basato su Douglas. [Fonte: Wikipedia.org]

Insomma… Douglas è una specie di stampo perfetto da riprodurre in serie nel mondo cinematografico americano legato al crimine, all’indagine e all’investigazione.

E come in un film o in un racconto thriller che si rispetti cominciamo in maniera piuttosto inquietante: John è la vittima. 

«Devo essere all’inferno.
Non c’erano altre spiegazioni possibili, dato che ero nudo è legato. Una lama mi lacerava le membra causandomi un dolore intollerabile. Non c’era orifizio del mio corpo che non fosse stato violato. In gola mi era stato infilato qualcosa che mi soffocava, causandomi conati di vomito. Oggetti appuntiti mi erano stati infilato nel pene e nel retto e avevo la sensazione che mi stessero squartando. Ero fradicio di sudore. Poi finalmente capii che cosa stava accadendo: mi torturavano a morte tutti gli assassini, gli stupratori e i molestatori di bambini che avevo mandato in carcere.»

Ora, in realtà, non si tratta di quello che tutti potremo pensare:

Piccolissimo spoiler

“semplicemente” Douglas ha avuto un gravissimo crollo psico-fisico che manca poco lo conduce alla morte a causa di tutto lo stess accumulato negli anni di frenetico lavoro e caccia ai vari assassini…

Premetto che la lettura di questo libro non è stata semplice: primo perché tutti i casi riportati (e sono tanti e uno più orrendo dell’altro) sono tutti realmente accaduti; secondo, perché nei momenti in cui iniziavo la lettura – ed ero sola in casa -, gli oggetti delle altre stanze prendevano improvvisamente vita e cadevano dagli scaffali o scricccchiolavano in modo sinistro. Giuro che ho rischiato l’infarto più di una volta!

Meno male che in Italia, seppur con tutti i nostri difetti, non abbiamo alle spalle un passato di serial killer e maniaci omicidi affollato e composito come quello americano!

Ma veniamo a noi.

Come hai potuto capire leggendo le righe di estratto sopra, si tratta di una biografia ricca di esperienze, di casi risolti (e, purtroppo, anche non risolti), di atrocità, di indagini e considerazioni.
Nella nuova edizione curata quest’anno da Longanesi, abbiamo un paio di pagine di prefazione scritte da Donato Carrisi.

Insomma, il libro intreccia le esperienze e le considerazioni di Douglas, traducendosi in un’analisi inquietante ma realistica, considerando anche che leggiamo il libro a distanza di una decina d’anni (la prima edizione del libro è del ’96), sulla società, sulle distanze che si creano tra gli individui e sulla percentuale di casi risolti, la quale si dissolve di anno in anno.

Così Douglas ci fa partire dalle basi, prendendola larga: August Dupin, Sherlock Holmes, La donna in bianco di Wilkie Collins… fino a portarci dal caso letterario al caso concreto: Jack lo squartatore, Mad Bomber, Charles Manson, John Hinckley (nome da sempre accostato a quello della famosa attrice Jodie Foster, la quale poverina fu oggetto di una folle persecuzione da parte di Hinckley) e – purtroppo – tantissimi altri.

Uno dei primi esempi presentati è proprio quello di Mad Bomber. Il dottor Brussel, psichiatra, negli anni ’60, fornì un profilo dannatamente preciso di Mad Bomber (che si macchiò di oltre trenta attentanti in quindici anni), avvisando gli inquirenti che avrebbero trovato il loro uomo scapolo, convivente con un fratello o una sorella e vestito probabilmente con un doppio petto… abbottonato. E così gli agenti lo trovano: l’unico errore nel profilo redatto dallo psichiatra stava nel numero di fratelli (si trattava di due sorelle nubili).

Magia?

No: studio sapiente, attenzione per i dettagli, analisi dei dati e delle statistiche.

Insomma, il lavoro dei profiler è proprio quello di ricostruire il profilo tipo, esattamente come fece il dott. Brussel negli anni ’60.
I due anni di preparazione per gli operativi di analisi comportamentale dell’FBI servono a imparare a riconoscere i segnali, a leggere le azioni e incasellarle in un determinato schema comportamentale e a rispondere a tre apparentemente semplici domande: cosa, perché e chi.

L’addestramento non è né rapido né indolore tra alcune procedure bizzarre, ferreo addestramento, la leggendaria quanto ingombrante figura di J. Edgar Hoover e, alla fine, la difficile scelta della prima destinazione (generalmente una sede disagiata).

E se, da una parte, è inquietante quanto profetiche possano essere state certe rivelazione fatte da questi agenti della squadra di supporto, dall’altra ci fanno comprendere quanto una catalogazione e studio accurato dei profili di criminali e serial killer possa contribuire alla loro cattura e, di conseguenza, a salvare delle vite.

Ma è anche lo strano rapporto che si crea tra il profiler e il suo assassino. Una sorta di “rispetto” o “stima” – passami il termine -, forse sarebbe meglio dire fascino inteso in questi termini: come può una persona capace di tali perversioni averla fatta franca così a lungo? Oppure come può una persona così affabile aver perpetrato tali efferatezze? Insomma cosa accade nella mente del serial killer? Cosa si può fare per fermarli? Per impedire che un fattore scatenante possa liberare la loro follia?

Ma siamo poi così sicuri che un serial killer sia un pazzo?
Siamo d’accordo che questi individui sono assolutamente al di fuori di ogni logica sana, ma ciò non prescinde dal comprendere le proprie azioni – e le relative conseguenze – e sopra ogni cosa dall’intenzione di compierle (cioè l’assassino sa perfettamente che ciò che farà causerà del male; sa perfettamente che il suo comportamento avrà delle conseguenze disastrose sulla vita di un altro essere umano… e, nonostante tutto, non gli interessa).
Il loro comportamento denota razionalità. Ed è proprio questa la logica in cui si deve calare un profiler per poter restringere la rosa dei sospetti e permettere alla polizia di individuare il suo uomo.

E a questo proposito avrai notato che, quando ho scritto di serial killer o omicida, l’ho fatto declinandolo al genere maschile. Ebbene, il profilo del classico serial killer è quello di un uomo bianco, con un passato di violenze, una famiglia disfunzionale e con un quoziente intellettivo pari o addirittura superiore alla media. Quindi, come dire che si tratta di pazzi?
Sono persone capaci di aberrazioni senza dubbio, ma si tratta di individui che comprendono perfettamente quello che stanno facendo e le sofferenze che stanno infliggendo.

Anche se, in fondo, ha ragione John Douglas: fra cent’anni – ma anche oggi in realtà – nessuno saprà chi è stato John Douglas, ma tutti ricorderanno il nome di Charles Manson – ad esempio – e le folli atrocità della sua famiglia.
[Per esempio, la foto di copertina scelta dalla casa editrice è proprio di Manson].

Insomma, in questo viaggio nel profondo nonché distorto animo umano c’è spazio per numerose domande: è possibile individuare il potenziale serial killer nell’infanzia recuperandolo prima che sia troppo tardi? Insomma, criminali si nasce o si diventa? È possibile riconoscere dei comportamenti potenzialmente pericolosi e, di conseguenza, impedire il verificarsi di determinati eventi? Esiste un comportamento – attivo o passivo – che la vittima può tenere per avere una speranza di salvezza? Esiste o esistono delle iniziative che una collettività può intraprendere per impedire la “nascita” o il “divenire” di un assassino?

Ma non sempre a una domanda corrisponde una risposta adeguata. Tuttavia, la biografia/analisi che propongono Douglas e Olshaker offre numerosi spunti di riflessione.
Non si tratta di un’apologia verso il crimine né un modo per invitare chi ha mire poco altruistiche a prendere idee: si tratta di un’analisi schietta e senza filtri.

È una trattazione interessante, sebbene molto inquietante, di cui ne consiglio la lettura (non do valutazione, perché come sai le biografie sono escluse). Il taglio psicologico e psichiatrico nonché – ovviamente – criminalistico che Douglas dà alla questione mi spinge a voler approfondire questi aspetti (e, quindi, mi sono segnata un altro libro di Douglas da leggere: Nella mente del serial killer). Tuttavia, è una lettura che mi sento di sconsigliare a chi si spaventa facilmente o è di stomaco debole.


P.S. Giusto per curiosità, ti informo che Mindhunter diventerà una serie televisiva Netfilx.